Opinioni

Opinioni

Raccolta di studi tutelati ai sensi della legge sul diritto d’autore. Diritti riservati ai rispettivi autori.

Nulla lex satis commoda omnibus est (Livio)

Diritto civile

Una strada dalla quale non si torna indietro. Gli sviluppi giurisprudenziali in merito alla cura

Di Bella e oltre, di Francesco Patruno (2000)

La responsabilità dei funzionari e degli amministratori per il danno ambientale

di Luigi Giampaolino (1997)

Il risarcimento del danno ambientale nell’evoluzione giurisprudenziale

di Pietro Mastrorilli (1997)

Fidejussione omnibus e determinabilità per relationem del suo oggetto

di Luciano Guaglione (1996)

 

Diritto processuale civile

L’attività istruttoria. I poteri del giudice e delle parti.

di Adriana Doronzo (1999)

I provvedimenti anticipatori di condanna: le ordinanze previste negli articoli 186-bis, 186-ter.

e 186-quater c.p.c.

di Adriana Doronzo (1998)

I provvedimenti anticipatori di condanna nel processo civile.

di Luciano Guaglione (1997)

Il regime delle preclusioni con riguardo alla costituzione del convenuto.

di Adriana Doronzo (1997)

Il giudizio di reclamo.

di Luciano Guaglione (1996)

Le linee generali del nuovo processo civile. Gli interventi in materia di giurisdizione,

di competenza e di connessione anche con riferimento alla normativa sul giudice di pace.

di Luciano Guaglione (1994)

La competenza del giudice del lavoro per le controversie tra datore di lavoro – sostituto d’imposta

e lavoratore – sostituito, ed i limiti della giurisdizione tributaria.

di Giorgio Pica (1989)

(Commento a: Cass. sez. un. civ. 28-4-1989 n. 2011, e Cass. sez. un. civ. 28-4-1989 n. 2012).

 

Diritto del lavoro

I limiti della collaborazione nell’impresa (Commento a Trib. Trani, sez. app. lavoro, 10 -6- 1999).

di Mario Meucci (2000)

Risarcimento di danno, reintegra e opzione per l’alternativa economica, in caso

di licenziamento invalido

di Mario Meucci (1999)

 

Diritto penale

Riflessioni sull’istituzione di una Corte penale internazionale

di Francesco Patruno

O crime de acesso ilegítimo: um universo próprio (Link a Ordem dos Advogados – Lisbona)

di Pedro Simões Dias (20-3-2003)
Intimidad e Internet, di María Teresa Fernández Sánchez

(Coordinadora Relaciones Institucionales y Universidades – Portal Universia, S.A.) (2003)

Riforma e codificazione del diritto penale dell’economia

di G. Losappio (2003)

Luci e ombre sulla paternità dell’opera “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria

di Elio Palombi (1999)

Il sistema penale di Mario Pagano nel pensiero illuministico europeo

di Elio Palombi (1999)

I limiti della fattispecie di uso indebito di carte di credito

di Giorgio Pica (1999) (Commento a Cass. sez. V, 6 febbraio 1998).

La responsabilità penale del dirigente pubblico

di Elio Palombi 1998)

Il problema dell’usura tra repressione penale e realtà sociale

di Giorgio Pica (1997)

Il controllo sulla circolazione dei prodotti ad alta tecnologia, utilizzabili sia

per fini civili che militari, e le sanzioni penali.

di Giorgio Pica (1997)

Aspetti salienti del nuovo decreto legislativo sui rifiuti (D.Lgs. 5-2-1997 n. 22).

di Giorgio Pica (1997)

La normativa antiriciclaggio,

di Elio Palombi (1995)

La disciplina penale degli illeciti in materia di tecnologie informatiche.

di Giorgio Pica (1995)

La reazione legittima agli atti arbitrari del pubblico ufficiale fra diritto penale e principi costituzionali, di Marco Del Gaudio (1994)

(Commento a Cass. pen. sez. VI, 11-5-1993 n. 4814, ed a Cass. pen. sez. VI, 20-5-1993 n.5222).

L’esercizio della professione di ottico-optometrista in Italia.

di Elio Palombi (1994) (Commento a Pret. Trani, sez. Canosa, 15-5-1992).

Appalti, subappalti e cottimi nella legislazione antimafia

di Elio Palombi (1993)

L’oggetto della tutela nel mendacio bancario

di Elio Palombi (1993)

Attuazione delle direttive CEE sugli aromi e esigenze di determinatezza

delle fattispecie penali di Giorgio Pica (1992)

I nuovi delitti di rifiuto ed omissione di atti di ufficio

di Mino Cornetta (1992)

Rapporti tra la nuova figura dell’abuso d’ufficio e l’abrogato peculato per distrazione

di Rosario Caiazzo (1992) (Commento a Trib. Napoli, VII sez. pen., 16-1-1991).

L’estensione del delitto di concussione all’incaricato di un pubblico servizio.

di Elio Palombi (1991)

Formalismi processuali ed esigenze di giustizia sostanziale nell’applicazione delle sanzioni amministrative

di Giorgio Pica (1991) (Commento a C.cost. 28-11-1990 n. 354).

La situazione attuale della dottrina finalistica dell’azione

(In ricordo di Dario Santamaria).

di A.R.Latagliata (1989)

Violazioni dell’equo-canone e reato di estorsione

di Giorgio Pica (1989)

Il tentativo nel reato di frode in commercio

di Giorgio Pica (1976)

 

Segnalazioni dal Web

Televisione e violenza

 

E-mail monitorate nelle grandi aziende

 

 

Banche

La vigilanza bancaria dopo Maastricht

di Anna Noto (link a Cahiers.org)

 

Filosofia del diritto

Nocentini, Autonomia della ragione e diritto (Link al Bollettino telematico di filosofia politica – Univ. Pisa)

Bori, Teologia politica e diritti umani (Link al sito del prof. Pier Cesare Bori)

 

Giustizia amministrativa

Le trasformazioni del processo amministrativo, di Elio Casetta (27-11-1998) (link a www.Giust.it)

Giusto processo

Attuazione del Giusto Processo: le prime due pronunce della Corte costituzionale

e il Disegno di legge in materia di formazione e valutazione della prova

di Federico Augusto Mazza (link a www.penale.it)

Globalizzazione

Globalizzazione economica e rapporti giuridici. – La Comunità Europea, di Domenico Airoma (Link a Giustizia e Carità)

Legislazione e tecnica legislativa

Sagna, Testi unici di legge, Stato etico e globalizzazione del diritto positivo (Link al Progetto di Open Community Giuridica Infoleges.it)

 

Linguaggio giuridico

Bernard J. Hibbitts (Assoc. Dean for Communications & Information Technology; Professor of Law Univ. of Pittsburgh School of Law – USA)
Making sense of Metaphors. Visuality, aurality and the reconfiguration of American legal Discourse

 

Lloyd Duhaime, Barrister & Solicitor, of Victoria, B.C. (Canada)

Duhaime’s Law Dictionary

 

Mafia

Francesco Caringella, L’assetto delegificato della normativa antimafia e la disciplina del subappalto (link a www.Giust.it)

 

Nuove tecnologie dell’informazione e riviste cartacee

Bernard J. Hibbitts (Assoc. Dean for Communications & Information Technology; Professor of Law Univ. of Pittsburgh School of Law)
Last Writes? Re-assessing the Law Review in the Age of Cyberspace

(Ultimi scritti? Una rivalutazione della condizione delle riviste giuridiche nell’era del Cyberspazio).

Presentazione (in italiano) – testo (in inglese): part 1 part 2 part 3 part 4 part 5

Yesterday Once More. Skeptics, Scribes and the Demise of Law Reviews (6-3-1997)

(Le risposte del prof. Hibbitts ai Commenti al precedente articolo).

Ieri come oggiScettici, Scribi e la Fine delle Riviste Giuridiche (traduzione italiana a cura della d.ssa Luciana Bascietto)

(link a Diritto & Diritti)

Processo penale

La disciplina del giudizio abbreviato dopo la legge “Carotti”

di Valerio de Gioia e Grazia Colacicco (link a Diritto Italia).

Reato in generale

Analisi economica della criminalità e del reato in generale

(tesi di laurea di Mauro Peirone) (link a Studio Celentano.it).

Storia del diritto americano

Bernard J. Hibbitts

(Assoc. Dean for Communications & Information Technology; Professor of Law Univ. of Pittsburgh School of Law)
American legal history 1600 – 1865

American legal history 1865 – 1990

 

Links per il periodo 1600-1865 (from B.J.Hibbitts):

American Legal History I (Prof. Sally Hadden, Florida State University)

American Studies Web

Documents for American Legal History (Prof. Robert Palmer, University of Houston)

H-Law/American Society for Legal History

History of American Law (Prof. Thomas Russell, University of Texas)

Salem Witch Trials Chronology

Slave Narratives

US Historical Documents

US Supreme Court Decisions

 

Links per il periodo 1865-1990 (from B.J.Hibbitts):

American Legal History II (Professor Sally Hadden, Florida State University)

American Studies Web

Documents for American Legal History (Professor Robert Palmer, University of Houston)

Federalist Papers (from the University of Oklahoma Law Center)

H-Law/American Society for Legal History

History of American Law (Professor Thomas Russell, University of Texas)

Slave Narratives

US Historical Documents

US Supreme Court Decisions

US Supreme Court Oral Arguments

 

Nomi di dominio non assimilabili ai marchi

Nomi di dominio non assimilabili ai marchi

Trib. Firenze, sez. Empoli, ord. 23 novembre 2000.

Est. Gallini.

Il Domain Name non è assimilabile al marchio.  (*)

Il Giudice, sciogliendo la riserva che precede, esaminati gli atti,  osserva:

la ricorrente chiede la tutela del proprio marchio Blaupunkt registrato già nel 1987 evidenziando che nel

gennaio 2000 aveva chiesto la registrazione del d.n.s. www.blaupunkt.it alla Registration Autority italiana

che aveva rifiutato la registrazione essendo tale domain name già registrato dalla Nessos Italia s.r.l. .

 

A fondamento della richiesta sosteneva la tutelabilità del domain name ai sensi della normativa in materia

di marchi  e pertanto l’illegittimità della utilizzazione del marchio registrato da parte della Nessos al momento

della registrazione del dominio. Affermava inoltre che la registrazione in questione costituiva atto di concorrenza

sleale essendo volto ad ingannare i consumatori, avendo la società convenuta oggetto sociale almeno parzialmente

coincidente con quello della ricorrente. la convenuta si costituiva affermando che la Robert Bosch S p A. non

era titolare del marchio Blaupunkt, – che peraltro è parola generica priva di capacità individualizzante.

Sosteneva inoltre di operare in un settore di attività totalmente diverso da quello della ricorrente e di avere

intenzione di utilizzare il sito contraddistinto dal domain name oggetto di contesa come portale per il turismo

tedesco in Toscana (essendo ormai la terminologia punto blu, in ogni lingua, sinonimo di punto informativo).

 

Com’è noto la rete Internet per individuare un sito utilizza un codice numerico di identificazione detto IP

(Internet Protocol) costituito da una combinazione di numeri (in totale 10), suddivisi da punti. Per facilitare

l’individuazione del sito, ciascuno di tali indirizzi viene affiancato da un indirizzo (Domain Name System),

rappresentato da una combinazione di lettere in grado di formare parole di senso compiuto, che costituisce

l’elemento necessario e sufficiente al singolo utente per realizzare la connessione con quel particolare sito

(provvedendo l’apposito software a convertire automaticamente l’indirizzo DNS nell’indirizzo IP, unico

riconoscibile dalle macchine).

 

Gli indirizzi DNS si compongono di due parti: una, posta alla destra del punto è il cosiddetto Top Level

Domain (TLD), che è composto da due o tre lettere che identificano l’area tematica o geografica del sito

(quale .com per le attività commerciali e .it per indicare siti italiani) senza però che l’utente abbia alcun

obbligo di utilizzare il TLD della propria nazione di residenza ed essendo ben possibile scegliere di

registrarsi presso autorità che gestiscono un TLD particolare (da notizie di cronaca per esempio risulta

che un gran numero di televisioni hanno scelto di registrarsi presso l’autorità competente a Tuvalu, nazione

che ha come TLD le lettere tv).

 

Il Second Level Domain si trova, invece, sulla sinistra, ed è una espressione alfabetica liberamente scelta

dall’utente (entro il limite tecnico rappresentato dal numero dei caratteri, che non deve essere superiore a 21).

Tale meccanismo è diventato uno standard generale, garantito da un sistema di registrazione dei nomi che,

nato in America, si è poi articolato nel mondo attraverso la creazione di varie autorità di registrazione locali,

che adottano procedure simili per l’assegnazione, definite da autonomi organismi collaterali. In Italia, il

regolamento di registrazione è stabilito dalla Naming Authority italiana (NA), mentre la Registration Autorithy

italiana (RA) è l’organismo responsabile dell’assegnazione dei nomi -tutti aventi il TLD .it- e della tenuta dei

relativi registri. Il principio cardine dell’assegnazione dei DNS è la regola del first came, first served , in forza

del quale l’autorità assegna il nome al primo utente che ne fa richiesta, senza svolgere alcun preventivo controllo

di interferenza con altrui diritti di privativa discendenti dalla legge. I nomi a dominio, inoltre, sono soltanto

concessi in uso e rimangono di proprietà della RA.

 

La Naming Autorithy in ordine ai domain names con LTD .it ha espressamente affermato che i nomi a

dominio hanno la sola funzione di identificare univocamente gruppi di oggetti (servizi, macchine, caselle

postali, etc …) presenti sulla rete. (art 3 del regolamento di assegnazione dei nomi da parte della Registration

Autority). Secondo le regole di naming pertanto il nome a dominio rappresenta soltanto un indirizzo di rete

e non implica di per sé riferimenti al marchio o ad altri diritti commerciali. Al momento attuale le regole di

assegnazione dei nomi a dominio non sono in alcun modo disciplinate dalla legge.

La giurisprudenza che si è occupata della materia negli ultimi anni (così come la scarsa dottrina rinvenuta)

non ha ancora raggiunto un orientamento concorde in ordine alla natura del domain name, presupposto

fondamentale per individuare il tipo di tutela da adottare. Prevalentemente il domain name è stato parificato

al marchio o quanto meno all’insegna ed è stata ritenuta applicabile la normativa di cui al R.D. 21 giugno

1942 n. 929 e la normativa codicistica in materia di concorrenza sleale.

 

Tale parificazione non appare essere corretta e non può essere condivisa da parte di questo giudicante

essendo lampante la differenza esistente tra il marchio (caratterizzato da vari tipi di segni grafici che possono

formare infinite combinazioni), che tutela il prodotto di una impresa, ed il domain name che può essere

formato soltanto da lettere o numeri e che costituisce esclusivamente un indirizzo telematico che consente

di raggiungere il sito da qualsiasi parte del globo. In Internet infatti non esiste alcun confine territoriale e

tutte le imprese e gli enti del mondo hanno interesse ad ottenere un domain name per potere essere raggiunte

con la stessa facilita da ogni utente che sia fornito di telefono (fisso, cellulare o satellitare) e di personal computer.

Il domain name pertanto non tutela in alcun modo il prodotto aziendale.

 

La assimilazione all’insegna non appare convincente in quanto l’insegna costituisce punto di riferimento dell’impresa

esclusivamente in un ambito territoriale.

 

Deve inoltre evidenziarsi che nel caso in oggetto il marchio registrato è un punto piego seguito dalla parola

BLAUPUNKT sotto la quale figura la scritta Gruppo Bosch mentre il domain name registrato dalla convenuta

blaupunkt.it in quanto l’unico punto di contatto è costituito dalla parola Blaupunkt e non sussiste pertanto piena

corrispondenza e possibilità di interferenza non essendo ipotizzabile la tutela solo di una parte del marchio.

 

Deve pertanto essere esclusa violazione della normativa in materia di marchi.

 

Nel caso in questione non appare neppure possibile ricorrere alla normativa in materia di concorrenza sleale,

che sarebbe ipotizzabile a prescindere dalla tutela del marchio, nel caso in cui nel sito della convenuta fossero

contenute indicazioni effettivamente confusorie e tali da poter ingenerare nell’utente la falsa convinzione di essere

entrato nel sito della ricorrente.

 

Dal certificato della Camera di Commercio in atti risulta che la convenuta ha un oggetto sociale estremamente

ampio e, non essendo stato ancora attivato il sito in questione non è in alcun modo provato che la società convenuta

abbia posto in essere concorrenza sleale.

 

Considerata la novità della questione trattata sussistono giusti motivi per l’integrale compensazione delle spese.

 

                                                                              P.Q.M.

 

respinge il ricorso.

dichiara compensate le spese di lite.

 

Si comunichi.                                                                                         Empoli, 23 novembre 2000

 

(Omissis).

 

(*) Decisione corretta e condivisibile, per quanto esposto nello studio sul problema dei Nomi di dominio

ed i conflitti con la disciplina dei marchi, ma riformata dal Tribunale di Firenze 28 maggio 2001, in sede

di reclamo proposto avverso la presente ordinanza di rigetto.

   Nazwy domen nie można sprowadzić do marek

Trib. Trani, sez. civ., 26 aprile 1996 (ord.). Proc. civ. caut. n. 99/1995.

Trib. Trani, sez. civ., 26 aprile 1996 (ord.). Proc. civ. caut. n. 99/1995.
Est. Pica. Ric. CURATELA del FALLIMENTO SSSS (avv.to Monterisi) c. BANCO AAAA S.P.A. (avv.to Campanile).

Il curatore fallimentare non e’ un mero sostituto del fallito, ma riveste ed esercita un “ufficio di diritto pubblico”, ed e’ dalla legge stessa qualificato pubblico ufficiale “per quanto attiene all’esercizio delle sue funzioni”.
Egli esercita i poteri che la legge gli attribuisce, in proprio, ma nella duplice veste:
– di sostituto ex lege del fallito nell’esercizio di diritti e poteri originariamente suoi propri,
(e per il cui esercizio egli e’ divenuto incapace a seguito della pronuncia di fallimento),
– e di diretto titolare di diritti e poteri inerenti all’ufficio di cui e’ investito, tra cui la titolarita’ dell’esercizio dell’azione revocatoria, nonche’ di obblighi, come quello, ex art. 33 L.Fall. di
relazionare dettagliatamente al giudice delegato sulla situazione patrimoniale del fallito.
Il curatore ha diritto di accedere alla documentazione relativa ai rapporti bancari intrattenuti
dal fallito, e la banca non puo’ rifiutarsi di fornire la relativa documentazione, essendo obbligata,
quale mandataria, al rendiconto nei confronti del fallito e quindi avendo anche verso il Curatore
del fallimento.
L’obbligo di rendiconto si estrinseca nel porre a disposizione del mandante ogni documento inerente alle attivita’ svolte dal mandatario, onde consentirgli di valutare se questi abbia agito nei
limiti del mandato ed in conformita’ dei patti e delle norme di legge.
Tale obbligo non puo’ essere eluso, neppure adducendo che ne potrebbero derivare azioni giudiziarie nei confronti del mandatario, poiche’ l’obbligo di rendiconto e’ indipendente ed
autonomo da qualsiasi altro diritto che il mandante voglia far valere, e costituisce una
obbligazione ontologica del rapporto di mandato: e la legge prevede espressamente l’impossibilita’
di dispensa dall’obbligo in caso di dolo o colpa grave del mandatario.
La norma del testo unico bancario che regola la richiesta del cliente di informazioni su proprie operazioni non incide e non deroga all’obbligo generale di rendiconto della banca, per la diversa funzione delle due normative.
La normativa bancaria ha la funzione di assicurare il minimo sufficiente di trasparenza
dei rapporti tra clientela e banche.
La normativa codicistica afferma invece i principi generali in materia di rendiconto e di responsabilita’ applicabili anche ai contratti bancari, ed in particolare al contratto di deposito
in conto corrente (1).

(artt. 30 e 31 L.Fall.; artt. 1229, 1713, 1856 c.c.; art. 119 D.Lgs. 1-9-1993 n. 385).

(Omissis).

RILEVATO IN FATTO
Con ricorso presentato ai sensi dell’art. 700 c.p.c., la Curatela del
fallimento SSSS, nella persona del suo curatore dr. XXXX, premesso:
a) di avere invitato l’Istituto di credito resistente ad esibire copia degli
estratti conto relativi al c/c n. 84696/06, intestato alla societa’ fallita, e
della documentazione relativa agli affidamenti ottenuti da questa su detto
conto, e delle fideiussioni, al fine di disporre della documentazione
necessaria e indispensabile per l’adempimento dei compiti del suo ufficio;
b) che il Banco AAAA aveva rifiutato l’esibizione, asserendo che la Curatela
fallimentare non aveva “alcun diritto, in base alla legge, di richiedere alla
banca la consegna della documentazione richiesta”;
c) che pertanto la Curatela si era vista obbligata a ricorrere alla procedura
ex art. 700 c.p.c., per ottenere l’esibizione della documentazione bancaria
relativa alla societa’ fallita;
chiedeva che il giudice adito, ritenendo la sussistenza del fumus boni
juris e del periculum in mora, ordinasse alla s.p.a. Banco AAAA, in persona
del suo legale rappresentante pro tempore, l’esibizione immediata:
a) del contratto di conto corrente relativo al c/c n. 84696/06, acceso presso
la filiale di Milano 12 della banca predetta, ed intestato alla societa’
fallita s.r.l. SSSS;
b) dei relativi estratti conto con le singole operazioni compiute dalla SIMA
ITALIA s.r.l. per tutto il biennio precedente alla dichiarazione di
fallimento, e cioe’ dal 20-1-1991 al 20-1-1993;
c) del contratto di affidamento, e dei negozi di fideiussione stipulati da
terzi a favore della societa’ fallita, relativamente al predetto rapporto di
conto corrente.
Fissata la comparizione delle parti, si costituiva la Banca convenuta,
contestando la pretesa del ricorrente, ed eccependo:
a) l’insussistenza del diritto della curatela fallimentare di accedere alla
documentazione predetta, per l’inesistenza di norme che sanciscano l’obbligo
della banca di esibire la documentazione richiesta;
b) la posizione di terzieta’ del curatore fallimentare rispetto al patrimonio
del fallito, del quale non puo’ essere considerato “successore”, ma semplice
amministratore;
c) l’inesistenza di alcun obbligo di rendiconto, a seguito dello scioglimento
del contratto di conto corrente a seguito del fallimento del correntista;
d) l’insussistenza dei presupposti per il ricorso alla procedura ex art. 700,
essendovi altri rimedi processuali tipici, individuabili nel sequestro
giudiziario di cui all’art. 670, comma 2, ovvero nell’art. 210 c.p.c.
Chiedeva pertanto il rigetto del ricorso, con condanna del ricorrente al
pagamento delle spese del giudizio.
Il Giudice delegato si riservava di provvedere sulle contrapposte
richieste delle parti.
RITENUTO IN DIRITTO
Sul piano sostanziale, la Banca ha eccepito l’insussistenza di un diritto
ad ottenere la documentazione completa dei rapporti intercorsi tra Banca e
fallito negli ultimi due anni, affermando l’erroneita’ della interpretazione
offerta dalla curatela fallimentare degli artt. 30 e 31 L.Fall., 119, quarto
comma, D.Lgs. 385/1993, e 1713 e 1229 c.c.
Per quanto concerne i poteri del Curatore fallimentare, e
l’interpretazione degli artt. 30 e 31 L.Fall., non puo’ esservi dubbio che il
curatore fallimentare non sia un mero sostituto del fallito, pur essendo
investito dalla legge dell’esercizio dei poteri che spettavano al fallito, al
fine dell’amministrazione del di lui patrimonio, ma riveste ed esercita un
“ufficio di diritto pubblico”, al punto che e’ dalla legge stessa qualificato
pubblico ufficiale “per quanto attiene all’esercizio delle sue funzioni” (art.
30 L.Fall.: e tale sua veste e’ confermata dall’art. 228 L.Fall., che estende
al curatore una responsabilita’ penale tipica dei pubblici ufficiali).
Egli quindi esercita i poteri che la legge gli attribuisce, in proprio:
nella duplice veste di sostituto ex lege del fallito nell’esercizio di diritti
e poteri originariamente suoi propri, (e per il cui esercizio egli e’ divenuto
incapace a seguito della pronuncia di fallimento), e di diretto titolare di
diritti e poteri inerenti all’ufficio di cui e’ investito, tra cui la
titolarita’ dell’esercizio dell’azione revocatoria, nonche’ di obblighi, come
quello, ex art. 33 L.Fall. di relazionare dettagliatamente al giudice delegato
sulla situazione patrimoniale del fallito, e sulle operazioni da lui compiute
e su tutti i fatti relativi al fallimento, nonche’ su quanto “puo’ interessare
anche ai fini dell’istruttoria penale”.
Tuttavia, la duplice veste del Curatore fallimentare non significa che
egli, nel caso in esame, agisca con esercizio di poteri di supremazia, come ha
invece equivocato, ed erroneamente affermato, la banca resistente, contestando
l’uso di un preteso potere in tal senso, di cui il Curatore non ha in realta’
mai inteso arrogarsi l’esercizio.
La prova che non si e’ di fronte ad alcun esercizio di potere di
supremazia e’ data proprio dal fatto che il Curatore ha adito l’Autorita’
giudiziaria, al pari di qualsiasi soggetto privato, per il riconoscimento e la
tutela del suo diritto. Laddove l’esistenza (e l’esercizio) di un potere di
supremazia, di fonte pubblicistica, presuppongono l’uso di mezzi di autotutela
amministrativa, e di poteri di azione in via “diretta”, nella specie
assolutamente insussistenti.
Cio’ chiarito, non puo’ che concordarsi con la lapalissiana affermazione
della banca resistente secondo cui e’ nell’ordinamento giuridico che va
ricercata la norma che attribuisce il diritto di ottenere l’esibizione della
documentazione relativa ai rapporti tra la banca ed il suo cliente.
Ma non appaiono condivisibili le argomentazioni della banca resistente
rivolte a sostenere l’inesistenza di tale diritto.
Ha sostenuto il resistente che il Curatore e’ terzo rispetto al fallito e
non puo’ esserne considerato il successore. Si tratta di affermazioni
pacifiche in giurisprudenza, che non rilevano ai fini della decisione della
presente controversia.
La richiamata terzieta’ del Curatore, infatti, non puo’ intendersi quale
impossibilita’ del medesimo di agire in luogo del fallito, perche’ tale
conclusione contrasterebbe con la sua stessa funzione istituzionale, che e’
quella di amministratore dei beni del fallito, inclusi fra essi tutti i suoi
diritti che non siano strettamente personali, cioe’ a contenuto non
patrimoniale): un amministratore deve poter compiere tutte le attivita’
necessarie alla sua funzione. Cio’ e’ confermato dall’art. 35 L.Fall., che
attribuisce al Curatore, (dietro autorizzazione del Giudice delegato, come per
l’esercizio di molti altri poteri, ma in ragione della necessaria valutazione
di utilita’ economica per il fallimento), una serie di poteri di straordinaria
amministrazione, tra cui anche il potere di “ricognizione di diritti di
terzi”: che significa verifica non soltanto positiva, ma anche negativa, di
diritti di terzi sui beni e sul patrimonio del fallito; e che implica dunque
la cognizione e la valutazione di ogni rapporto, (e quindi di ogni
documentazione ad esso relativa), inerente ai rapporti patrimoniali
intrattenuti dal fallito con i terzi. Ma anche altre norme depongono in tal
senso: si pensi all’art. 48 L.Fall., che attribuisce al Curatore il diritto di
ricevere, in luogo del fallito, la corrispondenza diretta al fallito, che
riguardi interessi patrimoniali; all’art. 43 L.Fall. che prevede la
sostituzione processuale del fallito; etc.
La terzieta’ del Curatore va quindi intesa unicamente come distacco del
Curatore dagli interessi propri del fallito, dovendo egli perseguire
l’interesse del Fallimento, e dei creditori (anche contro l’interesse
personale del fallito), ma non puo’ essere invocata per sottrargli la
possibilita’ di esercitare i diritti e le azioni che spettano al fallito (e
del quale, come accennato la legge stessa gli attribuisce la sostituzione),
allo scopo di recuperare al Fallimento, ed ai diritti dei creditori, i beni
che contra legem sono stati sottratti alle ragioni di questi ultimi.
Ne’ e’ pertinente il richiamo alla figura della “successio”, del tutto
fuori luogo, poiche’ nella specie ci si trova di fronte da un organo investito
ex lege dei rapporti giuridici patrimoniali facenti capo al fallito, al solo
fine, limitato temporalmente e funzionalmente, di assicurare la
regolarizzazione dei rapporti patrimoniali tra il fallito ed i terzi aventi
causa insoddisfatti.
Fra i diritti del fallito, che il Curatore si trova ad esercitare
nell’esercizio delle sue funzioni, vi e’ anche quello di accedere alla
documentazione relativa ai rapporti bancari intrattenuti dal fallito medesimo.
Tale diritto trova la propria fonte positiva negli artt. 1856 e 1713 c.c.
Il primo stabilisce che la banca risponde secondo le regole del mandato
per l’esecuzione di incarichi ricevuti dal correntista o da altri clienti, e
quindi richiama l’art. 1713 c.c., il cui primo comma prevede l’obbligo
generale di rendiconto del mandatario, ed il secondo comma fissa il principio,
di ordine pubblico, che “la dispensa preventiva dall’obbligo di rendiconto non
ha effetto i casi in cui il mandatario deve rispondere per dolo o colpa
grave”.
Tale disposizione trova il suo fondamento in principi piu’ generali,
relativi agli obblighi di correttezza e buona fede (artt. 1175 e 1375 c.c.),
ma soprattutto discende dal fondamentale ed inderogabile principio di cui
all’art. 1229 c.c., secondo il quale non sono ammissibili, e sono nulli, i
patti che escludano (o anche limitino) preventivamente la responsabilita’ del
debitore per dolo o colpa grave, come pure i patti che esonerino (o limitino)
la responsabilita’ del debitore o dei suoi ausiliari, per violazione di
obblighi derivanti da norme di ordine pubblico.
Che il principio di cui all’art. 1229 c.c. costituisca un principio
inderogabile di ordine generale, e’ confermato altresi’ dal fatto che esso e’
espressamente riaffermato in tutti casi in cui si possono profilare ipotesi di
esclusione o riduzione convenzionale di responsabilita’: cfr. ad esempio, ed a
titolo meramente indicativo, gli artt. 1490, 1579, 1681, 1785-bis, 1838, ult.
comma, 1900 c.c.
L’obbligo di rendiconto si estrinseca appunto nel porre a disposizione
del mandante ogni documento inerente alle attivita’ svolte dal mandatario,
onde consentirgli di valutare se questi abbia agito nei limiti del mandato ed
in conformita’ dei patti e delle norme di legge.
Non puo’ in alcun modo escludersi tale obbligo del mandatario, neppure
adducendo che ne potrebbero derivare azioni giudiziarie nei confronti del
mandatario, poiche’ l’obbligo di rendiconto e’ indipendente ed autonomo da
qualsiasi altro diritto che il mandante voglia far valere, e costituisce una
obbligazione ontologica del rapporto di mandato, e dei rapporti analoghi, tra
cui il conto corrente, la cui analogia e’ espressamente riconosciuta ex lege.
Priva di pregio risulta altresi’ l’argomentazione del resistente secondo
cui i contratti di conto corrente si sciolgono per il fallimento del
correntista e quindi non e’ possibile il subentro del Curatore nei relativi
diritti del cliente fallito. E’ evidente che lo scioglimento di un rapporto
contrattuale non fa venir meno le obbligazioni da esso scaturite e non ancora
soddisfatte, ed il diritto alla documentazione dell’attivita’ svolta persiste
anche (ed a maggior ragione) dopo lo scioglimento per fallimento. Il principio
e’ stato affermato, in un caso analogo di morte del mandante, dalla Cass. 30-
8-1994 n. 7592, che ha sottolineato che l’estinzione del mandato per morte del
mandante non fa venir meno l’obbligo di rendiconto del mandatario: il quale
deve adempierlo nei confronti degli eredi, e nel caso di fallimento, nei
confronti del Curatore.
Ne’ puo’ ritenersi che tale obbligo generale di rendiconto sia derogato o
eliminato dalle disposizioni della normativa in materia bancaria e
finanziaria, dettate in materia di estratti-conto, sia perche’ altra e’ la
funzione di tale normativa, e sia perche’ una siffatta deroga, che non
potrebbe mai ritenersi introdotta surrettiziamente, per via implicita ed
indiretta, anche qualora affermata espressamente dalla legge porrebbe seri
problemi di legittimita’ e di compatibilita’ con i principi generali
dell’ordinamento.
In questo ordine di idee, del resto, si pone l’affermazione costante in
giurisprudenza secondo cui e’ irrilevante l’avvenuta approvazione
dell’estratto conto, allorche’ viene posta in dubbio la validita’ dei fatti
giuridici da cui discendono le poste in esso indicate (cfr. in tal senso, da
ultimo, Cass. n. 452/1984, n. 2095/1980, n. 1456/1975, 24-5-1991 n. 5876, 14-
2-1984 n. 1112).
Per quanto concerne il disposto dell’art. 119, quarto comma, del T.U.
385/1993 in materia bancaria e finanziaria, che limiterebbe tale diritto “a
singole operazioni”, esso, come pure il suo precedente (l’art. 8 L. 154/1992),
appaiono male invocati.
E’ vero che tali norme dispongono che “il cliente ha diritto di ottenere,
a proprie spese, entro un congruo termine e comunque non oltre novanta giorni,
copia della documentazione inerente a singole operazioni poste in essere negli
ultimi dieci anni” (cosi’ l’art. 119, comma 4, T.U. 385/1993, in vigore
dall’1-1-1994), e, prima di esso, analogamente, che “il cliente ha diritto di
ottenere, entro un congruo termine, e comunque non oltre sessanta giorni,
copia della documentazione inerente a singole operazioni poste in essere a
partire dal quinto anno precedente nell’ambito di rapporti di deposito o conto
corrente, con facolta’ per gli enti e i soggetti di cui all’articolo 1 di
ottenere il rimborso delle spese effettivamente sostenute” (cosi’ l’art. 8,
quarto comma, L. 154/1992, formalmente abrogato ma lasciato espressamente in
vigore sino all’emanazione di non meglio specificati provvedimenti attuativi
del T.U. 385/1993, ex art. 161, c. 2, T.U. cit.).
Tuttavia non puo’ sfuggire che entrambe tali norme, per la loro
collocazione sistematica (v. il titolo della L. 154/1992 ed il titolo VI entro
cui e’ allocato l’art. 119 nel T.U. 385/1993) hanno la funzione di assicurare
il minimo sufficiente di trasparenza delle condizioni contrattuali tra
clientela e banche.
Cosi’ entrambe sono intitolate “comunicazioni periodiche alla clientela”,
e regolano dunque gli obblighi ordinari di comunicazione e documentazione da
parte “dei soggetti indicati nell’art. 115” del T.U., e cioe’ delle banche e
degli intermediari finanziari, nei contratti di durata, al cliente.
Come si deduce dalla loro ratio, tali norme non possono avere la funzione
di modificare, in danno del cliente, i principi generali in materia di
rendiconto e di responsabilita’ applicabili anche ai contratti bancari, ed in
particolare al contratto di deposito in conto corrente, che trova specifica ed
articolata disciplina del codice civile.
Se quindi tali disposizioni fissano il diritto (“minimo”) del cliente di
ottenere, ad nutum, “copia della documentazione” (e non piu’ solo l’estratto
delle operazioni compiute) inerente a “singole operazioni”, fissando un
termine per l’adempimento della Banca o intermediario finanziari, (decorso il
quale si profila un inadempimento giuridicamente azionabile), regolando
altresi’ l’attribuzione delle spese, non puo’ pero’ dedursi da tali norme che
a contrario la legge avrebbe escluso ogni altro obbligo di documentazione a
carico delle banche, poiche’ restano in vigore i principi generali citati, che
non risultano contraddetti ne’ tanto meno abrogati dalle norme esaminate.
In ogni caso, la richiesta dell’istante di ottenere la documentazione
delle “singole operazioni” eseguite dalla SIMA ITALIA s.r.l. nel biennio dal
20-1-1991 al 20-1-1993, sul c/c 84696/06 acceso presso la Banca convenuta
rientrerebbe pienamente nell’alveo del disposto dell’art. 119 cit.
In conclusione, non puo’ aderirsi all’assunto del resistente, secondo
cui nella normativa vigente si potrebbe dedurre il diritto della banca di
rifiutare l’esibizione di ogni documentazione inerente ai rapporti
intrattenuti con il fallito, perche’ cio’ equivarrebbe ad impedire una
verifica sull’operato della banca, tanto piu’ necessaria ed imprescindibile
allorquando si ponga il dubbio sul rispetto di principi di diritto e di
correttezza da parte della stessa. E’ quindi priva di pregio l’obiezione
conseguente, secondo cui la banca non puo’ essere obbligata ad esibire la
documentazione finalizzata all’accertamento delle condizioni per la
proposizione di eventuali azioni revocatorie contro se stessa, perche’, alla
luce dei principi generali predetti, la banca mandataria non puo’ occultare le
proprie responsabilita’ rifiutandosi di rendere conto della gestione, e
perche’, come si e’ gia’ chiarito, poiche’ l’obbligo di rendiconto e’
indipendente ed autonomo, che prescinde da qualsiasi altro diritto che il
mandante voglia far valere, dopo aver avuto cognizione dell’attivita’ svolta
dal mandatario.
Un ultimo aspetto, per completezza, va affrontato, sul piano sostanziale,
e concerne la possibilita’ che la banca non sia obbligata ad esibire
documentazione relativa anche ai rapporti dell’imprenditore fallito con terzi
aventi causa, rapporti che siano sorti o siano passati attraverso la banca
medesima, per il c.d. segreto bancario.
Al riguardo, in primis, va chiarito che non esiste la possibilita’ di
eccepire alcun segreto bancario, sia perche’, come e’ noto, il segreto
bancario non ha fonte legislativa diretta, ma deriva da fonte consuetudinaria,
o contrattuale, e quindi non puo’ contrastare con norme di legge, e sia
perche’ la legge fallimentare attribuisce al curatore il potere, e quindi il
diritto, proprio di conoscere tutti i rapporti intercorsi tra il fallito e gli
aventi causa, dal momento che gli attribuisce personalmente “l’amministrazione
del patrimonio fallimentare” (artt. 31 e 32 L. Fall.) e la veste di sostituto
del fallito ai fini della gestione dei suoi rapporti patrimoniali (v. artt. 43
e 48 L.Fall.).
Ma, in secondo luogo, ed e’ questa osservazione assorbente della
precedente, non sussiste alcuna violazione di segreto bancario, perche’ questo
concerne la tutela dei rapporti patrimoniali dei terzi, estranei ai rapporti
del soggetto che chiede l’informazione o la documentazione; laddove, nella
specie, si tratta invece della documentazione relativa ai rapporti
intrattenuti dallo stesso fallito, nel nome e per conto del quale il curatore
agisce, con terzi soggetti attraverso la banca, e quindi non vi sarebbe alcun
segreto da tutelare nei confronti del curatore, ne’ nei confronti di alcun
terzo, poiche’ ne’ il curatore ne’ gli aventi causa sono terzi rispetto a tali
atti.
Cio’ chiarito sul piano sostanziale, vanno esaminate le obiezioni
processuali all’esperibilita’ della procedura di cui all’art. 700 c.p.c.
Come e’ noto, presupposti indispensabili, ex lege, per l’esperibilita’
del procedimento ex art. 700 c.p.c., sono:
a) l’esistenza di un diritto da far valere in via ordinaria, diritto che deve
essere, tra l’altro, specificato in ricorso, onde poter valutare il
collegamento con la procedura d’urgenza, e la sussistenza degli ulteriori
requisiti di ammissibilita’ di quest’ultima;
b) il timore fondato di un pregiudizio grave ed irreparabile per il diritto
medesimo, durante il tempo necessario per adire la giustizia in via ordinaria;
c) la inesistenza di altra azione tipica prevista dall’ordinamento con
funzione egualmente cautelare, in via provvisoria, per evitare il danno dal
ritardo dell’esperimento dei mezzi di tutela ordinari.
Il resistente ha eccepito l’inesistenza di un diritto a tutela del quale
esperire il procedimento ex art. 700, per “assicurare provvisoriamente gli
effetti della decisione sul merito”.
L’assunto e’ erroneo, poiche’ il curatore fallimentare e’ titolare di
piu’ di un diritto a cui la domanda ex art. 700 in esame puo’ essere
cautelarmente finalizzata.
E’ tale infatti il diritto di agire in revocatoria per recuperare i beni
illegittimamente sottratti all’attivo fallimentare.
Ma ancor prima del diritto di agire in revocatoria, ben si colloca anche
il diritto, pieno e tutelato dalla legge, di conoscere l’esatta situazione
patrimoniale del fallito, diritto che gia’ spettava all’imprenditore, poi
fallito, ex art. 1713 cit., e che a maggior ragione spetta al curatore, sia in
veste di sostituto, sostanziale e processuale, del fallito e sia in veste di
pubblico ufficiale preposto al recupero ed alla liquidazione dell’attivo
fallimentare.
Tale diritto ben legittimerebbe una azione di accertamento, e ben
potrebbe, quindi, fondare un ricorso in via cautelare ove il ritardo nella sua
soddisfazione rendesse impossibile la verifica di lesioni della sfera
patrimoniale dell’interessato e l’esercizio delle corrispondenti azioni di
tutela.
Non si tratta, quindi, come ha supposto il resistente, di una tutela
d’urgenza invocata a supporto di un’azione futura ed eventuale (quella
revocatoria), in relazione alla quale senz’altro lo strumento cautelare in
esame sarebbe inammissibile, difettando l’attualita’ dell’interesse e del
pregiudizio nel ritardo, ma si tratta di una tutela invocata a salvaguardia di
un diritto attuale, cioe’ il diritto di conoscere e verificare la situazione
patrimoniale del fallito, che compete pienamente al Curatore fallimentare.
Quanto al requisito dell’urgenza, che sussiste in astratto in virtu’ dei
termini di legge per l’esperimento delle incombenze della curatela e
dell’eventuale revocatoria, esso e’ oggi in concreto altresi’ ravvisabile in
re ipsa, in virtu’ della persistente inerzia della banca convenuta, che a
fronte delle legittime richieste della curatela fallimentare di prendere
visione e di ottenere copia di tale documentazione, avanzate gia’ da tempo, ha
disatteso tali richieste, non dandovi alcun riscontro, aggravando il rischio
di grave ed irreparabile pregiudizio per il buon esito della procedura
fallimentare e ritardandone lo svolgimento.
Resta da esaminare la sussistenza del terzo requisito, necessario per la
esperibilita’ della procedura ex art. 700 c.p.c., e cioe’ la inesistenza di
altra azione tipica, che possa adempiere alla medesima funzione cautelare.
Con riferimento ai provvedimenti di cui si chiede l’adozione al giudice
adi’to, l’unica azione tipica che si profila come astrattamente utilizzabile
in alternativa all’esperito art. 700 c.p.c. e’ il ricorso per sequestro
giudiziario di cui all’art. 670, n. 2, c.p.c., che tra l’altro appare riferito
specificamente a documenti, registri etc., ed al quale ha fatto riferimento
anche la banca resistente.
Tuttavia, non sembra che allo strumento dell’art. 670 c.p.c. possa
attribuirsi il ruolo di misura cautelare generale tale da escludere
automaticamente l’esperibilita’ dell’art. 700 c.p.c.
Infatti, l’esperibilita’ del ricorso per sequestro giudiziario e’ fondata
sui seguenti presupposti:
a) la funzione probatoria delle cose di cui si chiede il sequestro
giudiziario;
b) la controversia sul diritto alla esibizione o alla comunicazione nel
processo (in corso o in fieri) delle stesse alla parte che ne chiede il
sequestro;
c) l’opportunita’ di provvedere alla custodia temporanea delle stesse.
La funzione dell’art. 670, n. 2, c.p.c., e’ quindi quella di assicurare
al futuro giudizio, o al giudizio in corso, la conservazione di gia’
individuati mezzi di prova, documentali, o consistenti in oggetti vari, dei
quali e’ allo stato controversa la utilizzabilita’ processuale, ovvero
l’obbligo o il diritto alla produzione nel processo.
Tanto e’ vero che la giurisprudenza ritiene che per l’autorizzazione al
sequestro ex art. 670, e’ necessario che ricorrano gli estremi perche’ possa
essere domandata l’esibizione ex art. 210 c.p.c. (cfr. Cass. 1-3-1973 n. 564).
Esso ben potrebbe essere utilizzato, ad esempio, successivamente all’art.
700, per ottenere la custodia giudiziaria e la conservazione, in originale, di
quei documenti di cui si e’ ottenuta l’esibizione in copia con il ricorso ex
art. 700 c.p.c.
Benche’ si tratti di ipotesi affini al caso in esame, i casi di cui
all’art. 670 n. 2 c.p.c. non appaiono coincidenti con l’oggetto del
procedimento ex art. 700 c.p.c. in esame, in quanto:
a) in primo luogo, il ricorso all’art. 700 e’ finalizzato al riconoscimento
immediato di un diritto, quello alla conoscenza ed alla ricezione in copia
della documentazione bancaria de qua, per il cui accertamento si agira’ in
successivo giudizio di merito: esso quindi fa valere un diritto sostanziale;
b) e’ del tutto ipotetica la loro utilizzabilita’ in un futuro giudizio,
conseguendo alla valutazione, ancora da farsi, sulle loro risultanze, sulla
opportunita’ ed utilita’, oltreche’ sulla fondatezza, di una eventuale azione
revocatoria;
c) non occorre assicurare la custodia di tali documenti, ma occorre garantirne
il diritto di visione e di consultazione alla curatela fallimentare, potendo
soltanto eventualmente subentrare una successiva esigenza di custodia, a
seguito dell’accertamento della necessita’ di esperire l’azione revocatoria.
L’unico presupposto che potrebbe apparire in comune con il presente
procedimento risiede nella controversia sulla esibizione o comunicazione.
Ma la comunicazione o esibizione, per cui e’ controversia, di cui parla
l’art. 670 c.p.c. e’ quella da effettuare nel processo, laddove oggetto della
attuale controversia ex art. 700 c.p.c., e’ il diritto del soggetto curatore
fallimentare di consultare l’intera documentazione dei rapporti del fallito
con la banca (e/o con i terzi che sia in possesso della banca), al di fuori di
un processo (la cui instaurazione e’ soltanto eventuale), poiche’ il curatore
agisce nella veste di amministratore dei beni del fallimento, e non come parte
di un processo gia’ pendente, o di cui e’ gia’ certa l’instaurazione.
Esclusa la utilizzabilita’ per il caso in esame dello strumento di cui
agli artt. 669-bis e ss. e 670 c.p.c., puo’ anche piu’ agevolmente escludersi
che l’esperibilita’ dell’art. 700 c.p.c. possa essere esclusa dall’esistenza
dell’ipotesi di cui all’art. 210 c.p.c., cui pure ha fatto riferimento la
banca resistente. L’art. 210 c.p.c. non prevede una tipologia di azione,
rispetto alla quale il ricorso ex art. 700 potrebbe porsi in relazione di
sussidiarieta’, ma soltanto un mezzo di acquisizione di prove, esperibile in
corso di giudizio, per cui nessun rapporto di esclusione puo’ intercorrere con
l’art. 700 prima della instaurazione del processo.
Deve, in conclusione, ritenersi pienamente esperibile la procedura ex
art. 700, sussistendone i presupposti sia di diritto sostanziale che
processuali.
P T M
Letti gli artt. 669-sexies, 669-octies e 700 c.p.c.;
Ordina al BANCO AAAA S.P.A., con sede in VVVV, in persona del legale
rappresentante pro tempore, di esibire entro il termine perentorio di trenta giorni
dalla notifica del presente provvedimento alla Curatela del fallimento SSSS, in persona
del curatore dr. FFFF:
1) il contratto di c/c n. 84696/06, stipulato presso la filiale di Milano 12,
ed intestato alla fallita s.r.l. SIMA ITALIA;
2) la documentazione di tutte le operazioni eseguite dalla s.r.l. SIMA ITALIA,
dal 20-1-1991 al 20-1-1993.
3) il contratto di affidamento, ed i negozi di fideiussione stipulati da
terzi a favore della societa’ fallita, relativamente al predetto rapporto di
conto corrente.
Fissa il termine di giorni trenta dalla comunicazione della presente
ordinanza per l’instaurazione del giudizio di merito di accertamento del
diritto, ovvero di revocatoria.
Riserva la liquidazione delle spese all’esito dell’instaurando giudizio di merito.
Trani, 26 aprile 1996. Il Giudice designato

