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Elio Palombi
 
Luci e ombre sulla paternita' dell'opera "Dei delitti e delle pene"

(Pubblicato in L'Esopo, 1999, n. 79-80, 11 ss., e quivi riproposto per concessione dell'Autore)

    Forti dubbi e molte perplessità permangono sulla paternità del "Dei delitti e delle pene", tanto che ancora di recente si è sviluppata una disputa tra chi attribuisce l'opera a Cesare Beccaria e chi, senza mezzi termini, ritiene che il suo autore vada identificato in Pietro Verri.
 
    Pur riconoscendo l'importanza dei Verri nella genesi dell'opera, si sostiene dai primi che la paternità beccariana del
Dei delitti e delle pene non è più discutibile.
 
    Dall'esame comparato dei diversi autografi dell'opera, infatti, "emergono con chiarezza il particolare ruolo di copista-revisore giocato da Verri nella composizione del pamphlet e il complesso rapporto di subalternità psicologica che spinse Beccaria ad approvare senza riserve le correzioni apportate dal suo maestro e amico all'originaria fisionomia dei Delitti" (1).
 
    Non tutti, però, concordano su questa linea, dal momento che sulla paternità del Dei delitti e delle pene, si sostiene,
"i primi dubbi li ha seminati proprio Pietro Vetri, il capo della "scuola di Milano" il quale, di fronte all'inatteso successo dell'opera, decise di annunciare la sua verità attribuendosi non solo il ruolo di ispiratore dell'argomento e della articolazione tematica, ma anche quello di estensore, di correttore e insomma di 'editore' dell'opera, lasciando al 'pigro', 'annoiato' e 'noioso' Beccaria (questo era il giudizio che ne dava) il compito di semplice copista o di scrittore quasi sotto dettatura di appunti su 'pezzi di carta'" (2).
 
    "Verri - si aggiunge - comincia a lavorare intorno al tema affidato da lui a Beccaria.
    Sono dieci mesi di un impegno sempre crescente.
    Gli appunti, le pagine, le opinioni (se ci sono) di Beccaria affondano ormai in un testo mobile continuamente
ampliato, martellato di note e aggiunte, modificato nell'ordine dei capitoli dalla penna febbrile di Verri.
    Beccaria sa di doversi assumere la paternità di un libro che Verri (per paura di incorrere nelle ire del senatore
Gabriele, suo padre) sta in realtà scrivendo 'al suo posto'.
    Comincia perciò ad estraniarsene.
    Da questo momento in poi non ha più alcun ruolo nella redazione di un testo, che anzi, Verri, giunto al termine
della impegnativa elaborazione, riscrive integralmente in bella copia" (3).
 
    Certamente appare singolare rivendicare alla penna di Pietro Verri il Dei delitti e delle pene, da sempre attribuito
a Cesare Beccaria.
 
    L'opera che rappresenta una forte presa di posizione su scelte di fondo di politica criminale nel campo del diritto penale, ebbe grande risonanza più come denuncia dello stato in cui versava l'amministrazione della giustizia, di cui si evidenziavano gli abusi, che come ricerca di un sistema articolato intorno ai principi fondamentali che dovevano rappresentare le colonne portanti della riforma del diritto penale.
 
    Si era agli albori della costruzione dello stato di diritto, in un'epoca in cui il sistema dei diritto penale mirava principalmente ad imporre limiti all'abuso del potere statuale e contestualmente a garantire la libertà dei cittadini.
 
    Da una situazione fortemente sbilanciata a favore di uno Stato assoluto, dispotico ed accentratore, si passava ad un sistema, in cui si cercava di imporre limiti e garanzie a difesa dell'individuo, nell'affannosa ricerca di un punto di equilibrio a quei tempi ancora instabile.
 
    Nel tentativo di uscire dallo stato di crisi in cui si trovava l'amministrazione della giustizia, i riformatori illuministi, ai
quali non sfuggiva l'esigenza di ancorarsi strettamente al principio di legalità, puntarono per un verso sul processo di
unificazione legislativa, mentre per altro verso cercarono di arginare l'arbitrio interpretativo affidando al giudice il compito
di attenersi strettamente alla lettera della legge. Il processo di codificazione mirava a limitare gli arbìtri interpretativi, mentre
a sua volta la legge doveva essere meccanicisticamente applicata, perché ogni indagine sul suo spirito consente manipolazioni del dettato legislativo, trasformando il giudice in legislatore.
 