Attuazione della direttiva 90/313/CEE

Decreto Legislativo 24 febbraio 1997 n. 39.
Attuazione della direttiva 90/313/CEE, concernente la liberta’ di accesso
alle informazioni in materia di ambiente.
(Gazz. uff. del 6 marzo 1997 n. 54, suppl.ord. n. 48).

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
Visti gli articoli 76 e 87 della Costituzione;
Visto l’articolo 45 della legge 19 febbraio 1992, n. 142, legge comunitaria 1991, l’articolo 6 della legge 22 febbraio 1994, n. 146, legge comunitaria 1993, l’articolo 6 della legge 6 febbraio 1996, n. 52, legge comunitaria 1994, recanti delega al Governo per l’attuazione della direttiva 90/313/CEE;
Vista la direttiva 90/313/CEE del Consiglio del 7 giugno 1990, concernente la liberta’ di accesso alle informazioni in materia di ambiente;
Vista la legge 8 luglio 1986, n. 349, recante istituzione del Ministero dell’ambiente e norme in materia di danno ambientale, ed, in particolare, l’articolo 14 che prevede la divulgazione delle informazioni sullo stato dell’ambiente;
Vista la legge 7 agosto 1990, n. 241, concernente nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi;
Visto il decreto del Presidente della Repubblica 27 giugno 1992, n. 352, recante regolamento per la disciplina delle modalita’ di esercizio e dei casi di esclusione del diritto di accesso ai documenti amministrativi, in attuazione dell’articolo 24, comma 2, della legge 7 agosto 1990, n. 241;
Vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nella riunione del 21 febbraio 1997;
Sulla proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri e del Ministro dell’ambiente, di concerto con i Ministri degli affari esteri, di grazia e giustizia, del tesoro e per la funzione pubblica e gli affari regionali;
EMANA il seguente decreto legislativo:
 
Art. 1. (Oggetto).
1. Le disposizioni del presente decreto hanno lo scopo di assicurare a chiunque la liberta’ di accesso alle informazioni relative all’ambiente in possesso delle autorita’ pubbliche, nonche’ la diffusione delle medesime, definendo i termini e le condizioni fondamentali in base ai quali tali informazioni devono essere rese disponibili.
 
Art. 2. (Definizioni).
1. Ai sensi del presente decreto si intende per:
a) “informazioni relative all’ambiente”, qualsiasi informazione disponibile in forma scritta, visiva, sonora o contenuta nelle basi di dati riguardante lo stato delle acque, dell’aria, del suolo, della fauna, dalla flora, del territorio e degli spazi naturali, nonche’ le attivita’, comprese quelle nocive, o le misure che incidono o possono incidere negativamente sulle predette componenti ambientali e le attivita’ o le misure destinate a tutelarle, ivi compresi le misure amministrative e i programmi di gestione dell’ambiente;
b) “autorita’ pubbliche”‘, tutte le amministrazioni pubbliche statali, regionali, locali, le aziende autonome, gli enti pubblici e i concessionari di pubblici servizi, con l’eccezione degli organi che esercitano competenze giurisdizionali o legislative.
 
Art. 3. (Ambito di applicazione).
1. Le autorita’ pubbliche sono tenute a rendere disponibili le informazioni relative all’ambiente a chiunque ne faccia richiesta, senza che questi debba dimostrare il proprio interesse.
 
Art. 4. (Casi di esclusione).
1. Le Amministrazioni sottraggono all’accesso le informazioni relative all’ambiente qualora dalla loro divulgazione possano derivare danni all’ambiente stesso o quando sussiste l’esigenza di salvaguardare:
a) la riservatezza delle deliberazioni delle autorita’ pubbliche, le relazioni internazionali e le attivita’ necessarie alla difesa nazionale;
b) l’ordine e la sicurezza pubblici;
c) questioni che sono in discussione, sotto inchiesta, ivi comprese le inchieste disciplinari, o oggetto di un’azione investigativa preliminare, o che lo siano state;
d) la riservatezza commerciale ed industriale, ivi compresa la proprieta’ intellettuale;
e) la riservatezza dei dati o schedari personali;
f) il materiale fornito da terzi senza che questi siano giuridicamente tenuti a fornirlo.
2. Le informazioni non possono essere sottratte all’accesso se non quando sono suscettibili di produrre un pregiudizio concreto e attuale agli interessi indicati al comma 1. I materiali e i documenti contenenti informazioni connesse a tali interessi sono sottratti all’accesso solo nei limiti di tale specifica connessione.
3. Il differimento dell’accesso e’ disposto esclusivamente quando e’ necessario assicurare una temporanea tutela agli interessi di cui al comma 1. L’atto che dispone il differimento ne indica le specifiche motivazioni e la durata.
4. Il rifiuto e la limitazione dell’accesso sono motivati a cura del responsabile del procedimento di accesso, con riferimento puntuale ai casi di esclusione di cui al comma 1.
5. L’accesso alle informazioni puo’ essere rifiutato o limitato quando la richiesta comporta la trasmissione di documenti o dati incompleti o di atti interni, ovvero quando la generica formulazione della stessa non consente l’individuazione dei dati da mettere a disposizione.
6. Il procedimento di accesso deve concludersi nel termine di trenta giorni decorrenti dalla presentazione della richiesta; trascorso inutilmente detto termine la richiesta si intende rifiutata.
 
Art. 5. (Modalita’ del procedimento di accesso).
1. L’esercizio del diritto di accesso consiste nella possibilita’, su istanza del richiedente, di duplicazione o di esame delle informazioni di cui all’articolo 2 del presente decreto.
2. Il responsabile del procedimento, le modalita’ e le forme per l’esercizio del diritto di accesso sono individuati, in quanto applicabili, dagli articoli 2, 3, 4, 5 e 6 del D.P.R. 27 giugno 1992, n. 352, e successive modifiche e integrazioni.
3. Le autorita’ pubbliche, entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, individuano, nell’ambito della propria organizzazione, strutture idonee a garantire l’effettivita’ dell’accesso alle informazioni in materia ambientale senza ulteriori oneri a carico dello Stato.
4. La visione e l’esame delle informazioni di cui al comma 1 deve essere disposta a titolo gratuito; il rilascio di copie di atti e la duplicazione di tali materiali e’ subordinato al rimborso dei costi relativi alla riproduzione, fatte salve le disposizioni vigenti in materia di bollo, di diritti di ricerca e di visura.
 
Art. 6. (Tutela del diritto di accesso).
1. Contro le determinazioni amministrative concernenti il diritto di accesso alle informazioni in materia ambientale e nel caso previsto al comma 6 dell’articolo 4 e’ dato ricorso in sede giurisdizionale secondo la procedura di cui all’articolo 25, comma 5, della legge 7 agosto 1990, n. 241.
 
Art. 7. (Diffusione delle informazioni relative all’ambiente).
1. La relazione sullo stato dell’ambiente, prevista dal comma 6 dell’articolo 1 della legge 8 luglio 1986, n. 349, viene diffusa e pubblicizzata dal Ministero dell’ambiente con modalita’ atte a garantire l’effettiva disponibilita’ al pubblico.
2. La Presidenza del Consiglio dei Ministri determina i messaggi idonei alla diffusione delle informazioni sullo stato dell’ambiente in base a quanto previsto all’articolo 9, comma 2, della legge 6 agosto 1990, n. 223.
 
Art. 8. (Relazione sull’accesso all’informazione in materia ambientale).
1. Il Ministro dell’ambiente presenta ogni anno una relazione al Parlamento per la verifica dello stato di attuazione delle norme previste nel presente decreto. A tal fine, entro il 30 giugno di ogni anno, le autorita’ pubbliche, di cui all’articolo 2, comma 1, lett. b), trasmettono al Ministero dell’ambiente i dati degli archivi automatizzati, previsti dagli articoli 11 e 12 del D.P.R. 27 giugno 1992, n. 352, relativi alle richieste di accesso in materia ambientale, nonche’ una relazione dettagliata sugli adempimenti posti in essere in applicazione del presente decreto.
 
Art. 9. (Norme di rinvio).
1. Per quanto non previsto dal presente decreto, si applicano le disposizioni di cui alla legge 9 agosto 1990, n. 241, e di cui al D.P.R. 27 giugno 1992, n. 352, e successive modificazioni ed integrazioni.

Legge 9 dicembre 1998, n. 426. Nuovi interventi in campo ambientale.

Legge 9 dicembre 1998, n. 426.
Nuovi interventi in campo ambientale.
(Gazz. uff. 14-12-1998 n. 291).

(Il testo riportato non ha alcun carattere di ufficialità, ma mere finalità informative).

Art. 1. (Interventi di bonifica e ripristino ambientale dei siti inquinanti).

1. Al fine di consentire il concorso pubblico nella realizzazione di
interventi di bonifica e ripristino ambientale dei siti inquinati,
ivi compresi aree e specchi d’acqua marittimi, lacuali, fluviali e
lagunari in concessione, anche in caso di loro dismissioni, nei
limiti e con i presupposti di cui all’articolo 17, comma 6-bis, del
decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, e successive
modificazioni, nonche’ per gli impegni attuativi del protocollo di
Kyoto sui cambiamenti climatici di cui alla deliberazione del
Comitato interministeriale per la programmazione economica (CIPE) del
3 dicembre 1997, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 18 del 23
gennaio 1998, del piano straordinario di completamento e
razionalizzazione dei sistemi di collettamento e depurazione di cui
all’articolo 6 del decreto-legge 25 marzo 1997, n. 67, convertito,
con modificazioni, dalla legge 23 maggio 1997, n. 135, e degli
accordi e contratti di programma di cui all’articolo 25 del citato
decreto legislativo n. 22 del 1997, sono autorizzati limiti di
impegno ventennali di lire 27.000 milioni a decorrere dall’anno 1998,
di lire 5.600 milioni a decorrere dall’anno 1999 e di lire 16.200
milioni a decorrere dall’anno 2000. Per le medesime finalita’ e’
altresi’ autorizzata la spesa di lire 130.000 milioni per l’anno
2000; per gli anni successivi, al finanziamento degli interventi di
cui al presente articolo si provvede ai sensi dell’articolo 11, comma
3, lettera .i’), della legge 5 agosto 1978, n. 468, e successive
modificazioni ed integrazioni.
2. Alla realizzazione degli interventi di cui al comma 1 possono
concorrere le ulteriori risorse destinate dal CIPE al rinanziamento
di progetti di risanamento ambientale, nonche’ quellc attribuite al
Ministero dell’ambiente in sede di riprogrammazione dei fondi
disponibili nell’ambito del quadro comunitario di sostegno 19941999.
1999.
3. Per la realizzazione degli interventi di cui al comma 1 e per la
utilizzazione delle relative risorse finanziarie il Ministero
dell’ambiente adotta, d’intesa con la Conferenza permanente per i
rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e
di Bolzano, entro centoventi giorni dalla data di entrata in vigore
della presente legge, previo parere delle competenti Commissioni
parlamentari, un programma nazionale di bonifica e ripristino
ambientale dei siti inquinati, che individua gli interventi di
interesse nazionale, gli interventi prioritari, i soggetti
beneficiari, i criteri di finanziamento dei singoli interventi e le
modalita’ di trasferimento delle relative risorse. Il programma tiene
conto dei limiti di accettabilita’, delle procedure di riferimento e
dei criteri definiti dal decreto ministeriale di cui all’articolo 17,
comma 1, del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, e successive
modificazionii’
4. Sono considerati primi interventi di bonifica di interesse
nazionale quelli compresi nelle seguenti aree industriali e siti ad
alto rischio ambientale i cui ambiti sono perimetrati, sentiti i
comuni interessati, dal Ministro dell’ambiente sulla base dei criteri
di cui all’articolo 18, comma 1, lettera n), del decreto legislativo
5 febbraio 1997, n. 22, e successive modificazioni:
a) Venezia (Porto Marghera);
b) Napoli orientale;
c) Gela e Priolo;
d) Manfredonia;
e) Brindisi;
f) Taranto;
g) Cengio e Saliceto;
h) Piombino;
i) Massa e Carrara;
l) Casal Monferrato;
m) Litorale Domizio-Flegreo e Agro aversano (Caserta-Napoli);
n) Pitelli (La Spezia);
o) Balangero;
p) Pieve Vergonte.
5. Il Ministero dell’ambiente, nell’ambito del programma di cui al
comma 3, determina altresi’ le modalita’ per il monitoraggio e il
controllo, con la partecipazione delle regioni interessate, delle
attivita’ di realizzazione delle opere e degli interventi previsti
nel programma stesso, ivi compresi i presupposti e le procedure per
la revoca dei finanziamenti e per il riutilizzo delle risorse resesi
comunque disponibili, assicurando il rispetto dell’originaria
allocazione regionale delle risorse. Per le attivita’ di cui al
presente comma il Ministero dell’ambiente si avvale dell’Agenzia
nazionale per la protezione dell’ambiente (ANPA) e delle Agenzie
regionali per la protezione dell’ambiente (ARPA). 6. Gli enti
territoriali competenti, sulla base del programma di cui al comma 3,
sono autorizzati a contrarre mutui o ad effettuare altre operazioni
finanziarie con la Cassa depositi e prestiti e altri istituti di
credito. Le regioni sono autorizzate a corrispondere, sulla base di
apposita rendicontazione degli enti territoriali competenti,
direttamcnte agli istituti mutuanti interessati le rate di
ammortamento per capitale e interessi, avvalendosi delle quote di
limiti di impegno rispettivamente assegnate dal Ministero
dell’ambiente.
7. Nel caso di cambio di destinazione, dei siti oggetto degli
interventi di messa in sicurezza, bonifica e ripristino ambientale
ovvero di alienazione entro dieci anni dalI’effettuazione degli
stessi in assenza di cambio di destinazione, il contributo di cui
all’articolo 17, comma 6-bis, del decreto legislativo 5 febbraio
1997, n. 22, e successive modificazioni, e’ restituito allo Stato in
misura adeguata all’aumento di valore con seguito dall’area al
momento del cambio di destinazione, ovvero della sua cessione,
rispetto a quello dell’intervento di bonifica e ripristino
ambientale. Con decreto del Ministro dell’ambiente, di concerto con
il Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione
economica, verranno determinati i criteri e le modalita’ della
restituzione.
8. All’articolo 17, comma 1, alinea, del decreto legislativo 5
febbraio 1997, n. 22, dopo le parole: “il Ministro dell’ambiente”
sono inserite le seguenti: “avvalendosi dell’Agenzia nazionale per la
protezione dell’ambiente (ANPA),”.
9. All’articolo 17 del decreto legislaitivo 5 febbraio 1997, n. 22,
e successive modificazioni, dopo il comma 15 sono aggiunti i
seguenti:
“15-bis. Il Ministro dell’ambiente, di concerto con il Ministro
dell’universita’ e della ricerca scientifica e tecnologica e con il
Ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato, emana un
decreto recante indicazioni ed informazioni per le imprese
industriali, consorzi di imprese, cooperative, consorzi tra imprese
industriali ed artigiane che intendano accedere a incentivi e
finanziamenti per la ricerca e lo sviluppo di nuove tecnologie di
bonifica previsti dalla vigente legislazione. 15-ter. Il Ministero
dell’ambiente e le regioni rendono pubblica, rispettivamente, la
lista di priorita’ nazionale e regionale dei siti contaminati da
bonificare “.
10. Il decreto del Ministro dell’ambiente di cui al comma 15-bis
dell’articolo 17 del decrcto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22,
introdotto dal comma 9 del presente articolo, e’ emanato entro
sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge.
11. All’articolo 17, comma 11, dcl decreto legislativo 5 febbraio
1997, n. 22, e’ aggiunto, in fine, il seguente periodo: ” Le predette
spese sono altresi’ assistite da privilegio generale mobiliare “.
12. All’articolo 22, comma 5, lettera a), del decreto legislativo 5
febbraio 1997, n. 22, dopo le parole: “priorita’ degli interventi”
sono aggiunte le seguenti: “basato su un criterio di valutazione del
rischio elaborato dall’ANPA “.
13. All’articolo 22, comma 7, del decreto legislativo 5 febbraio
1997, n. 22, e successive modificazioni, le parole: “entro un anno”
sono sostituite dalle seguenti: “entro due anni “.
14. All’articolo 57, comma 5, del decreto legislativo 5 febbraio
1997, n. 22, e si’ ccessive modificazioni, le parole: ” devono
conformarsi alle disposizioni del presente decreto entro tre mesi dal
termine di cui all’articolo 33, comma 6 ” sono sostituite dalle
seguenti: ” devono conformarsi alle disposizioni del presente decreto
entro e non oltre il 31 dicembre 1998 “.
15. All’articolo 44, comma 3, del decreto legislativo 5 febbraio
1997, n. 22, e successive modificazioni, e’ aggiunto, in fine, il
seguente periodo: “Ai medesimi fini il ritiro, il trasporto e lo
stoccaggio dei beni durevoli da parte dei rivenditori firmatari,
tramite le proprie associazioni di categoria, dei citati accordi e
contratti di programma non sono sottoposti agli obblighi della
comunicazione annuale al catasto, della tenuta dei registri di carico
e scarico, della compilazione e tenuta dei formulari, della
preventiva autorizzazione e della iscrizione all’Albo di cui agli
articoli 11, 12, 15, 28 e 30 del presente decreto ” .
16. All’articolo 11, comma 3, del decreto legislativo 5 febbraio
1997, n. 22, e successive modificazioni, sono soppresse le parole:
“derivanti dalle lavorazioni industriali e artigianali” e sono
aggiunte, alla fine dell’ultimo periodo, le seguenti: “limitatamente
alla quantita’ conferita “.
17. All’articolo 26 del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22,
e successive modificazioni, e’ aggiunto, in fine, il seguente comma:
“5-bis. Al fine di consentire l’avviamento ed il funzionamento
dell’attivita’ dell’Osservatorio nazionale sui rifiuti, in attesa
dell’attuazione di quanto disposto al comma 5, e’ autorizzata la
spesa di lire 1.000 milioni per l’anno 1998 da iscrivere in apposita
unita’ previsionale di base dello stato di previsione del Ministero
dell’ambiente”.
18. All’onere di cui al comma 17 si provvede mediante corrispondente
riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale
1998-2000, nell’ambito dell’unita’ previsionale di base di parte
corrente ” Fondo speciale ” dello stato di previsione del Ministero
del tesoro, del bilancio e della programmazione economica per l’anno
1998, allo scopo utilizzando l’accantonamento relativo al Ministero
dell’ambiente. biente.
19. All’articolo 30, comma 4, del decreto legislativo 5 febbraio
1997, n. 22. le parole da: “Le imprese che svolgono” fino a: “anche
se da essi prodotti ” sono sostituite dalle seguenti: “Le imprese che
svolgono attivita’ di raccolta e trasporto di rifiuti non pericolosi
prodotti da terzi e le imprese che raccolgono e trasportano rifiuti
pericolosi, esclusi i trasporti di rifiuti pericolosi che non
eccedano la quantita’ di trenta chilogrammi al giorno o di trenta
litri al giorno effettuati dal produttore degli stessi rifiuti”.
20. All’articolo 41 del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22,
e successive modificazioni, e’ aggiunto, in fine, il seguente comma:
“10-bis. In caso di mancata stipula degli accordi di cui ai commi 2
e 3, il Ministro dell’ambiente, di concerto con il Ministro
dell’industria, del commercio e dell’artigianato, puo’ determinare
con proprio decreto l’entita’ dei costi della raccolta differenziata
dei rifiuti di imballaggio a carico dei produttori e degli
utilizzatori ai sensi dell’articolo 49, comma 10, nonche’ le
condizioni e le modalita’ di ritiro dei rifiuti stessi da parte dei
produttori “.
21. All’articolo 42, comma 2, del decreto legislativo 5 febbraio
1997, n. 22, la lettera c) e’ abrogata.
22. All’articolo 48, comma 1, del decreto legislativo 5 febbraio
1997, n. 22, sono aggiunte, in fine, le parole: “i beni di cui
all’articolo 44 e i rifiuti di cui agli articoli 45 e 46 )”.
23. Fino al 1 gennaio 2000 e salvo diverso accordo tra enti locali e
gestori del servizio, l’applicazione e la riscossione del
corrispettivo della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti solidi
urbani sono effettuate dall’ente locale secondo le disposizioni
dell’articolo 52 del decreto legislativo 15 dicembre 1997, n. 446.
24. All’articolo 51, comma 2, del decreto legislativo 5 febbraio
1997, n. 22, sono soppresse la parola: “propri”. e le parole da:
“,ovvero effettuano” fino alla fine del comma.
25. All’articolo 51-bis, comma 1, del decreto legislativo 5 febbraio
1997, n. 22, e successive modificazioni, e’ aggiunto, in fine, il
seguente periodo: “Con la sentenza di condanna per la contravvenzione
di cui al presente comma, o con la decisione emessa ai sensi
dell’articolo 444 del codice di procedura penale, il beneficio della
sospensione condizionale della pena puo’ essere subordinato alla
esecuzione degli interventi di messa in sicurezza, bonifica e
ripristino ambientale”.
26. Al fine di consentire il completamento delle attivita’ assegnate
al gruppo tecnico di cui all’articolo 6, comma 7, del decreto-legge
25 marzo 1997, n. 67, convertito, con modificazioni, dalla legge 23
maggio 1997, n. 135, e’ autorizzata la spesa di lire 1.800 milioni
per ciascuno degli anni l999 e 2000.
27. All’articolo 49, comma 5, del decreto legislativo 5 febbraio
1997, n. 22, sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: “,prevedendo
disposizioni transitorie per garantire la graduale applicazione del
metodo normalizzato e della tariffa ed il graduale raggiungimento
dell’integrale copertura dei costi del servizio di gestione dei
rifiuti urbani da parte dei comuni
28. All’articolo 49, comma 1, del decreto legislativo 5 febbraio
1997, n. 22, le parole: ” 1 gennaio 1999 ” sono sostituite dalle
seguenti: ” 1 gennaio 2000 “.

Art. 2. (Interventi per la conservazione della natura).
1. Nelle aree naturali protette nazionali l’acquisizione gratuita
delle opere abusive di cui all’articolo 7, sesto comma, della legge
28 febbraio 1985, n. 47, e successive modificazioni ed integrazioni,
si verifica di diritto a favore degli organismi di gestione. Nelle
aree protette nazionali, i sindaci sono tenuti a notificare al
Ministero dell’ambiente e agli Enti parco, entro novanta giorni dalla
data di entrata in vigore della presente legge, gli accertamenti e le
ingiunzioni alla demolizione di cui all’articolo 7, secondo comma,
della citata legge n. 47 del 1985. Il Ministro dell’ambiente puo’
procedere agli interventi di demolizione avvalendosi delle strutture
tecniche coperative del Ministero della difesa, sulla base di
apposita convenzione stipulata d’intesa con il Ministro della difesa,
nel limite di spesa di lire 500 milioni per l’anno 1998 e di lire
2.500 milioni a decorrere dall’anno 1999.
2. In relazione al particolare valore ambientale dell’area della
costiera amalfitana, verificato, ai sensi dell’articolo 7 della legge
28 febbraio 1985, n. 47, e successive modificazioni ed integrazioni,
il mancato esercizio del potere sostitutivo di demolizione delle
opere effettuate abusivamente per la costruzione dell’Hotel Fuenti
nel comune di Vietri sul Mare e non suscettibili di sanatoria in
quanto in violazione di vincoli ambientali e paesistici, il Ministro
dell’ambiente, previa diffida ad adempiere nel termine di novanta
giorni, accertata l’ulteriore inerzia delle amministrazioni
competenti, procede agli interventi di demolizione, avvalendosi a
tale fine delle strutture tecniche ed operative del Ministero della
difesa ai sensi del comma 1 e nel limite dei fondi dal medesimo
previsti.
3. Restano salve le competenze delle regioni a statuto speciale e
delle province autonome di Trento e di Bolzano che disciplinano la
materia di cui al comma 1 secondo i rispettivi statuti e le relative
norme di attuazione.
4. Le somme dovute allo Stato, a titolo di recupero o rimborso per
l’esecuzione in danno del ripristino, ovvero per risarcimento del
danno ambientale, dai responsabili degli abusi edilizi di cui al
comma 1, sono versate all’entrata del bilancio dello Stato per essere
riassegnate, con decreto del Ministro del tesoro, del bilancio e
della programmazione economica, ad apposita unita’ previsionale di
base dello stato di previsione del Ministero dell’ambicnte, per
essere devolute agli organismi di gestione delle aree naturali
protette per il ripristino naturalistico dei siti.
5. Con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del
Ministro dell’ambiente, di intesa con le regioni interessate e previa
consultazione dei comuni e delle province interessati, sono istituiti
i Parchi nazionali dell’Alta Murgia e della Val d’Agri e Lagonegrese.
6. Per i Parchi nazionali di cui al comma 5 il Ministro
dell’ambiente procede, ai sensi dell’articolo 34, comma 3, della
legge 6 dicembre 1991, n. 394, entro centottanta giorni a decorrere
dalla data di entrata in vigore della presente legge.
7. Per l’istituzione ed il funzionamento del Parco nazionale
dell’Alta Murgia e’ autorizzata la spesa di lire 1.000 milioni per
gli anni 1998 e 1999 e di lire 1.500 milioni a decorrere dall’anno
2000.
8. All’articolo 7, comma l, della legge 6 dicembre 1991, n. 394,
nell’alinea, dopo le parole: ” nella concessione di finanziamenti”
sono inserite le seguenti: ” dell’Unione europea,”.
9. Nell’ambito dell’autorizzazione di spesa prevista dall’articolo
4, comma 11, della legge 8 ottobre 1997, n. 344, le somme di lire
2.000 milioni per l’anno 1998 e di lire 1.500 milioni a decorrere
dall’anno 1999 sono destinate all’istituzione ed al funzionamento del
Parco nazionale della Val d’Agri e Lagonegrese.
10. All’articolo 36, comma l, della legge 6 dicembre 1991, n. 394, e
successive modificazioni, dopo la lettera ee-bis), e’ aggiunta la
seguente:
“e-ter) Alto Tirreno-Mar Ligure “Santuario dei cetacei”
11. Il Ministro dell’ambientc entro il 30 giugno 1999 provvede
all’istruttoria tecnica necessaria per avviare l’istituzione
dell’area protetta marina di cui al comma 10, con il precipuo
obiettivo della massima salvaguardia dei mammiferi marini.
12. Il Ministro dell’ambiente promuove entro il 31 dicembre 1998 le
opportune iniziative a livello comunitario ed internazionale per
estendere l’area protetta marina di cui al comma 10 alle acque
territoriali dei Paesi esteri confinanti ed alle acque
internazionali.
13. Per l’istituzione, l’avviamento e la gestione di aree marine
protette previste dalle leggi 31 dicembre 1982, n. 979, e 6 dicembre
1991, n. 394, e’ autorizzata la spesa di lire 6.000 milioni per gli
anni 1998 e 1999 e di lire 7.000 milioni a decorrere dall’anno 2000.
14. La Consulta per la difesa del mare dagli inquinamenti, istituita
con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 4 ottobre 1979,
pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 306 del 9 novembre 1979, e’
soppressa e le relative funzioni sono trasferite ai competenti uffici
del Ministero dell’ambiente. Per l’istruttoria preliminare relativa
all’istituzione e all’aggiornamento delle aree protette marine, per
il supporto alla gestione, al funzionamento nonche’ alla
progettazione degli interventi da realizzare anche con finanziamenti
comunitari nelle aree protette marine, presso il competente servizio
del Ministero dell’ambiente e’ istituita la segreteria tecnica per le
aree protette marine, composta da dieci esperti di elevata
qualificazione individuati ai sensi dell’articolo 3, comma 9, della
legge 6 dicembre 1991, n. 394. Per l’istituzione della segreteria
tecnica per le aree protette marine, di cui al presente comma, e’
autorizzata la spesa di lire 450 milioni per il 1998 e 900 milioni
annue a decorrere dal 1999. In sede di prima applicazione della
presente legge, cinque degli esperti sono trasferiti, a decorrere dal
1 gennaio 1999, dal contingente integrativo previsto dall’articolo 4,
comma 12, della legge 8 ottobre 1997, n. 344, intendendosi dalla
predetta data conseguentemente ridotta, per un importo pari a lire
450 milioni, l’autorizzazione di spesa di cui all’articolo 4, comma
12, della legge 8 ottobre 1997, n. 344, che concorre alla parziale
copertura finanziaria della predetta spesa di lire 900 milioni a
decorrere dall’anno 1999.
15. Una quota dell’autorizzazione di spesa recata dall’ultimo
periodo del comma 2 dell’articolo 5 della legge 8 ottobre 1997, n.
344, pari a lire 200 milioni per ciascuno degli anni 1999 e 2000, e’
destinata al funzionamento dello sportello per il cittadino relativo
agli interventi di cui allo stesso comma 2.
16. La Commissione di riserva, di cui all’articolo 28 della legge 31
dicembre 1982, n. 979, e’ istituita presso l’ente cui e’ delegata la
gestione dell’area protetta marina ed e’ presieduta da un
rappresentante designato dal Ministro dell’ambiente. Il comandante
della locale Capitaneria di porto, o un suo delegato, partecipa ai
lavori della Commissione di riserva in qualita’ di membro.
17. All’articolo 19, comma 7, della legge 6 dicembre 1991, n. 394,
le parole: ” ai sensi dell’articolo 28 della legge 31 dicembre 1982,
n. 979 ” sono sostituite dalle seguenti: ” nonche’ dalle polizie
degli enti locali delegati nella gestione delle medesime aree
protette “. 18. Per l’espletamento delle funzioni relative
all’ambiente marino previste dal l’articolo l-bis, comma 6, del
decreto-legge 4 dicembre 1993, n. 496, convertito, con modificazioni,
dalla legge 21 gennaio 1994, n. 61, l’istituto centrale per la
ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare (ICRAM) e’
autorizzato ad incrementare la propria dotazione organica di dieci
unita’ di profilo professionale ” ricercatore ,”. Alla copertura dei
posti si provvede mediante procedure concorsuali. Per l’attuazione
del presente comma e’ autorizzata la spesa occorrente, valutata in
lire 300 milioni per l’anno 1998 e in lire 700 milioni a decorrere
dall’anno 1999. Non si applicano le disposizioni di cui all’articolo
39 della legge 27 dicembre 1997, n. 449.
19. Per la predisposizione di un programma nazionale di
individuazione e valorizzazione della “Posidonia Oceanica “,
nonche’ di studio delle misure di salvaguardia della stessa da tutti
i fenomeni che ne comportano il degrado e la distruzione, e’
autorizzata la spesa di lire 200 milioni annue per il triennio
1998-2000. A tal fine, il Ministero dell’ambiente puo’ avvalersi del
contributo delle universita’, degli enti di ricerca e di associazioni
ambientaliste.
20. Il personale proveniente da altre amministrazioni pubbliche che,
alla data di entrata in vigore della presente legge, e’ comandato
presso gli Enti parco di cui all’articolo 9 della legge 6 dicembre
1991, n.394, che svolge funzioni indispensabili all’ordinaria
gestione dei predetti Enti, e’ inserito, a domanda, nei ruoli
organici degli Enti medesimi, nei limiti dei posti disponibili nelle
relative piante organiche e secondo le procedure di cui all’articolo
33 del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, come sostituito
dall’articolo 18 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 80.
Conseguentemente le piante organiche delle amministrazioni pubbliche
di provenienza sono ridotte di un numero di unita’ pari al predetto
personale.
21. Al comma 5 dell’articolo 1 della legge 6 dicembre 1991, n. 394, e’ aggiunto, in fine, il seguente periodo:
” Per le medesime finalita’ lo Stato, le regioni, gli enti locali, altri soggetti pubblici e privati e le Comunita’ del parco possono altresi’ promuovere i patti territoriali di cui all’articolo 2, comma 203,
della legge 23 dicembre 1996, n. 662 “.
22. Dopo l’articolo 1 della legge 6 dicembre 1991, n. 394, e’ inserito il seguente:
” ART. 1-bis. – (Programmi nazionali e politiche di sistema). – 1.
Il Ministro dell’ambiente promuove, per ciascuno dei sistemi
territoriali dei parchi dell’arco alpino, dell’appennino, delle isole
e di aree marine protette, accordi di programma per lo sviluppo di
azioni economiche sostenibili con particolare riferimento ad
attivita’ agro-silvo-pastorali tradizionali, dell’agriturismo e del
turismo ambientale con i Ministri per le politiche agricole,
dell’industria, del commercio e dell’artigianato, del lavoro e della
previdenza sociale e per i beni culturali e ambientali, con le
regioni e con altri soggetti pubblici e privati.
2. Il Ministro dell’ambiente, sentito il parere della Conferenza
permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province
autonome di Trento e di Bolzano, degli Enti parco interessati e delle
associazioni ambientalistiche maggiormente rappresentative, individua
altresi’ le risorse finanziarie nazionali e comunitarie, impiegabili
nell’attuazione degli accordi di programma di cui al comma 1″.
23. Il comma 7 dell’articolo 2 della legge 6 dicembre 1991, n. 391, e’ sostituito dal seguente:
” 7. La classificazione e l’istituzione dei parchi nazionali e delle
riserve naturali statali, terrestri, fluviali e lacuali, sono
effettuate d’intesa con le regioni “.
24. All’articolo 9 della legge 6 dicembre 1991, n. 394, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) alla fine del comma 5 sono aggiunti i seguenti periodi:
“Qualora siano designati membri dalla Comunita’ del parco sindaci di
un comune oppure presidenti di una comunita’ montana, di una
provincia o di una regione presenti nella Comunita’ del parco, la
cessazione dalla predetta carica a qualsiasi titolo comporta la
decadenza immediata dall’incarico di membro del consiglio direttivo e
il conseguente rinnovo della designazione. La stessa norma si applica
nei confronti degli assessori e dei consiglieri degli stessi enti.”;
b) al comma 6, dopo la parola: ” vice presidente ” sono inserite le seguenti:
” scelto tra i membri designati dalla Comunita’ del
parco ” e la parola: ” eventualmente ” e’ soppressa;
c) al comma 8, le parole da: “elabora lo statuto dell’Ente parco” fino alla fine del comma sono soppresse;
d) dopo il comma 8, e’ inserito seguente:
” 8-bis. Lo statuto dell’Ente e’ deliberato dal consiglio direttivo, sentito il parere della Comunita’ del parco ed e’ trasmesso al Ministero dell’ambiente che ne verifica la legittimita’ e puo’ richiederne il riesame entro sessanta giorni dal ricevimento. L’Ente parco deve controdedurre entro sessanta giorni dal ricevimento alle eventuali osservazioni di legittimita’ del Ministero dell’ambiente, con deliberazione del consiglio direttivo. Il Ministro dell’ambiente adotta lo statuto con proprio decreto entro i successivi trenta giorni “.
25. Il comma 11 dell’articolo 9 della legge 6 dicembre 1991, n. 394, e’ sostituito dal seguente:
” 11. Il direttore del parco e’ nominato, con decreto, dal Ministro
dell’ambiente, scelto in una rosa di tre candidati proposti dal
consiglio direttivo tra soggetti iscritti ad un albo di idonei
all’esercizio dell’attivita’ di direttore di parco istituito presso
il Ministero dell’ambiente, al quale si accede mediante procedura
concorsuale per titoli. Il presidente del parco provvede a stipulare
con il direttore nominato un apposito contratto di diritto privato
per una durata non superiore a cinque anni”.
26. Con decreto del Ministro dell’ambiente, da emanare entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono determinati i requisiti richiesti per l’iscrizione all’albo, di
cui all’articolo 9, comma 11, della legge 6 dicembre 1991, n. 394,
come sostituito dal comma 25 del presente articolo, nonche’ le
modalita’ di svolgimento delle procedure concorsuali. All’albo sono
iscritti i direttori in carica alla data di entrata in vigore della
presente leggi, nonche’ i soggetti inseriti nell’elenco degli idonei
di cui al decreto del Ministro dell’ambiente del 14 aprile 1994.
27. All’articolo 10 della legge 6 dicembre 1991, n. 394, al comma 2, dopo la lettera d) e’ aggiunta la seguente:
“d-bis) sullo statuto dell’Ente parco”.
28. All’articolo 11 della legge 6 dicembre 1991, n. 394, sono apportate le seguenti modifiche:
a) al comma 2, dopo le parole: ” il rispetto delle caratteristiche o????, sono inserite le seguenti: ” naturali, paesistiche, antropologiche, storiche e culturali locali”;
b) dopo il comma 2 e’ inserito il seguente:
” 2-bis. Il regolamento del parco valorizza altresi’ gli usi, i costumi, le consuetudini e le attivita’ tradizionali delle popolazioni residenti sul territorio, nonche’ le espressioni culturali proprie e caratteristiche dell’identita’ delle comunita’ locali e ne prevede la tutela anche mediante disposizioni che
autorizzino l’esercizio di attivita’ particolari collegate agli usi, ai costumi e alle consuetudini suddette, fatte salve le norme in materia di divieto di attiivita’ venatoria previste dal presente articolo. “;
c) al comma 6, le parole: “sentita la Consulta e” sono soppresse.
29. Dopo l’articolo 11 della legge 6 dicembre 1991, n. 394, e’ inserito il seguente:
” ART. 11-bis -(Tutela dei valori naturali storici e ambientali e iniziative per la promozione economica e sociale). – 1. Il consiglio direttivo del parco e la Comunita’ del parco elaborano
contestualmente, e attraverso reciproche consultazioni di cui agli articoli 12 e 14, il piano del parco e il piano pluriennale economico-sociale secondo le norme di cui agli stessi articoli 12 e 14″.
30. All’articolo 12 della legge 6 dicembre 1991, n. 394, sono apportate le seguenti modifiche:
a) al comma 1, dopo le parole: ” naturali e ambientali ” sono inserite le seguenti: “nonche’ storici, culturali, antropologici tradizionali “;
b) il comma 3 e’ sostituito dal seguente:
“3. Il piano e’ predisposto dall’Ente parco entro diciotto mesi
dalla costituzione dei suoi organi, in base ai criteri ed alle
finalita’ della presente legge. La Comunita’ del parco partecipa alla
definizione dei criteri riguardanti la predisposizione del piano del
parco indicati dal consiglio direttivo del parco ed esprime il
proprio parere sul piano stesso. Il piano, approvato dal consiglio
direttivo, e’ adottato dalla regione entro novanta giorni dal suo
inoltro da parte dell’Ente parco “.
31. All’articolo 14, comma 2, della legge 6 dicembre 1991, n. 394, al primo periodo, le parole: ” entro un anno dalla sua costituzione, elabora” sono sostituite dalle seguenti: “avvia contestualmente
all’elaborazione del piano del parco ” ed il secondo periodo e’
sostituito dal seguente: ” Tale piano, sul quale esprime la propria
motivata valutazione il consiglio direttivo, e’ approvato dalla
regione o, d’intesa, dalle regioni interessate “.
32. All’articolo 21, comma 2, della legge 6 dicembre 1991, n. 394,
al secondo periodo, dopo le parole: ” su proposta del Ministro
dell’ambiente ” sono inserite le seguenti: ” e, sino all’emanazione
dei provvedimenti di riforma in attuazione dell’articolo 11 della
legge 15 marzo 1997, n.S9, e del decreto di cui all’articolo 4, comma
1, del decreto legislativo 4 giugno 1997, n. 143, e fermo restando il
disposto del medesimo articolo 4, comma 1, “.
33. Al comma 6 dell’articolo 22 della legge 6 dicembre 1991, n. 394,
sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: ” scelte con preferenza
tra cacciatori residenti nel territorio del parco, previ opportuni
corsi di formazione a cura dello stesso Ente “.
34. Il comma 3 dell’articolo 31 della legge 6 dicembre 1991, n. 3g4,
e’ sostituito dal seguente:
” 3. La gestione delle riserve naturali, di qualunque tipologia,
istituite su proprieta’ pubbliche, che ricadano o vengano a ricadere
all’interno dei parchi nazionali, e’ affidata all’Ente parco “.
35. L’affidamento della gestione di cui al comma 3 dell’articolo 31
della legge 6 dicembre 1991, n. 394, come sostituito dal comma 34 del
presente articolo, e’ effettuato mediante decreto del Presidente del
Consiglio dei ministri da emanare entro novanta giorni dalla data di
entrata in vigore della presente legge.
36. Le funzioni svolte dalle guardie dell’Ente autonomo del parco
nazionale d’Abruzzo e dell’Ente parco nazionale del Gran Paradiso nel
territorio di competenza dei parchi medesimi sono equiparate a quelle
del Corpo forestale dello Stato. 37. Con decreto del Ministro
dell’ambiente, sentiti la regione e gli enti locali territorialmente
interessati, la gestione delle aree protette marine previste dalle
leggi 31 dicembre 1982, n. 979, e 6 dicembre 1991, n. 394, e’
affidata ad enti pubblici, istituzioni scientifiche o associazioni
ambientaliste riconosciute.

Art. 3. (Rifinanziamento degli interventi previsti dalla legge 8 ottobre 1997, n. 344).
1. Per la prosecuzione dell’attivita’ di sviluppo della progettazione di interventi ambientali e di promozione di figure professionali, prevista all’articolo 1 della legge 8 ottobre 1997, n.
344, e’ autorizzata la spesa di lire 1.800 milioni per l’anno 2000.
2. Per la prosecuzione delle attivita’ di promozione delle tecnologie pulite e dello sviluppo della sostenibilita’ urbana, previste dall’articolo 2 della legge 8 ottobre 1997, n. 344, e’
autorizzata la spesa di lire 6.000 milioni per l’anno 2000.
3 . Per la prosecuzione di specifiche campagne di informazione sui temi dello
sviluppo sostenibile e delle attivita’ connesse al coordinamento e al
funzionamento del sistema nazionale per l’educazione, l’informazione,
la formazione e la ricerca in campo ambientale, previste
dall’articolo 3 della legge 8 ottobre 1997, n. 344, e’ autorizzata la
spesa di lire 7.000 milioni per l’anno 2000. Tale sistema integrato
col sistema di cooperazione internazionale per l’educazione
ambientale marina nel Mediterraneo.
4. Per la promozione e l’attuazione delle attivita’ di cui ai commi
1, 2 e 3 e per la formazione di specifiche figure professionali per
la tutela e la valorizzazione del patrimonio naturale ed ambientale
delle aree marginali, il Ministero dell’ambiente puo’ avvalersi anche
di enti o fondazioni esistenti, aventi specifiche finalita’ e
consolidata esperienza nelle predette attivita’.
5. Con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su
proposta del Ministro dell’ambiente, d’intesa con il Ministro della
pubblica istruzione e dell’universita’ e della ricerca scientifica e
tecnologica, sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo
Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano,
entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente
legge, sono stabilite, nei limiti delle risorse finanziarie gia’
autorizzate a legislazione vigente, le modalita’ organizzative e
funzionali del sistema nazionale per l’educazione, l’informazione, la
formazione e la ricerca in campo ambientale, articolato in un
archivio nazionale per la documentazione e la ricerca ambientale, un
osservatorio sulle ricerche e le metodologie dell’educazione
ambientale, una rete di laboratori territoriali e di centri di
esperienze su base regionale e una banca dati sulla formazione
professionale in campo ambientale.
6. Per le ulteriori finalita’ connesse alla diffusione di
informazioni inerenti allo stato dell’ambiente e’ autorizzato il
limite di spesa di lire 300 milioni per l’anno 1998, di lire 200
milioni per l’anno 1999 e di lire 500 milioni a decorrere dall’anno
2000.
7. Per la predisposizione del progetto di Biblioteca nazionale per
l’ambiente e’ autorizzata la spesa di lire 350 milioni per l’anno
1998.

Art. 4. (Disposizioni varie).

1. All’articolo 5 della legge 7 febbraio 1992, n. 150, sono apportate
le seguenti modifiche:
a) al comma 2, dopo le parole: ” le variazioni del luogo di
custodia ” sono inserite le seguenti: ” e l’avvenuto decesso “,
b) dopo il comma 5, e’ inserito seguente:
” 5-bis. Con decreto del Ministro dell’ambiente, sentita la
commissione scientifica di cui all’articolo 4, comma 2, di concerto
con il Ministro per le politiche agricole, e’ istituito il registro
di detenzione delle specie animali e vegetali di cui all’articolo 1,
comma 1, e all’articolo 2.”;
c) al comma 6, le parole: ” di cui ai commi 1, 2 e 3 “, sono
sostituite dalle seguenti: a di cui ai commi l, 2, 3 e 5-bis “.
2. Il decreto del Ministro dell’ambiente di cui al comma 5-bis
dell’articolo 5 della legge 7 febbraio 1992, n. 150, introdotto dal
comma 1, lettera b), del presente articolo, e’ emanato entro novanta
giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge.
3. All’articolo 2, comma 8, della legge 26 ottobre 1995, n. 447,
dopo le parole: ” presente legge “, sono aggiunte le seguenti: ”
nonche’ da coloro che, a prescindere dal titolo di studio, possano
dimostrare di avere svolto, alla data di entrata in vigore della
presente legge, per almeno cinque anni, attivita’ nel campo
dell’acustica ambientale in modo non occasionale “.
4. All’articolo 3, comma 1, lettera h), della legge 26 ottobre 1995,
n. 447, dopo le parole: ” di pubblico spettacolo “, sono aggiunte le
seguenti: ” e nei pubblici esercizi”.
5. All’articolo 10, comma 2, della legge 26 ottobre 1995, n. 447, le
parole: ” supera i valori limite di emissione e ” sono sostituite
dalle seguenti: ” supera i valori limite di emissione o “.
6. All’articolo 10, comma 4, della legge 26 ottobre 1995, n. 447,
dopo le parole: ” e’ versato all’entrata del bilancio dello Stato ”
sono inserite le seguenti: ” per essere riassegnato, con decreto del
Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione “;
economica, ad apposita unita’ previsionale di base dello stato di
previsione del Ministero dell’ambiente “.
7. All’articolo 2 del decreto-legge 20 settembre 1996, n. 486,
convertito, con il modificazioni, dalla legge 18 novembre 1996, n.
582, dopo il comma 1-ter e’ inserito il seguente:
” 1-quater. Per l’attuazione degli interventi di cui al comma 1,
avvalendosi dei soggetti di comprovata esperienza di cui all’articolo
1, comma 1, il Ministro dell’ambiente, di concerto con il Ministro
del tesoro, del bilancio e della programmazione economica, istituisce
un Comitato di coordinamento e di alta vigilanza, composto da quattro
funzionari, di cui due in rappresentanza del Ministero del tesoro,
del bilancio e della programmazione economica, uno dei quali con
funzione di presidente, uno in rappresentanza del Ministero
dell’ambiente, uno in rappresentanza della regione Lombardia, che
puo’ avvalersi di esperti in numero non superiore a tre. I funzionari
delle citate amministrazioni statali, di livello dirigenziale
generale, devono possedere specifica competenza nella materia. Gli
oneri per il funzionamento del Comitato e per le indennita’ spettanti
ai membri e agli esperti secondo i principi e i criteri di cui
all’articolo 1, comma 4, sono posti a carico delle risorse di cui al
comma 1, nel limite dell’1 per cento delle risorse medesime “.
8. Per l’attuazione del piano di risanamento ambientale dell’area
industriale e portuale di Genova, di cui all’intesa tra Ministero
dell’ambiente e regione Liguria del 31 luglio 1996, nell’ambito degli
interventi di cui all’articolo 1, comma 1, e’ riservato l’importo di
lire 6 miliardi annue per dieci anni, a decorrere dall’anno 1998,
anche per la realizzazione di aree a verde e servizi per la
cittadinanza.
9. Per favorire lo sviluppo di attivita’ produttive compatibili con
la normativa di tutela ambientale e diverse dal ciclo produttivo
siderurgico della laminazione a caldo, l’Autorita’ portuale di Genova
e’ incaricata di realizzare programmi di razionalizzazione e
valorizzazione delle aree che rientrano nella sua disponibilita’ a
seguito della cessazione del rapporto di concessione derivante dalla
chiusura delle lavorazioni siderurgiche a caldo.
10. Al fine di sviluppare gli interventi necessari di cui ai commi 8
e 9 e’ stipulato un accordo di programma tra il Ministero
dell’industria, del commercio e dell’artigianato, il Ministero
dell’ambiente, il Ministero dei trasporti e della navigazione, il
Ministero del lavoro e della previdenza sociale, la regione Liguria,
la provincia e il comune di Genova, l’Autorita’ portuale di Genova e
l’ILVA Spa. L’accordo di programma deve prevedere il piano di
bonifica e risanamento dell’area dismessa a seguito della chiusura
delle lavorazioni siderurgiche a caldo nonche’, entro tempi certi e
definiti, il piano industriale per il consolidamento delle
lavorazioni a freddo. L’accordo di programma e i successivi strumenti
attuativi devono altresi’ prevedere la tutela dei livelli
occupazionali e il reimpiego della manodopera occupata al 14 luglio
1998.
11. Per le finalita’ di cui al comma 9, e’ autorizzata la spesa di
lire 13 miliardi annue per quindici anni a decorrere dal 1998, da
iscrivere nello stato di previsione del Ministero dei trasporti e
della navigazione, per il successivo conferimento all’Autorita’
portuale di Genova. Al relativo onere si fa fronte mediante
corrispondente riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del
bilancio triennale 1998-2000, nell’ambito dell’unita’ previsionale di
base di conto capitale a Fondo speciale ” dello stato di previsione
del Ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione
economica per l’anno 1998, allo scopo utilizzando l’accantonamento
relativo al Ministero dei trasporti e della navigazione.
12. Il Ministro del tesoro, del bilancio e, della programmazione
economica e’ autorizzato ad apportare, con propri decreti, le
occorrenti variazioni di bilancio.
13. Il primo periodo del comma 6 dell’articolo 6 della legge 7
febbraio 1992, n. 150, e’ sostituito dal seguente: ” Le disposizioni
dei commi 1, 3, 4 e 5 non si applicano: a) nei confronti dei giardini
zoologici, delle aree protette, dei parchi nazionali, degli acquari e
delfinari, dichiarati idonei dalla commissione scientifica di cui
all’articolo 4, comma 2, sulla base dei criteri generali fissati
previamente dalla commissione stessa; b) nei confronti dei circhi e
delle mostre faunistiche permanenti o viaggianti, dichiarati idonei
dalle autorita’ competenti in materia di salute e incolumita’
pubblica, sulla base dei criteri generali fissati previamente dalla
commissione scientifica di cui all’articolo 4, comma 2 “.
14. All’articolo 12-bis, comma 1, primo periodo, del decreto-legge
12 gennaio 1993, n. 2, convertito, con modificazioni, dalla legge 13
marzo 1993, n. 59, dopo le parole: ” della convenzione di Washington
” sono aggiunte le seguenti: ” e dal regolamento (CE) n.338/57 del
Consiglio, del 9 dicembre 1996 “.
15. La commissione scientifica di cui all’articolo 4, comma 2, della
legge 7 febbraio 1992, n. 150, come composta, ai sensi dell’articolo
12-bLs, comma 1, del decreto-legge 12 gennaio 1993, n. 2, convertito,
con modificazioni, dalla legge 13 marzo 1993, n. 59, puo’ essere
integrata da tre esperti designati dalla Conferenza permanente per i
rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e
di Bolzano.
16. Al comma 1 dell’articolo 8-bis della legge 7 febbraio 1992, n.
150, prima dell’ultimo periodo, sono inseriti i seguenti: ”
L’accertamento delle relazioni parentali attraverso l’esame di
campioni biologici viene effettuato a seguito della messa a
disposizione, senza ritardo, dei campioni medesimi da parte del
detentore che si potra’ avvalere di professionisti da lui stesso
incaricati. Tali prelievi avverranno sempre in presenza di personale
del Corpo forestale dello Stato e, qualora ritenuto opportuno dalla
commissione scientifica di cui all’articolo 4, comma 2, di membri
della stessa “.
17. L’autorizzazione di spesa di cui all’articolo 12-ter, comma 2,
del decreto-legge 12 gennaio 1993, n. 2, convertito, con
modificazioni, dalla legge 13 marzo 1993, n. 59, iscritta nell’ambito
dell’unita’ previsionale di base 3.1.1.0 dello stato di previsione
del Ministero dell’ambiente per l’anno 1998, e’ elevata da lire 235
milioni a lire 500 milioni a decorrere dal medesimo anno per spese di
funzionamento della commissione scientifica di cui all’articolo 4,
comma 2 della legge 7 febbraio 1992, n. 150, nonche’ per
l’acquisizione dei necessari dati e informazioni.
18. Per il funzionamento del Comitato nazionale per la lotta alla
siccita’ e/o alla desertificazione e per le attivita’ connesse alla
predisposizione del piano d’azione,come previsto dal decreto del
Presidente dei Consiglio dei ministri del 26 settembre 1997, sulla
base della Convenzione delle Nazioni Unite sulla lotta contro la
desertificazione; adottata a Parigi il 14 ottobre 1994, resa
esecutiva con legge 4 giugno 1997, n. 170, nonche’ per lo svolgimento
di attivita’ di formazione e di ricerca finalizzate alla tutela del
bacino del Mediterraneo presso l’Osservatorio nazionale sulla
desertificazione del Parco nazionale dell’Asinara ed il Centro studi
sui saperi tradizionali e locali di Matera, e’ autorizzata la spesa
nel limite di lire 200 milioni a decorrere dall’anno 1998.
19. In attuazione del protocollo di intenti del 1 marzo 1994 e del
conseguente accordo di programma del 31 luglio 1996, per far fronte
ai costi derivanti dalla sostituzione del parco autoveicoli a
propulsione tradizionale con altre tipologie di autoveicoli a minimo
impatto ambientale, sono autorizzati limiti d’impegno quindicennali
di lire 5.400 milioni per ciascuno degli anni 1999 e 2000 a titolo di
contributo per mutui o altre operazioni finanziarie effettuate dalle
regioni, dagli enti locali e dai gestori di servizi di pubblica
utilita’ nel territorio dei comuni con popolazione superiore ai 25
mila abitanti, con priorita’ per quelli di cui all’allegato III
annesso al decreto del Ministro dell’ambiente 25 novembre 1994,
pubblicato nel supplemento ordinario n. 159 alla Gazzetta Ufficiale
n. 290 del 13 dicembre 1994, e per tutti quelli compresi nelle zone a
rischio di inquinamento atmosferico, individuate dalle regioni ai
sensi degli articoli 3 e 9 del decreto del Ministro dell’ambiente 20
maggio 1991, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 126 del 31 maggio
1991. Le risorse predette, da ripartire con decreto del Ministro
dell’ambiente, di concerto con i Ministri dei trasporti e della
navigazione e del tesoro, del bilancio e della programmazione
economica, sono destinate, in misura non inferiore al 60 per cento,
all’acquisto di vetture a minimo impatto ambientale dotate di
trazione elettrica/ibrida.
20. All’articolo 15, comma 2, del decreto legislativo 27 gennaio
1992, n. 95, le parole: ” e non superiore ai due anni ” sono
sostituite dalle seguenti: ” e non superiore ai tre anni “.
21. Gli scarti derivanti dalla lavoraziQne di metalli preziosi
avviati in conto lavorazione per l’affinazione presso banchi di
metalli preziosi non rientrano nella definizione di rifiuto di cui
all’articolo 6, comma 1, lettera a), del decreto legislativo 5
febbraio 1997, n. 22, e pertanto, limitatamente a tale destinazione,
non sono soggetti alle disposizioni del decreto stesso. Nel termine
” affinazione ” di cui al presente comma si intendono ricomprese
tutte le operazioni effettuate sugli scarti dei metalli preziosi, che
permettono di liberare i metalli preziosi dalle sostanze che ne
alterano la purezza o ne precludono l’uso.
22. All’articolo 8 del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, e
successive modificazioni, e’ aggiunto, in fine, il seguente comma:
“1-bis. Non sono in ogni caso assimilabili ai rifiuti urbani i
rifiuti derivanti dalle lavorazioni di minerali e di materiali da
cava “.
23. All’articolo 15, comma 4, del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, sono aggiunte, in fine, le parole: ” ne’ ai trasporti di rifiuti che non eccedano la quantita’ di trenta chilogrammi al giorno
o di trenta litri al giorno effettuati dal produttore dei rifiuti stessi “.
24. All’articolo 38, comma 2, del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, le parole: ” costituiscono il ” sono sostituite dalle seguenti: ” sono obbligati a partecipare al ” ed e’ aggiunto il seguente periodo:
“Per gli utilizzatori che partecipano al Consorzio nazionale degli imballaggi la comunicazione di cui all’articolo 37, comma 2, viene presentata dal soggetto che effettua la gestione dei rifiuti di imballaggio”.
25. All’articolo 51, comma 6-bis, del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, e successive modificazioni, le parole: ” e 47, comma 12 ” sono sostituite dalle seguenti: “, 47, commi 11 e 12,
e 48, comma 9″.
26. All’articolo 54, comma 1, del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, sono premessi i
seguenti periodi: ” I produttori e gli utilizzatori che non adempiono all’obbligo di cui all’articolo
38, comma 2, entro il 31 dicembre 1998, sono puniti con la sanzione amministrativa pecuniaria
pari a sei volte le somme dovute per l’adesione al CONAI, fatto comunque salvo l’obbligo di corrispondere i contributi pregressi. Tale sanzione e’ ridotta della meta’ nel caso di adesioni
effettuate entro il sessantesimo giorno dalla scadenza sopra indicata “.
27. All’articolo 58 del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, e successive modificazioni, sono aggiunti, in fine, i seguenti commi:
“7-ter. I rifiuti provenienti da attivita’ di manutenzione o assistenza sanitaria si considerano prodotti presso la sede o il domicilio del soggetto che svolge tali attivita’.
7-quater. Le disposizioni di cui agli articoli 11, 12, 15 e 30 non si applicano alle attivita’ di raccolta
e trasporto di rifiuti effettuate dai soggetti abilitati allo svolgimento delle attivita’ medesime in forma ambulante, limitatamente ai rifiuti che formano oggetto del loro commercio “.
28. Il Ministro dell’ambiente, di concerto con il Ministro dei trasporti e della navigazione e con il Ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato, pubblica, almeno ogni tre anni,
l’elenco delle caratteristiche tecniche degli autoveicoli a minimo impatto ambientale.
29. All’articolo l, comma 2, della legge 27 marzo 1992, n. 257, sono aggiunti i seguenti periodi:
“Previa autorizzazione espressa d’intesa fra i Ministri dell’ambiente, dell’industria, del commercio
e dell’artigianato e della sanita’, e’ ammessa la deroga ai divieti di cui al presente articolo per una quantita’ massima di 800 chilogrammi e non oltre il 31 ottobre 2000, per amianto sotto forma
di treccia o di materiale per guarnizioni non sostituibile con prodotti equivalenti disponibili. Le imprese interessate presentano istanza al Ministero dell’industria, del commercio e dell’artigianato
che dispone, con proprio provvedimento, la ripartizione pro-quota delle quantita’ sopra indicate, nonche’ determina le modalita’ operative conformandosi alle indicazioni della commissione di cui
all’articolo 4 “.
30. Il comma 3 dell’articolo 14 del decreto-legge 29 dicembre 1995, n. 560, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 febbrai0 1996, n. 74, e’ soatituto dal seguente:
“3. Con decreto del Ministro competente, da adottare di concerto con
il Ministro del teroso, del bilancio e della programmazione
economica, sono definiti i materia1i non utilizzati di cui al comma 2
e le modalita’ per la loro cessione gratuita alle associazioni di
volontariato di cui al medesimo comma”.
31. Il decreto di cui al comma 3 dell’articolo 14 del citato
decreto-legge n. 560 del 1995, come sostituito dal comma 30 del
presente articolo, e’ emanato entro centoventi giorni dalla data di
entrata in vigore della presente legge.

Art. 5. (Disposizioni finannziarie).

1. All’onere derivante dall’attuazione dell’articolo 1, ad
eccezione dei commi 17 e 26, pari a lire 27.000 milioni per l’annO
1998, a lire 32.600 milioni per l’anno 1999 ed a lire 178.800 milioni
per l’annO 2000, si provvede mediante corrispondente riduzione dello
stanziamento iscritto, ai fini del bilancio trienna1e 1998-2000,
nell’ambito dell’unita’ previsionale di base di conto capitale “Fondo
speciale” dello stato di previsione del Ministero del tesoro, del
bilancio e della programmazione economica per l’anno 1998, allo scopo
parzialmente utilizzando l’accantonamento relativo al Ministero
dell’ambiente.
2. All’onere derivante dall’attuazione dell’articolo 1, comma 26,
pari a lire 1.800 milioni per ciascuni degli anni 1999 e 2000,
dell’articolo 2, pari a lire 8.450 milioni per l’anno 1998, a lire
10.850 milioni per l’annO 1999 e a lire 12.350 milioni a decorrere
dall’anno 2000, dell’articolo 3, pari a lire 650 milioni per l’anno
1998, a lire 200 milioni per l’anno 1999 e a lire 15.300 milioni per
l’anno 2000, e dell’articolo 4, commi 17 e 18, pari a lire 465
milioni annue a decorrere dall’anno 1998, si provvede mediante
corrispondente riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del
bilancio triennale 1998-2000, nell’ambito dell’unita’ previsionale di
base di parte corrente “Fondo speciale” dello stato di previsione del
Ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione economica
per l’anno 1998, allo scopo parzialmente utilizzando l’accantonamento
relativo al Ministero dell’ambiente.
3. All’onere derivante dall’attuazione dell’articolo 4, comma 19,
pari a lire 5.400 milioni per l’annO 1999 e a lire 10.800 milioni a
decorrere dall’annO 2000, si provvede mediante utilizzo delle
proiezioni dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio
trienna1e 1998-2000, nell’ambito dell’unita’ Previsionale di base di
conto capitale “Fondo speciale ” dello stato di previsione del
Ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione economica
per l’anno 1998, allo scopo parzialmente utilizzando per ciascun
accantonamento relativo al Ministero dell’ambiente, al Ministero
dell’industria, del commercio e dell’artigianato e al Ministero dei
trasporti e della navigazione la somma di lire 1.800 milioni per
l’anno 1999 e di lire 3.600 milioni per l’anno 2000.
4. Il Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione
economica e’ autorizzato ad apportare, con propri decreti, le
occorrenti variazioni di bilancio.

LAVORI PREPARATORI

Camera dei deputati (atto n. 4792):
Presentato dal Ministro dell’ambiente (Ronchi) il 17 aprile 1998.
Assegnato alla VIII commissione (Ambiente), in sede referente, il 30 aprile 1998, con pareri delle commissioni I, III, IV, V, VI, VII, IX, X, XI, XIII e XIV.
Esaminato dalla VIII commissione il 14, 19, 28 maggio 1998; il 9, 17, 18, 24 giugno 1998; l’8 e 9 luglio 1998.
Esaminato in aula il 21 e 24 luglio 1998 e approvato il 29 luglio 1998.
Senato della Repubblica (atto n. 3499):
Assegnato alla 13 commissione (Territorio), in sede
deliberante, il 15 settembre 1998, con pareri delle
commissioni 1 , 2 , 3 , 4 , 5 , 6 , 7 , 8 , 9 , 10 , 11, 12 e della giunta per gli affari delle Comunita’
europee.
Esaminato dalla 13 commissione il 16, 17, 22, 23 settembre 1998 e approvato, con modificazioni, il 24
settembre 1998.
Camera dei deputati (atto n. 4792/B):
Assegnato alla VIII commissione (Ambiente), in sede referente, il 29 settembre 1998, con pareri delle
commissioni I, II, V, X, XI, XIII e XIV.
Esaminato dalla VIII commissione il 29 e 30 settembre 1998.
Esaminato in aula il 1 ottobre 1998 ed approvato il 2 dicembre 1998.

Decreto legislativo 4 agosto 1999 n. 339.

Decreto legislativo 4 agosto 1999 n. 339.
Disciplina delle acque di sorgente e modificazioni al decreto legislativo 25
gennaio 1992, n. 105, concernente le acque minerali naturali, in attuazione
della direttiva 96/70/CE.
(Gazz. uff. 1-10-1999 n. 231)
(in vigore dal 16-1-1999).
IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
Visti gli articoli 76 e 87 della Costituzione;
Vista la legge 24 aprile 1998, n. 128, e in particolare l’articolo44 e l’allegato B;
Vista la direttiva 96/70/CE, del Parlamento europeo e del Consiglio
del 28 ottobre 1996, che modifica la direttiva 80/777/CEE del
Consiglio in materia di ravvicinamento delle legislazioni degli Stati
membri sull’utilizzazione e la commercializzazione delle acqueminerali naturali;
Visto il regio decreto 29 luglio 1927, n. 1443, e successivemodifiche;
Visto il decreto legislativo 25 gennaio 1992, n. 105;
Visto il decreto del Presidente della Repubblica 24 maggio 1988, n.236;
Visto il decreto del Ministro della sanita’ 12 novembre 1992, n.542;
Visto il decreto del Ministro della sanita’ 13 gennaio 1993,
pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 14 del 19 gennaio 1993;
Visto il decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112;
Tenuto conto della sentenza 17 luglio 1997 della Corte di giustiziadelle Comunita’ europee causa C – 17/96;
Vista la preliminare deliberazione del Consiglio dei Ministri,adottata nella riunione del 21 aprile 1999;
Sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, leregioni e le province autonome di Trento e di Bolzano;
Acquisiti i pareri delle competenti commissioni della Camera deideputati e del Senato della Repubblica;
Vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nellariunione del 29 luglio 1999;
Sulla proposta del Ministro per le politiche comunitarie e delMinistro della sanita’, di concerto con i Ministri degli affari
esteri, di grazia e giustizia, del tesoro, del bilancio e dellaprogrammazione economica, dell’industria, del commercio e
dell’artigianato e per gli affari regionali;
Emana  il seguente decreto legislativo:

Art. 1. Definizione e caratteristiche.
1. Il termine “acqua di sorgente” e’ riservato alle acque destinate al consumo umano, allo stato naturale e imbottigliate alla sorgente, che, avendo origine da una falda o giacimento sotterraneo, provengano
da una sorgente con una o piu’ emergenze naturali o perforate.
2. Le caratteristiche delle acque di sorgente sono valutate sulla base dei seguenti criteri:
a) geologico e idrogeologico;
b) organolettico, fisico, fisicochimico e chimico;
c) microbiologico.
3. La composizione, la temperatura e le altre caratteristiche essenziali delle acque di sorgente debbono mantenersi costanti alla sorgente nell’ambito delle variazioni naturali, anche in seguito ad
eventuali variazioni di portata.
4. Il Ministro della sanita’, con regolamento da emanarsi ai sensi dell’articolo 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400, stabilisce i criteri per la valutazione delle caratteristiche di cui al comma 2.
5. Il Ministro della sanita’, con proprio decreto, sentito il Consiglio superiore di sanita’, fissa i metodi di analisi per il controllo delle caratteristiche microbiologiche e di composizione di cui al comma 2, lettere b) e c), nonche’ le modalita’ per i relativi prelevamenti di campioni e per la vigilanza sulla costanza delle caratteristiche indicate ai commi 2 e 3.
6. Fino all’emanazione dei decreti di cui ai commi 4 e 5:
a) la valutazione delle caratteristiche indicate al comma 2, lettera a), ad esclusione dello studio della mineralizzazione della falda, lettera b) e lettera c) e’ effettuata secondo i criteri di cui agli articoli 1, 2, 3, 4, 7, 8, 9 e 10 del decreto del Ministro della sanita’ 12 novembre 1992, n. 542;
b) i valori dei parametri organolettici, fisici, fisicochimici e chimici devono rispettare i limiti di cui all’allegato I del decreto del Presidente della Repubblica 24 maggio 1988, n. 236, ed i relativi metodi analitici sono quelli indicati nell’allegato III del decreto medesimo;
c) i metodi analitici da utilizzare per la valutazione delle caratteristiche microbiologiche e le modalita’ per il prelevamento dei campioni per tutti i tipi di analisi sono quelli indicati nel decreto del Ministro della sanita’ 13 gennaio 1993.
—————————-
Normativa citata nel preambolo::
– Il D.Lgs. n. 105/1992 reca: “Attuazione della direttiva 80/777/CEE relativa alla utilizzazione e alla
commercializzazione delle acque minerali naturali”.
– L’art. 76 della Costituzione regola la delega al Governo dell’esercizio della funzione legislativa e stabilisce che essa non puo’ avvenire se non con determinazione dei principi e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti.
– L’art. 87 della Costituzione conferisce, tra l’altro, al Presidente della Repubblica il potere di promulgare le leggi e di emanare i decreti aventi valore di legge ed i regolamenti.
– La legge 24 aprile 1998, n. 128, reca: “Disposizioni per l’adempimento di obblighi derivanti dalla appartenenza dell’Italia
alle Comunita’ europee. (Legge comunitaria 1995-1997)”.
    L’art. 44 della suddetta legge concerne la disciplina della utilizzazione e della commercializzazione delle acque minerali naturali.
– La direttiva 96/70/CE e’ pubblicata in G.U.C.E. n. L 299 del 23 novembre 1996.
– La direttiva 80/777/CEE e’ pubblicata in G.U.C.E. n. L 229 del 30 agosto 1980.
– Il R.D. 29 luglio 1927, n. 1443, reca: “Norme di carattere legislativo per disciplinare la ricerca e lacoltivazione delle miniere nello Stato”.
– Il D.Lgs. 25 gennaio 1992, n. 105, reca: “Attuazione della direttiva 80/777/CEE relativa alla utilizzazione e alla commercializzazione delle acque minerali naturali”.
– Il D.P.R. 24 maggio 1988, n. 236, reca: “Attuazione della direttiva CEE n. 80/778 concernente la qualita’ delle acque destinate al consumo umano, ai sensi dell’art. 15 della legge 16 aprile 1987, n. 183”.
– Il D.M. 12 novembre 1992, n. 542, reca: “Regolamento recante i criteri di valutazione delle caratteristiche delle acque minerali naturali”.
– Il D.M. 13 gennaio 1993, reca: “Metodi di analisi per la valutazione delle caratteristiche microbiologiche e di composizione delle acque minerali naturali e modalita’ per i relativi prelevamenti dei campioni”.
– Il D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 112, reca: “Conferimento di funzioni e compiti amministrativi dello Stato alle regioni ed agli enti locali, in attuazione del capo I della legge 15 marzo 1997, n. 59”.
Note all’art. 1:

– La legge 23 agosto 1988, n. 400, reca: “Disciplina dell’attivita’ di Governo e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei Ministri”.    L’art. 17, comma 3, della legge 400/1988 stabilisce:
“3. Con decreto ministeriale possono essere adottati regolamenti nelle materie di competenza del Ministro o di autorita’ sottordinate al Ministro, quando la legge espressamente conferisca tale potere. Tali regolamenti, per materie di competenza
di piu’ Ministri, possono essere adottati con decreti interministeriali, ferma restando la necessita’ di apposita autorizzazione
da parte della legge. I regolamenti ministeriali ed interministeriali non possono dettare norme contrarie a quelle dei regolamenti emanati dal Governo. Essi debbono essere comunicati al Presidente del Consiglio dei Ministri prima della loro emanazione”.
– Il D.M. 12 novembre 1992, n. 542, reca: “Regolamento recante i criteri di valutazione delle caratteristiche delle acque minerali naturali”.
    Gli articoli 1, 2, 3, 4, 7, 8, 9 e 10 del suddetto decreto ministeriale stabiliscono:
“Art. 1. – A corredo delle domande di riconoscimento delle acque minerali naturali   deve essere prodotta una relazione idrogeologica volta ad illustrare tutti gli aspetti caratterizzanti la falda acquifera d’origine”.
“Art. 2. – La relazione deve fare riferimento alla cartografia ufficiale esistente e
deve comprendere:
1) definizione del bacino imbrifero geografico ed idrogeologico con carta geologica   e profili geologici significativi in scala minima 1:25.000;
2) piovosita’ e temperatura sul bacino idrogeologico;
3) carta delle permeabilita’ del bacino idrogeologico in scala minima 1:25.000;
4) descrizione dell’opera di presa e sua realizzazione;
5) bilancio idrogeologico, valutazione delle caratteristiche idrauliche della falda, studio della mineralizzazione della falda e delle variazioni chimicofisiche nelle quattro stagioni per almeno un anno solare;
6) piano topografico, in scala minima 1:5.000, esteso, compatibilmente con la  natura e l’ubicazione dei terreni, per almeno 5 kmq intorno all’opera di presa, con la geologia di dettaglio e relativa carta e sezioni rappresentative geologiche e
permeatimetriche; eventuale possibilita’ di rapporti della falda con zone a rischio di inquinamento;
7) piano particolareggiato, con curve di livello, della zona circostante la captazione, con carta in scala minima 1:1.000 e sezioni geologiche delle quali risultino i criteri adottati per la salvaguardia dell’opera di presa e della falda da possibili elementi
inquinanti esterni;
8) a dimostrazione della non interferenza di altre falde sulla falda minerale, la relazione deve essere integrata con documentazione idrogeologica, chimicofisica ed eventualmente isotopica su campioni prelevati nelle condizioni anomale;
9) la provenienza dalla stessa falda di piu’ opere di presa o punti d’acqua deve essere dimostrata con esauriente documentazione idrogeologica, chimicofisica ed eventualmente isotopica”.

“Art. 3. – Le domande di riconoscimento delle acque minerali naturali debbono essere corredate dai certificati di
almeno quattro analisi chimiche e fisicochimiche eseguite nelle quattro stagioni su campioni prelevati alla sorgente
ovvero alle singole sorgenti, se l’acqua proviene da piu’ sorgenti ,  e  dai  relativi  verbali  di prelevamento  redatti
dall’autorita’ sanitaria  che ha assistito ai prelevamenti stessi”.
“Art. 4. – Le analisi sono eseguite dai laboratori di cui al decreto del Capo del Governo 7 novembre 1939, e successive integrazioni”.
“Art. 7. – Le domande di riconoscimento delle acque minerali naturali debbono essere corredate dai certificati di
almeno quattro analisi microbiologiche eseguite nelle quattro stagioni su campioni prelevati alla sorgente ovvero alle
singole sorgenti, se l’acqua proviene da piu’ sorgenti, e dai relativi verbali di prelevamento redatti dall’autorita’
sanitaria che ha assistito ai prelevamenti stessi”.
“Art. 8. – Le analisi sono eseguite dai laboratori di cui al decreto del Capo del Governo 7 novembre 1939, n. 1856,
e successive integrazioni”.
 
“Art. 9. – Dalle analisi deve risultare:
1) assenza dei coliformi in 250 ml, accertata su semina in due repliche da 250 ml;
2) assenza degli streptococchi fecali in 250 ml, accertata su semina in due repliche da   250 ml;
3) assenza delle spore di clostridi solfito riduttori in 50 ml, accertata su unica semina;
4) assenza dello Staphylococcus aureus in 250 ml, accertata su unica semina;
5) assenza dello Pseudomonas aeruginosa in 250 ml, accertata su unica semina”.
“Art. 10. – Debbono inoltre essere determinati i valori della carica microbica totale a 20 C dopo 72 ore e a 37 C dopo 24 ore”.
Art. 2.  Riconoscimento.
1. La domanda per ottenere il riconoscimento di un’acqua di sorgente e’ indirizzata al Ministero
della sanita’ ed e’ corredata da documentazione idonea a fornire una completa conoscenza
dell’acqua di sorgente, che contenga, in particolare gli elementi di valutazione di cui all’articolo 1.
2. Nella domanda deve essere inoltre specificato il nome della sorgente, la localita’ ove essa sgorga, l’eventuale designazione commerciale di cui all’articolo 8, comma 3, e l’eventuale trattamento
dell’acqua di sorgente mediante le operazioni di cui all’articolo 5, comma 1, lettere b) , c) , d) ed e).
3. Il riconoscimento e’ richiesto dal titolare di concessione o subconcessione mineraria o di permesso di ricerca rilasciato dalle autorita’ competenti in base alle disposizioni di legge vigenti in materia.
4. Sulla domanda di cui al comma 1 provvede il Ministero della sanita’, sentito il Consiglio superiore
di sanita’.
5. Il provvedimento di riconoscimento riporta il nome della sorgente, il luogo di utilizzazione della stessa e l’eventuale trattamento tra quelli di cui all’articolo 5, comma 1, lettere c) e d); esso e’ pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.
 
Art. 3.  Immissione in commercio.
1. L’immissione in commercio di un’acqua di sorgente riconosciuta ai sensi dell’articolo 2 e’ subordinata ad autorizzazione regionale.
2. L’autorizzazione e’ rilasciata previo accertamento che gli impianti destinati all’utilizzazione siano realizzati in modo da escludere ogni pericolo di inquinamento e da conservare all’acqua le proprieta’ esistenti alla sorgente, corrispondenti alla sua qualificazione e che sussistano le condizioni di cui all’articolo 4, tenendo conto delle operazioni consentite dall’articolo 5.
3. Il provvedimento di autorizzazione di cui al comma 2 e’ pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.
 
Art. 4. Condizioni per il rilascio dell’autorizzazione
1. Ai fini del rilascio dell’autorizzazione di cui all’articolo 3 deve in particolare essere accertato che:
a) la sorgente o il punto di emergenza siano protetti contro ogni pericolo di inquinamento;
b) la captazione, le canalizzazioni ed i serbatoi siano realizzati con materiali adatti all’acqua di sorgente, in modo da impedire qualsiasi modifica chimica, fisicochimica o batteriologica di tale acqua;
c) le condizioni di utilizzazione ed in particolare gli impianti di lavaggio e di imbottigliamento soddisfino le esigenze igieniche; in particolare, i recipienti debbono essere trattati o fabbricati in
modo da evitare che le caratteristiche batteriologiche e chimiche dell’ acqua di sorgente vengano alterate;
d) gli eventuali trattamenti dell’acqua di sorgente di cui all’articolo 5, comma 1, lettere c) e d), corrispondano a quelli indicati nel provvedimento di riconoscimento.
 
Art. 5. Operazioni consentite
1. Il carattere di acqua di sorgente non si intende modificato dalle seguenti operazioni:
a) captazione, canalizzazione, elevazione meccanica, approvvigionamento in vasche o serbatoi;
b) separazione degli elementi instabili, quali i composti del ferro e dello zolfo mediante filtrazione o decantazione, eventualmente preceduta da ossigenazione, a condizione che tale trattamento non
comporti una modifica della composizione dell’acqua in quei componenti essenziali che conferiscono all’acqua stessa le sue caratteristiche;
c) separazione dei composti di ferro, manganese e zolfo nonche’ dell’arsenico da talune acque mediante trattamento con aria arricchita di ozono, a condizione che tale trattamento non comporti
una modifica della composizione dell’acqua in quei componenti essenziali che conferiscono all’acqua stessa le sue caratteristiche;
d) separazione di componenti indesiderabili diversi da quelli menzionati alle lettere b) e c) a condizione che tale trattamento non comporti una modifica della composizione dell’acqua in quei componenti essenziali che conferiscono all’acqua stessa le sue caratteristiche;
e) eliminazione totale o parziale della anidride carbonica libera mediante procedimenti esclusivamente fisici, nonche’ incorporazione o reincorporazione di anidride carbonica.
2. Con decreto del Ministro della sanita’, sentito il Consiglio superiore di sanita’, sono stabilite ed aggiornate le condizioni di utilizzazione dei trattamenti di cui al comma 1, lettere c) e d), secondo le disposizioni adottate in materia in sede comunitaria.
 
Art. 6. Operazioni non consentite.
1. E’ vietato sottoporre l’acqua di sorgente ad operazioni diverse da quelle previste nell’articolo 5; in particolare, sono vietati i trattamenti di potabilizzazione, l’aggiunta di sostanze battericide o
batteriostatiche e qualsiasi altro trattamento suscettibile di modificare il microbismo dell’acqua di sorgente.
 
Art. 7. Modalita’ di utilizzazione.
1. L’utilizzazione delle acque di sorgente deve avvenire in prossimita’ della sorgente.
2. E’ vietato il trasporto dell’acqua di sorgente a mezzo di recipienti che non siano quelli destinati
al consumatore.
3. Ogni recipiente utilizzato per il condizionamento delle acque di sorgente deve essere munito
di un dispositivo di chiusura tale da evitare il pericolo di falsificazione, di contaminazione e di
fuoriuscita.
 
Art. 8. Etichette.
1. Sulle etichette o sui recipienti delle acque di sorgente devono essere riportate le seguenti
indicazioni:
a) “acqua di sorgente” seguito dal nome della sorgente e da quello della localita’ di utilizzazione
della stessa;
b) il volume nominale;
c) il titolare del provvedimento di cui all’articolo 3;
d) il termine minimo di conservazione;
e) la dicitura di identificazione del lotto, salvo quanto previsto all’articolo 13, comma 6, lettera a),
del decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 109;
f) informazioni circa gli eventuali trattamenti di cui all’articolo 5, comma 1, lettere c) e d);
g) la dicitura “con aggiunta di anidride carbonica” o il termine “gassata” qualora sia stata aggiunta anidride carbonica.
2. Sulle etichette puo’ essere riportata una designazione commerciale diversa dal nome della
sorgente, a condizione che:
a) il nome della sorgente sia riportato con caratteri di altezza e larghezza almeno pari ad una volta e mezzo il carattere piu’ grande utilizzato per l’indicazione della designazione commerciale;
b) se detta designazione commerciale e’ diversa dal nome del luogo di utilizzazione dell’acqua di sorgente, anche il nome di tale luogo sia riportato con caratteri di altezza e larghezza almeno pari ad una volta e mezzo il carattere piu’ grande utilizzato per l’indicazione della designazione commerciale;
c) la designazione commerciale non contenga nomi di localita’ diverse da quella dove l’acqua di sorgente viene utilizzata o che comunque inducano in errore circa il luogo di utilizzazione;
d) alla stessa acqua di sorgente non siano attribuite designazioni commerciali diverse.
3. Sulle etichette non sono ammesse diciture indicanti la superiorita’ dell’acqua di sorgente
rispetto ad altre acque o affermazioni che abbiano scopo pubblicitario.
4. Con decreto del Ministro della sanita’, da adottarsi di concerto con il Ministro dell’industria,
del commercio e dell’artigianato ai sensi dell’articolo 20 della legge 16 aprile 1987, n. 183, sono
adeguate le disposizioni tecniche contenute nel presente articolo alle direttive adottate in materia
in sede comunitaria.
5. Sulle etichette possono essere riportati i parametri chimici e chimicofisici caratteristici dell’acqua
di sorgente, indicando la data in cui sono state eseguite le analisi.——————————–

 

Note all’art. 8:
– Il D.Lgs 27 gennaio 1992, n. 109, reca:
“Attuazione delle direttive 89/395/CEE e 89/396/CEE
concernenti l’etichettatura, la presentazione e la
pubblicita’ dei prodotti alimentari”. L’art. 13, comma 6,
lettera a), del suddetto decreto legislativo cosi’ recita:
“6. L’indicazione del lotto non e’ richiesta:
a) quando il termine minimo di conservazione o la data
di scadenza figurano con la menzione almeno del giorno e
del mese”.
– La legge 16 aprile 1987, n. 183, reca:
“Coordinamento delle politiche riguardanti
l’appartenenza dell’Italia alle Comunita’ europee ed
adeguamento dell’ordinamento interno agli atti normativi
comunitari”. Si riporta il testo dell’art. 20:
“Art. 20 (Adeguamenti tecnici). – 1. Con decreti dei
Ministri interessati sara’ data attuazione alle direttive
che saranno emanate dalla Comunita’ economica europea per
le parti in cui modifichino modalita’ esecutive e
caratteristiche di ordine tecnico di altre direttive
della Comunita’ economica europea gia’ recepite
nell’ordinamento nazionale.
2. I Ministri interessati danno immediata
comunicazione dei provvedimenti adottati ai sensi del
comma 1 al Ministro per il coordinamento delle
politiche comunitarie, al Ministro degli affari esteri ed
al Parlamento”.

Art. 9. Preparazione di bevande analcoliche.
1. E’ consentita l’utilizzazione delle acque di sorgente per la preparazione di bevande analcoliche, nel rispetto delle norme vigenti in materia.
 
Art. 10. Importazione e riconoscimento.
1. E’ consentita l’importazione delle acque di sorgente estratte dal suolo di un Paese terzo, se riconosciute o dall’autorita’ competente di un altro Stato membro dell’Unione europea o dal
Ministero della sanita’.
2. Per il riconoscimento di un’acqua di sorgente di un Paese terzo si applicano le disposizioni di cui agli articoli 1 e 2; in tal caso possono essere riconosciute solo se l’autorita’ competente del Paese
di origine ne abbia accertato le caratteristiche e garantisca il controllo permanente sul mantenimento di tali caratteristiche.
3. Il periodo di validita’ del provvedimento di riconoscimento di cui al comma 2 non puo’ essere superiore ai cinque anni, con possibilita’ di rinnovo subordinato all’accertamento che l’acqua di
sorgente conservi i requisiti richiesti.
4. I provvedimenti di riconoscimento, di rinnovo e di revoca sono pubblicati nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.
 
Art. 11. Vigilanza sulla utilizzazione e sul commercio.
1. La vigilanza sull’utilizzazione, con particolare riguardo agli eventuali trattamenti di cui all’articolo
5, comma 1, lettere c) e d), e sul commercio delle acque di sorgente e’ esercitata dagli organi delle regioni e delle province autonome di Trento e Bolzano, competenti secondo i rispettivi ordinamenti, dai comuni o loro consorzi, attraverso le aziende unita’ sanitarie locali.
2. Il personale incaricato della vigilanza puo’ procedere in qualsiasi momento ad ispezioni e prelievi
di campioni in qualunque parte degli impianti di utilizzazione, nei depositi e nei luoghi ove si smercino o  si distribuiscano per il consumo, a qualsiasi titolo, le acque di sorgente.
3. Ogni qualvolta siano constatate irregolarita’ nell’uso delle autorizzazioni gli organi preposti alla vigilanza, fatta salva l’adozione di provvedimenti urgenti a tutela della salute pubblica, ne informano
i competenti organi della propria regione i quali provvederanno affinche’ il titolare dell’autorizzazione sia diffidato ad eliminare le cause di irregolarita’.
4. Trascorso invano il termine fissato per l’eliminazione delle cause di irregolarita’, l’autorizzazione
puo’ essere sospesa o, nei casi piu’ gravi, revocata.
5. Del provvedimento di revoca viene dato annuncio nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.
6. Copia del provvedimento di revoca viene trasmesso al Ministero della sanita’.
7. Qualora gli organi competenti alla vigilanza accertino che un’acqua di sorgente non risponda ai requisiti qualitativi di cui all’articolo 1 o presenti un pericolo per la salute pubblica, fatta salva l’adozione di provvedimenti urgenti a tutela della pubblica salute, ne danno immediata comunicazione
al Ministero della sanita’ precisando i motivi dei provvedimenti adottati.
 
Art. 12.  Applicabilita’ delle norme sulle sostanze alimentari e bevande.
1. Ai fini della vigilanza sulla utilizzazione e sul commercio delle acque di sorgente, fermo restando quanto disposto all’articolo 11, comma 3, per quanto concerne le modalita’ da osservare per le
denunce all’autorita’ sanitaria e giudiziaria, per i sequestri da effettuare a tutela della salute pubblica,
si osservano, in quanto compatibili, le norme vigenti in materia di disciplina igienica della produzione
e della vendita delle sostanze alimentari e delle bevande, di cui alla legge 30 aprile 1962, n. 283, e succcssive modificazioni e integrazioni.——————————

Nota all’art. 12:
– La legge 30 aprile 1962, n. 283, reca: “Modifica degli articoli 242, 243, 247, 250 e 262 del testo
unico delle leggi sanitarie approvato con regio decreto 27 luglio 1934, n. 1265. Disciplina igienica
della produzione e della vendita delle sostanze alimentari e delle bevande”.

Art. 13. Pubblicita’.
1. Nella pubblicita’, sotto qualsiasi forma, delle acque di sorgente poste in vendita con una designazione commerciale diversa dal nome della sorgente o del suo luogo di utilizzazione devono
essere rispettate le disposizioni di cui all’articolo 8, comma 2, ed e’ vietato usare espressioni o segni che possano indurre in errore il consumatore circa il nome della sorgente o il luogo della sua
utilizzazione.
 
Art. 14. Ricerca e coltivazione.
1. Alle acque di sorgente si applicano le disposizioni in materia di ricerca e coltivazione previste,
per le miniere, dal regio decreto 29 luglio 1927, n. 1443, e successive modifiche.Art. 15. Sanzioni.
1. Salvo che il fatto costituisca reato e’ soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria:
a) da 40 a 100 milioni, chiunque imbottigli per la vendita un’acqua di sorgente senza

l’autorizzazione di cui all’articolo 3;
b) da 30 a 90 milioni, chiunque non ottemperi alle prescrizioni contenute nel provvedimento
di autorizzazione di cui all’articolo 3, sottoponga l’acqua di sorgente ad operazioni diverse
da quelle consentite dall’articolo 5;
c) da 30 a 90 milioni, chiunque metta in vendita un’acqua di sorgente con etichette non
conformi alle norme stabilite dal presente decreto;
d) da 5 a 30 milioni, chiunque non ottemperi alle altre norme contenute nel presente decreto.
 
Art. 16. Deroghe.
1. Per le acque di sorgente destinate all’esportazione, le indicazioni da riportare sulle
etichette e sui recipienti a norma dell’articolo 8, su autorizzazione specifica del Ministero
della sanita’, possono essere adeguate alle prescrizioni vigenti nel Paese Importatore.
 
Art. 17. Modificazioni al decreto legislativo 25 gennaio 1992, n. 105.
1. All’articolo 1 del decreto legislativo 25 gennaio 1992, n. 105, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al comma 1 dopo le parole “particolari e” e’ aggiunta la seguente: “, eventualmente,”;
b) al comma 2 le parole “e per i loro effetti” sono sostituite dalle seguenti: “ed, eventualmente,
per taluni loro effetti.”;
c) al comma 3, la lettera d) e’ sostituita dalla seguente:
” d) se necessario, farmacologico, clinico e fisiologico”.
2. All’articolo 3 del decreto legislativo 25 gennaio 1992, n. 105, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al comma 1 la parola: “precedente” e’ sostituita dalle seguenti “2, comma 2, lettere a) , b) , c) ed eventualmente d).”;
b) al comma 2, le parole “lettere b) e c)” sono sostituite dalle seguenti: “comma 1, lettere b) , c) , d) ed e).”.
3. Il comma 2 dell’articolo 4 del decreto legislativo 25 gennaio 1992, n 105, e’ sostituito dal seguente:
“2. Il decreto di riconoscimento riporta la denominazione dell’acqua minerale naturale, il nome della sorgente ed il luogo di utilizzazione della stessa e specifica le caratteristiche igieniche particolari, nonche’ le eventuali proprieta’ favorevoli alla salute dell’acqua minerale naturale, le indicazioni e le eventuali controindicazioni che possono essere riportate sulle etichette ed ogni altra indicazione
ritenuta opportuna, caso per caso, ivi compreso l’eventuale trattamento tra quelli di cui all’articolo 7,
comma 1, lettere c) e d).”.
4. All’articolo 5, comma 2, del decreto legislativo 25 gennaio 1992, n. 105, dopo le parole: “esistenti alla sorgente” sono aggiunte le seguenti parole: “, fatte salve le modifiche apportate con i trattamenti
di cui all’articolo 7, comma 1, lettere b) , c) e d).”.
5. All’articolo 6, comma 1, del decreto legislativo 25 gennaio1992, n. 105, dopo la lettera c) e’ aggiunta la seguente lettera:
” d) l’eventuale trattamento dell’acqua, di cui all’articolo 7, comma 1, lettere c) e d), corrisponda a quello indicato nel provvedimento di riconoscimento.”.
6. L’articolo 7 del decreto legislativo 25 gennaio 1992, n. 105, e’ sostituito dal seguente:
“Art. 7 (Operazioni consentite su un’acqua minerale naturale) . –
1. Il carattere di acqua minerale naturale non si intende modificato dalle seguenti operazioni:
a) captazione, canalizzazione, elevazione meccanica, approvvigionamento in vasche o serbatoi;
b) separazione degli elementi instabili, quali i composti del ferro e dello zolfo, mediante filtrazione o decantazione, eventualmente preceduta da ossigenazione, a condizione che tale trattamento non
comporti una modifica della composizione dell’acqua in quei componenti essenziali che conferiscono all’acqua stessa le sue proprieta’;
c) separazione dei composti di ferro, manganese e zolfo nonche’
dell’arsenico da talune acque minerali naturali mediante trattamento
con aria arricchita di ozono, a condizione che tale trattamento non
comporti una modifica della composizione dell’acqua in quei
componenti essenziali che conferiscono all’acqua stessa le sue
proprieta’;
d) separazione di componenti indesiderabili diversi da quelli menzionati alle lettere b) e c)
a condizione che tale trattamento non comporti una modifica della composizione dell’acqua
in quei componenti essenziali che conferiscono all’acqua stessa le sue proprieta’;
e) eliminazione totale o parziale dell’anidride carbonica libera mediante procedimenti
esclusivamente fisici, nonche’ incorporazione o reincorporazione di anidride carbonica.
2. Con decreto del Ministro della sanita’, sentito il Consiglio superiore di sanita’, sono
stabilite ed aggiornate le condizioni di utilizzazione dei trattamenti di cui al comma 1, lettere
c) e d), secondo le disposizioni adottate in materia in sede comunitaria.”.
7. All’articolo 9, del decreto legislativo 25 gennaio 1992, n. 105, dopo il comma 3
e’ aggiunto il seguente comma:
” 4. Non e’ consentita alcuna variazione di denominazione di
un’acqua minerale naturale con la denominazione di un’altra acqua
minerale naturale salvo che di quest’ultima ne sia cessata la
commercializzazione da almeno venti anni. Qualsiasi variazione di
denominazione di un’acqua minerale naturale comporta la modifica del
decreto di riconoscimento.”.
8. All’articolo 11, comma 1, del decreto legislativo 25 gennaio 1992, n. 105, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) la lettera b) e’ sostituita dalla seguente:
” b) la denominazione dell’acqua minerale naturale, il nome della sorgente ed il luogo di utilizzazione della stessa;”;
b) alla lettera h), in fine, sono aggiunte le seguenti parole:
“, salvo quanto previsto all’articolo 13, comma 6, lettera a), del decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 109;”;
c) dopo la lettera h) e’ aggiunta la seguente:
” i) informazioni circa gli eventuali trattamenti di cui all’articolo 7, comma 1, lettere c) e d).”.
9. L’articolo 13 del decreto legislativo 25 gennaio 1992, n. 105, e’ sostituito dal seguente:
“Art. 13 (Importazione di acque minerali naturali) . – 1. E’ consentita l’importazione delle acque minerali naturali estratte dal suolo di un Paese terzo, se riconosciute dall’autorita’ competente di
un altro Stato membro dell’Unione europea o dal Ministero della sanita’, e comprese negli elenchi pubblicati nella Gazzetta ufficiale delle Comunita’ europee.
2. Per il riconoscimento di un’acqua minerale naturale di un Paese terzo si applicano le disposizioni di cui agli articoli 3 e 4; in tal caso possono essere riconosciute solo se conformi alle disposizioni
di cui agli articoli 1 e 2 purche’ l’autorita’ competente del Paese di origine ne abbia accertato le caratteristiche e garantisca il controllo permanente sul mantenimento di tali caratteristiche.
3. Il periodo di validita’ del provvedimento di riconoscimento di cui al comma 2 non puo’ essere superiore ai cinque anni, con possibilita’ di rinnovo subordinato all’accertamento che l’acqua
minerale naturale conservi i requisiti richiesti.
4. I provvedimenti di riconoscimento, di rinnovo e di revoca sono pubblicati nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana e comunicati alla Commissione europea.”.
10. Dopo l’articolo 13 del decreto legislativo 25 gennaio 1992, n. 105, e’ aggiunto il seguente:
“Art. 13-bis (Rapporti intracomunitari) . – 1. Qualora sussistano circostanziati motivi per ritenere che un’acqua minerale naturale non sia conforme alle disposizioni adottate in materia in sede
comunitaria o presenti un pericolo per la salute pubblica, pur circolando liberamente in uno o piu’ Stati membri della Unione europea, il Ministero della sanita’ puo’ temporaneamente sospendere o
limitare nel territorio nazionale la commercializzazione di tale prodotto, informandone immediatamente la Commissione europea e gli altri Stati membri e precisando i motivi della decisione; puo’
richiedere, altresi’, allo Stato membro che ha riconosciuto l’acqua, tutte le informazioni relative al riconoscimento della stessa nonche’ i risultati dei controlli periodici.
2. Su richiesta di qualsiasi Stato membro o della Commissione europea, il Ministero della sanita’ fornisce tutte le informazioni relative al riconoscimento delle acque minerali naturali, la cui
commercializzazione sia stata temporaneamente sospesa o limitata nel territorio di un altro Stato membro nonche’ i risultati dei controlli periodici. A tal fine le regioni inviano regolarmente al Ministero
della sanita’ i risultati dei controlli periodici effettuati su tutte le acque minerali naturali in sede di aggiornamento quinquennale o di aggiornamento anticipato.”.
11. All’articolo 14 del decreto legislativo 25 gennaio 1992, n. 105, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al comma 1, dopo le parole: “vigilanza sulla utilizzazione” sono inserite le seguenti: “, con particolare riguardo agli eventuali trattamenti di cui all’articolo 7, comma 1, lettere c) e d)”;
b) dopo il comma 6 e’ aggiunto il seguente:
” 7. Se gli organi competenti alla vigilanza accertano che un’acqua minerale naturale, proveniente da uno Stato membro dell’Unione europea, non e’ conforme alle disposizioni del presente decreto o
presenta un pericolo per la salute pubblica, fatta salva l’adozione di provvedimenti urgenti a tutela della salute pubblica, ne danno immediata comunicazione al Ministero della sanita’ precisando i motivi dei provvedimenti adottati.”.
——————————-

Note all’art. 17:
– Si riporta qui di seguito l’art. 1 del decreto
legislativo 25 gennaio 1992, n. 105, come modificato dal presente decreto:
“Art. 1 (Definizione e caratteristiche di un’acqua minerale). – 1. Sono considerate acque minerali naturali
le acque che, avendo origine da una falda o giacimento sotterraneo, provengono da una o piu’ sorgenti naturali
o perforate e che hanno caratteristiche igieniche particolari e, eventualmente, proprieta’ favorevoli alla
salute.
2. Le acque minerali naturali si distinguono dalle ordinarie acque potabili per la purezza originaria e sua
conservazione, per il tenore in minerali, oligoelementi e/o altri costituenti ed, eventualmente, per taluni loro
effetti, esse vanno tenute al riparo da ogni rischio di inquinamento
3. Le caratteristiche di cui ai commi precedenti devono essere valutate sul piano:
a) geologico ed idrogeologico;
b) organolettico, fisico, fisicochimico e chimico;
c) microbiologico;
d) se necessario, farmacologico, clinico e fisiologico.
4. La composizione, la temperatura e le altre caratteristiche essenziali delle acque minerali naturali
debbono mantenersi costanti alla sorgente nell’ambito delle variazioni naturali, anche in seguito ad eventuali
variazioni di portata.

Si riporta qui di seguito l’art. 3 del  decreto legislativo 25 gennaio 1992, n. 105, come modificato dal
presente decreto:
“Art. 3 (Domanda di riconoscimento). – 1. La domanda per ottenere il riconoscimento di un’acqua minerale
naturale deve essere indirizzata al Ministro della sanita’ e deve essere corredata da una documentazione
volta a fornire una completa conoscenza dell’acqua minerale naturale, che contenga, in particolare, gli
elementi di valutazione di cui all’art. 2, comma 2, lettere a), b), c) ed eventualmente d).
2. Nella domanda deve essere inoltre specificata la denominazione della sorgente, la localita’ ove essa
sgorga, la denominazione attribuita all’acqua minerale ai sensi del primo comma dell’art. 9, l’eventuale
designazione commerciale, di cui al terzo comma dell’art. 11, l’eventuale trattamento dell’acqua minerale naturale
mediante le operazioni di cui all’art. 7, comma 1, lettere b), c), d) ed e).
3. Il riconoscimento e’ richiesto dal titolare di concessione o subconcessione mineraria o di altro valido
titolo rilasciato dalle autorita’ competenti in base alle disposizioni di legge vigenti in materia”.
 
– Si riporta qui di seguito l’art. 4 del  decreto legislativo 25 gennaio 1992, n. 105, come modificato dal
presente decreto:
“Art. 4 (Riconoscimento). – 1. Sulla domanda di cui all’articolo precedente provvede il Ministro della
sanita’, con proprio decreto, sentito il Consiglio superiore di sanita’.
2. Il decreto di riconoscimento riporta la denominazione dell’acqua minerale naturale, il nome della sorgente
ed il luogo di utilizzazione della stessa e specifica le caratteristiche igieniche particolari, nonche’ le
eventuali proprieta’ favorevoli alla salute dell’acqua minerale naturale, le indicazioni e le eventuali
controindicazioni che possono essere riportate sulle etichette ed ogni altra indicazione ritenuta
opportuna, caso per caso, ivi compreso l’eventuale trattamento tra quelli di cui all’art. 7, comma 1, lettere
c) e d).
3. Il decreto di riconoscimento e’ pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica e comunicato alla
Commissione delle comunita’ europee”.
– Si riporta  l’art. 5 del  decreto legislativo 25 gennaio 1992, n. 105, come modificato dal presente decreto:
“Art. 5 (Autorizzazione alla utilizzazione). – 1. L’utilizzazione di una sorgente d’acqua minerale naturale,
riconosciuta come tale ai sensi dell’art. 4, e’ subordinata all’autorizzazione regionale.
2. L’autorizzazione e’ rilasciata previo accertamento che gli impianti destinati all’utilizzazione siano
realizzati in modo da escludere ogni pericolo di inquinamento e da conservare all’acqua le proprieta’
corrispondenti alla sua qualificazione, esistenti alla sorgente, fatte solve le modifiche apportate con i
trattamenti di cui all’art. 7, comma 1, lettere b), c) e d).
3. Copia del provvedimento di autorizzazione viene trasmessa al Ministero della sanita’.
4. Il provvedimento e’ pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica.
– Si riporta  l’art. 6 del decreto legislativo n. 105/1992, come modificato dal presente decreto:
“Art. 6 (Condizioni per il rilascio dell’autorizzazione). – 1. Ai fini del rilascio dell’autorizzazione di cui all’articolo precedente, deve in particolare essere accertato che:
a) la sorgente o il punto di emergenza siano protetti contro ogni pericolo di inquinamento;
b) la captazione, le canalizzazioni ed i serbatoi siano realizzati con materiali adatti all’acqua minerale naturale, in modo da impedire qualsiasi modifica chimica, fisicochimica e batteriologica di tale acqua;
c) le condizioni di utilizzazione ed in particolare gli impianti di lavaggio e di imbottigliamento soddisfano le
esigenze igieniche; in particolare, i recipienti debbono essere trattati o fabbricati in modo da evitare che le
caratteristiche batteriologiche e chimiche delle acque minerali naturali vengano alterate;
d) l’eventuale trattamento dell’acqua, di cui all’art. 7, comma 1, lettere c) e d), corrisponda a quello
indicato nel procedimento di riconoscimento.
2. E’ fatto salvo il potere del Ministro della sanita’ di emanare direttive generali riguardanti le materie
di cui al comma precedente”.
– Si riporta   l’art. 9 del  decreto legislativo n. 105/1992, come modificato dal presente decreto:
“Art. 9 (Denominazione). – 1. Ad ogni acqua minerale naturale deve essere attribuita una denominazione
propria, che la distingua nettamente dalle altre acque minerali naturali.
2. Il nome di una determinata localita’ puo’ far parte della denominazione di un’acqua minerale naturale
solo se questa proviene da tale localita’.
3. E’ vietato attribuire denominazioni diverse alla stessa acqua minerale naturale.
4. Non e’ consentita alcuna variazione di denominazione di un’acqua minerale naturale con la denominazione di
un’altra acqua minerale naturale salvo che di quest’ultima ne sia cessata la commercializzazione
da almeno venti anni. Qualsiasi variazione di denominazione di un’acqua minerale naturale comporta la
modifica del decreto di riconoscimento”.
– Si riporta  l’art. 11 del   decreto legislativo 25 gennaio 1992, n. 105, come modificato dal presente decreto:
“Art. 11 (Etichette). – 1. Sulle etichette o sui recipienti delle acque minerali naturali debbono
essere riportate le seguenti indicazioni:
a) ”acqua minerale naturale” integrata, se del caso, con le seguenti menzioni:
1) ”totalmente degassata”, se l’anidride carbonica libera presente alla sorgente e’ stata
totalmente eliminata;
2) ”parzialmente degassata”, se l’anidride carbonica libera presente alla sorgente e’ stata
parzialmente eliminata;
3) ”rinforzata col gas della sorgente”, se il tenore di anidride carbonica libera, proveniente dalla stessa
falda o giacimento, e’ superiore a quello della sorgente;
4) ”aggiunta di anidride carbonica”, se all’acqua minerale naturale e’ stata aggiunta anidride carbonica
non prelevata dalla stessa falda o giacimento;
5) ”naturalmente gassata” o ”effervescente naturale”, se il tenore di anidride carbonica libera, superiore a 250 mg/l,
e’ uguale a quello della sorgente, tenuto conto della eventuale reintegrazione di una quantita’ di anidride carbonica,
proveniente dalla stessa falda o giacimento dell’acqua minerale, pari a quella liberata nel corso delle operazioni che
precedono l’imbottigliamento, nonche’ delle tolleranze tecniche abituali;
b) la denominazione dell’acqua minerale naturale, il nome della sorgente ed il luogo di utilizzazione della stessa ;
c) i risultati delle analisi chimica e fisicochimica;
d) la data in cui sono state eseguite le analisi di cui al punto precedente e il laboratorio presso il quale
dette analisi sono state effettuate;
e) il contenuto nominale;
f) il titolare del provvedimento di cui all’art. 5;
g) il termine minimo di conservazione;
h) la dicitura di identificazione del lotto, salvo quanto previsto dall’art. 13, comma 6, lettera a), del decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 109;
i) informazioni circa gli eventuali trattamenti di cui all’art. 7, comma 1, lettere c) e d)”.
– Si riporta  l’art. 14 del  decreto legislativo 25 gennaio 1992, n. 105, come modificato dal presente decreto:
“Art. 14 (Vigilanza sulla utilizzazione e sul commercio). – 1. La vigilanza sulla utilizzazione,
con particolare riguardo agli eventuali trattamenti di cui all’art. 7, comma 1, lettere c) e d) , e sul commercio
delle acque minerali naturali e’ esercitata dagli organi delle regioni e delle province autonome di Trento
e Bolzano, competenti secondo i rispettivi ordinamenti, dai comuni o loro consorzi, attraverso le unita’
sanitarie locali.
2. Il personale incaricato della vigilanza puo’ procedere in qualsiasi momento ad ispezioni e prelievi
di campioni in qualunque parte degli impianti di utilizzazione, nei depositi e nei luoghi ove si smerciano
o si distribuiscono per il consumo, a qualsiasi titolo, le acque minerali naturali.
3. Ogni qualvolta siano constatate irregolarita’  nell’uso delle autorizzazioni gli organi preposti alla
vigilanza, fatta salva l’adozione di provvedimenti urgenti a tutela della salute pubblica, ne informano i
competenti organi della propria regione i quali provvederanno affinche’ il titolare dell’autorizzazione sia
diffidato ad eliminare le cause di irregolarita’.
4. Trascorso invano il termine fissato per l’eliminazione delle cause di irregolarita’,
l’autorizzazione puo’ essere sospesa o, nei casi piu’ gravi, revocata.
5. Del provvedimento di revoca viene dato annuncio nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica.
6. Il provvedimento di revoca viene trasmesso al Ministero della sanita’, che provvede ad
informarne la Commissione delle Comunita’ europee.
7. Se gli organi competenti alla vigilanza accertano che un’acqua minerale naturale,
proveniente da uno Stato membro dell’Unione europea, non e’ conforme alle
disposizioni del presente decreto o presenta un pericolo per la salute pubblica, fatta
salva l’adozione di provvedimenti urgenti a tutela della salute pubblica, ne danno
immediata comunicazione al Ministero della sanita’ precisando i motivi dei provvedimenti
adottati”.
 
Art. 18. Esaurimento scorte.
1. I prodotti non conformi alle disposizioni del presente decreto, etichettati secondo
le disposizioni vigenti alla data di entrata in vigore dello stesso, possono essere
commercializzati fino all’esaurimento delle scorte.

Gennaro Marciano CONTRIBUTO ALLA TEORICA DELL’ECCESSO

Gennaro Marciano

CONTRIBUTO ALLA TEORICA DELL’ECCESSO

DEL FINE  IN RAPPORTO AGLI ART. 368 e 374

(Estratto dal Supp. alla Riv. Pen. Vol. IV, pag. 65).

 

  1. Danti operam rei illicitae imputantur omnia quae contra voluntatem ejus eveniunt: ecco una norma del diritto antico, che oggi viene spesso invocata e ripetuta, malgrado siasi venuta modificando a traverso il successivo svolgersi della coscienza giuridica delle nazioni. Una sentenza, infatti, del Tribunale di Catanzaro, del 6 maggio ’89, stabiliva la seguente massima: “Chi porta ostilmente la mano sopra un individuo risponde delle conseguenze tutte che ne derivano, come sarebbe la morte in seguito a ferita riportata cadendo (1) [(1) Riv. Pen. vol. XXX. p. 420.]”. Ed un pronunziato più recente della Corte Suprema, del 7 febbraio ’93, ispirandosi allo stesso concetto, riteneva responsabile ai sensi del n. 1° dell’art. 372 “coloro che, appostatisi, aggrediscono alle spalle e percuotono a bastonate la vittima designata, che, pure avendo altra via aperta allo scampo, sotto l’impressione della paura, si precipiti da un’altezza per guadagnare la strada sottostante, dove cadendo riporti una lesione con effetto di lunga malattia (2) [(2) Id., vol. XXXVIII, p. 80.]”.

Quali sono, pertanto, nel diritto moderno e sopratutto in rapporto al codice italiano, i criteri da’ quali viene regolata, ne’ reati di sangue, la responsabilità delle conseguenze non volute delle azioni delittuose? Ecco l’oggetto del presente studio.

  1. Dolo e colpa.
  2. Il principio fondamentale, che regola tutta la materia dell’imputabilità, è che l’autore di un fatto vietato dalla legge penale non può essere chiamato a risponderne se, oltre ad esserne causa fisica, non ne sia pure causa morale. Non basta che l’uomo, operando nel mondo esteriore, abbia prodotto la lesione di un diritto; occorre che egli abbia operato volendo l’atto materiale, in cui si esplicò la sua attività, e che fu causa dell’evento sinistro; ed è necessario, inoltre, che l’atto materiale, ingenerato dalla volizione, sia stato voluto come mezzo per produrre l’evento contrario al diritto. Tizio, a cagion d’esempio, nell’atto che gli sfugge il fucile dalle mani, cercando rapidamente di afferrarlo, ne produce per caso l’esplosione e cagiona così la morte di un passante; in questa ipotesi, Tizio è semplicemente causa fisica della morte. Invece Caio, trovandosi a caccia e mirando ad un uccello, esplode l’arma, ma il colpo raggiunge un uomo, che imprevedibilmente trovavasi dormendo dietro un cespuglio, e lo uccide; in questa ipotesi, Caio ha voluto l’atto materiale dell’esplosione, ma, non avendolo voluto come mezzo per offendere alcuno, non può dirsi che sia stato causa morale dell’uccisione altrui, e di questa, in regola generale, non può rispondere. Mevio, infine, col proposito ostile di uccidere, impugna ed esplode l’arma contro un suo odiato nemico e ne cagiona la morte; in questa ipotesi, egli ha voluto l’atto dell’esplosione e il risultato che ne è derivato, ed è ad un tempo causa fisica e morale della morte altrui.

È mestieri, adunque, che la lesione del diritto, garentito dalla legge penale, per essere materia di reato, rappresenti il prodotto voluto dell’attività umana; il che si verifica quando l’uomo, nell’operare, abbia innanzi alla sua coscienza il rapporto di causa ad effetto fra il suo operato e la violazione del dettato giuridico che ne consegue. La volontà, in altri termini, per costituire l’elemento morale del delitto, deve dal dominio interiore della coscienza proiettarsi nel mondo esteriore con un doppio raggio: l’uno, più breve ed immediato, deve convergere sull’atto materiale, che è la manifestazione dell’attività umana; l’altro, meno breve e mediato, deve riflettersi sul risultato dell’azione, che costituisce il fenomeno contrario al diritto ed il fine propostosi dal colpevole. Rettamente osserva il Berner, che “bisogna porre in rapporto l’azione, che è il muoversi della volontà nel mondo esterno, col fatto, che denota il risultato di quel movimento (1) [(1) BERNER, Trattato di dir. pen., 89.]”.

Occorre intanto osservare, che si può aver voluto in diversi modi il male cagionato, senza che perciò resti modificata la base della responsabilità. L’agente può aver voluto direttamente la lesione del diritto che è il risultato della sua azione: Tizio, a cagion d’esempio, ha ucciso una persona con la volontà di darle la morte (dolo diretto). L’agente può aver voluto indirettamente, o alternativamente, o eventualmente il male, di cui è stato cagione il suo operato: Tizio ha esploso l’arma contro Cajo, non proponendosi determinatamente l’uccisione, ma questa prevedendo come eventuale conseguenza dell’esplosione. In tal caso pare, a prima giunta, che non si possa dire voluto l’evento prodotto, ma occorre considerare che il non aver voluto evitare, operando diversamente, il risultato preveduto, vale aver voluto preferire l’eventuale conseguenza del proprio operato, piuttosto che rinunziare all’intento criminoso; significa, cioè, che la morte altrui, nella coscienza dell’agente, rappresentava uno degli effetti conseguibili della propria (2) [(2) Vedi FLORIAN: Dei reati e delle pene in generale, ed. Vallardi, Vol. I p. 321.]. L’Haus scrive: “Sebbene l’agente non avesse voluto direttamente e principalmente il reato di cui è divenuto causa, sebbene non lo avesse neanche desiderato, vi ha nondimeno consentito pel caso che risultasse dal fatto; questo reato era dunque compreso indirettamente ed eventualmente nella sua intenzione” (3) [(3) HAUS, Princ. de droit pen., vol. 1°, n. 301]. Similmente il Mittermaier: “All’assenza del dolo non appartiene solamente il desiderio positivo dell’effetto illegale, ma ancora il consenso nel medesimo, cosicchè l’agente abbia preveduto le possibili conseguenze ed approvato anche le peggiori, posto che avvenissero” (4) [(4) MITTERMAIER, Idea del dolo (Scritti germanici del Mori, vol. I, p. 21)]. In altri termini, malgrado che tra le previsioni della coscienza del colpevole sia apparso il nesso di causalità tra la propria azione e l’evento che si è verificato, si è volontariamente compiuta l’azione; il che significa che la volizione si è proiettata, sebbene indirettamente, anche sul male che è il risultato ultimo contrario al diritto (1) [(1) L’HAUS poi, distinguendo il caso dell’evento preveduto soltanto come certa o probabile conseguenza, da quello dell’evento preveduto soltanto come conseguenza possibile, differenzia il dolo indiretto da quella che egli chiama colpa con previsione. “Un imprudente, egli dice, scaricando un’arma in pieno giorno in una strada frequentata, uccide uno dei passanti; un cavaliere, percorrendo la città al galoppo, schiaccia un fanciullo; un cocchiere, conducendo precipitosamente la sua vettura, ferisce una donna; i muratori occupati a travagliare in alto di un edifizio sito sulla pubblica strada, non prendendo alcuna delle solite precauzioni per avvertire i passeggieri del pericolo, cagionano con la caduta de’ materiali la morte di una persona” (Op. cit., n. 310). Ora, in tali casi, o si è preveduto che il sinistro non si sarebbe verificato, ed in questa ipotesi il prevedere che una cosa non avvenga, vale non prevederla, e si è quindi in tema di colpa; o si è preveduto che il sinistro si sarebbe potuto verificare, ed allora l’aver voluto ciò non ostante agire in quel modo, vale aver consentito che l’evento si verificasse, il che non si riduce alla figura del dolo indiretto. L’opinione del Marciano si riallaccia al pensiero del Carrara (Programma parag. 66) che fu anche accettato dal Puglia (La psicologia della colpa. Scuola Positiva 1898). La dottrina più recente, prendendo le mosse dalla felice formula del Binding: “culpa dolo proxima” (Die Normen und ihre Uebertretung) ammette una “colpa con previsione” (Vedi Del Giudice: Il delitto colposo p. 116). A questa speciale forma di colpa si riferiscono l’Angiolini e l’Altavilla parlando nelle loro classificazioni dei delinquenti colposi, il primo di “Rei colposi per difetto di senso morale, di altruismo” (Dei delitti colposi Rocca, p. 173), il secondo di “Rei colposi per mancanza di senso altruistico, nella cui conoscenza è apparsa la possibilità dell’evento dannoso” (I fattori della delinquenza colposa. Pietro 1907, p. 13).].

Tra’ pregi precipui del codice penale vigente, va senza dubbio menzionato quello di avere enunciato, con un’apposita e generica disposizione, sull’esempio del codice di Zurigo (par. 22) e di quello di Ungheria (art. 875), ma con formola più precisa e razionale, il principio fondamentale del giure punitivo relativo al dolo, che, per quanto elementare, non si è mai sottratto nella dottrina e nella giurisprudenza a dispute importanti. L’art. 45 dispone: “Nessuno può essere punito per un delitto se non abbia voluto il fatto che lo costituisce, tranne che la legge lo ponga altrimenti a suo carico, come conseguenza della sua azione od omissione”. L’utilità pratica e gli efficaci vantaggi di questa disposizione (che rende inutile l’indicazione dell’elemento morale nei casi più discutibili, il che, come avveniva talvolta nei codici aboliti, rendeva discutibili gli altri casi che s’erano creduti non controversi) non furono dapprima intuiti da tutti: fu mestieri, per esserne convinti, rilevarli man mano nella pratica applicazione del codice. A tale uopo, occorre ricordare quanto si avvertiva nella Relazione al Re: “Si volle con l’art. 45 determinare che senza l’elemento morale, senza il concorso della volontà nel fatto preveduto dalla legge, e, prima ancora, nell’azione od omissione che lo produsse, non può esservi responsabilità, non imputabilità, non materia di reato e di pena” (1) [(1) Relazione al Re XXV.]. E a maggiore chiarimento poco dopo si soggiungeva: “Appena occorre avvertire come per volontà si debba intendere tutta l’attività intellettuale che si determina e rivolge ad un dato evento, col presupposto della scienza e coscienza delle circostanze nelle quali e per le quali la volontà si determina; e come PER FATTO si debba intendere, secondo il significato che gli è costantemente attribuito nel codice, non già soltanto l’operare dell’agente, né il solo effetto prodotto, ma QUELLO e QUESTO, con tutti gli elementi costitutivi del reato, quali sono definiti nella legge”. In guisa che, per rispondere di omicidio, occorre che, operando, si sia voluta o preveduta l’uccisione dell’uomo; per rispondere di lesione con sfregio, è necessario che l’agente abbia voluto o preveduto come conseguenza della sua azione, la traccia permanente e visibile di violenza che rimane sul volto dell’avversario; e così via via.

3° Talvolta, intanto, si opera con un fine delittuoso, ma l’azione, volontariamente compiuta per raggiungere il risultato proposto, determina nel movimento del mondo esteriore un evento che eccede il fine e le previsioni avute dal colpevole. Colui che, con l’intenzione di arrecare soltanto una lesione, vibra un lieve colpo alla mano che determina poi la morte, non può dirsi che abbia voluto o preveduto l’effetto prodotto dalla sua azione. L’azione è volontaria, ma involontario e preveduto ne è il risultato della sua intensità; e, per la regola generale dell’art. 45, l’effetto non voluto né preveduto non può, né deve essere imputato. Ma l’evento più grave, benchè abbia ecceduto la volontà e la previsione del colpevole, rappresenta tuttavia l’effetto prodotto da un’azione delittuosa, ed allora il legislatore può bene di questo effetto attribuire, secondo i congrui casi, una parte di responsabilità all’autore dell’azione. Di qui uno dei motivi dell’eccezione sancita dall’art. 45: “Nessuno può essere punito per un delitto, se non abbia voluto il fatto che lo costituisce, tranne che la legge lo ponga altrimenti a sui carico, come conseguenza della sua azione od omissione“. Ora, nell’ipotesi dell’uccisione di un uomo, avvenuta come conseguenza non voluta di un’azione diretta ad offendere soltanto l’integrità personale, non è chi non vegga, che la responsabilità del colpevole non possa estendersi all’uccisione, come se questa fosse stata voluta, né debba semplicemente limitarsi al reato di lesione, come se la morte non si fosse verificata. Potrà disputarsi per taluni, se questa parte di responsabilità debba considerarsi come aggravante in rapporto a quella del delitto di lesione (come ebbe a considerarla il Niccolini (1) [(1) NICCOLINI, Questioni di dir., Vol. I, p. 200.] e come la valuta il codice germanico, par. 226) o debba ritenersi come diminuente in rapporto a quella del delitto più grave di omicidio (siccome ebbe a ritenerla l’accademia fisiomedico-statistica di Milano nelle sue osservazioni al progetto Mancini, e siccome la ritiene il codice austriaco par. 140, ed il codice zurighese, par. 127). Ma non può essere controverso che, mai come in questo caso, il legislatore a buon diritto si avvale dell’eccezione dell’art. 45, statuendo la disposizione dell’art. 368 così concepito: “Chiunque, con atti diretti a commettere una lesione personale, cagiona la morte di alcuno è punito con la reclusione da dodici a diciotto anni ecc.”. Questo articolo, che a nostro modo di vedere, per la regola generale che i delitti vanno classificati per la natura del diritto leso e non per l’intenzione dell’agente, trova rettamente la sua sede propria nel capo dell’omicidio, dà luogo a quel benefizio che nel linguaggio forense vien denominato praeter intentionem, o eccesso del fine, e delinea la figura dell’omicidio preterintenzionale, che, con maggior precisione di linguaggio, nel codice austriaco vien definito col titolo di uccisione (par. 140), distinto dal titolo di omicidio, che presuppone propriamente l’animus necandi come forza motrice del fatto che fu causa della morte. Nell’omicidio volontario la morte si volle o si previde; in quello preterintenzionale la morte non fu voluta, né preveduta. Il Puttmann nitidamente accennò a questa distinzione: Triplicem intentionem in eo qui malum facinus sibi proposuit, distingui debere puto. Una in eo consistit, ut VOLUERIT TOTUM, quo facinus perpetratum fuit, effectum (dolo diretto); Altera, ut facinus intra certos sibi proposuerit fines, PRAEVIDERTQUE, majorem inde quam sibi proposuit effectum, facile sequi posse, neque tamen non etiam in hunc conseserit (dolo indiretto); Tertia ut voluerit quidem malum facinus, sed NON PRAEVIDERIT majorem inde quam voluit effectum oriri posse qui tamen praeter opinionem inde oritur (eccesso di fine) (1) [(1) PUTTMANN, Inst. juris. crim., 36].

Quid in tema di lesione? È noto che, in conformità del sistema più generalmente accolto, le lesioni nel codice vigente vanno classificate in categorie diverse e vengono distinte in gravissime (art. 372, n. 2°), gravi (art. 372, n. 1°), lievi (art. 372, prima parte), e lievissime (art. 372, ultimo capo), secondo la misura e la quantità del danno cagionato. per certo, sarebbe desiderabile che si sradicasse il sistema empirico dei limiti numerici, che, solamente per lo scorrere di un’ora, fa talvolta passare uno stesso reato da una sanzione ad un’altra con sensibili divergenze di penalità, e che, pel desiderio di graduare la pena del colpevole sulle sofferenze della vittima, divide, come diceva Monseignat al Corpo legislativo di Francia, in frazioni il corpo umano e soggetta ad una tariffa penale la perdita di ciascuna di queste frazioni. Sarebbe desiderabile che la distinzione delle lesioni venisse fatta con criteri più larghi e razionali (2) [(2) Von Jagemann scrive: “Secondo le condizioni attuali della scienza si dovrebbe stabilire che la perturbazione della salute è grave ognorachè produce il pericolo della vita o tali effetti nello stato generale della macchina o nelle singole parti di essa, che l’offeso rimanga impedito, se non per sempre, almeno per lungo tempo nelle sue funzioni corporee od impossibilitato a condurre il consueto suo genere di vita” (Essenza di fatto della lesione, negli Scritti germanici del Mori, vol. III, p. 172)]; ma, quale che sia la classificazione adottata, può ammettersi anche per le lesioni la figura dell’eccesso nel fine?

Un acuto scrittore tedesco, Jagemann, opinò per la negativa. Egli scrisse: “D’ordinario l’intenzione è diretta affatto indeterminatamente a cagionare all’avversario un male; ma come riuscirà questo dolore o male, l’offensore lo prevederà forse una volta in mille, né può fare altrimenti. Imperocchè non si richiede meno di un pieno possesso della scienza anatomica, fisiologica e chirurgica per valutare esattamente l’effetto che può avere ed avrà un colpo od un urto sopra un corpo umano. (Neppure il chirurgo, nelle cui mani si pone volontariamente l’infermo, può assicurare la buona riuscita di un’operazione). L’agente vuol dare all’avversario un ricordo sensibile, ed è indifferente intorno al successo del medesimo. Si vuole solamente fare del male, ma si acconsente con piena e semipiena coscienza anche in un successo più grave, e si concederebbe un soverchio favore all’accusato, se non gli si volesse imputare il successo, che siccome colposo. Chiunque, infatti, si propone di ledere l’integrità di una persona può e deve sapere, facendo uso delle forze ordinarie della ragione, che la lesione giungerà forse ad un grado più elevato di quello che egli desidera per la propria soddisfazione” (1) [(1) JAGEMANN, Ricerca del dolo speciale nella lesione (Scritti germ., vol. III, p. 188); ed Op. cit., p. 169.].

Anche l’Oliva, nella Commissione per il progetto Mancini, osservava: “La scusa derivante dalla circostanza che le conseguenze del fatto abbiano ecceduto l’intenzione del colpevole non pare applicabile alle lesioni personali, in quanto che uno dei criteri principali su di cui si basa la valutazione della loro gravità dipende dal danno recato. Vuolsi non obliare un altro pericolo. Il praeter intentionem nei ferimenti volontari dovrà, per giustizia, ammettersi quasi sempre. Come mai potrà stabilirsi che Tizio, percuotendo Caio, voleva che stesse infermo quindici giorni, non quattordici? che egli riportasse una debilitazione od altro grave danno? I casi in cui è provata l’intenzione diretta all’effetto verificato sono rarissimi. Basti, adunque, la volontarietà del fatto perché l’autore di esso ne risponda. La latitudine della pena concessa al giudice ed il beneficio delle attenuanti potranno all’uopo soccorrere al colpevole, che evidentemente avesse voluto assai meno del danno recato” (2) [(2) Verbali, n.° 14, seduta del 18 novembre ’77.].

Negli stessi sensi avvisò la Corte di appello di Napoli, nelle sue osservazioni sul progetto del ’68, rilevando che “altrimenti bisognerebbe pretendere che in ogni lesione si provi dall’accusa che l’agente volesse l’effetto prodotto, il che è difficilissimo” (3) [(3) Sunto delle osservaz. e dei parei, ecc.: Corte di app. di Napoli.].

In verità, pare che un’esagerata preoccupazione sull’indagine dell’elemento intenzionale abbia determinata quest’opinione, facendo confondere una questione di prova con un criterio di diritto. Per certo, non è sempre agevole stabilire se l’autore di una lesione abbia voluto il danno arrecato. Ma ciò non esclude che, non rare volte, sia manifestamente provato che l’agente abbia operato, desiderando procurare un male di gran lunga inferiore a quello in realtà prodotto, che eccedette anche le previsioni di lui. Ogni indagine sull’elemento intenzionale di un delitto, riesce difficoltosa per esser diretta a sorprendere l’intimo proposito nascosto nei cupi rivolgimenti del pensiero del delinquente. Ma le difficoltà non debbono e non possono eliminarsi a danno della giustizia; ed i sani criteri del diritto non consentono che, per risparmiare al giudice il fastidio di una indagine difficile, si parifichi in un’identica sanzione di pena chi ferì, volendo, a cagione d’esempio, debilitare il braccio dell’avversario, a colui che ferì con l’intenzione di produrre soltanto un momentaneo dolore, quantunque ne sia derivato poi il debilitamento. Anche difficile è il constatare che in un fatto improvviso e nel fiotto tempestoso dell’ira siasi avuto il proposito di uccidere; ma, ciò nondimeno, non è escluso in simili casi il titolo di mancato omicidio. Anche difficile è lo stabilire la complicità nei fatti istantanei, ma non perciò è ammesso dalla dottrina moderna il principio che in tali casi ictus uniuscujusque contemplari oportet. E si potrebbe, volendolo, moltiplicare gli esempi. Ora non si saprebbe comprendere perché, negli esempi addotti, la difficoltà della prova non sia ritenuta sufficiente ad eliminare l’ipotesi più sfavorevole all’imputato; e, nel caso poi di una lesione, la stessa difficoltà debba considerarsi bastevole ad escludere l’ipotesi più mite. L’osservazione, perciò, della Corte di Napoli va respinta.

Non vale d’altra parte invocare, come faceva il commissario Oliva, l’efficacia delle circostanze attenuanti e della latitudine della pena, abituale panacea destinata a lasciare il più delle volte non risoluti i problemi giuridici più gravi. Ben altre ragioni (come la causa a delinquere, il danno verificatosi nella minore possibile estensione, preveduta dalla sanzione della legge che si applica, l’età soverchiamente inoltrata, l’illibatezza della vita anteatta, l’ambiente in cui si vive, talvolta lo stato di coscienza alterata, ma non tale da potere dar luogo ad una scusa propriamente detta di vizio di mente o di provocazione) debbono indurre il magistrato ad avvalersi della latitudine della pena o del benefizio delle attenuanti. E sarebbe deplorevole se il magistrato, dovendo all’autore di una lesione, che abbia voluto cagionare il danno prodotto, applicare il minimo della pena e concedere le attenuanti, si trovasse nella necessità di non potere diminuire anche di più la pena per l’autore d’una identica lesione, commessa nelle identiche circostanze di fatto, ma con la differenza di non avere l’autore di essa né voluto, né preveduto, neppure lontanamente, il danno cagionato. Né maggiore efficacia può avere il criterio invocato pure dall’Oliva, secondo il quale la valutazione della gravità delle lesioni dipende dal danno recato. Opportunamente rispondeva il Lucchini, che se, in conformità delle tradizioni italiane, il danno materiale venne adottato come principale criterio per graduare la gravità delle lesioni, non è men vero che, a tale criterio, soggetto alle critiche della scienza, generalmente si aderisce soltanto per difetto di un sistema più logico ed in maggiore armonia con l’essenza dell’imputabilità penale, la quale dovrebbe più direttamente desumersi dagli elementi soggettivi del reato, dall’intenzione cioè del colpevole; per la qual cosa, la preterintenzionalità rappresenta un opportuno correttivo del sistema usato, mercè il quale si tiene un certo conto dell’intenzione dell’agente nel calcolo della sua imputabilità (1) [(1) Verbali, n.° cit.].

Più degna di esame è invece l’osservazione dell’Jagemann: “D’ordinario l’intenzione è diretta indeterminatamente a cagionare all’avversario un male; l’agente è indifferente intorno al successo del medesimo. Si vuole far del danno, ma si acconsente anche in un successo più grave”. A me pare che lo scrittore tedesco sposti il terreno della disputa. Non vi ha per fermo alcun dubbio che, se l’agente, operando, non volle un determinato effetto, ma lo previde e vi acconsentì, egli debba rispondere dell’evento (e sono in ciò di accordo con Jagemann) per la norma già innanzi stabilita che il dolo indiretto, alternativo od eventuale, va parificato al dolo determinato e diretto. Epperò chi ferì, senza il proposito fermo di arrecare un danno grave, ma con la volontà di essere indifferente se il grave danno si fosse avverato, risponde come se avesse voluto direttamente il danno prodotto. Se non che ciò non esclude, che si possa non rare volte avere nel colpevole la volontà e la previsione d’un danno lieve, quantunque nel risultato della sua azione siasi verificato un danno gravissimo. Io comprendo che chi ferisce non possa proporsi di arrecare dieci giorni di malattia, piuttosto che undici, piuttosto che venti; e potrei financo ammettere per poco che non si possa neppure avere il fine determinato di arrecare il debilitamento di un senso, lo sfregio, il pericolo di vita, piuttosto che la perdita di un senso, la deformazione del volto o una malattia certamente insanabile. Ma non potrà certamente revocarsi in dubbio che, in tema di lesione, il fine del colpevole d’ordinario si determina, se non in ispecie, in rapporto cioè dell’effetto concreto che si verifica (sfregio, debilitamento, malattia per dieci, o venti, o trenta giorni), per lo meno in rapporto della maggiore o minore gravità, in genere, del danno. Anche nella fugace concitazione dell’animo, l’agente può limitarsi a voler produrre semplicemente un momentaneo dolore all’avversario. Colui, che per un frivolo motivo vibrò, indignato, uno schiaffo al suo offensore, non potette volere né prevedere altro che un male momentaneo e lievissimo; e se il colpito, barcollando per la violenza subita, urtò contro un palo acuminato che gli cacciò una pupilla dall’orbita e lo rese cieco, non si può per certo affermare che questa gravità di evento sia stata voluta o preveduta dal colpevole e che questi ne debba rispondere non altrimenti che colui che ferì proponendosi di rendere cieco l’avversario, o di arrecargli eventualmente un danno gravissimo. Tutto si riduce a una questione di prova, la quale, né limiti consentiti all’intelletto umano, andrà ponderatamente valutata con criterii desunti da’ mezzi adoperati, dal modo di agire, dallo stato d’animo del colpevole, dalla direzione e reiterazione de’ colpi, e soprattutto dalla causale del delitto; ma sarebbe contrario alla realtà degli eventi umani il ritenere, che in tema di lesione, non si abbia, o si abbia assai di rado, il proposito determinato di un danno che, per quanto non specifico, sorpassi nelle sue conseguenze il fine propostosi dal colpevole. Lo stesso Jagemann altrove è trascinato dalla verità dei principii a scrivere: “Se da un’ingiuria reale (forte guanciata) risulta, contro il volere dell’offensore, un danneggiamento di salute, il fatto della lesione corporale si qualifica per colposo, e si qualifica per intenzionale quando risulta che l’offensore à acconsentito, mentre commetteva l’attacco ingiurioso, anche in un successo più grave, ed à quindi operato con dolo indeterminato” (1) [(1) Op. cit., p. 189.]. Ora, perché si dovrebbe limitare questa distinzione soltanto ai casi dell’ingiuria reale? Forse nell’ingiuria reale non vi è sovente, oltre all’intenzione di attaccare la persona morale, anche quella di danneggiare la persona fisica, intenzione che concorre in ogni lesione personale? Come, adunque, va riconosciuta la preterintenzionalità nell’omicidio, quando vi sia stata volontà di offendere, ma non già volontà o previsione di uccidere, così va riconosciuta del pari la preterintenzionalità in tema di lesione, quando vi sia la volontà di offendere ma non la volontà né la previsione di cagionare il più grave danno che ebbe a verificarsi.

Non sarà, intanto, opportuno ricordare che il CARRARA (2) [(2) CARRARA, Programma, p. s., p. 1412.], seguito poi anche dal De Cola Proto (3) [(3) DE COLA PROTO, Il reato di lesione personale, p. 188.], riconoscendo la figura dell’eccesso di fine nel titolo di lesione, opinò che essa sia inammissibile soltanto nelle lesioni lievi. “Non è possibile, egli osservò, configurare una lesione leggiera preterintenzionale, perché la preterintenzionalità presuppone l’animo di offendere la persona; onde l’offesa leggera essendo l’infimo grado della offesa, non può scevrarsi questa ipotesi dalla forma del vero dolo, con lo stabilire una differenza tra la previsione dell’agente ed il risultato. Questa figura particolare non può trovar dunque la sua applicabilità al titolo di lesione, tranne sotto il punto di vista del rapporto differenziale di gravità fra lesione e lesione.” La limitazione posta dall’insigne giurista pisano starebbe, qualora la lesione leggera rappresentasse unicamente l’infimo grado di offesa. Ma nelle legislazioni vigenti la lesione lieve, rispetto alle altre categorie, costituisce una specie le cui conseguenze variano, per quanto in confini angusti, da una minore ad una maggiore entità; e talvolta in alcuni codici, come nel codice sardo (art. 550) ed anche nel codice vigente (art. 372, ultima parte) al di sotto della lesione lieve, si considera con distinte e diverse sanzioni di pena anche la lesione lievissima, la quale, a sua volta, può essere più o meno considerevole, avuto riguardo alle conseguenze cagionate nei singoli casi. Così, per l’art. 372 del codice italiano, è lievissima la lesione, “se il fatto non abbia cagionata malattia od incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni, o se l’una o l’altra non abbia avuto la durata di oltre dieci giorni”. Ora è agevole rilevare, che il colpevole può avere talvolta l’intenzione di cagionare col suo operato niente altro che un momentaneo dolore, laddove contro la volontà e la previsione di lui si verifica una malattia per dieci giorni. Tizio, a cagion d’esempio, assesta uno scappellotto a Caio; egli non à, e la sua azione lo mostra, altro intendimento che quello di arrecare una dolorosa sensazione fugace ed istantanea; ma Caio, per schivare il colpo, fa un inopportuno movimento del capo, e lo scappellotto va a cadergli sull’occhio che resta tumefatto e livido per dieci giorni. È evidente che questo risultato abbia superato l’intenzione avuta dall’agente, e costituisca un eccesso rispetto al fine del colpevole, malgrado si versi nel caso di una lesione lievissima. Per la qual cosa il praeter intentionem va ammesso anche nelle lesioni d’infimo grado, ogni qualvolta queste offrano, nei limiti stabiliti dalla legge, una varietà di conseguenze più o meno notevoli, in guisa che l’una possa, senza entrare in una sanzione più grave, considerarsi rilevante rispetto ad un’altra (1) [(1) Anche il Crivellari, sotto l’impero del codice sardo, ritenne, contro l’avviso del Carrara, ammessibile l’eccesso di fine nell’ipotesi delle ferite lievissime (I reati contro la vita e l’integrità personale, vol. II, p. 194).

Conf. Cass. 23 Novembre 1914 causa Siberini Giust. pen. vol. XXV, col. 166: “È possibile l’applicazione dell’art. 374 anche alle lesioni lievissime, eccettuata l’ipotesi del fatto che non produca malattia, né incapacità ad attendere alle ordinarie occupazioni”.

Contra: “In tema di lesioni di praeter-intentionem è applicabile soltanto se con l’intenzione di produrre una lesione considerata come meno grave dalla legge se ne produca una maggiore: e perciò la diminuzione di pena si esercita sulla pena maggiore. Ora se il legislatore in un’ipotesi comprende diversi tipi di lesioni, queste penalmente hanno l’istessa gravità, potendo ognuna di esse essere colpita dall’istessa pena, quindi chi dà uno schiaffo con l’intenzione di produrre un dolore è punibile come chi infligge una lesione guaribile in dieci giorni, manca perciò una sproporzione veramente apprezzabile tra l’intenzione ed il danno. Senza di che a parità d’intenzione criminosa sarebbe punito più gravemente chi ha prodotto un danno minore”. Altavilla. I delitti contro la persona.].

  1. È notevole che questi principii, così evidenti nella loro semplicità, non siano ancora completamente entrati nella coscienza giuridica delle nazioni. Infatti nelle legislazioni moderne non si trova, ad eccezione di qualche raro esempio, preveduto l’eccesso del fine al titolo delle lesioni. In Francia, col codice draconiano del’10, non era preveduta la preterintenzionalità neppure nel caso dell’omicidio; e una giurisprudenza, biasimata dagli scrittori (Chauveau ed Hèlie, Blanche, Carnot, ecc.), aveva parificato all’omicidio volontario la ferita producente morte, inferta senza volontà di uccidere. Più tardi, con le riforme della legge del ’32, si aggiunse all’art. 309 un paragrafo che colmava la lacuna e stabiliva una pena più mite. Ma per le ferite non si apportò per questa parte alcuna innovazione, e rimase fermo l’antico criterio che bastasse la volontà indeterminata di nuocere e che il risultato materiale delle ferite dovesse costituire l’indice dell’intenzione del colpevole. Se non che lo stesso oratore del Corpo legislativo accennava all’incertezza e alla fallacia del principio, dicendo: “È difficile valutare in questa parte esattamente la gravità del reato e la perversità del suo autore. In questa materia vi è molto a dire, e molto a supporre; ma dir tutto è impossibile, lasciar campo alle supposizioni non è cosa convenevole. In questa penosa alternativa, imposta dalla natura stessa dell’obbietto e da’ limiti dello spirito umano, uopo è segnare qualche traccia, rannodare le specie diverse e le loro innumerevoli svariatezze a qualche punto fisso, a qualche principio generale; il rimanente ai giudici”.

Il codice austriaco prevede l’eccesso di fine del titolo dell’omicidio (§ 140), denominando, come abbiamo già rilevato, uccisione, il fatto di aver cagionato la morte altrui senza intenzione omicida; ma nulla stabilisce sul proposito nel titolo delle lesioni, per le quali basta che sieno state inferte non con l’intenzione di dare la morte ma con altra nemica intenzione (§ 152), con l’intendimento cioè di arrecare un danno indeterminato all’integrità della persona (1) [(1) FRÜWALD, Man. di dir. pen., vol. I, p. 145. ]. Parimenti nei codici olandese, ungherese, belga, sanmarinese, spagnuolo, ticinese non vi sono disposizioni relative all’eccesso di fine in tema di lesioni.

Nel codice germanico, ammettendosi la preterintenzionalità nei casi di ferite seguite da morte non voluta (§ 226), si è accolta, per le ferite, una distinzione che indirettamente si riferisce all’eccesso del fine. Nei par. 224 e 225 si stabiliscono, infatti, sanzioni diverse per le lesioni gravi volontarie, secondo che vi sia stato o meno la previsione o la volontà delle gravi conseguenze cagionate (1) [(1) BERNER, Tratt. di dir. pen., p. 428; GEYER, Strafrecht, vol. II, p. 17; LISZT, Lehrbuch, 339; MEYER, Lehrbuch, p. 537.]. Si parte dal presupposto che d’ordinario non vi sia, ferendo, il fine di produrre un determinato evento; ma nel caso sia dimostrata l’intenzione diretta all’evento grave, che venne prodotto, la pena si aumenta (par. 225).

Soltanto nel codice zurighese è nettamente affermato, in tema di lesioni, il benefizio dell’eccesso nel fine: il par. 139 dà facoltà al giudice di applicare una pena più mite, quando risulti che l’imputato non abbia mirato alle conseguenze indicate nel § 138 lett. a (considerevole e permanente pregiudizio al corpo od alla salute dell’offeso), ma soltanto ad un maltrattamento meno grave.

Tra le glorie del diritto italiano va annoverata anche quella di avere accolta la teorica della preterintenzionalità in tutte le sue conseguenze né reati di sangue, e di averla estesa, prima che nelle altre nazioni, anche ai delitti di ferimento. Un tempo, con le leggi penali del 1808, si era ritenuto imputabile il reato maggiore derivato da un reato minore, di cui si fossero potute prevedere le conseguenze; e quando fu adottato il codice penale francese, ove non era sancita questa massima generale, la giurisprudenza, con criteri rigidi, tenne fermo il principio che, anche non concorrendo nel colpevole la volontà di uccidere, si sarebbe dovuto rispondere di omicidio se la lesione avesse cagionata la morte. Ma l’ingiustizia di questa parificazione si faceva strada nella coscienza de’ giuristi, e, quando vennero alla luce le sapienti leggi napoletane del ’19, un articolo consacrò tassativamente il principio che nei reati di sangue in generale, e quindi anche in tema di lesioni, nel caso che l’evento avesse superato il fine del colpevole, la pena avrebbe dovuto subire una determinata attenuazione. L’art. 391 stabiliva: “Se nel commettersi volontariamente una percossa o ferita, ne nasca un reato più grave che sorpassa nelle sue conseguenze il fine del delinquente, si applicherà la pena del reato più grave, diminuita di uno o due gradi”. Più tardi lo stesso principio veniva sanzionato nel codice toscano o nel codice sardo: nell’uno, mentre da una parte si stabilivano con l’articolo 311 pene più miti per l’omicidio oltre l’intenzione, dall’altra, con gli articoli 328 e 330, venivano determinate speciali attenuazioni di pena “quando la lesione personale fosse riuscita gravissima o grave, sebbene l’offensore non avesse avuto l’animo di commetterne che una leggiera”. Similmente l’art. 569 del codice sardo disponeva: “Colui che nell’intenzione soltanto di percuotere o ferire commette un reato più grave, e che sorpassa nelle sue conseguenze l’avuto disegno, sarà punito con la pena stabilita pel reato più grave diminuita di uno o di due gradi”. Nell’elaborazione del nuovo codice, malgrado le poche osservazioni contrarie sollevate talvolta, ed a cui abbiamo già accennato, tutti i progetti accolsero la teorica della preterintenzionalità in tema di lesione, e rimase definitivamente approvato l’art. 374 del codice vigente così concepito: “Quando nei casi preveduti negli articoli precedenti (che contemplano le varie ipotesi di lesione) il fatto ecceda nelle conseguenze il fine propostosi dal colpevole, le pene ivi stabilite sono diminuite di un terzo alla metà“.

  1. Per la retta interpretazione ed applicazione di questo articolo, occorre richiamarsi per poco al disposto dell’art. 45: “Nessuno può essere punito per un delitto se non abbia voluto il fatto che lo costituisce”. Per rispondere, a cagion d’esempio, di ferimento che abbia cagionato debilitamento permanente, è mestieri che l’agente abbia voluto produrre questo determinato evento dannoso; in guisa che, se il colpevole non volle cagionare che una malattia di lieve durata, il fatto più grave verificatosi non potrebbe essere posto, per la regola generale, a carico dell’agente, se non vi fosse un’apposita e speciale sanzione di legge, che, in linea eccezionale, sciogliendo la riserva fatta dal legislatore nello stesso articolo 45, ponga altrimenti a carico del colpevole l’evento più grave che fu conseguenza dell’azione. Se non che, occorre por mente ad un rilievo importante. Per la regola dell’art. 45, l’accusa dovrebbe dimostrare nel colpevole la volontà o, ciò che vale lo stesso, la previsione avuta dell’evento prodotto; ma, ad evitare che in ciascun caso il magistrato procedesse a questa indagine per certo non agevole, e avuto riguardo che non rare volte l’intenzione di colui che agisce, per fatti ordinariamente improvvisi e provocati dall’impeto dell’ira, non è che quella determinata e vaga di nuocere semplicemente, la legge à prudentemente stabilita la presunzione che, in tema di ferimento, la volontà del colpevole risponda del danno prodotto, salva la prova del contrario. Ciò si desume manifestamente dall’art. 374. Ivi non è detto che debba essere applicato il benefizio dell’eccesso nel fine, qualora non sia provato che il fatto nelle sue conseguenze risponda all’intenzione del colpevole; ma è detto, per contrario, che il benefizio debba concedersi qualora “il fatto ecceda nelle sue conseguenze il fine propostosi dall’agente”. Il che significa che è d’uopo dimostrare questo eccesso per l’applicazione dell’art. 374; non basta perciò la mancata prova della volontà o della previsione nel colpevole rispetto al danno avvenuto; la legge presume che l’evento risponda al fine, lasciando salvo il diritto di provare il contrario. Resta, pertanto, fermo il principio, che per applicare il benefizio dell’art. 374, è d’uopo semplicemente dimostrare che l’evento prodotto dall’azione non fu voluto né preveduto dal colpevole. Non occorre indagare altro; non è mestieri valutare se l’effetto sia stato o meno prevedibile. Ecco l’importante innovazione apportata dal codice vigente sulle leggi abolite, e che rampolla dai criterii giuridici a cui abbiamo accennato.

Le leggi napoletane del ’19 rendevano inapplicabile il benefizio dell’eccesso nel fine “quando il delinquente avesse potuto prevedere le conseguenze più gravi della sua azione” (art. 391). Per ottenere perciò il benefizio, era mestieri dimostrare che l’evento più grave non solo non era stato voluto né preveduto, ma non era stato neppure prevedibile: la prevedibilità era così parificata, con grave ingiustizia, alla volontarietà ed alla previsione. Il codice sardo seguì lo stesso criterio, applicandolo però meno rigorosamente; e l’articolo 569 stabiliva: “La diminuzione di pena non avrà luogo quando il delinquente avesse potuto FACILMENTE prevedere le conseguenze del proprio fatto”. Non bastava, adunque, per escludere il benefizio, che le conseguenze fossero state prevedibili: era necessario che fossero state prevedibili facilmente. Così alla volontà e alla previsione veniva parificata la facile prevedibilità. Neppure il codice toscano seppe prescindere da questo criterio, ed incorse nello stesso errore, distinguendo però un doppio grado di prevedibilità. Infatti l’articolo 330 prescriveva che, quando la lesione fosse riuscita gravissima o grave, sebbene l’offensore non avesse avuto l’animo di commetterne che una leggiera, il carcere avrebbe dovuto essere: a) da quattro mesi a due anni, se l’agente avesse potuto prevedere come conseguenza probabile del suo fatto il successo avvenuto; e b) da un mese a un anno, se l’agente avesse potuto prevedere come conseguenza possibile del suo fatto il detto successo.

Accadeva, intanto, che fuori d’Italia le nuove legislazioni (zurighese ’71, germanica ’72), prescindendo dal criterio delle prevedibilità, consacravano la teoria dell’eccesso nel fine delineandola ne’ suoi termini veri e precisi, mentre le leggi italiane, che in questa parte, come in tante altre, avevano precorso le leggi straniere, rimanevano indietro, dibattendosi tra gli angusti cancelli de’ criterii della facile o difficile prevedibilità. Nell’elaborazione, però, del nuovo codice, il bisogno della innovazione non tardò a farsi strada ed a trionfare. In tutti i varii progetti, da quello del 17 maggio ’68, che ammetteva l’eccesso nel fine solamente nel caso dell’uccisione, a quelli successivi (De Falco, Vigliani, Senatorio, Mancini, Zanardelli ’83, Savelli, Pessina, Zanardelli ’87), il benefizio del praeter intentionem fu accolto senza alcun limite e senza le pastoie della maggiore o minore prevedibilità dell’evento, bastando che il fatto avesse superato nelle sue conseguenze il fine propostosi dal colpevole. Se non che le tradizioni legislative, per quanto erronee, non si distruggono senza lotta; e vi fu chi tentò ritornare all’antico (1) [(1) Soltanto il progetto del 17 maggio ’68 limitò l’applicazione dell’eccesso nel fine ai casi di omicidio, senza parlarne al titolo delle lesioni.]. Nel seno, infatti, della Commissione Mancini, il De Falco propose all’art. 388 dello schema senatorio (’75) un emendamento nei seguenti termini: “Chiunque cagiona una lesione personale, che ecceda nelle conseguenze la sua intenzione, incorre nella pena della lesione cagionata, diminuita da uno a due gradi, qualora non poteva facilmente prevedere le conseguenze maggiori del suo fallo“. Quest’ultimo inciso però, benchè trovato giusto nei loro pareri dalle Corti d’appello di Venezia e di Catanzaro, fu combattuto dalle Corti d’appello di Brescia, di Catania, di Firenze (2) [(2) Sunto delle osserv. e de’ pareri; Roma, ’78.], e venne definitivamente respinto, in guisa che non riapparve nei progetti posteriori.

Venuto alla luce il progetto dell’87, il Guardasigilli nella sua Relazione avvertiva che egli aveva stimato allontanarsi dai criterii empirici della maggiore o minore prevedibilità accolti nelle legislazioni passate (1) [(1) Relazione sul prog. del ’87, p. 285.]. Ed il Villa, relatore della Commissione per la Camera elettiva, più specificatamente osserva: “La Commissione à su questo proposito (come poi nella materia analoga del ferimento preterintenzionale senza evento letale) implicitamente approvato che il progetto non abbia riprodotto il concetto dell’articolo 569 dell’attuale codice sardo, il quale, per l’ammissione della scusante dell’eccesso nel fine, richiede il concorso della non facile prevedibilità: elemento questo, sul quale, in relazione allo stato d’animo del colpevole al momento del fatto, riesce troppo difficile e soverchiamente arbitrario il portare un giudizio esatto e sicuro; mentre, d’altra parte, non sembra equo che, non agli effetti civili, ma a quelli penali venga interamente pareggiata la sola facile prevedibilità alla contestata e positiva intenzione malvagia” (2) [(2) VILLA, Relazione, CCXV.]. Alla Camera dei deputati il Ferri propose lo stesso emendamento proposto dal De Falco nel ’75 (3) [(3) Proposte ed osservazioni allegate alla Relazione Villa.]; ed il Della Rocca, nello stesso ordine di idee, nella tornata del 2 giugno ’88, esortò il ministro Guardasigilli a non allontanarsi dalle tradizioni delle nostre leggi. Egli disse: “Dunque, secondo la dizione di questo articolo, basta solo la mancanza della intenzione di uccidere, perché vi sia il benefizio della diminuzione della pena. È esclusa quindi l’altra condizione che non si potesse facilmente prevedere la conseguenza delle ferite e delle percosse. Ora, io penso che la concorrenza di questa altra condizione sia indispensabile, perché si accorderebbe un beneficio soverchio a colui che non lo merita. Difatti uno che ferisce un altro al cuore può dimostrare che non aveva intenzione di uccidere, e che è stato proprio una fatalità quella per la quale à colpito al cuore. E così in tanti altri casi si può fare questa supposizione che non vi fosse intenzione di uccidere, ma solo intenzione di ferire, sia per la natura del fatto, sia per le cause che vi avevano dato luogo, sia per il modo tenuto, sia per le espressioni pronunziate, sia per tante e tante altre cause. Ma questo non basta, perché colui il quale ferisce in modo da potere prevedere, nell’atto che ferisce, che quella tale ferita avrebbe potuto togliere la vita al suo avversario, deve essere anche incolpato di omicidio. Imperocchè, se la ferita produce la morte, chi l’à fatta à voluto uccidere; e può solamente essere scagionato di quella responsabilità, quando dimostri che non poteva facilmente prevederne le conseguenze. Io quindi vorrei che si ritornasse alle disposizioni che sono attualmente in vigore; cioè che si accordasse il beneficio, detto preterintenzionale, per i reati di sangue, solamente quando concorrano le altre circostanze della non facile prevedibilità delle conseguenze del fatto (1) [(1) Discussioni alla Camera de’ deputati, tornata del 2 giugno ’88.]”. L’errore del ragionamento era manifesto: si voleva desumere la volontà di produrre l’evento dalla facile prevedibilità di esso; e la discussione del Della Rocca non servì che a ribadire anche di più il concetto a cui si era ispirato il legislatore. Infatti, nella Commissione del Senato si respinse la proposta; ed il Costa, nella sua Relazione, osservava che, diversamente facendosi, si sarebbe venuto “con un empirismo disumano a rendere responsabile di omicidio colui che ebbe soltanto intenzione di ferire ed à conseguito un esito che non à voluto, ma che avrebbe potuto prevedere” (2) [(2) COSTA, Relazione al Senato, art. 349.]. Così nel testo definitivo del codice rimase la disposizione del progetto, senza emendamento di sorta.

Da tutto ciò emerge che a torto l’Impallomeni scriveva: “L’imputato non può altrimenti provare l’eccesso nel fine se non dimostrando come, tenuto conto del suo modo di agire, de’ mezzi adoperati, e di ciò è la conseguenza ordinaria della sua azione, la lesione cagionata sia stata un effetto straordinariamente più grave di quello che avrebbe potuto, secondo la comune esperienza, prevedersi. Un giudice che guardi alla realtà delle cose, e non voglia tener dietro a chimeriche e assurde indagini d’intenzione, non può regolarsi diversamente. E ciò torna lo stesso che ritenere preterintenzionale la lesione personale quando non fosse stata facilmente prevedibile, precisamente come si diceva nel capoverso dell’art. 569 del codice del ’59 (3) [(3) IMPALLOMENI, Il cod. pen. ital., vol. III, p. 186.]”. Comprendo che il modo di agire ed il mezzo adoperato debbano soprattutto tenersi presenti per esaminare quale sia stata l’intenzione del colpevole; ma, anche guardando alla realtà delle cose e facendo astrazione da sottili criterii scientifici, è ardito desumere il fine dell’agente dal fatto di avere potuto facilmente prevedere le conseguenze del suo operato. Se ciò fosse incondizionatamente vero, tutti i reati colposi, che si puniscono appunto perché l’evento da essi prodotto era facilmente prevedibile, diverrebbero reati volontari. Non perché un danno sia la conseguenza ordinaria di una determinata lesione, si à il diritto di dire che , questa lesione inferendo, quel danno siasi voluto. Lo scagliare, a cagion d’esempio, una pietra contro una persona produce d’ordinario conseguenze gravi; ma, se l’agente ciò fece per arrecare un male momentaneo e lieve, non già per procurare un danno duraturo e grave, più per compiere una spavalderia che per dare sfogo a vivi rancori e a sentimenti di sdegno (e ciò venga dimostrato dal fatto che non aveva sul omento altri mezzi di cui disporre, dalla dimensione della pietra, dalla direzione ad essa data, dalla poca violenza con cui venne scagliata, dalla causale frivola ed insignificante e da altre circostanze somiglianti) sarebbe ingiusto attribuirgli la responsabilità completa del pericolo di vita, che determinò l’urto della pietra sulla tempia dell’offeso.

La Corte Suprema, ispirandosi agli esatti criterii della nuova legislazione, à con frequenti pronunziati stabilito, che “l’eccesso del fine per l’art. 374, come per l’art. 368, a differenza del codice sardo, non è subordinato al criterio della facile prevedibilità dell’evento” (12 gennaio ’91: Riv. Pen., vol. XXXIII, p. 616, n. 783 del Mass.; 25 agosto ’91: Id., vol. XXXV, p. 424 nn. 489 e 498 del Mass.; 21 dicembre ’92: Id., vol. XXXVIII, p. 411; 7 luglio ’93: Id., vol. XXXVIII, p. 246; 11 novembre ’93: Id., vol. XXXIX, p. 215; 10 gennaio ’94: Id., vol. XLIII, p. 621; 9 ottobre ’96: Id. vol. XLIV, p. 530).

  1. Dolo e caso.
  2. Intanto l’evento, che è conseguenza non voluta né preveduta della propria azione, può essere prevedibile o imprevedibile. Anche io penso, col Carrara, che ogni fatto, che abbia attinenza con l’attività umana, possa, rigorosamente parlando, essere prevedibile, e che l’imprevedibilità sia niente altro che un’iperbole. Non vi à, per certo, evento dannoso, nel quale sia in un modo qualsiasi intervenuta l’opera dell’uomo, che possa dirsi assolutamente imprevedibile. Quando un male è avvenuto, era sicuramente possibile che avvenisse, e se maggiore fosse stata la circospezione dell’agente, si sarebbe potuto sicuramente evitare. Ma il criterio della prevedibilità va guardato sotto un punto di vista relativo. Dall’uomo non si può pretendere ciò che esce da’ confini del corso ordinario delle cose, messo in rapporto con la sua prudenza individuale e con le speciali circostanze de’ singoli casi in cui agisce. Imprevedibile, pertanto, va considerato l’evento, che nello svolgersi consueto de’ fatti umani non si verifica facilmente, operando con la preveggenza di cui si è dotati e che viene richiesta dalle esigenze delle varie congiunture della vita. Donde deriva la conseguenza, che si considera come prevedibile soltanto quell’evento che sia facilmente prevedibile. Questo criterio venne con molta precisione enunciato da Jagemann nello stabilire i caratteri della colpa: “Date certe circostanze, in alcune azioni occorre prudenza perché da esse non derivi alla umana esistenza un pregiudizio, che secondo il consueto andamento delle cose proviene facilmente“. Uguale criterio venne sanzionato nel codice austriaco: “Ogni azione od omissione, la quale, o già per le sue conseguenza naturali facilmente discernibili per ognuno, o in virtù di prescrizioni appositamente notificate, o per la condizione, l’impiego, la professione, il mestiere, l’occupazione, o in generale per le particolari circostanze di chi ne è l’autore possa essere da questo riconosciuta atta a produrre od accrescere un pericolo per l’altrui vita, salute o sicurezza corporale, dovrà essere punita, ecc.” Prevedibile è dunque quell’evento che è facile ed ordinaria conseguenza di certe azioni.

Ciò premesso, ne’ fatti preterintenzionali la conseguenza ulteriore dell’evento doloso può dar luogo all’ipotesi della colpa o a quella del caso. Se essa era prevedibile, si à un misto di dolo e di colpa, e se prevedibile non era, si à un misto di dolo e di caso. Nella prima ipotesi (dolo e colpa) sarebbe ingiusto imputare come doloso anche il fatto colposo susseguente, solo perché il colpevole versava in dolo; e parimenti ingiusto sarebbe tramutare il fatto nel suo insieme in un delitto colposo, solo perché da colpa fu determinata la conseguenza più grave. Donde il corollario, che la pena da infliggersi dovrebbe essere superiore a quella comminata per il solo fatto doloso, e inferiore a quella che andrebbe irrogata, se doloso fosse stato l’evento in tutte le sue conseguenze. Tale è il criterio seguito dal nostro legislatore (1) [(1) La colpa, che determina il fatto susseguente, deve essere considerata come culpa lata per la più facile prevedibilità che si à del male, versando in cosa illecita, a differenza di quella che si può avere quando l’intenzione non sia rivolta a violare il diritto altrui.]. Nella seconda ipotesi (dolo e caso), a mio modo di vedere, la responsabilità deve fermarsi al semplice fatto doloso: del caso non può rispondersi, neppure se si versa in cosa illecita; l’imprevedibile non è imputabile, e non lo può divenire in odium criminis. Il fatto doloso precedente potrà reclamare il massimo della pena nella latitudine concessa al magistrato, ma non potrà mutare l’indole del fatto susseguente. Occorre in casi somiglianti non lasciarsi dominare dalle impressioni del danno, ma dai criterii del diritto. Tizio vibra uno schiaffo al suo avversario, ma questi, per schivarlo fa un rapido movimento col capo e, urtando presso un’imposta, si ferisce al volto e resta deturpato, o, peggio ancora, si fracassa il cranio e muore (2) [(2) In Temme (Arch., VI, p. 208) si legge il caso realmente accaduto di un urto dato con la mano aperta che cagionò la morte. A me è occorso nella pratica giudiziaria il caso di un maestro che lanciò un’asta di penna sulla mano di un alunno per punirlo, e questa, rimbalzando si conficcò nell’occhio del giovinetto, cagionando la cecità parziale. In un altro processo una madre venne tradotta alla Corte di assise per rispondere della uccisione del proprio figlio, contro del quale aveva scagliata una vecchia ciabatta che, cadendo sulla tempia, aveva determinato più tardi la morte.]. In tal caso il deturpamento o la morte sfugge ad ogni facile prevedibilità e costituisce una infelicitas fati che nessun criterio giuridico può rendere imputabile. Non vi è che il fatto doloso della ceffata, e nulla più; tutto il resto potrà essere deplorato, ma non è materia d’imputabilità (3) [(3) Contra Cass. 31 Maggio 1920 ric. Sangioni Giust. pen. 1920, vol. 955 m. 639.]. Né si dica che, versandosi in cosa illecita, si possa facilmente prevedere che l’evento vada oltre l’intenzione. Indubitatamente chi vibra un colpo di pugnale al petto, all’addome, od anche al braccio, con l’intenzione di ferire, può facilmente prevedere che si verifichi l’evento dell’uccisione, ed in tale ipotesi trattasi di colpa mista a dolo; se non che, colui che mena uno schiaffo potrà facilmente prevedere che, invece di arrecare un semplice dolore momentaneo, cagionerà un’enfiagione che potrà durare alcuni giorni, ma non potrà mai facilmente prevedere che ne derivi o il deturpamento o la morte. Anche versando, adunque, in cosa illecita può mancare qualsiasi ragione di prevedibilità in rapporto all’evento più grave che ne consegue, e non può parlarsi perciò di responsabilità maggiore.

  1. Tale può dirsi che sia orami l’insegnamento prevalente della dottrina di fronte ai principii razionali del diritto. in Germania il Klein protestò contro la teoria dell’omicidio casuale, osservando che l’omicidio accidentale non può mai essere imputato, ancorchè l’autore del medesimo versasse in cosa illecita, e ritenendo assurdo l’aforisma: Qui in re illicita versatur, tenetur etiam pro casu (1) [(1) Nota al par. 29 di Quistorp (citato dal Carrara), Grundsalze des Deutschen Krim., che opinò diversamente.]. Berner scrive: “Le conseguenze di un’azione, che non potevano essere prevedute nemmeno da un ben sennato uomo, non mantengono alcun rapporto con la volontà; e cessa in confronto alle stesse ogni responsabilità. Sono mero casus. Quindi una leggiera ferita dovrà pur sempre considerarsi leggiera, sebbene le sieno tenute dietro conseguenze gravi, ma nello stesso tempo imprevedibili…(2) [(2) BERNER, Tratt. di dir. pen., p. 133.]. L’esistenza di una lesione volontaria e della conseguenza determinata dalla legge non può mai bastare per l’applicazione della pena, quando la conseguenza stessa non fosse prevedibile, e per ciò meramente casuale e non imputabile. L’opposta sentenza non solo è fondata sulla negazione dei principii fondamentali del diritto ma ha, per di più, condotto lungamente nella pratica alle più deplorevoli ingiustizie. Conseguentemente, se una lesione affatto leggiera, che l’uomo più sennato non avrebbe potuto credere capace di gravi conseguenze, abbia avuto simili gravi conseguenze non si dovrà punire con la pena della grave, ma solo con la pena della lesione leggiera (3) [(3) BERNER, Op. cit. p. 423.]”. Mittermaier insegnò: “Non àvvi omicidio né uccisione, quando la morte fu una conseguenza di una lesione, per esservi a questa aggiunto un accidente non prevedibile dall’offensore (4) [(4) MITTERMAIER, nota a Feuerbach, p. 208.]”. Heffter osservò: “Egli è nella natura delle cose che le circostanze concomitanti debbansi computare come veicolo ed in certo modo come parte dell’azione, ed è pur fondato nelle regole di imputabilità penale il tener conto anche degli effetti sviluppatisi dall’azione come le conseguenze più gravi, purchè prevedibili (1) [(1) HEFFTER, Lehrbuch des gem. Deut. Krim., p. 231.]”. Jagemann negli stessi sensi: “Una forte guanciata può produrre una seria commozione cerebrale, ed anche la morte per causa dello stravaso. A rigor di teorica si dovrebbe affermare che in tal caso si presenta soltanto il fatto della guanciata, in quanto che il successo del danno alla salute poteva appena prevedersi come possibile (2) [(2) IAGEMANN, Op. cit., p. 188.]”. Similmente opinarono Köstlin (3) [(3) KÖSTLIN, System des Deut. Straf., p. 162 e 174.], Haelschner (4) [(4) HAELSCHNER, System des Preuss. Straf., vol. I, p. 159 e seg.], Meyer (5) [(5) MEYER, Deut. Strafrecht, p. 67.] ed altri.

In Austria, Herbst, scultoriamente scrisse: “Nel crimine di uccisione deve esservi tra l’azione intrapresa con nemica intenzione e la morte da essa derivata una tale connessione, che all’animo dell’agente potesse presentarsi la possibilità di un tale risultato, essendo altrimenti esclusa la gravità d’intenzione indispensabilmente necessaria per ogni crimine (6) [(6) HERBST, Hand. des allg. Oesterr. Straf., p. 140.]”. Il Früwald osservò che nel reato di uccisione “la caratteristica sta nell’essere mancata l’intenzione di procurare l’effetto letale e nell’essere questo effetto un evento colposo (7) [(7) FRÜWALD, Hand. des Oesterr. Straf., vol. I, p. 140, II.]”. Il che vuol dire che, se questo evento si rivela come casuale per non essere facilmente prevedibile, dovrebbe ritenersi la semplice lesione. Infatti, in una nota al Manuale del Früwald si legge: “La Suprema Corte di Cassazione con decisione 18 marzo ’51 dichiarò che non si possa imputare come crimine di uccisione quell’azione, intrapresa con nemica intenzione a cui susseguì la morte, quale conseguenza soltanto mediata e remota. A. aveva con un colpo di bastone fatto cadere B. a terra, ma avendo questi nel cadere colpito con la testa nello spigolo di una sedia, aveva dal secondo colpo accidentale e non dal primo riportata una lesione, che fu la causa prossima di sua morte. Osservava la sullodata Corte che altrimenti non si avrebbe un confine nell’imputare ad alcuno le conseguenze del proprio fatto, ancorchè riguardo alle stesse non gli cadesse a carico alcuna colpa. L’uccisione si differenzia dall’omicidio in ciò solo, che l’esito letale venne cagionato da colpa; requisito essenziale si è pertanto l’esistenza di questa colpa, il che si verifica quando la conseguenza dannosa avvenne per non essersi preveduta dall’agente, benchè per dovere della sua occupazione, impiegando la comune attenzione, avesse potuto prevederla (1) [(1) BERTOLINI, nota a FRÜWALD, p. 139.]”.

Nel Belgio l’Haus, parlando della responsabilità relativamente alle conseguenze del fatto, notava: “Quando il fatto ha prodotto conseguenze pregiudizievoli, l’agente non ne risponde indistintamente… Perché il male cagionato dal fatto sia imputabile al suo autore, è mestieri che fosse stato preveduto o che avesse dovuto essere preveduto da costui. Che se, alla peggior lettura, l’agente non l’ha potuto prevedere, il risultato della sua azione è accidentale, è un caso fortuito di cui non è alcuno responsabile né penalmente, né civilmente. In una rissa, per es., uno de’ lottanti scivola, e nel cadere si frattura il cranio su di una pietra; o, sospinto dal suo avversario, muore in seguito di un attacco apoplettico e della rottura di un aneurisma, determinato dalla caduta (2) [(2) HAUSS, Princ. de droit pèn., vol. I, p. 288 e nota.]”.

Ma sopratutto in Italia la dottrina dell’irresponsabilità delle conseguenze casuali di un fatto doloso ha trovato propugnatori numerosi ed autorevoli, che sono insorti contro l’antica massima qui versatur in re illicita tenetur etiam pro casu. Il Romagnosi scrisse: “Altro è l’imputabilità ed altro è la responsabilità. Con la prima si attribuisce a taluno un dato effetto come a causa produttiva del medesimo. Con la seconda si vuol rendere obbligato taluno a risarcire un dato danno e a subire una data pena, a motivo di quel dato effetto. L’imputabilità è cosa di fatto; la responsabilità è cosa di diritto… Allorchè un dato effetto, giusta il comune modo di giudicare, non si trova proporzionato ad una data causa, ma deriva dal concorso di combinazioni estranee che comunemente non si potevano prevedere, in tal caso il fortuito si mescola nel deliberato. Allora l’effetto che derivò dall’atto deliberato non si può moralmente attribuire con giustizia all’agente che ne fu causa occasionale. Provocato ad ira io getto un frutto contro il provocatore: per evitare il colpo egli si abbassa, sdrucciola e si rompe una gamba. Sarò io mai responsabile della pena irrogata contro coloro che rompono le membra altrui? Tu puoi imputarmi di aver vibrato il frutto, ma non puoi rendermi responsabile né del danno, né della pena della rottura suddetta (1) [(1) ROMAGNOSI, Genesi del dir. pen., § 593 e seg.]”. Il Paoli osservò: “L’estremo necessario a costituire la figura di omicidio preterintenzionale è che l’agente potesse prevedere l’evento fatale della sua offesa; imperocchè, se rimanesse accertato per circostanze eccezionali, che egli non poteva in alcuna maniera prevedere, come conseguenza del suo operato, la morte dell’offeso, dovrebbe in questa ipotesi rispondere di semplice lesione personale, e non di omicidio preterintenzionale (2) [(2) PAOLI, Esp. stor. e scient. dei lav. prep. del Cod. pen., vol. II, 123.]”. Ma in ispecie il Carrara, in un’acuta ed elaborata monografia, veniva fermando i seguenti pronunziati: “1° Se la cosa illecita nella quale versava l’agente era un vero delitto doloso, l’effetto si è che questo rimanga tale se ne accresca l’imputazione a motivo del più grave conseguente colposo, purchè questo fosse prevedibile e non previsto. 2°. Giammai il versare in cosa illecita può produrre l’effetto di rendere responsabile, né in ragione di dolo, né in ragione di colpa, di un evento che non solo non fu preveduto, ma che neppure era prevedibile“. E più innanzi l’insigne maestro soggiunge: “Debbo altresì confessare che, se io, in qualche luogo dei miei scritti, ho accettato come moneta corrente la regola qui versatur ecc. non ho mai inteso di accettarla per quelle conseguenze esorbitanti, alle quali non ho fatto avvertenza, ed alle quali io medesimo mi sono virilmente opposto in altri parecchi luoghi nei miei scritti. Il mio pensiero è stato quello di porre a carico di chi versa in cosa illecita anche il caso fortuito, nel costante presupposto che quel caso fosse prevedibile. Mai ho avuto in pensiero di ammettere la responsabilità di un evento imprevedibile (3) [(3) CARRARA, Sul caso fortuito (Opuscoli, vol. III, p. 26 e 15). Il Carrara poi spiega che quando l’evento sia prevedibile non s’imputa propriamente il caso, ma il fatto umano imprudente che condusse il caso a quella forma relativa speciale che riuscì nocevole agli altrui diritti. In verità, quando l’evento sia prevedibile non può parlarsi di caso né propriamente né impropriamente, perché allora s’imputa la colpa pel fatto umano imprudente che rese possibile l’evento che era altrimenti evitabile.]”.

Similmente opinarono Brusa (1) [(1) BRUSA, Saggio, § 115.], Zuppetta (2) [(2) ZUPPETTA, Corso di dir. pen., II, § 439.], Perroni Ferranti (3) [(3) PERRONI FERRANTI, Del nesso causale e della sua imputazione, p. 41.], Setti (4) [(4) SETTI, Dell’imputabilità, pag. 82.], Fulci (5) [(5) FULCI, L’intenzione ne’ singoli reati, pag. 128 e seg.], ed altri ancora (6) [(6) “La differenza tra la ipotesi di lesioni personali per dolo misto a caso e quello di lesioni personali preterintenzionali consiste in ciò, che, nella prima, il risultato più grave è dovuto al concorso di un’azione volontaria con altra forza operata al di fuori del soggetto attivo; nella seconda invece il risultato più grave – pure oltrepassando l’intenzione dell’agente – è dovuto esclusivamente all’azione di questo”. Cass. 26 Maggio 1923 ric. Novi Giust. pen. 1923 col. 335.].

  1. Tra le legislazioni moderne questo insegnamento assunse forma di dettato positivo nel codice penale per la Repubblica di San Marino. Ivi nell’art. 543 è detto: “Se nel commettersi un misfatto resta sorpassato il disegno del misfattore, verificandosi un eccesso, che non poteva affatto prevedersi, l’eccesso non è punto imputabile reputandosi meramente casuale“. L’unica osservazione a fare su questo articolo è che venne richiesta, per l’ipotesi del caso, l’imprevedibilità assoluta e non relativa, il che, come abbiamo di già rilevato, è impossibile, bastando semplicemente la difficile prevedibilità. In questo senso, sebbene non così esplicitamente, si espressero anche il codice toscano ed il codice sardo, incorrendo però anche essi nell’errore di considerare la imprevedibilità assoluta come condizione per ammettere il caso. Il primo nell’art. 311 puniva l’omicidio oltre l’intenzione con una determinata pena se l’agente avesse potuto prevedere come conseguenza probabile del suo fatto la morte dell’offeso; e con un’altra pena più mite, se l’agente avesse potuto prevedere come conseguenza possibile del suo fatto la morte dell’offeso. Nell’una e nell’altra ipotesi, l’evento morte veniva messo a carico del colpevole, in quanto era stato prevedibile, cioè in quanto rappresentava una colpa mista a dolo, salva la distinzione tra la prevedibilità probabile e la prevedibilità possibile, che determinava, in rapporto all’evento più grave, il grado della colpa distinguendola in colpa lata e colpa lieve (7) [(7) Il PUCCIONI (Il cod. pen. tosc. ill., art. 311) ed il CARRARA (1107) giustamente osservano che distinzioni cosiffatte se potevano avere un significato per una mente educata alle astrazioni filosofiche, riusciva impossibile ricondurle ad un criterio utile e costante.]. Difatti la Cassazione di Firenze decise: “Quando i giurati affermano l’omicidio preterintenzionale e negano al tempo stesso che l’accusato potesse prevedere la morte dell’offeso, né come conseguenza probabile, né come conseguenza possibile del suo operato, affermano un fatto criminoso, che è punibile con la pena delle lesioni (1) [(1) Cass. di Firenze, 8 novembre ’71 (Annali, vol. VI, pag. 39).]”. Similmente il codice sardo all’art. 569, nel concedere un’attenuazione di pena quando la lesione avesse prodotta la morte, stabiliva che la diminuzione di pena non era applicabile quando il delinquente avesse potuto facilmente prevedere le conseguenze del proprio fatto. Il che valeva, come osserva il Fulci (2) [(2) FULCI, L’intenzione nei singoli reati, p. 130 e seg.], distinguere tre ipotesi: a) l’effetto morte difficilmente prevedibile; b) l’effetto morte facilmente prevedibile; c) l’effetto morte non prevedibile affatto. Nel primo caso diveniva applicabile l’art. 569 con l’attenuazione di pena; nel secondo caso vi era parificazione tra l’omicidio e la lesione seguita da morte; nel terzo caso vi era un semplice ferimento. Vero è che la giurisprudenza non seguì questa interpretazione; la Cassazione di Torino ritenne, che “colui il quale con un pugno getta a terra una persona deve rispondere delle più gravi conseguenze imprevedibili pel colpo mortale riportato dalla vittima nella caduta (3) [(3) Cass. di Torino, 23 maggio ’85 (Giur. Pen., vol. V, p. 298]”. Ma, d’altra parte, è pur vero che la giurisprudenza, per aver voluto accogliere questo criterio così rigido, fu costretta talora, di fronte all’eccezionalità di circostanze di fatto, a snaturare l’indole dell’azione delittuosa. Così la stessa Corte di Torino decise: “Risponde di omicidio colposo il derubato che offende il ladro colto in flagrante, tanto da farlo cadere e procurargli la morte (4) [(4) Cass. di Torino, 28 novembre ’86 (Riv. Pen., XXVI, p. 545, n. 3).]”. similmente la Corte di appello di Napoli ritenne un omicidio colposo nel fatto di colui, che, “percuotendo un individuo, fa sì che questi, nel difendersi, inciampi e cadendo sotto un veicolo, rimanga ucciso (5) [(5) Corte di appello di Napoli, 10 settembre ’87 (Riv. Pen., XXVI, p. 545, n. 3)]”. In questi singoli casi non poteva parlarsi di omicidi colposi, essendosi verificata la morte come conseguenza di azioni dolose; trattavasi evidentemente di fatti preterintenzionali, in cui l’unica disamina a farsi era relativa alla prevedibilità o meno dell’evento morte. In quasi tutte le altre legislazioni (austriaca ’52, belga ’67, zurighese ’71, germanica ’72, olandese ’75, ungherese ’78, ecc.) è stato accolto il sistema, seguito dal codice italiano, di concedere l’eccesso del fine, tenendo conto soltanto dell’intenzione dell’agente e non della prevedibilità più o meno facile dell’evento; il che lascia impregiudicata la questione sul punto di vedere se si possa attribuire all’agente la responsabilità, benchè pure attenuata con l’eccesso del fine, delle conseguenze non facilmente prevedibili della propria azione.
  2. Di fronte al codice penale vigente penso che debba ascogliersi l’insegnamento razionale della dottrina.
  3. a) Innanzi tutto, se il codice italiano concedesse l’eccesso nel fine a condizione che non sia più o meno facilmente prevedibile l’evento maggiore, come disponevano i codici preesistenti, potrebbe obbiettarsi, che il non essere facilmente prevedibile l’evento più grave sia la condizione per chiedere ed ottenere esclusivamente, e non altro, il benefizio dell’eccesso di fine. Ma il nuovo legislatore à voluto prescindere dal criterio della prevedibilità ed à voluto concedere l’attenuazione di pena, sol che venga dimostrato che il fine propostosi dal colpevole sia stato sorpassato dalle conseguenze del fatto; e poiché l’eccesso di queste conseguenze può essere prevedibile ed anche imprevedibile, bene a ragione può disputarsi se, nel caso sia imprevedibile, debba essere posto a carico del colpevole. La legge non à voluto parificare l’operato di chi agì, volendo o prevedendo ciò che accadde, e l’operato di chi agì non volendo né prevedendo le conseguenze che ne derivarono. Ora sarà mai ammissibile che la legge abbia poi voluto parificare la condizione di chi poteva facilmente prevedere le conseguenze non volute né previste dalla propria azione, e la condizione di chi le stesse conseguenze non era in grado di prevedere, sia per l’ordinario e naturale sviluppo degli eventi umani, sia per la propria individuale prudenza, sia per la specialità dei singoli casi? Vero è che ubi lex non distinguit nos distinguere non debemus, ma non è men vero che, quando le conseguenze del proprio fatto non sieno prevedibili, trattasi di un’ipotesi di caso misto a dolo, e poiché per norma generale il caso non è imputabile, sarebbe necessario, per indurre il magistrato a seguire un’opinione diversa, un esplicito dettato della legge. In difetto di ciò, ,occorre risalire ai grandi principi del diritto comune ed ai criteri razionali del giure punitivo, in omaggio ai quali l’evento più grave non prevedibile non può essere materia di responsabilità, anche se si versi in cosa illecita. Quando pure non si volesse ciecamente seguire la dottrina prevalente, ne deriverebbe un legittimo dubbio d’interpretazione, che dovrebbe, anche in difetto di ogni altra considerazione, menare all’ipotesi più benigna: in dubbio pro reo.
  4. b) Una seconda ragione, per seguire l’opinione più mite, va desunta dalla gravità delle conseguenze penali derivanti dall’opinione contraria. Per l’art. 368, chiunque, con atti diretti a commettere una lesione personale, cagiona la morte di alcuno è punito con la reclusione da dodici a diciotto anni. Colui, adunque, che con la intenzione di arrecare un lieve urto, forse meno con l’idea di produrre un danno che con quello di fare un atto di dispregio, dà ad un individuo una spinta che fatalmente cagiona la morte, non potrebbe essere punito con pena inferiore ai dodici anni, e potrebbe anche subire la pena di diciotto anni se i giudici si trovassero un po’ infastiditi per una malsana digestione. Io comprendo e giustifico la gravità di queste sanzioni penali, qualora il colpevole pel suo operato, benchè non diretto all’uccisione, avesse potuto agevolmente prevedere le conseguenze più gravi che ne derivarono; ma la trovo addirittura draconiana nel caso che l’evento della morte non fosse stato facilmente prevedibile o, peggio ancora, non prevedibile affatto. Di fronte al risultato di una penalità così grave e così immensamente sproporzionata all’azione delittuosa, si ferma la coscienza giuridica ed il senso morale di ogni uomo di buon senso. Il legislatore non à potuto volere, nei suoi criteri di giustizia distributiva, una enormezza cosiffatta. Donde la conseguenza che l’articolo 368 (e quindi anche l’articolo 374) sia applicabile soltanto nel caso che l’evento più grave, non voluto, né preveduto, sia stato prevedibile, e possa imputarsi a titolo di colpa. Un’opinione diversa determinerebbe la frequenza di quei verdetti di assoluzione, che, agli sguardi superficiali delle moltitudini, ànno l’aria di essere scandalosi e fanno inconsideratamente gridare l’anatema all’istituzione del giurì, ma che invece il più delle volte rappresentano la legittima protesta del senso comune, che si ribella alle sofisticherie draconiane, ne’ cui limiti angusti giuridici insipienti pretendono di restringere il pensiero del legislatore.
  5. c) La verità del nostro assunto emerge, del resto, dal ricordo di un brano della Relazione sul progetto ’87. “Non basta (vi si legge, a spiegazione dell’articolo 45 del codice) avere dichiarato il principio che non vi è reato senza che vi sia un’azione od omissione volontaria. Volontaria sarà pure la causa, ma involontario può essere l’effetto. E l’effetto, che non si volle, non deve e non può essere imputato tranne i casi ne’ quali la legge determina espressamente la responsabilità dell’effetto non voluto o che può non essere voluto; e questo o a titolo di colpa, cioè per inavvertenza, imprudenza, negligenza, imperizia nell’arte, ecc. (articoli 106, 219, 297, 301, 307, 352, (1) [(1) Corrispondenti agli art. 109, 229, 311, 314, 323, 371, 375 del codice vigente.], ecc.), ovvero quale conseguenza diretta od ulteriore di un delitto doloso (articoli 104, 110, 115, 163, 203, 205, 220, 278, 291 (2) [(2) Corrispondenti agli art. 107, n. 2, 113 cap., 120 cap., 172 cap., 212 cap. 2°, 214 cap. 2°, 231 cap., 289 cap., 303.] ecc.). Eccettuati questi casi, l’effetto non voluto non è imputabile, appunto perché si è generalmente nell’ipotesi dell’errore di fatto, che esclude per consenso universale e per la ragione delle cose la responsabilità dell’evento… Che l’imputato abbia diritto di dimostrare che il fatto addebitatogli non sia la conseguenza voluta della sua azione, sembra indiscutibile, sebbene l’autore della causa sia chiamato in generale a rispondere dell’effetto, poiché qualunque ipotesi deve cadere alla prova del contrario. Ma è del pari naturale che debbano fare eccezioni i casi su indicati, ne’ quali la legge addebita l’evento dell’autore dell’azione per essere l’evento medesimo una conseguenza PREVEDIBILE del fatto” (3) [(3) ministeriale, p. 156.].

Il sistema, adunque, accolto dal legislatore è chiaramente delineato: l’effetto non voluto di un’azione volontaria non può essere imputabile, per la dottrina non controversa dell’ignoranza od errore di fatto, salvo i casi in cui vi sia un’espressa disposizione di legge per essere l’evento non voluto, né preveduto, una conseguenza prevedibile del fatto. Ora, poiché con gli art. 368 e 374 si versa appunto in uno di quei casi in cui, per espresso dettato legislativo, l’effetto non voluto di una azione volontaria vien posto a carico dell’autore della medesima, è mestieri riconoscere che ciò venga stabilito in quanto sia prevedibile l’evento più grave, che eccedette la volizione e la previsione del colpevole. Epperò, dimostrata la imprevedibilità dell’effetto o la non facile prevedibilità di esso (il che, ai fini giuridici, vale lo stesso, come abbiamo già innanzi rilevato) non sono più applicabili gli articoli 368 e 374, e l’evento più grave non può essere posto a carico dell’autore dell’azione.

A maggiore chiarimento di ciò, basta dare uno sguardo ai casi analoghi preveduti dalla legge e mentovati nel brano su riferito della Relazione predetta. Mettendo, infatti, da parte i casi degli articoli 109, 229 capoverso ultimo, 311, 314, 371, 375, nei quali esplicitamente è posto a carico del colpevole l’evento, soltanto se sia determinato da colpa (negligenza, imprudenza, imperizia, ecc.), cioè soltanto se sia conseguenza prevedibile di fatti non dolosi, esaminiamo per poco gli altri, ne’ quali si è messo a carico del colpevole la conseguenza ulteriore di un fatto doloso. L’articolo 231 stabilisce: “Il pubblico ufficiale, incaricato della custodia o del trasporto di un arrestato o condannato, che, senza autorizzazione gli permette di allontanarsi, anche temporaneamente, dal luogo in cui deve rimanere in arresto o scontare la pena, è punito con la detenzione da un mese ad un anno, ecc. Nel caso che, a cagione di tale permesso, avvenga l’evasione dell’arrestato, o condannato, la detenzione è da sei mesi a quattro anni.” Qui l’effetto non voluto dell’evasione è messo a carico del colpevole, in quanto che logicamente si presume che il custode avesse potuto e dovuto prevedere, come facile conseguenza del suo fatto, che il detenuto, a cui sia stato consentito di uscire temporaneamente dal carcere, cerchi di non più rientrarvi. – L’art. 212, nel prevedere e punire il delitto di calunnia, stabilisce un’aggravante di pena “se in conseguenza della falsa incolpazione sia pronunziata condanna, ecc.”. Anche qui l’effetto della condanna è conseguenza facilmente prevedibile da parte del calunniatore, perché il comune buon senso basta per far prevedere che, calunniando, non solo si getta il discredito sul nome del calunniato e s’inganna la giustizia, ma si rende facile anche un’ingiusta condanna. – L’articolo 303 punisce chi, rompendo argini o dighe, faccia sorgere il pericolo di un’inondazione o di altro disastro, ed aggrava poi la pena “se dal fatto derivi l’inondazione o altro disastro”. Anche in questo caso l’evento dell’inondazione, benchè non voluto né preveduto, è giustamente imputato al colpevole che, facendone sorgere il pericolo, doveva agevolmente prevedere che esso effettivamente si sarebbe verificato. Così, passando a rassegna gli altri casi, resta sempre più ribadito il concetto, che in essi il legislatore rese imputabili gli effetti non voluti delle azioni dolose, in quanto li ebbe giustamente a presumere come prevedibili per la specialità di determinate circostanze. Ciò accade del pari in tema di reati contro la vita o l’integrità delle persone: gli effetti non voluti delle lesioni vengono messi a carico dell’agente, perché si presume che questi abbia potuto prevederli. Il che significa che, qualora l’imputato dimostri l’imprevedibilità della conseguenza più grave, questa non possa formare materia di responsabilità.

  1. d) Questo assunto viene reso ancora più evidente, direi addirittura irrecusabile, sol che per poco si tengano presenti i lavori della Commissione di revisione.

Infatti l’art. 45 del nuovo codice dette luogo a varie dispute ed emendamenti. Nel progetto era concepito così: Ne’ delitti nessuno può essere punito per un fatto, ove dimostri che non lo è voluto come conseguenza della sua azione od omissione, tranne che la legge non lo ponga altrimenti a suo carico. Abbiamo visto, riferendo testè un brano della Relazione ministeriale, che l’eccezione dell’ultimo inciso era stabilita per quei casi nei quali si presumeva prevedibile l’evento non voluto né preveduto. Tuttavia la Sotto-commissione di revisione volle essere più esplicita, e propose di rendere questo concetto nel testo della legge con la formola seguente: Ne’ delitti, nessuno può essere punito per le circostanze e gli effetti non voluti della sua azione od omissione volontaria tranne che ne sieno le condizioni o LE CONSEGUENZE NATURALI ED ORDINARIE o che sieno messe a suo carico per disposizione speciale della legge. L’eccezione dell’ultima parte di questo articolo riguardava in questo modo due ipotesi, quella della preterintenzionalità (quando le conseguenze non volute fossero naturali ed ordinarie, cioè prevedibili), e quella della colpa (1) [(1) Verbale n. X.]. Ma neppure di ciò si fu paghi, ed in seguito ai voti del Tolomei, del Marchesini e di qualche altro che, a rimuovere qualsiasi dubbio, proponevano sostituire alla formola conseguenze ordinarie, l’altra conseguenze prevedibili, la Sotto-Commissione presentò l’articolo così emendato: “Ne’ delitti ciascuno risponde delle conseguenze, ancorchè non volute, ma naturali e prevedibili, della sua azione od omissione volontaria, e di quelle messe a suo carico per disposizione speciale di legge”.

A tale uopo, è degno di speciale nota quanto osservò il Lucchini, relatore della Sotto-Commissione, e che spiega poi la redazione del testo definitivo dell’articolo 45. Il Lucchini dichiarò che, studiando l’argomento, gli era venuto fatto di escogitare un formola più semplice e più esatta. Egli disse: “Nel testo è detto conseguenze naturali e prevedibili; ora, quali possono essere tali conseguenze? Tutte quelle che la legge prevede e mette a carico dell’agente. Così, ad esempio, nella rivelazione dei segreti, se questi ebbero per conseguenza di turbare le relazioni amichevoli con uno Stato estero, la legge mette a carico dell’imputato la conseguenza stessa, perché la ritiene prevedibile e naturale. Così, nell’incendio, quando ne derivi pericolo per la vita delle persone, la pena si aggrava, ed è nella natura del fatto l’eventualità prevedibile di tale circostanza. E così in molti altri casi. Né si potrebbe ammettere che la legge ponga a carico le conseguenze di un fatto, se non in quanto PRESUPPONE, come cosa certa, nella comune dei casi, che esse ne sieno un effetto naturale ed ordinario, E CHE PERCIÒ POTEVANO ESSERE DA UN UOMO DI MEDIANA INTELLIGENZA PREVEDUTE. Il calcolo, adunque, sulla natura delle conseguenze e sulla loro prevedibilità è già nella mente del legislatore, è implicito nella disposizione della legge e non fa mestieri aggiungervi l’apprezzamento del giudice. Il primo capoverso, quindi, dell’articolo potrebbe venire modificato così: Nei delitti ciascuno risponde delle conseguenze, ancorchè non volute, del fatto volontario, che sono messe a suo carico per disposizione speciale della legge (1) [(1) Verbale n. XLII.]”.

Né sarà inopportuno ricordare pure le osservazioni dell’Ellero. Egli disse: “In quanto alle conseguenze, o sono prevedute, e ciò è il dolo; o sono prevedibili, e allora ci è la colpa o la preterintenzionalità. Era preveduta la conseguenza? Abbiamo il dolo. Era prevedibile? Abbiamo la colpa o il dolo misto a colpa. Era imprevedibile? Cadiamo nel nulla.” Epperò, pure essendo nelle stesse idee del Lucchini, propose la seguente formola: “Ne’ delitti richiedesi l’animo correlativo o l’intenzione volta a quel dato effetto, tranne qualora l’effetto prevedibile è messo altrimenti a suo carico per espressa disposizione di legge (1) [(1) Verbali n. XLII.]”.

In seguito di ciò nel testo definitivo l’articolo 45 venne redatto con la seguente locuzione, nella quale emerge il concetto del Lucchini: “Nessuno può essere punito per un delitto, se non abbia voluto il fatto che lo costituisce, tranne che la legge lo ponga altrimenti a suo carico, come conseguenza della sua azione od omissione”.

  1. da questi rapidi ricordi de’ lavori preparatori emerge, adunque, perspicuo il concetto legislativo: l’effetto non voluto né preveduto di un’azione volontaria vien posto talora, ed in linea di eccezione, a carico dell’agente, in quanto si considera e si presume come prevedibile; ciò non è esplicitamente detto nel testo della legge, perché il calcolo sulla natura delle conseguenze e sulla loro prevedibilità è già nella mente del legislatore, ed è implicito nella disposizione del codice. Epperò, in tema di lesione che abbia cagionato la morte, l’evento letale è posto a carico del colpevole, come un fatto che si presume si prevedibile da colui che ferisce, cioè perché si considera che vi sia una combinazione di dolo e di colpa. Donde deriva la conseguenza che il pubblico ministero, dimostrata la volontarietà della lesione, non à bisogno di fornire la prova della prevedibilità della morte; ma, se l’imputato riesce a dimostrare la imprevedibilità di questo evento, che eccedette le sue intenzioni, la presunzione della legge vien meno, ed il fatto sconfina dal calcolo su cui il legislatore adagiò il fondamento della imputabilità. Il che va ripetuto anche in rapporto all’art. 374, in tema di semplici lesioni, che abbiano cagionato conseguenze maggiori di quelle volute o prevedute dal colpevole (2)  [(2) Sono lieto di contsatare, leggendo uno studio del Magnaghi sull’art. 368 del cod. pen. (Riv. Pen., XXXIII, p. 353), che egli sia dello stesso avviso, esprimendosi ne’ seguenti termini: “Gli estremi dell’omicidio preterintenzionale, secondo il codice italiano, sono: 1° nell’omicida solo animo di ferire o percuotere e non di uccidere, cosicchè la morte del ferito, dell’offeso sia un evento il quale abbia sorpassato le sue attuali previsioni; 2° che l’agente potesse prevedere l’esito letale della sua offesa”.].

In altri termini, ogni evento, determinato dall’attività umana, per essere giuridicamente imputabile, deve rannodarsi direttamente o indirettamente alla volontà dell’agente, anche quando sia conseguenza ulteriore di un’azione dolosa. Ecco il principio razionale a cui si è ispirata la legge vigente, svincolandosi dalle pastoie e dai confusi criteri dei codici aboliti, e rendendo finalmente omaggio agli insegnamenti della dottrina. Non sarà, per altro, agevole, nella pratica amministrazione della giustizia, vedere, per opera dei giudici togati, il trionfo di questo vero giuridico. Forse potrà per avventura verificarsi piuttosto che il pensiero del legislatore emerga a traverso verdetti apparentemente scandalosi di giudici popolari, i quali, liberi dal meccanismo di certi criteri e guidati soltanto dalle norme del buon senso, diventando talora interpreti più fedeli delle leggi, potendo esclamare con le parole di La Fontaine: “Le simple sens commun nous tiendrait lieu de code” (1)  [(1) Per la tesi della prevedibilità: PUGLIA: La preterintenzionalità secondo il codice vigente Cass. Un. vol. VII, p. 145; MAGNAGHI: Studio sull’art. 368. Riv. pen. vol. XXXIII p. 353; ALPI: Sfregio e deformazione. Riv. pen. Sup. vol. IV, 336; ALIMENA: Delitti contro la persona n. 71; EULA: L’evento prevedibile nei delitti Riv. pen. vol. VI p. 193; IMPALLOMENI: L’omicidio n. 36 p. 73; FLORIAN: Del reato e delle pene vol. I n. 323.  Contra Cass. 35 giugno 1904 Jicarn Giust. pen. 1904 col. 1720; 7 luglio 1905 Laparetti, Giust. pen. 1905 col. 1549; 21 settembre 1906 Bruno, Giust. pen. 1906 col. 1600; 23 maggio 1907 Ciccozzi, Giust. pen. 1907 col. 1074; 11 aprile 1910 ric. Gavanne Giust. pen. 1910 col. 1363; 22 marzo 1912 Squaino Riv. pen. vol. LXXVI p. 72; 14 maggio 1914 Blanenghi Riv. pen. vol. LXXX p. 328; 7 marzo 1917 ric. De Luca: La proc. pen. it. 1917 col. 44; 7 febbraio 1919 ric. Maroni Giust. pen. 1919 col. 420; 6 febbraio 1920 ric. Virgillito Giust. pen. 1920 col. 58; 8 febbraio 1920 Riproni Giust. pen. 1920 col. 830; 16 dicembre 1920 ric. Sanfilippo, Giust. pen. 1921 col. 398 m. 217; 10 maggio 1922 ric. Ferrari Giust. pen. 1923 col. 369 m. 260. 26 maggio 1924 ric. Petroni, Giust. pen. 1924 col 760 m. 414; 29 aprile 1925 ric. Moduco. Giust. pen. 1925 col. 759 m. 333. Merita un particolare cenno la sentenza del 17 luglio 1922 in causa Ceccarelli ch’ebbe a dire: “agli effetti dell’art. 372 c.p. si deve esaminare non solamente se il fine sia stato superato dall’azione diretta dal colpevole (preterintenzionalità soggettiva), ma anche se sia stato superato da causa concorrente estranea all’azione diretta (preterintenzionalità oggettiva” Giust. pen. 1923 col. 622 Vedi DE MARSICO: Eccesso del fine e concausa nelle lesioni: Scuole positiv. 1923. Altra volta la Corte Suprema ha sostenuto che “il giudice può tenere conto della prevedibilità delle conseguenze agli effetti della formazione del proprio convincimento circa la vera intenzione dell’agente”. 7 marzo 1925 ric. Scardovillo Giust. pen. 1952 col. 442. Scuol. posit. 1926 II, 12.].

 

Gennaro Marciano LA COMPLICITÀ CORRISPETTIVA

Gennaro Marciano

LA COMPLICITÀ CORRISPETTIVA

E LA PARTECIPAZIONE ALLA RISSA

(Estratto dalla Critica Forense, An. I, fasc. 5, 1891)

(da Gennaro Marciano, Questioni di diritto, Napoli, 1926, 260 ss.)

 

Le tradizioni legislative, come talvolta sono guida sicura per la retta interpretazione di una nuova legge, così tal’altra creano difficoltà non lievi per la pratica e sapiente interpretazione di articoli, né quali sia concretata una serie d’innovazioni rispetto ad antichi ed erronei principii di leggi abolite. Ciò parmi accada per le disposizioni degli art. 378 e 379 del codice penale. Le varie, confuse ed incomplete specificazioni, che sul medesimo argomento leggevansi nel codice sardo e nel codice toscano, rendono, a prima giunta, difficile la esatta intelligenza della legge nuova. Trattasi, inoltre, di disposizioni che, mentre in certi casi si differenziano tra loro per distinzioni capillari, si coordinano a norme generali, e non possono in un dettato legislativo avere quel chiaro e completo svolgimento che è proprio del trattato. Donde avviene che la precisione della locuzione passa per biasimevole laconismo, e nella insistente prevalenza di inveterati ricordi legislativi, si smarrisce sovente il filo conduttore, che deve renderci palese il vero pensiero del legislatore. Stimo, pertanto, utile, nella disamina de’ succennati articoli, di prescindere, per quanto è possibile, dal ricordo dei codici aboliti, e di fermare invece l’attenzione sul disposto della legge, come se per la prima volta questa venisse sanzionata.

A mio modo di vedere, può con sicurezza affermarsi, che coll’articolo 378 sia contemplata una forma sui generis di COMPLICITÀ (complicità corrispettiva) in reati comuni, come l’omicidio e la lesione; e nell’articolo 379 una forma sui generis di REITÀ PRINCIPALE (partecipazione ad una rissa).

  1. A) COMPLICITÀ CORRISPETTIVA (art. 378)

L’opera del maleficio, quando è il prodotto della sciente attività criminosa di più persone, è messa a carico di tutti coloro che agirono come concause concorrenti alla consumazione del delitto. Scopo del nostro studio non è quello di delineare le condizioni richieste dalla dottrina e dalla legge per la sussistenza giuridica della partecipazione criminosa, né le figure diverse, nelle quali questa può estrinsecarsi nei congrui casi. Chi abbia vaghezza di fermare su di ciò la sua attenzione, consulti le opere importantissime dell’Haus, del Berner, del Rossi, del Carrara, del Pessina e di altri molti. A noi basta, ne’ fini della nostra disamina, di rammentare il seguente postulato giuridico: La partecipazione criminosa suppone il concorso di più volontà unite tra loro per realizzare un progetto deciso in comune (1).

Questo accordo di più volontà, che unisce e lega fra loro i varii compartecipi di un delitto, può verificarsi così in seguito ad una lunga, meditata ed elaborata preparazione, come nel rapido svolgersi di un fatto improvviso, determinato dal subitaneo erompere delle passioni. L’antica massima del giureconsulto Paolo: Si rissa homo percussus perierit, ictus unius cuiusque contemplari oportet, è oramai, per concorde avviso di scrittori, bandito dal dominio delle discipline giuridiche, come quella che è resistita il più delle volte dall’eloquenza invincibile de’ fatti. Egli è, fuori dubbio, difficile la prova di un rapido accordo intervenuto tra più colpevoli in un fatto istantaneo, verificatosi all’impensata e senza precedente deliberazione; ma ciò non esclude la possibilità che l’accordo abbia luogo, e la necessità di riconoscerlo da parte del magistrato, qualora le prove lo dimostrino. Notevole è il caso riferito dall’Haus (2) di que’ tre amici che vennero gravemente insultati da uno straniero, e nel diverbio si decisero a vendicare l’oltraggio: il più debole esortò con promesse il più forte all’aggressione, il secondo prestò l’arma che asportava, ed il terzo assalì l’offensore immergendogli il pugnale nel petto. Talvolta nel fervore di una rissa, anche senza profferir parole (come ad es. dagli che io lo tengo), può verificarsi l’accordo in un intento criminoso con uno sguardo o con un gesto o col fornire semplicemente l’arma feritrice. Resta, pertanto, fermato il principio, a cui occorrerà richiamarci in prosieguo, che la complicità può verificarsi tanto ne’ delitti premeditati, quanto il quelli improvvisi, di cui una forma è la rissa.

Ammesso il concorso di più persone in un medesimo reato, la penalità non si divide tra’ delinquenti; rettamente scrive l’Impallomeni (3): “Il reato è uno per tutti ed è uno altresì per ciascuno”; ma in applicazione del principio fondamentale, che ognuno risponde per quanto operò, la legge determina gradi diversi di responsabilità, secondo la maggiore o minore attività spiegata dal compartecipe come forza causale del delitto. In Inghilterra non venne ammessa per alcuni reati, come in quelli per alto tradimento, distinzione tra’ varii compartecipi; e ciò propter odium delicti. Più recentemente in Germania si è caldeggiata una dottrina, con la quale, in nome del principio di causalità, si è disconosciuta ogni ragione di distinzione per la responsabilità de’ correi. In tema di concorso, fu detto, il reato è causato da un complesso di fattori intimamente fra loro congiunti: ogni fattore è ragione determinante, non in sé stesso, ma in quanto si rannoda agli altri, con cui opera congiuntamente. In guisa che colui che pose un fattore, sapendone il rapporto di coesione con altri e di causalità con l’effetto criminoso, deve rispondere del reato non altrimenti che ogni altro agente. Di qui la teorica della equivalenza obbiettiva delle forze causali del reato, propugnata dal Buri e da altri (4).  Ma è agevole osservare che se, sotto l’aspetto subbiettivo, può parlarsi, tra’ compartecipi di un delitto, di equivalenza di dolo e di identità d’intenzione criminosa, non può dirsi sempre lo stesso sotto l’aspetto obbiettivo, in rapporto all’attività da essi spiegata. Come i varii elementi materiali, costituenti un complicato congegno meccanico, mentre agiscono contemporaneamente per un effetto prestabilito, qual’è la funzione del meccanismo, pure operano in misura disuguale, o per potenza di attrito, o per forza di resistenza, (dalle ruote d’ingranaggio ai pezzi di sostegno, dal fuoco, che mette in moto il congegno, alle lamine automatiche di guida e di sicurezza adoperate per precauzione) così i varii compartecipi di un medesimo delitto, sovente, mentre dirigono insieme le loro forze collettive allo scopo comune prestabilito, operano spiegando in misura disuguale la loro attività e con notevole differenza di efficacia obbiettiva causale in rapporto all’effetto criminoso: dall’istigatore del malefizio, all’esecutore materiale di esso, dal complice, che fornisce i mezzi o dà le opportune istruzioni per agevolare il delitto, a colui che sta alla vedetta per dare l’avviso ai compagni in caso di pericoli. Vien distinto perciò il correo da complice, lo istigatore dall’esecutore materiale del delitto o dal cooperatore immediato di esso, l’autore dall’ausiliatore per aiuto o per assistenza, e così via via. All’uopo vi è un complesso di norme (art. 63 e seg.), che delineano le varie forme di partecipazione criminosa e la penalità relativa a ciascuna di esse.

Il presupposto, intanto, necessario per l’applicazione di queste norme, è che vi sieno né congrui casi gli elementi di fatto, per potere, con coscienza sicura, attribuire a ciascuno de’ complici la propria responsabilità, e distinguere l’opera sua da quella degli altri. Tre individui, a cagion d’esempio, partecipano all’esecuzione di un omicidio; ma vi è la prova che il primo di essi vibrò il colpo letale, il secondo trasse in insidia l’ucciso ed assistette alla strage, il terzo permise che il colpevole si fosse appiattato dietro una siepe del suo fondo, per aspettare al varco la vittima designata. In tale ipotesi, non vi è ragione a dubbiezza di sorta, e, riconosciuta l’opera delittuosa di ciascuno, il giudice applicherà, secondo i casi, le norme generali degli art. 63 e seguenti. Ma non rare volte accade, così né fatti premeditati, come e più frequentemente ne’ fatti improvvisi, che, fra più persone riconosciute colpevoli, non si riesca a distinguere l’operato di ciascuno, restando confusi fra loro autori e complici; diventano allora inapplicabili le disposizioni generali degli art. 63 e seguenti. Come si potrà, infatti, ritenere autore di omicidio o di lesione colui che non è dimostrato tale e che se, da un canto, certamente prese parte al reato, dall’altro probabilmente ebbe a fornire soltanto l’arma feritrice? In tal rincontro la legge, ad impedire le ingiuste esorbitanze di rigorose punizioni, non meno che le inconsulte arrendevolezze di impunità pericolose, provvede con una sanzione a parte (378), nella quale viene contemplato questo speciale caso di complicità, che sfugge alle norme comuni. È ignoto, tra più colpevoli, chi sia l’autore del fatto; da una parte, sarebbe ingiusto equiparare tutti nella massima responsabilità di autore; dall’altra sarebbe assurda l’impunità di individui che certamente hanno partecipato al delitto; allora il legislatore fa quella che è stata detta una transazione inevitabile: rinuncia alla punizione degli autori, ed assicura la punizione di tutti come rei secondari. Nel dubbio, tra una responsabilità maggiore ed un’altra minore, deve prevalere l’ipotesi più benigna. Questo è il fondamento della così detta complicità corrispettiva, sorta tra gli insegnamenti sapientissimi dell’antica giurisprudenza napoletana.

Il Nicolini scriveva: “Non consta chi degli accusati abbia commesso l’omicidio. Ma ciò non vuol dire che essi ne vadano impuniti. L’omicidio certamente è stato commesso da uno di loro, e ciascuno è stato coadiuvatore e cooperatore del fatto. Se niuno può essere dichiarato con certezza complice del tale autore, cioè conscius huic o hujus, ognuno al certo è complice nel reato, perché il suo fatto è connesso al reato, innexus culpae: egli è conscius facinoris. Consta dunque per lo meno che tutti sieno complici correlativi fra loro. Non è nuovo che i complici possono essere giudicati e convinti di complicità, quando l’autore principale è certamente fra essi, ma chi di essi precisamente sia quello non consta” – Questa dottrina cominciò nei lavori preparatorii del nuovo codice ad assumere forma di dettato positivo nel progetto del 1870 (art. 365). Non sarà inutile riferire ciò che si legge ne’ verbali della Commissione di quel tempo: “È ucciso un uomo con un colpo d’arma da fuoco: dalla prova raccolta risulta che Tizio, Caio e Mevio, suoi nemici, sono stati veduti, armati di fucile, aspettare la vittima; il colpo omicida però è stato un solo, ed anzi uno solo n’è stato sparato; e se ne ignora l’autore. Sono tutti e tre autori o complici del reato? Posta così la domanda, il giudice del fatto deve rispondere di no; perché vi è certamente un solo autore e due complici, ma s’ignora quali sieno. A prevenire quindi le conseguenze dannose alla giustizia, e le non poche difficoltà ormai sperimentate nell’applicazione del cod. del 1859, è mestieri che la legge transiga nel diritto, affinchè il giudice non rimanga perplesso nel fatto. A tale uopo provvede pienamente la teorica della complicità corrispettiva che, nata da una saggia giurisprudenza nelle provincie meridionali del regno, fu sancita con atti legislativi di quel governo. Con l’istituto della complicità corrispettiva, la legge si contenta di fare astrazione dalla responsabilità maggiore, che è quella dell’autore del reato, e di limitarsi a quella accessoria de’ complici, sacrificando l’ignoto per attenersi a ciò che certamente è noto. E, per non uscire dall’esempio addotto di sopra, l’ignoto è chi de’ tre colpevoli sia stato l’autore dell’omicidio; ma il noto è che tutti e tre scientemente vi hanno cooperato, assistendosi od aiutandosi rispettivamente, sicchè l’uno è certamente complice dell’altro e viceversa” (Verb. n. 53).

L’art. 378 del cod. penale italiano concreta il concetto della complicità corrispettiva. Esso suona così: “Quando più persone prendono parte all’esecuzione di alcuno de’ delitti preveduti negli art. 364, 365, 372, e 373, e non si conosca l’autore dell’omicidio o della lesione, esse soggiacciono tutte alle pene ivi rispettivamente stabilite diminuite da un terzo alla metà, ed all’ergastolo è sostituita la reclusione non inferiore ai quindici anni – Questo diminuzione di pena non si applica al cooperatore immediato del fatto” – Con la scorta de’ principii fino ad ora stabiliti, è mestieri su questo articolo fare le seguenti osservazioni, per rettamente intenderlo nel suo vero concetto e per distinguerlo senza ambiguità dall’articolo successivo.

  1. a) – Il presupposto fondamentale, per l’applicazione di questo articolo, è che il reato di omicidio o di lesione siasi verificato per accordo tra’ colpevoli (quando più persone prendono parte all’esecuzione di ). È mestieri cioè che vi sia stata una prestabilita riunione di forze tra gli agenti, preordinata all’esecuzione del delitto. Trattasi di una forma di complicità, e la complicità presuppone il concerto tra’ colpevoli. In guisa che, se un omicidio ha luogo, a cagion d’esempio in una rissa, per effetto delle lesioni inferte contemporaneamente da più persone, che abbiano agito ciascuna per conto proprio e senza alcuno accordo, l’articolo 378 è inapplicabile, ed è d’uopo in altro articolo, vedremo in seguito quale sia, ricercare la sanzione che risponde a questa ipotesi di fatto. Sarebbe certamente un non senso giuridico applicare la disposizione dell’articolo in esame, che contempla una forma di complicità, in un fatto nel quale la complicità non sussista o non sia provata (5). L’Auriti avvertiva: “Per l’applicazione di questo articolo, siavi o no rissa, è necessario che esistano le condizioni della complicità” (6)
  2. b) – L’autore dell’omicidio o della lesione, verificatisi per la sciente cooperazione di più persone, deve essersi rimasto ignoto alla giustizia (e non si conosca l’autore dell’omicidio o della lesione). Se fosse noto l’autore del malefizio, diventerebbero applicabili le sanzioni generali degli art. 63 e seguenti, attribuendosi a ciascuno la pena corrispondente al proprio grado di compartecipazione. Per l’articolo 378, il magistrato deve trovarsi tra la certezza dell’intervento di tutti gl’imputati nell’esecuzione del delitto, e l’incertezza del grado nella loro singola partecipazione. In questo bivio non si fa, come da tutti si ripete, una transazione, ma si attua un rigoroso principio di equità e di giustizia, rinunziandosi alla condanna degli autori incerti, ed affermandosi, per contrario, la reità accessoria ma certa di tutti i partecipi.
  3. c) – L’articolo 378 è applicabile anche nel caso della rissa (7). Vero è che in questo articolo non si parla di rissa; ma non se ne parla perché non ce n’è bisogno. Occorre non dimenticare, che qui si considera una speciale figura di complicità; e poiché questa può verificarsi così nei fatti premeditati come in quelli istantanei, di cui sovente la rissa è una forma, è d’uopo riconoscere che la complicità corrispettiva in rissa debba trovare la sua sanzione nell’art. 378. Questo concetto è ribadito da ciò che venne espresso nella Commissione di Revisione. Infatti, l’onorevole Nocito chiese se il fatto della rissa fosse stato considerato in questo articolo, e l’Auriti rispondeva: “L’ipotesi di questo articolo si applica pure al fatto improvviso, e la rissa è una forma di fatto improvviso” (8).  Va, perciò, applicato l’art. 378, tanto se l’ucciso non era in cotesta attuale co’ suoi offensori e, a cagion d’esempio, dormiva o venne aggredito alle spalle, essendo rimasto ignoto il preciso autore del delitto, quanto se, avvenuta una rissa, qualcuno sia rimasto ucciso o ferito per opera di un rapido accordo di più persone, tra cui non si conosca l’esecutore del reato. E che nel caso di complicità corrispettiva in rissa si debba applicare l’articolo 378, emerge dal considerare, che altrimenti non sarebbe applicabile alcun’altra disposizione di legge. Infatti, da una parte, non potrebbero essere invocate le norme generali degli articoli 63 e seguenti, perché queste presuppongono che sia noto l’autore del delitto, laddove la complicità corrispettiva ha un presupposto contrario; dall’altra, non potrebbe applicarsi l’articolo 379, perché in questo viene considerata, come vedremo in seguito, non già un’ipotesi di complicità corrispettiva, ma un reato sui generis, cioè la partecipazione alla rissa, indipendentemente dal possibile concorso nel fatto dell’omicidio o della lesione. In altri termini, l’art. 379 suppone che non vi sia accordo tra’ colpevoli, ed è applicabile nell’ipotesi che la complicità non sussista o non sia provata, mentre l’articolo che lo precede parte da una premessa contraria. Oltre a ciò, lo stesso articolo 379 avverte che l’articolo che lo precede può del pari essere applicato in caso di rissa. L’inciso: salvo quanto è disposto nell’articolo precedente, significa appunto che, nell’ipotesi della rissa, può essere applicata non solo la sanzione dell’art. 379, per coloro che hanno semplicemente preso parte alla rissa, ma contemporaneamente anche la sanzione dell’art. 378, per coloro che nella stessa rissa sieno stati complici nell’omicidio o nella lesione, di cui sia rimasto ignoto l’autore preciso. Su di ciò torneremo, esaminando in seguito più da vicino l’articolo 379.
  4. d) – I reati, ne’ quali la legge applica la teoria della complicità corrispettiva, sono tassativamente indicati; essi sono i delitti preveduti negli art. 364, 365, 366, 372 e 373, cioè i reati di omicidio e di lesioni volontarii. I reati, perciò, preveduti dagli articoli 371 e 375, cioè gli omicidii e le lesioni colposi, sfuggono alla sanzione dell’articolo 378. Ciò si rannoda al principio che non è ammessa complicità ne’ fatti colposi; la colpa è determinata dall’imprudenza non dal dolo; il fatto lesivo del diritto altrui, conseguenza della colpa, non è voluto dall’agente; il che esclude la possibilità di una comunanza di voleri preordinata all’esecuzione del delitto (9). Or, poiché l’art. 378 contempla una forma di complicità, deriva per irrecusabile corollario, che esso non è applicabile ai fatti colposi, che complicità non ammettono. Così, se presso il davanzale di una finestra trovansi più persone e, per imprudenza di una di esse, rimasta ignota, cade dall’alto un vaso di fiori che produce la morte di un viandante, non può elevarsi rubrica ai sensi dell’articolo che esaminiamo: o deve individualizzarsi la colpa, qualora la prova lo consenta, o deve proclamarsi la impunità di tutti. – Con l’essersi, intanto, limitata l’applicazione della teoria sulla complicità corrispettiva a’ reati dolosi di omicidio e di lesione, non si è potuto intendere di escluderla in tema di omicidio o lesione preterintenzionale, la cui base è sempre una lesione dolosa, che si distingue da tutte le altre per avere nelle conseguenze ecceduto il fine propostosi dal colpevole. Né vale il dire che l’articolo 378 si riferisce ai soli articoli 364, 365, 366, 372 e 373, e non può estendersi quindi a casi in esso non preveduti. Il ricordo di questi articoli ha lo scopo di accennare l’indole (dolosa) de’ reati a cui la complicità corrispettiva è applicabile, e, per quanto vi sia un misto di dolo e di colpa, non cessa di essere d’indole dolosa l’omicidio o la lesione preterintenzionale. Oltre a ciò, la locuzione degli articoli 374 e 368, che contemplano il beneficio dell’eccesso del fine, dimostra chiaramente che la preterintenzionalità viene considerata come una semplice modalità del delitto preveduto negli art. 372 e 364 (10). In tale avviso si è pronunziata già due volte la Corte Suprema (11). – Recentemente la Corte Suprema ha ritenuto inapplicabile la teorica della complicità corrispettiva (art. 378) in tema di omicidio mancato o tentato (12). Nella sentenza è detto: “Se è possibile l’ipotesi del tentativo allorchè sia conosciuto l’autore del reato, non si può più parlare di tentativo allorchè più persone prendono parte a produrre una lesione e l’autore di questa non si conosce; essendo per sé manifesto che il concetto del tentativo, implicando l’indagine della volontà dell’autore di desistere o meno dall’ulteriore esecuzione del reato, questa indagine non è possibile quando l’autore è ignoto”. Non ci sottoscriviamo a questo insegnamento. Se la dottrina esclude il conato nel concorso al maleficio, non esclude del pari il concorso criminoso in conato di delinquere. L’indagine sulla volontà dell’autore, rimasto ignoto, potrà essere disagevole e talvolta impossibile, ma la difficoltà della prova non può distruggere un principio di diritto (13).
  5. e) – In quanto alla penalità, l’art. 378 stabilisce che tutti i compartecipi soggiacciono alle pene rispettivamente stabilite per gli omicidii e per le lesioni diminuite da un terzo alla metà, ed all’ergastolo è sostituita la reclusione non inferiore ai quindici anni; ma questa diminuzione di pena non si applica al cooperatore immediato del fatto. Troviamo giusto che siasi fatta eccezione pel cooperatore immediato del fatto, quantunque ciò fosse stato censurato da qualcuno (14). Essendosi parificato con l’articolo 63 l‘esecutore del reato al cooperatore immediato, era logico che quest’ultimo, nel caso che fosse stato raggiunto dalla prova, e malgrado che l’autore del delitto sia rimasto sconosciuto, non si fosse parificato ad altri meno colpevoli di lui e non si fosse sottratto alla maggiore pena che gli spetta. L’Auriti osservava: “Si può non conoscere l’autore, ma conoscere ad esempio chi tenne la vittima: ora per qual ragione, se non si conosce l’autore, si dovrebbe punir meno quest’ultimo, ossia il cooperatore immediato?” (15). Ciò che parmi debba essere censurato è la misura della pena sanzionata. Infatti, per l’art. 64, i rei secondarii sono puniti con la reclusione per un tempo non minore dei dodici anni, ove la pena stabilita per il reato commesso sia l’ergastolo, e negli altri casi con la pena stabilita per il reato medesimo diminuita della metà. Per contrario, nell’art. 378, all’ergastolo è sostituita la reclusione non minore de’ quindici anni, e negli altri casi la pena può essere anche semplicemente diminuita di un terzo. In guisa che colui che è dimostrato complice, per semplice assistenza od aiuto durante il fatto, in un omicidio premeditato di cui si conosca l’autore, potrà essere punito con dodici anni; invece colui che pure è dimostrato complice, semplicemente per assistenza in un identico delitto, di cui s’ignora però l’autore, non potrà avere una pena inferiore ai quindici Parimenti accade negli altri casi; il complice per assistenza, a norma dell’art. 65, ha il diritto di vedere diminuire la pena della metà: e per contrario, qualora non si conosca il reo principale, a norma dell’art. 378, potrà vedere diminuita la pena soltanto di un terzo. Ciò non risponde né alle esigenze della giustizia, né ai criterii fondamentali su cui è basata la dottrina della complicità corrispettiva. Per fermo, può accadere talvolta che, pure rimanendo ignoto l’autore del delitto, resti certamente provato che uno, a cagion d’esempio, tra quattro accusati non abbia fatto altro che prestare assistenza nel momento dell’esecuzione; costui certamente non è l’autore del reato; ha semplicemente una reità secondaria, ed infliggendogli una pena superiore a quella che per regola generale (art. 64) gli spetta, si compie un manifesto atto d’ingiustizia (16). D’altra parte il legislatore, col comminare una pena intermedia tra quella stabilita pel reo principale e quella designata pel reo secondario, mostra di aver fatto realmente una transazione; laddove la teoria della complicità corrispettiva non ha per base transazione di sorta, ma si adagia sul principio razionale: in dubiis benignius interpretandum, e, nell’incertezza, se un colpevole sia autore o complice, preferisce l’ipotesi meno severa. Se dunque l’accusato a norma dell’art. 378 deve reputarsi un reo secondario, sarebbe stato imperiosamente richiesto dalla logica e dalla coerenza de’ principii, che si fosse ivi comminata pena non diversa da quella inflitta ai rei secondarii.

Esaminato così l’articolo 378 nel suo concetto fondamentale, ne’ suoi elementi costitutivi, ne’ suoi pregi e nelle sue mende, ci tornerà agevole esaminare l’articolo successivo, e delinearne i criterii essenziali ed i caratteri distintivi che gli sono proprii.

  1. B)  PARTECIPAZIONE ALLA RISSA (art. 379)

Allorquando in una rissa, nella quale si verifica un omicidio od una lesione, si conosca o non l’autore dell’evento sinistro, sia dimostrato che alcuni abbiano soltanto preso parte attiva alla rissa, senza cooperare direttamente al delitto, non è giusto che costoro vadano del tutto impuniti. Tizio impegna un alterco clamoroso e vivace con Caio; Mevio, estraneo all’uno e all’altro, trovandosi di passaggio, lungi dal consigliare la calma, si diletta con argute osservazioni ad aizzare la rissa, ovvero, indignato del contegno spavaldo di Caio, ed inconsapevole del tutto de’ propositi dell’altro corrissante, gli assesta uno schiaffo o gli vibra un colpo di bastone per conto proprio; se in tal caso Tizio, o perché concitato viemaggiormente pel calore della rissa fomentata da Mevio, o perché fatto audace per le violenze già inferte da costui, si determina anche lui ad aggredire l’avversario e lo ferisce e l’uccide, non è chi non vegga che, se Tizio soltanto deve rispondere di omicidio o di lesione, non è giusto, che l’altro, Mevio, vada esonerato da ogni responsabilità. Vero è che Mevio non volle né operò il reato principale, né fu complice altrui, ma il fatto d’avere partecipato attivamente alla rissa lo rende causa indiretta e colposa delle conseguenze sinistre che si sono verificate più tardi. È un caso di colpa mista a dolo: in quanto che volontariamente si è soltanto preso parte alla rissa, ma imprudentemente si è pure dato causa all’omicidio o alla lesione (17).  Donde sorge una figura speciale, sui generis, di reità individuale, indipendentemente dalla reità degli autori e dei complici del delitto; figura di reità che, in difetto di speciale disposizione di legge, sfuggirebbe alle sanzioni della pena, poiché così gli art. 63 e seguenti, come l’art. 378, presuppongono un rapporto di complicità tra il partecipe alla rissa e l’autore del delitto, sia che questi si conosca, sia che s’ignori; e ciò non si riscontra nell’ipotesi accennata. Alcuni legislatori, pertanto, con speciali articoli incriminarono per sé stessa la semplice partecipazione alla rissa nella quale, per opera altrui, siasi verificato un omicidio od una lesione. Il codice germanico prescrive: “Se in una rissa o in un’aggressione eseguita da più persone è stata cagionata la morte di un uomo od una lesione corporale grave, chiunque abbia partecipato alla rissa o all’aggressione, solo per il fatto dell’avervi partecipato deve punirsi ecc.” (art. 227) (18). Similmente nel codice olandese è detto: “Chiunque volontariamente partecipa ad un attacco o ad una rissa in cui sono implicate diverse persone, salvo ogni responsabilità da loro incorsa pe’ fatti speciali, è punito ecc.” (art. 339). Sull’esempio di quelle legislazioni il codice penale italiano ha accolto l’art. 379 così formulato: “Salvo quanto è disposto nell’articolo precedente, e ferme le maggiori pene per i reati individualmente commessi, quando in una rissa alcuno rimanga ucciso o riporti una lesione personale, tutti coloro che nella rissa abbiano posto le mani addosso all’offeso sono puniti ecc… Coloro che abbiano preso parte alla rissa, senza porre le mani addosso all’offeso sono puniti ecc… Per chi sia stato la causa determinante della rissa le dette pene sono aumentate di un terzo”. Con questo articolo si è inteso, adunque, di colpire non l’omicidio né la lesione, ma la semplice partecipazione alla rissa; non l’autore né il complice del delitto principale, ma l’imprudente che ne fu causa indiretta. Il Costa, nella sua relazione al Senato, avvertiva: “Quella che si propone non è una forma della complicità, la quale suppone l’esistenza di una responsabilità di cui s’ignora la misura, ma una specie di delitto sui generis” (19).

Il Lucchini nella Commissione di Revisione diceva: “Tutti coloro che non concorsero con l’opera propria a commettere il delitto, ma che ebbero parte nella rissa, incorreranno nell’ipotesi di questo articolo per il solo fatto di aver preso parte alla rissa, per essere stati corrissanti, o per avere contribuito che nascesse la rissa, cioè sempre indipendentemente dalla maggiore responsabilità individuale di altri e dall’essere conosciuto l’autore. Chi concorse nell’omicidio o nella lesione è complice, chi concorse nella rissa è punito a termini di questo articolo anche senza avere avuto parte nel fatto dell’omicidio o della lesione” (20). A maggior chiarimento, l’Auriti, con la sua mente perspicua, aggiungeva: “L’articolo precedente (378) contempla il concorso doloso, e l’articolo in esame (379) un concorso colposo, perché si punisce il prender parte alla rissa, l’accendere l’ira, il mantenerla e il risultato finale che è l’opera indiretta di tutti” (21).

Delineata così l’indole speciale dell’articolo 379, esaminiamolo ne’ suoi singoli elementi:

  1. a) – È mestieri che l’omicidio o la lesione si verifichi in rissa. In ciò si riscontra una prima nota distintiva tra questo articolo e quello che lo precede: l’uno (art. 378), è applicabile tanto ne’ fatti premeditati quanto in quelli istantanei costituenti rissa; l’altro (art. 379) è applicabile soltanto nei fatti avvenuti in rissa. La rissa non è costituita da un semplice scambio di parole vivaci, ma è un diverbio più o meno lungamente protratto con reciproche spavalderie, ingiurie o minacce, che determinano una viva e crescente concitazione dell’animo. L’evento sinistro, inoltre, lesione od omicidio, deve verificarsi per ragione della rissa; a tale uopo il Berner insegna: “Se la lesione o la morte avvengano solo al momento della rissa, ma non per essa, vien meno la pena. In effetti questa non avrebbe più significato. Il legislatore non poteva introdurre una pena della rissa pel fatto di una uccisione o di un ferimento grave verificatisi, se non nella presupposizione che questi avessero il loro nascimento nella rissa. Quindi se un rissante muoia durante la rissa perché giunta la sua ultima ora, o soccomba ad apoplessia non causata dalla rissa, o in quel momento lo colpisca a morte una palla non proveniente da’ rissanti, non sarebbe tutto ciò titolo per punire l’aver preso parte alla rissa” (22).
  2. b) – L’operato, che viene incriminato con la sanzione di questo articolo, è la partecipazione alla rissa; all’uopo vanno fatte le seguenti osservazioni:

1) – La legge prevede due forme di partecipazione, che si differenziano ira loro soltanto per la maggiore attività spiegata dall’agente. Per lo che si applica una pena mite, se si è preso soltanto parte alla rissa in un modo qualsiasi, senza porre le mani addosso all’offeso, come aizzando gli sdegni, fomentando i risentimenti, scagliando pietre ecc. (penultimo alinea dell’art. 379); e viene comminata invece una pena più grave, se si è preso parte alla rissa, mettendo le mani addosso all’offeso. In quest’ultimo caso è meno largo il vincolo indiretto, che collega l’operato dell’agente alla conseguenza ultima dell’omicidio o della lesione, ed è giusto che più intensa sia la repressione penale (23).

2) – Così nella prima come nella seconda forma, la partecipazione va riferita al fatto della rissa e non già al fatto della morte o della ferita. A tale uopo, non sarà inopportuno rammentare che nel Progetto Zanardelli erasi adottata una locuzione, che venne modificata nel testo definitivo del codice, appunto perché alquanto ambigua su di questo proposito. Infatti nel Progetto era detto: “. . . quando in una rissa alcuno è rimasto ucciso od ha riportato una lesione personale, tutti coloro che vi hanno avuto parte sono puniti ecc…”. Per contrario la Commissione di Revisione, nell’intento di specificare che la partecipazione debba riferirsi semplicemente alla rissa propose di modificare la locuzione ne’ seguenti termini: “. . . quando in una rissa alcuno rimanga ucciso o riporti una lesione personale, tutti coloro che hanno avuto parte nella rissa sono puniti ecc.”. E la proposta venne accolta, in quanto che la parola rissa fu ripetuta nel testo definitivo del codice. Da ciò risulta evidente che il fatto, incriminato nell’articolo 379, non deve costituire nessuna forma di complicità nel reato di omicidio o di lesione. Se uno de’ corrissanti, nel prendere parte alla rissa, abbia parimenti preso parte all’esecuzione dell’evento sinistro che ne è derivato, egli non può rispondere a norma dell’articolo 379; ma, se sarà noto il reo principale di cui è stato complice, risponderà a’ sensi degli art. 63 e seg. secondo il grado della sua partecipazione; e se sarà rimasto ignoto l’autore, risponderà come complice corrispettivo a’ termini dell’articolo 378. Ciò spiega perché nell’articolo che esaminiamo trovasi l’inciso: “salvo quanto è disposto nell’articolo precedente“. Questo inciso dimostra che per una medesima rissa, mentre è applicabile l’articolo 379 per i semplici corrissanti, può bene applicarsi contemporaneamente l’art. 378 per quei corrissanti che sieno dimostrati complici corrispettivi nel delitto di omicidio o di lesione. In ciò è riposta la nota precipua che distingue fra loro questi due articoli. Il Villa, nella sua relazione alla Camera dei Deputati, esattamente scriveva: “La legge punisce per la sola circostanza di aver preso parte alla rissa, indipendentemente da ogni presunta partecipazione, anche leggera, al fatto da cui è derivata la lesione o la morte… Tra’ caratteri, che differenziano in rapporto all’elemento materiale il delitto dell’art. 378 da quello dell’art. 379, è dunque a notarsi che per il primo occorre la certezza di un concorso sciente nella vera e propria esecuzione del ferimento o dell’omicidio volontario; pel secondo, basta l’avere portato, come compartecipe di una rissa, la mano sull’ucciso o sul ferito” (24).

3) – La partecipazione alla rissa, ma questa dopo un certo tempo cessa; senza l’intervento di verifichi nell’intento di stabilire la calma e d’impedire conseguenze deplorevoli. L’onorevole Costa preoccupavasi, temendo che l’art. 379 avesse potuto colpire anche colui che avesse preso parte alla rissa o per difendere chi rimase offeso, o per farla cessare. Ma il Lucchini opportunamente rispondeva: “Quando uno interviene come difensore non potrà punirsi, e avrà a suo favore l’articolo 49; prendere parte alla rissa si intende nel senso attivo, e non può applicarsi a chi fa opera che la rissa cessi” (loc. cit.) 4.° – La partecipazione alla rissa, deve aver luogo nel contesto dell’azione nella quale avviene l’omicidio o il ferimento: un intervento posteriore o un intervento precedente, seguito da un’interruzione della rissa ripresa più tardi, non dà luogo a reato. L’on. Nocito osservava: “La rissa ha diverse fasi: può darsi che uno vi abbia partecipato ne’ primordii, e poi, spontaneamente o trascinato, si allontani, e che dopo il suo allontanamento sia avvenuto l’omicidio o la lesione; sarebbe assurdo che dovesse risponderne. Direi nel momento in cui ecc.”. Ma l’on. Eula rispondeva: “Questo non potrà mai avvenire, perché s’intende sempre il prender parte a quel momento della rissa in cui il fatto avvenne” (Verbali della Comm. di Rev.). Se non che le parole dell’Eula, a mio modo di vedere, debbono essere intese con una certa limitazione: la legge punisce colui che col suo contegno nella rissa l’ha protratta, l’ha maggiormente accesa ed è stato così causa indiretta di ciò che nella stessa rissa in seguito è accaduto. Di fronte a ciò, monta poco che uno di coloro che hanno partecipato alla rissa, ovvero colui proprio che ne è stato la causa determinante, sia stato trascinato via nel momento in cui accade l’omicidio o la lesione. Egli ha aizzato gli animi, ha provocato gli sdegni, ha soffiato nel fuoco, ed ha sempre perciò quella responsabilità indiretta nel risultato finale che la legge ha inteso di colpire. Per la qual cosa è necessario soltanto che la partecipazione alla rissa si verifichi nello stesso contesto di azione in cui succede la morte o la ferita. Tizio prende parte ad una rissa, ma questa dopo un certo tempo cessa; senza l’intervento di Tizio, essa è ripresa e finisce con la morte di un uomo; in tal caso Tizio non risponde di nulla, perché è interrotto il rapporto che lega indirettamente l’operato del corrissante all’evento sinistro che si è seguito verificato. Soltanto sotto questo aspetto possono utilmente rammentarsi le osservazioni del Nocito e dell’Eula.

  1. c) – Per l’applicazione dell’articolo 379 è indifferente che si conosca o meno l’autore dell’omicidio o della lesione (25). Questo è un irrecusabile ed evidente corollario di ciò che fino ad ora è stato detto, ed è un’altra nota distintiva tra l’art. 378 e l’art. 379. Il legislatore punisce la partecipazione alla rissa indipendentemente dalla responsabilità di coloro che hanno commesso l’omicidio o il ferimento. L’ucciso “ferme le maggiori pene incorse per i reati individualmente commessi” lo avverte chiaramente. Per lo che, affermata la responsabilità generale de’ corrissanti pel semplice fatto della rissa ai sensi dell’art. 379, se è noto l’autore dell’omicidio sarà dichiarato responsabile del delitto individualmente da lui commesso, e se vi sono complici essi risponderanno a’ sensi degli art. 63 e seg., secondo il grado e la misura della loro compartecipazione; per contrario, se l’autore dell’omicidio è rimasto ignoto, allora o vi sono complici corrispettivi, e si applica l’art. 378, o non è per nessuno dimostrata la complicità, e resta semplicemente per tutti la sanzione dell’art. 379. Questo concetto venne ripetutamente espresso nella Commissione di Revisione; l’Auriti osservava: “Il conoscere o non conoscere l’autore non influisce e non può far mutare la responsabilità. Nell’articolo precedente (378), quando l’autore non è conosciuto, si puniscono meno tutti i partecipanti; nell’articolo attuale (379) la responsabilità dei rissanti non cambia, sia che l’autore si conosca, sia che rimanga ignoto“. ( Verb. loc. cit.).

Dalle cose esposte risulta dimostrata evidente la tesi enunciata cominciando: l’articolo 378 contempla una forma sui generis di reità secondaria (complicità corrispettiva) in reati comuni, come l’omicidio e la lesione; e l’articolo 379 contempla una forma sui generis di reità principale (partecipazione ad una rissa). È a far voti, intanto, perché, con la scorta de’ lavori che apparecchiarono il nuovo codice, queste disposizioni, con singolare frequenza invocate nella pratica giudiziaria, non sieno più oltre erroneamente applicate (26).

 

(1) Questo concetto che trova concorde la dottrina (MIRAGLIA: La complicità corrispettiva. Cass. Un. V. c. 401; IMPALLOMENI: L’omicidio p. 204; ALIMENA: I delitti contro la persona, Enciclop. del Pessina. XI p. 404) ha trovato qualche volta dissenziente la Corte Suprema. Essa ebbe infatti a sentenziare: “L’art. 378 non ammette distinzioni tra le persone che agiscono di accordo ed individui che sono fra di loro avversari nella partecipazione di reato” 15 ottobre ric. Tristachi. Riv. di dir. e proc. pen. VI, II, 208: vedi ivi nota contraria del DE MARSICO: Concorso di volontà e complicità corrispettiva. Cons. anche SABATINI: Sulla natura degli atti criminosi costituenti la complicità corrispettiva. Riv. dir. e proc. pen. CII, II, 280. È notevole una recente sentenza in causa Costa che dice: “La complicità corrispettiva consta dei seguenti elementi: a) partecipazione di più persone in un omicidio od in una lesione personale; b) la prova che costoro abbiano preso parte con atti di complicità materiale ai sensi dell’art. 64 p. 3; c) l’essere ignoto l’autore del delitto; d) la prova che l’autore del delitto si trovi tra le dette persone concorrenti nel medesimo; e) ingraduabilità della loro partecipazione per complicità necessaria e non necessaria” 12 Gennaio 1923 Scuola posit. 1923 II 332. Vedi 7 aprile 1922 ric. D’Angelo. Scuola posit. 1922 II, 295.

(2) HAUS, Princ. di Dr. pen. G. 157. Nota.

(3) IMPALLOMENI, Il Cod. Pen. Ital. vol. I. p. 200.

(4) BURI, Zur Lehere von der Theilname aus dem Verbechèn, und der Regustgung. 1860; e nell’Arch. di Goltdammer; – V. una pregevole monografia dell’IMPALLOMENI: Il concorso di più persone in un reato. Riv. Pen. vol. XXVI.

(5) Confr. ALTAVILLA: I delitti contro la persona – Vallardi, p. 165; Cass. 15 Aprile 1907. Giust. pen. 1907 col.  94.

(6) Verbali della Commiss. di Revisione p. 628.

(7) “È indifferente che l’uccisione avvenga o no in rissa”. ALTAVILLA: I delitti, p. 162, Conf. Cassazione 7 Aprile 1922 D’Angelo Scuola posit. 1922 p. 295.

(8) Verbali, loc. cit.

(9) Contra DEL GIUDICE: Il delitto colposo p. 227, (per quanto si riferisce alla partecipazione nei delitti colposi).

(10) Esattamente osserva l’IMPALLOMENI (L’omicidio p. 207): “Il motivo del silenzio è facile trovarlo nel concetto di scusa in cui il legislatore tenne la preterintenzionalità e la concausa – errore molto diffuso – mentre in verità esse sono delle circostanze che mutano il titolo del reato” confr. TUOZZI: Corso di diritto penale, Vol. II p. 144, Napoli 1891; ALIMENA: I limiti e modificazioni dell’imputabilità, vol. I p. 18, Torino 1904; id: I principi di diritto penale, Vol. II p. 341; MANZINI: Trattato, Vol. III, p. 142; LIBONATI: Complicità corrispettiva ed omicidio preterintenzionale. Riv. Pen. I Sup. 1918; IROLDI: La preterintenzionalità nella complicità corrispettiva: Sinossi giuridica Giugno 1920. Cass. 12 dicembre 1890 Cass. Un. Vol. II p. 69; 11 Novembre 1895; Giust. pen. Vol. I, p. 1402; 12 aprile 1901 PASSERO Riv. Pen. Sup. vol. X p. 179; 20 Giugno 1902 SANTARCANGELO Riv. Pen. vol. LVI p. 606; 12 Luglio 1913 SENZI Giust. Pen. XX col. 77 m. 53 n. 1; Cass. 23 Giugno 1922 ric. Natali, Giust. Pen. 1922 col. 922; 19 ottobre 1923 ric. Milani, Giust. Pen. 1924 col. 101. Contro cass. 3 ottobre 1906 ric. Tobacco Riv. Pen. LXV p. 96; 14 Novembre 1917 ric. Pini Giust. Pen. 1918 col. 61; La Suprema Corte motiva così questa sua contraria opinione: “La diminuente della preterintenzionalità, riferendosi ad una responsabilità diretta e supponendo perciò la conoscenza dell’autore del fatto, è inapplicabile all’ipotesi delittuosa dell’art. 378 C. p. in cui appunto non si può sapere, ignorandosi da chi successivamente il fatto sia stato compiuto, se questo abbia ecceduto l’intenzione” Cass. 29 Marzo 1921 ric. Pesoli Giust. Pen. 1921 col. 839. Non tiene presente la Corte suprema che, alle volte, se non si può individuare l’autore, si può accertare il motivo determinante comune di tutti i partecipanti, il mezzo usato, così che si può affermare senza tema di errare, che la volontà dell’ignoto autore è stata sorpassata dall’evento (E. A.)

(11) 12 Dic. 1890, Riv. Pen. vol. XXXIII e 25 Maggio 1891 Riv. Pen., Vol. XXXIV.

(12) 7 Febbraio 1898, Riv. Pen. vol. XLVII p. 596 m. 1153.

(13) Il MANZINI (Tratt. vol. VII) p. 142, inesattamente ritiene inammissibile la complicità corrispettiva pel tentativo ed ammissibile pel mancato. Vedi Cass. 14 Dicembre 1908. Giust. Pen. XV p. 316 (E. A.).

(14) ARABIA: I princ. del dir. pen. nel cod, italiano p. 227.

(15) Verbali della comm. loc. cit.

(16) Contra: “Abbiamo finora detto che il complice corrispettivo deve essere “almeno” complice ciò significa che non deve esservi la prova ch’egli sia stato “solo complice”. ALTAVILLA: I delitti p. 166 ved. Cass. 30 Dicembre 1902 Cass. Un. vol. XIV p. 561. Si è accentuata in questi ultimi anni la disputa tra i sostenitori della incompatibilità tra complicità corrispettiva e la complicità ordinaria, e quelli che opinano per la compatibilità. Per le prime tesi vedi: Escobedo Proc. Pen. it. 1922 col. 218, Cass. 23 novembre 1921, ric. Dedole, Proc. Pen. it. 1922 col. 226; 12 Gennaio 1923 ric. Costa, Giust. Pen. 1923 vol. 309. Per la conciliabilità Cass. 21 Dicembre 1921 ric. Ruminati Proc. Pen. it. 1922 col. 204; 25 Giugno 1923 ric. Bonsignori. La proc. pen. it. 1923 col. 338; 4 Marzo 1923 riv. Venturelli, Giust. Pen. 1923 col. 600; 14 Novembre 1923 ric. Lugaresi, Giust. Pen. 1923 col. 26; 19 Ottobre 1923 ric. Milani, Giust. Pen. 1924 col. 101. Per la condizione giuridica del complice necessario vedi: ALTAVILLA, loc. cit. p. 166, IMPALLOMENI: L’omicidio p. 204; Cass. 9 Marzo 1923, ric. Polvani, Giust. Pen. 1923 col. 601. Cass. 12 Marzo 1910 Asciano Riv. dir. e proc. pen. Vol. I p. II, p. 462.

(17) Vedi ALTAVILLA: I delitti, etc. p. 158; SABATINI: Sulla natura giuridica della partecipazione alla rissa. Progresso di diritto criminale. Vol. II.

(18) BERNER: Trad. di dir. pen. p. 131.

(19) COSTA, Relaz. al Senato sul progetto Zanardelli (art. 359 e 360), Cass. 21 Gennaio 1920, vol. 707.

(20) V. Verbali della Comm. di Rev., p. 629.

(21) V. Verbali della Comm. di Rev., loc. cit.

(22) BERNER, Trat. di dir. pen. p. 124.

(23) Questa frase: “mettere le mani addosso deve intendersi largamente estendendosi ad ogni atto materiale d’ostilità” (ALTAVILLA: I delitti, p. 158). La corte suprema ritenne dovesse estendersi anche al caso di chi gettasse sassi 15 Febbraio 1895, Riv. Pen. vol. XLI p. 444.

(24) Vjlla, Relaz. alla Camera, art. 368.

(25) Cass. 2 Giugno 1902 ric. Bertelli, Giust. Pen. 1902 vol. 797; 10 Giugno 1903 ric. Ferrero Giust. Pen. 1903, vol. 1288 m. 818; 21 Gennaio 1920 ric. Garofalo Giust. Pen. 1920 col. 907; per le note differenziali tra Giugno 1903 ric. Ferrero Giust. Pen. 1903, vol. 1903 m. 818; 21 Gennaio 1924 col. 889.

(26) La Corte Suprema con sentenza del 2 Dic. 1897 (Riv. Pen. vol. XLVII, p. 294) stabiliva: “Alle ipotesi degli art. 378 e 379 è estraneo il concetto del concerto precedente, mentre è comune il fatto improvviso, con la differenza che la complicità dell’art. 379 è attenuata dalla rissa“. Non si potevano dire più spropositi in così poche parole. 1° Il concetto del concerto precedente è estraneo all’ipotesi dell’art. 379, ma non è né può essere estraneo all’ipotesi dell’art. 378, che prevede un caso di complicità. 2° Il fatto improvviso è necessario per l’art. 379 e può concorrere, senza però essere necessario, nel caso dell’art. 378, nel quale la complicità corrispettiva può verificarsi sia in fatti istantanei sia in fatti lungamente premeditati. 3° L’art. 379 non contempla una forma di complicità, ed è un errore ritenere che la nota differenziale che lo distingue dall’art. precedente sia la rissa, poiché, come abbiamo rilevato, la rissa può verificarsi anche nel caso dell’art. 378.].

 

Gennaro Marciano ASSOCIAZIONE PER DELINQUERE

Gennaro Marciano

ASSOCIAZIONE PER DELINQUERE

E CONCORSO CRIMINOSO

 

(da Gennaro Marciano, Questioni di diritto, Napoli, 1926, 260 ss.)

 

Sovente, nella pratica amministrazione della giustizia, solo perché cinque o più persone abbiano partecipato ad un reato continuato, si eleva, insieme alla imputazione del delitto specifico, anche quella di associazione per delinquere.

Ciò costituisce un errore, prodotto dalla confusione del criterio giuridico del delitto di associazione per delinquere con quello della compartecipazione criminosa; e l’errore diventa più facile e frequente per mancanza di un insegnamento concorde, preciso e determinato nella dottrina e nella giurisprudenza.

Giova, pertanto, fissare all’uopo una norma direttiva.

  1. L’art. 248 c. p. stabilisce: “Quando cinque o più persone si associano per commettere delitti contro l’amministrazione della giustizia, o la fede pubblica, o l’incolumità pubblica, o il buon costume e l’ordine delle famiglie, o contro la persona o la proprietà, ciascuna di esse è punita, per il solo fatto dell’associazione, con la reclusione da uno a cinque anni”.

S’insegna ordinariamente che la organizzazione, il vincolo criminoso, la societas sceleris costituisca la nota caratteristica di questo reato. Errore: la organizzazione (nel senso di aggregarsi, riunirsi, associarsi) è necessaria, ma non è sufficiente. Se fosse altrimenti, non vi sarebbe criterio distintivo tra il concorso di più persone in un reato ed il delitto di associazione per delinquere. La organizzazione, il vincolo criminoso, la societas sceleris è la nota essenziale del concorso e della partecipazione ai delitti. Quando l’opera del maleficio è il prodotto della sciente attività di più persone, che agiscono come concause concorrenti alla consumazione del reato, vi è, come presupposto indeclinabile, che le volontà di tutti i compartecipi si sieno unite tra loro per realizzare il progetto criminoso, deciso in comune. E questo accordo di più volontà, che unisce e lega fra loro i colpevoli, può verificarsi, come è ormai riconosciuto ed ammesso, così nel rapido svolgersi di un fatto improvviso, come in seguito ad una lunga, meditata ed elaborata preparazione. Il reato, per effetto appunto di questa unione di forze, è uno per tutti ed è uno altresì per ciascuno. Anzi, secondo qualche legislazione, come quella inglese, per alcuni reati, come quelli di alto tradimento, non è ammessa alcuna distinzione tra’ vari compartecipi; ed in Germania, il Buri si fece assertore fervido della dottrina per la quale, in nome del principio di causalità, si è disconosciuta ogni ragione di distinzione per la responsabilità de’ correi, osservando che, essendo il reato causato da un complesso di fattori intimamente fra loro congiunti, ogni fattore è ragione determinante, non in sé stesso, ma in quanto si rannoda agli altri, con cui opera congiuntivamente, epperò colui che pose un fattore, sapendone il supposto di coesione con altri e di causalità con l’effetto criminoso, deve rispondere del reato non altrimenti che ogni altro agente. Senza avere, il proposito di soffermarsi a queste estreme conseguenze nella valutazione delle norme sul concorso de’ reati, si può indubbiamente, stabilire che la prova di essersi più di cinque persone riunite ed organizzate per la consumazione di un delitto è sufficiente per farli dichiarare responsabili (ne’ gradi indicati dalla legge sul concorso, secondo i congrui casi) del reato commesso ed al quale parteciparono, ma non è sufficiente per farli ritenere colpevoli altresì del delitto di associazione per delinquere.

  1. Più frequentemente si dice che la nota caratteristica del delitto dell’art. 248 sia la organizzazione permanente, sia pure per una durata indeterminata ed incerta. Altro errore: la permanenza dell’organizzazione tra’ i colpevoli è elemento necessario, ma anche esso non sufficiente. Se altrimenti fosse, non si potrebbe distinguere l’associazione a delinquere dal concorso di più persone in delitto continuato. Il reato continuato per lo esplicito dettato dell’art. 79 c.p. si verifica ogni colta che, per effetto della medesima risoluzione criminosa, si consumino più violazioni della stessa disposizione di legge, anche se commesse in tempi diversi. Coloro che, in cinque o più, si riuniscono col proposito di fabbricare biglietti falsi, curandone la spendita in tempi e luoghi diversi, sono concorrenti nel delitto degli art. 256 e seg., e non perché vi sia la reiterazione del fatto delittuoso e la diversità delle vittime designate (1) si può, come invece praticamente accade con frequenza, aggiungere la imputazione di associazione per delinquere.

(1) La pluralità delle persone lese non è di ostacolo alla figura giuridica di reato continuato, come fu espressamente dichiarato dall’Eula e dal Faranda ne’ verbali della Commissione di Revisione (Verbale, n. XIV, seduta del 27 febb. 1899). Ciò è confermato da una recente sentenza della Cassazione, 29 Marzo 1926, Giust. Pen., col. 551, 1926.

  1. Talvolta, ispirandosi ad un empirismo inconsulto, si dice sussistente l’associazione a delinquere pel numero rilevante di delitti commessi dagli imputati. Si confonde, così, un criterio giuridico con un elemento di prova: indubbiamente la molteplicità de’ delitti commessi dagli stessi imputati è il più delle volte la prova più apprezzabile della sussistenza dell’associazione preveduta dall’art. 248, ma non costituisce il criterio per poterla giuridicamente affermare. Vi possono, infatti, essere casi di molti reati, commessi in comune, senza l’associazione a delinquere, e, viceversa, può non essere stato commesso neanche un reato solo, e ciò nondimeno esservi la prova della sussistenza di una vera e propria associazione criminosa, che è colpita, come esplicitamente è detto nell’art. 248, per il solo fatto dell’associazione.
  2. L’elemento che, a mio modo di vedere, integra l’essenza giuridica di questo reato è risposto nell’organizzazione permanente a delinquere in alcune categorie di delitti senza che sieno già determinati nel pensiero dei colpevoli, rimandandone la determinazione, (il disegno e l’esecuzione) in prosieguo, come prima se ne presenterà propizia l’occasione od il destro. Il vincolo criminoso, cioè, che lega i colpevoli deve avere uno scopo prossimo, determinato, ed un altro remoto, indeterminato. I rei debbono unirsi fra loro, col programma di delinquere o contro la proprietà, o contro le persone, o contro la fede pubblica, o contro la pubblica incolumità o il buon costume, o contro l’amministrazione della giustizia, concordando all’uopo i mezzi, i modi, le gerarchie, la eventuale distribuzione generica delle parti, la divisione del bottino criminoso, ecc. senza avere ancora un determinato delitto da consumare. Determinato deve essere il programma a delinquere genericamente, in rapporto alle sue mentovate categorie di delitti; ma indeterminati debbono essere i delitti da compiere. Se l’associazione si verifica per consumare il delitto di rapina in danno di Tizio, quello di furto in danno di Caio, quello di incendio a danno di Mevio, si potrà parlare di partecipazione in reati concorrenti, non già di associazione per delinquere. L’associarsi per commettere un determinato delitto, costituisce, prima che se ne cominci l’esecuzione, un atto preparatorio, che sfugge alle sanzioni del codice penale; ma quando questo atto preparatorio è relativo ad uno stabile programma delittuoso, secondo che le occasioni si presenteranno e l’opportunità potrà consigliare, si verifica un pericolo permanente per l’ordine pubblico, in rapporto ai beni giuridici minacciati dal proposito degli associati , ed è in virtù di questo pericolo (che menoma la pubblica tranquillità e rende, per la stabilità della preparazione, più agevole la perpetrazione de’ malefizii) che si eleva a reato per sé stante il vincolo che associa i rei, indipendentemente da’ singoli delitti commessi.
  3. La locuzione adoperata nel Progetto Zanardelli rendeva perspicuo il criterio, che abbiamo enunciato. Difatti all’art. 263 era detto: “Chiunque prenda parte ad un’associazione di cinque o più persone diretta a commettere delitti, benchè di specie non ancora determinata, è punito, per il solo fatto dell’associazione con la reclusione ecc.”. E nella Relazione allegata al Progetto, con ammirevole precisione e provvida chiarezza, si leggeva: “Il concorso di più persone in uno stesso reato non costituisce, in generale, una specie delittuosa a sé, e neppure una circostanza aggravante. Si ha semplicemente la compartecipazione di cui al Titolo VI del Libro primo. Ma se un numero considerevole di individui si associa, NON GIÀ PER COMMETTERE QUESTO O QUEL REATO, ma in genere una serie di delinquenze, per far quasi, a così dire, il mestiere del delinquente, sorge lo speciale delitto di cui si tratta e che ha per suoi estremi il concorso di cinque o più associati, e lo scopo generico di commettere reati, sia pure di specie non ancora determinata” (Relaz. paragrafo CXV).

Lo stesso criterio ispirò, in forma ugualmente evidente, i Progetti anteriori. Il Progetto De Falco (art. 201, e poi 222) diceva: “Coloro che in numero di tre o più hanno formata un’associazione per commettere delitti, benchè di specie non ancora determinata, sono colpevoli pel fatto stesso dell’associazione, anche se non abbaino consumato o tentato nessun delitto; e sono puniti ecc.”. Ne’ verbali di quella Commissione si legge: “Dalle disposizioni di questo capo debbono essere in modo non dubbio colpiti tutte le associazioni per delittuoso fine, benchè non aventi l’8immediato scopo di commettere determinati reati” (vol. I, pag. 461).

Nel Progetto Vigliani, all’art. 255 si leggeva: “Coloro che in numero di cinque o più si associano in qualsiasi modo per commettere reati, benchè di specie non ancora determinata, sono puniti pel solo fatto dell’associazione ecc.”. E nella dotta Relazione era scritto: “L’associazione è dal Progetto incriminata non per riguardo alla qualità de’ colpevoli (malfattori) (1) [(1) Nel cod. subalpino all’art. 426 la denominazione era di associazione di malfattori.] sivvero con riferimento al fine di delinquere. Il reato non è condizionato alla convenuta designazione de’ reati da seguire: basta ciò solo che l’associazione sia stabilita in qualsiasi modo, e che abbia per fine l’esecuzione di reati di specie indeterminata” (Relazione Vigliani p. 131).

In tal modo si pensò di eliminare l’ambigua interpretazione, a cui poteva dar luogo il codice sardo, che aveva l’art. 426 così concepito: “Ogni associazione di malfattori in numero non minore di cinque, all’oggetto di delinquere contro le persone o le proprietà costituisce per sé stessa un reato ecc.”. Il monito sapiente si era, d’altra parte, appreso nel cod. toscano, che all’art. 421 par. 1° parlava precisamente di associazione per commettere delitti, di cui non si fosse ancora determinata la specie.

  1. Ma nel testo definitivo del cod. vigente vi fu una locuzione diversa; si soppresse cioè l’inciso “benchè di specie non ancora determinata”; se non che la modifica ebbe luogo non già per significare e stabilire un diverso criterio giuridico, sibbene per evitare il pericolo di colpire associazioni politiche innocue. Difatti nella Relazione Villa, presentata alla Camera de’ Deputati, si rileva: “L’associazione per delinquere è l’altra forma di reato che, senza ledere ancora un determinato diritto privato o pubblico, costituisce una minaccia permanente e gravissima di delinquere ed un incalcolabile pericolo per l’ordine pubblico. La Commissione però non ha creduto che nel designare lo scopo di un’associazione, onde qualificarla associazione per delinquere, si possa seguire il sistema del progetto, che parla in genere di associazione a commettere delitti, benchè di specie non ancora determinata; e ciò per il pericolo facilissimo di confondere qualche volta un’innocua associazione politica con una società criminosa. Ecco perché alla formala del progetto si propone che sia sostituita la seguente: Chiunque prende parte ad una associazione di cinque o più persone, intesa e diretta a commettere delitti contro l’amministrazione della giustizia, o la fede pubblica, o il buon costume, o l’ordine delle famiglie, o le persone, o le proprietà è punito, ecc.”.

Il Guardasigilli credette accogliere la formula proposta dalla Commissione, e non si accorse che, senza volerlo, eliminando un equivoco, ne rendeva possibile un altro. Difatti nella Relazione al Re, allegata al testo definitivo del Codice, è detto: “Mi parve savio e prudente seguire il consiglio della Commissione della Camera elettiva con l’indicare nell’art. 248 la specie di delitti (1) che possono costituire l’associazione criminosa preceduta nel capo II. non è veramente giustificata né opportuna la limitazione esistente nel Codice sardo, che parla di associazione per commettere reati soltanto contro le persone o la proprietà; ma l’ammetterla per qualunque delitto, e “benchè di specie non ancora determinata” avrebbe potuto facilmente dare adito a pericolose interpretazioni” (Relaz. par. XCI).

[(1) Non si avvide che indicava le categorie, non le specie, dimenticando il cod. toscano.]

Ora è agevole rilevare che, pur facendo bene a seguire la proposta di indicare le categorie de’ reati (2) [(2) Anche perché sarebbe stato eccessivo punire di reclusione fino a 5 anni qualunque fatto di semplice associazione per delinquere, potendo questa verificarsi anche per reati di minore importanza e quindi punibili con pene minori, sicchè sarebbe stato assurdo punire più severamente l’accordo di commettere certi reati, che i reati in sé stessi.], per evitare il pericolo accennato dal Villa, non era bene sopprimere l’inciso “benchè di specie non determinata”, che era riferibile ai reati concreti, individuali, che si sarebbero potuto commettere dall’associazione, durante la sua vita e per virtù della sua organizzazione. Si credette forse che, indicando le categorie de’ delitti, costituisse un non senso aggiungere “benchè di specie non determinata”, laddove trattavasi di due criterii distinti, come emerge dalla dizione dell’art. 421 par. I del Cod. toscano così formulato: “Quando tre o più persone hanno formato una società per commettere delitti di furto, di estorsione, di pirateria, di truffa, di baratteria marittima, o di frode, benchè non ne abbiano ancora determinato la specie, sono puniti ecc.”.

Da’ verbali della Commissione di Revisione emerge che il Brusa propose la soppressione dell’inciso “benchè di specie non ancora determinata”, ma il Lucchini si oppose osservando: “Quanto alla soppressione delle parole benchè ecc. la riterrei dannosa, evitando esse molte questioni pratiche e chiarendo l’intendimento della legge” (verbale 26°). Ma, più tardi, in sede di redazione definitiva, il Guardasigilli, si lasciò preoccupare dal criterio politico, e, senza molta ponderazione, l’inciso venne soppresso, dando luogo, così, agli equivoci frequenti nella pratica della vita giudiziaria.

  1. L’Impallomeni, senza esaminare la questione, affermò dogmaticamente: “L’associazione per delinquere, societas delinquendi, è la società formata fra cinque persone allo scopo di commettere de’ delitti, determinati o da determinarsi; il che è indifferente” (Vol. II, p. 320). L’acuto giurista avrebbe indubbiamente evitato l’errore, se nel suo trattato, talvolta soverchiamente schematico e superficiale, si fosse soffermato ai precedenti legislativi ed allo spirito informatore della legge – Il Maino, giurista meno originale, ma interprete più accurato e fedele, per contrario insegna: “Perché un’associazione sia punibile a termini dell’art. 248, essa deve essere diretta non già ad un reato determinato, ma in genere a commettere una serie di delitti. La società per reati determinati darà luogo soltanto all’applicazione delle norme sulla correità e complicità, od anche, ne’ congrui casi, alla applicazione dell’art. 253″ (Vol. I, p. 705).

Il Manzini, senza soffermarsi di proposito sull’argomento, enuncia un concetto che sorregge il nostro assunto. Egli scrive: “L’associazione, costituitasi in vista di un solo fatto delittuoso, non produce la lesione ed il pericolo che la legge vuole evitare, non si differenzia dall’accordo per la semplice e comune compartecipazione criminale” (Vol. V, p. 665).

Già il Carrara aveva avvertito: “La società criminosa può essere speciale e generale. È speciale, quando più si accordano a commettere un delitto per interesse comune (caso di correità). È generale, quando più facinorosi stringono un patto tra loro che in tutti i delitti che sieno per commettere debbano darsi occorrendo mutuo soccorso; e che di ogni delitto da ciascuno di loro commesso debba l’utile essere comune” (Opuscoli Vol. I, par. 279).

La Corte Suprema aveva, nel 29 Gennaio 1894, stabilito: “Non costituisce associazione a delinquere il fatto di 5 o più individui che si riuniscono allo scopo di commettere un determinato reato; l’associazione per delinquere deve avere lo scopo generico di commettere una serie di delinquenze, di quelle enunciate nell’art. 248 c.p. sia pure che nel formarsi dell’associazione non ne sia determinata la specie, tanto da costituire un pericolo per l’ordine pubblico e la pubblica tranquillità” (Riv. Pen. 1894 vol. I, p. 312).

Nel 1912, sotto la Presidenza Lucchini, fu riaffermato con perspicuità lo stesso principio, pur non ritenendo necessaria una vera e propria organizzazione fra’ consociati: “Purchè cinque o più persone si riuniscano con comune interesse delittuoso e col programma prestabilito di commettere non uno o più delitti determinati, ma una serie di delitti fra quelli ipotizzati dall’art. 248 del cod. pen. con reciproca assistenza, l’associazione a delinquere, ossia la societas sceleris, prevista come reato a sé stante nel su citato art. 248, rimane perfettamente integrale ne’ suoi estremi giuridici” (30 Marzo 1912, Riv. Pen. 1912, vol. II, p. 562).. – Se non che qualche anno dopo, nel 16 Dicembre 1913 la stressa Corte, con lo stesso relatore, sebbene sotto diversa presidenza, mostrò di andare in altro avviso, ritenendo l’associazione per delinquere nel fatto, ammesso dal magistrato di merito, di più di cinque persone, riunite per l’attuazione del programma delittuoso della spendita di carte false. (Riv. Pen. 1914, vol. I, p. 483). – Recentemente, con sentenza del 12 Marzo 1925, la Cassazione ritorna alla retta interpretazione della legge, insegnando: “Il reato di associazione a delinquere s’integra col fatto di un generico concerto stabilito fra cinque o più persone di commettere una serie di delitti tra quelli indicati nell’art. 248 c.p. all’infuori d’ogni programma specifico“. (Giur. Pen. 1925, col. 654).

  1. – Resta, pertanto, stabilito che elemento essenziale del reato dell’art. 248 è l’accordo, l’intesa, il concerto tra cinque o più persone, diretto non a commettere determinati delitti, ma genericamente una serie di reati, da determinarsi, tra quelli elencati nello stesso articolo.

All’uopo, rettamente fu insegnato dagli scrittori e ripetuto dalla giurisprudenza che non occorre una vera e propria organizzazione nel senso di richiedere la prova di statuti, di discipline, di cariche, di gerarchie. Ciò è confermato dal capoverso dell’art. 248, in cui parlando de’ capi, si aggiunge l’inciso “se vi sieno”, affinchè non possa sostenersi, come accadde nella pratica, che non esista il reato di associazione sol perché manchi la prova che vi fossero capi”  (Relazione ministeriale, prog. 1887, n. CXV).

È necessaria la prova dell’intesa, dell’accordo, dell’associazione preordinata allo scopo delittuoso. Il cod. francese richiede un’organizzazione compiutamente istallata, con la formazione di una o più bande, di capi e di subalterni, di patti e di convenzioni per la divisione de’ prodotti criminosi (art. 266). Esempii classici di organizzazioni cosiffatte si ebbero nell’associazione di Cartouche, in quella di Catusse, in quella di Gasco, che talvolta assursero financo ad organizzazioni internazionali. Presso di noi il magistrato, nella sua libertà di convincimento, può desumere la prova dell’elemento obbiettivo del reato da qualsiasi circostanza: dalla rivelazione di un correo, dalle documentate informazioni della Pubblica Sicurezza, sovente dalle note caratteristiche del gergo, de’ riti di ammissione, de’ tatuaggi convenzionali, come accade per la mafia siciliana, la camorra napoletana, la picciotteria calabrese, e via via. Occorre, però, non perdere di mira il criterio giuridico che abbiamo prospettato, senza di che si commette l’ingiustizia di punire i colpevoli, non soltanto pel delitto da loro effettivamente commesso, ma anche per un altro reato giuridicamente inesistente.

 

Marco Aurelio

Marco Aurelio 


 

LIBRO II

1 Al mattino comincia col dire a te stesso: incontrerò un indiscreto, un ingrato, un prepotente, un impostore, un invidioso, un individualista. Il loro comportamento deriva ogni volta dall’ignoranza di ciò che è bene e ciò che è male. Quanto a me, poiché riflettendo sulla natura del bene e del male ho concluso che si tratta rispettivamente di ciò che è bello o brutto in senso morale, e, riflettendo sulla natura di chi sbaglia, ho concluso che si tratta di un mio parente, non perché derivi dallo stesso sangue o dallo stesso seme, ma in quanto compartecipe dell’intelletto e di una particella divina, ebbene, io non posso ricevere danno da nessuno di essi, perché nessuno potrà coinvolgermi in turpitudini, e nemmeno posso adirarmi con un parente né odiarlo. Infatti siamo nati per la collaborazione, come i piedi, le mani, le palpebre, i denti superiori e inferiori. Pertanto agire l’uno contro l’altro è contro natura: e adirarsi e respingere sdegnosamente qualcuno è agire contro di lui.

 

2 Qualunque cosa sia questo che sono, è infine carne, soffio vitale e principio dirigente. Getta via i libri, non ti far più distrarre: non è consentito. E invece, come se fossi a un passo dalla morte, disprezza la carne: coagulo di sangue, ossa, ordito intessuto di nervi, vene, intrico di arterie. Poi osserva anche quale sia la natura del tuo soffio vitale: vento, e neppure sempre lo stesso, ma un alito che, a ogni istante, viene emesso e riaspirato. Per terzo viene il principio dirigente. Qui rifletti: sei vecchio; non consentire più che questo principio sia schiavo, che come una marionetta sia manovrato da un impulso individualistico, che recrimini contro il destino presente o guardi con ansia quello futuro.

 

3 L’operato degli dèi è pieno di provvidenza, l’operato della fortuna non è estraneo alla natura oppure a una connessione e a un intreccio con gli eventi governati dalla provvidenza: tutto deriva di là. E va aggiunto anche che ogni cosa è necessaria e utile alla totalità del cosmo, di cui sei parte. Ma per ogni parte della natura è bene ciò che è prodotto dalla natura universale e ciò che contribuisce alla sua conservazione: e il cosmo è conservato sia dalle trasformazioni degli elementi, sia dalle trasformazioni dei composti. Ti bastino queste considerazioni, dal momento che si tratta di principî fondamentali: respingi invece la sete di libri, per poter morire non mormorando, ma veramente sereno e grato, dal profondo del cuore, agli dèi.

 

4 Ricorda da quanto tempo rinvii queste cose e quante volte, ricevuta una scadenza dagli dèi, non la metti a frutto. Devi finalmente comprendere quale sia il cosmo di cui sei parte, quale sia l’entità al governo del cosmo della quale tu costituisci un’emanazione, e che hai un limite circoscritto di tempo, un tempo che, se non ne approfitti per conquistare la serenità, andrà perduto, e andrai perduto anche tu, e non vi sarà un’altra possibilità.

 

5 Ad ogni istante pensa con fermezza, da Romano e maschio quale sei, a compiere ciò che hai per le mani con serietà scrupolosa e non fittizia, con amore, con libertà, con giustizia, e cerca di affrancarti da ogni altro pensiero. Te ne affrancherai compiendo ogni singola azione come fosse l’ultima della tua vita, lontano da ogni superficialità e da ogni avversione passionale alle scelte della ragione e da ogni finzione, egoismo e malcontento per la tua sorte. Vedi come sono poche le condizioni che uno deve assicurarsi per poter vivere una vita che scorra agevolmente e nel rispetto degli dèi: perché gli dèi non chiederanno nulla di più a chi osserva queste condizioni.

 

6 Offendi, offendi te stessa, anima mia: ma non avrai più l’occasione di renderti onore; […] la vita per ciascuno: ma questa vita tu l’hai quasi portata a termine senza rispettare te stessa, riponendo invece la tua felicità nelle anime altrui.

 

7 Ti distraggono gli accidenti esterni? Procùrati il tempo di apprendere ancora qualcosa di buono e smetti di vagare senza meta. Anzi, devi guardarti anche dal secondo genere di smarrimento: infatti vaneggiano anche attraverso le loro azioni gli uomini stanchi della vita e senza un obiettivo al quale indirizzare ogni impulso e, insomma, ogni rappresentazione.

 

8 Difficilmente si vede qualcuno infelice perché non considera che cosa avvenga nell’anima di un altro; mentre chi non segue i moti della propria anima fatalmente è infelice.

 

9 Bisogna sempre tenere a mente questi punti: qual è la natura del tutto e quale la mia; in quale relazione questa sta con quella e quale parte è di quale intero; che nessuno può impedirti di agire e di esprimerti sempre in conformità alla natura di cui sei parte.

 

10 Nel valutare comparativamente le varie colpe, come si usa comunemente confrontarle, Teofrasto da vero filosofo afferma che sono più gravi quelle commesse per concupiscenza di quelle commesse per ira. L’individuo adirato, infatti, sembra voltare le spalle alla ragione in uno stato di sofferenza e di latente contrazione, mentre chi sbaglia per concupiscenza, vinto dal piacere, risulta in un certo senso più intemperante e femmineo nelle proprie mancanze. Quindi è corretta e filosoficamente apprezzabile l’opinione di Teofrasto secondo cui l’errore che si accompagna al piacere è soggetto a imputazione più grave di quello che si accompagna al dolore; in sintesi: nel primo caso l’individuo è assimilabile a chi ha patito un’ingiustizia e dalla sofferenza è stato inevitabilmente spinto all’ira, mentre nel secondo la persona ha tratto da se stessa l’impulso a commettere ingiustizia, lasciandosi trascinare ad agire per concupiscenza.

 

11 Fare, dire e pensare ogni singola cosa come chi sa che da un momento all’altro può uscire dalla vita. Ma congedarsi dagli uomini non è nulla di grave, se gli dèi esistono: non vorrebbero certo travolgerti nel male; e se, d’altra parte, o non esistono oppure non si curano delle cose umane, che mi importa di vivere in un mondo privo di dèi o privo di provvidenza? Ma non è così: esistono e si occupano delle cose umane e hanno attribuito all’uomo il pieno potere di non incorrere in quelli che sono veramente mali; quanto agli altri, se qualcuno di essi fosse davvero un male, gli dèi avrebbero anche provveduto a che tutti avessero la facoltà di evitarlo. Ma ciò che non rende peggiore l’uomo come potrebbe rendere peggiore la vita dell’uomo? La natura dell’universo non avrebbe mai trascurato queste cose per ignoranza e neppure perché, pur conoscendole, non potesse prevenirle o correggerle, né avrebbe compiuto, per impotenza o inettitudine, un simile errore, e cioè che bene e male toccassero in egual misura, indistintamente, agli uomini buoni e ai cattivi. La morte, appunto, e la vita, la fama e l’oscurità, il dolore e il piacere, la ricchezza e la povertà, tutte queste cose accadono in egual misura agli uomini buoni e ai cattivi, in quanto non sono moralmente belle né brutte. Non sono, quindi, né beni né mali.

 

12 Come tutto svanisce rapidamente: nel cosmo i corpi stessi, nell’eternità il loro ricordo; qual è la natura di tutte le cose sensibili e soprattutto di quelle che adescano con il piacere o spaventano per il dolore o hanno trovato risonanza nella vanità dell’uomo; come sono vili, spregevoli, sordide, corruttibili, morte… – tocca alla facoltà razionale soffermarsi su questi punti; che cosa sono costoro, la cui opinione e la cui voce dispensano fama e infamia; che cos’è la morte, e il fatto che, se uno la osserva in sé e per sé e attraverso un’analisi del concetto dissolve ciò che vi crea l’immaginazione, non la considererà più null’altro che un’opera della natura – e se uno teme un’opera della natura, è un bambino, e d’altronde questa non è solo un’opera della natura, ma anche un’opera utile alla natura stessa; come l’uomo si collega a dio, per quale sua parte e in quale disposizione deve essere questa parte dell’uomo perché giunga tale momento.

 

13 Nulla di più sventurato di chi percorre tutto in cerchio e, dice il poeta, «indaga le profondità della terra» e cerca di captare ciò che sta nell’anima del prossimo, senza accorgersi che basta dedicarsi esclusivamente al demone che ha dentro di sé e tributargli un culto sincero. E il culto che gli spetta consiste nel serbano puro dalla passione, dalla leggerezza e dallo scontento per ciò che viene dagli dèi e dagli uomini. Le cose che vengono dagli dèi, infatti, sono venerabili per la loro virtù, mentre quelle che vengono dagli uomini sono care per il nostro legame di parentela, e qualche volta sono anche, in certo modo, degne di pietà perché nascono dall’ignoranza del bene e del male – cecità, questa, non meno grave di quella che impedisce di distinguere il bianco dal nero.

 

14 Anche se tu dovessi vivere tremila anni e dieci volte altrettanto, in ogni caso ricorda che nessuno perde altra vita se non questa che sta vivendo, né vive altra vita se non questa che va perdendo. Pertanto la durata più lunga e la più breve coincidono. Infatti il presente è uguale per tutti e quindi ciò che si consuma è uguale e la perdita risulta, così, insignificante. Perché nessuno può perdere il passato né il futuro: come si può essere privati di quello che non si possiede? Ricordare sempre, quindi, questi due punti: il primo, che tutto, dall’eternità, è della medesima specie e ciclicamente ritorna, e non fa alcuna differenza se si vedranno le stesse cose nello spazio di cento o di duecento anni o nell’infinità del tempo; il secondo, che sia chi vive moltissimi anni sia chi dopo brevissimo tempo è già morto subiscono una perdita uguale. È solo il presente, infatti, ciò di cui possono essere privati, poiché è anche l’unica cosa che possiedono, e uno non perde quello che non ha.

 

15 Tutto è opinione. Sono evidenti, infatti, le parole rivolte a Monimo il Cinico; ed è evidente anche l’utilità di quelle parole, se uno ne accetta il succo nei limiti della loro veridicità.

 

16 L’anima dell’uomo offende se stessa soprattutto quando diviene, per quanto da essa dipende, un ascesso e come un’escrescenza del cosmo. Perché sentirsi in contrasto con qualcuno degli eventi è una defezione dalla natura, che include le singole nature di ciascuno degli altri esseri. In secondo luogo, l’anima offende se stessa quando respinge una persona o addirittura la contrasta con l’intenzione di danneggiarla, come fa l’anima di chi è in preda all’ira. In terzo luogo: quando si lascia vincere dal piacere o dal dolore. In quarto luogo: quando recita e fa o dice qualcosa fingendo o nascondendo la verità. In quinto luogo: quando non indirizza una sua azione o un suo impulso ad alcun obiettivo, ma fa cose qualsiasi, a caso e senza badarvi: mentre anche il più piccolo gesto deve avvenire in relazione al suo fine; e il fine degli esseri razionali è di seguire la ragione e la legge della città e dello Stato più venerabili.

 

17  Nella vita umana il tempo è un punto, la sostanza è fluida, la sensazione oscura, il composto dell’intero corpo è marcescibile, l’anima è un inquieto vagare, la sorte indecifrabile, la fama senza giudizio. Riassumendo: ogni fatto del corpo è un fiume, ogni fatto dell’anima sogno e inanità, la vita è guerra e soggiorno in terra straniera, la fama postuma è oblio. Quale può essere, allora, la nostra scorta? Una sola ed unica cosa: la filosofia. La sua essenza sta nel conservare il demone che è in noi inviolato e integro, superiore ai piaceri e ai dolori, in grado di non compiere nulla a caso né subdolamente e ipocritamente, di non aver bisogno che altri faccia o non faccia alcunché; ancora: disposto ad accettare gli avvenimenti e la sorte che gli tocca in quanto provengono di là (ovunque si trovi poi questo luogo) da dove anch’egli è giunto; soprattutto, pronto ad attendere la morte con mente serena, giudicandola null’altro che il dissolversi degli elementi di cui ciascun essere vivente è composto. Ora, se per gli elementi stessi non c’è nulla di temibile nel continuo trasformarsi di ciascuno in un altro, perché si dovrebbe temere la trasformazione e il dissolvimento del composto di tutti questi elementi? È conforme a natura, e nulla di quanto è conforme a natura è male.