    In questa chiave va letta l'opera del Beccaria, esponente dell'illuminismo lombardo. il quale pur coltivando studi diversi
da quelli giuridici, cimentatosi nel settore della giustizia penale, lasciò un segno cospicuo nell'azione di riforma di una
legislazione iniqua ed arbitraria.
 
    Il "Dei delitti e delle pene" si impose per la forza propulsiva che lo animava e per la capacità di smuovere le coscienze
più sensibili di fronte ai profondi guasti della giustizia penale, che facevano sentire come indifferibile la riforma integrale della materia.
 
    L'opera del Beccaria, è stato osservato, fu "l'invocazione di un moralista che traccia le linee di una legislazione ideale,
ispirata al rispetto della libertà" (4).
 
    Non si vuole con questo sminuire l'opera del Beccaria, che fu preziosa per animare il dibattito su aspetti fondamentali di politica criminale, tanto da spingere alcuni sovrani illuminati, come Caterina II, imperatrice di Russia, Giuseppe II, imperatore d'Austria e Pietro Leopoldo, granduca di Toscana, ad intraprendere la strada delle riforme legislative nella materia penale.
 
    Non si vuole, quindi, disconoscere il suo contributo dato al progresso del diritto penale, ma si vuole solo sottolineare che l'azione rivoluzionaria del filosofo lombardo, animata da finalità prevalentemente umanitarie, ben difficilmente avrebbe potuto approdare ad una costruzione tecnico-giuridica sistematica.
 
    A questo scopo occorrevano ben altre tempre di giuristi, mentre Cesare Beccaria, economista e filosofo, "nulla sapeva - osservava Pietro Verri - dei nostri metodi criminali" e certamente non possedeva gli strumenti necessari per compiere
un'opera sistematica di riforma del diritto penale.
 
    L'opera è espressione del pensiero illuministico francese e lo stesso Beccaria riconosce di avere molto attinto dalle letture
del D'Alambert, del Diderot. dell'Elvezio e di altri enciclopedisti.
 
    In una lettera di Cesare Beccaria a Biffi del giugno del 1763, si legge:
    "Ho comperato dei libri, mi si sono risvegliate delle nuove idee, e delle viste filosofiche, che ti comunicherò in breve.
Queste mi hanno agitato la mente e tolta quella calma fatale, che intorpidiva tutte le facoltà della mia mente" (5).
E in una lettera al Morellet il Beccaria riconosce di aver tratto molto dai filosofi francesi. "Io debbo tutto ai libri francesi;
essi hanno risvegliato nell'animo mio i sentimenti di umanità, ch'erano stati soffocati da otto anni di educazione fanatica... D'Alambert, Diderot, Elvezio, Buffon e Hume; nomi insigni, che nessuno ode senza sentirsi commuovere, le vostre opere immortali sono mia lettura continua, ed oggetto delle mie occupazioni nel giorno, delle mie meditazioni nel silenzio delle notti" (6).
 
    All'Accademia dei Pugni il dibattito sui temi della giustizia era particolarmente animato.
 
    Pietro Verri, il fratello Alessandro, Beccaria, Lambertenghi ed altri leggono, discutono, si scambiano opinioni.
    Su tutti predomina la personalità di Pietro Verri che "sovrintende con spirito di stimolazione e di analisi critica" (7).
Beccaria, che usciva da un periodo di profondo sconforto, vi trova nuovi stimoli.
 
    In una lettera diretta a Giambattista Biffi dell'estate 1763, il Beccaria scrive: "La mia malinconia non procedeva che da queste due cagioni, le seccature che mi circondano, e il trovare il mio cuore vuoto da ogni passione. Il mio animo ha bisogno d'un moto continuo, che lo tenga in vigore, altrimenti la noia ed il dolore di vedermi avvilito e confuso nella folla degli spiriti comuni mi opprimono. Ma qual mezzo di sortire da questa letargia che mi tormenta, se io non sono né ambizioso, né innamorato? Secondo i miei principi, le pene che dovrei soffrire per seguir le tracce delle ambizioni non sono ricompensate dai piaceri che può somministrarmi" (8).
 
    Dalla lettura delle opere degli enciclopedisti francesi il Beccaria, su sollecitazione dei fratelli Verri, che gli avevano fornito anche l'argomento, trasse spunti di grande interesse, prese appunti, cominciò a scrivere.
 
    Era motivato dalla forte spinta ricevuti da Pietro Verri e dall'esperienza pratica del fratello Alessandro, che ricoprendo l'ufficio di Protettore dei carcerati, aveva accumulato una forte esperienza delle tristi condizioni in cui versava un sistema penale logoro ed anacronistico.
 
    In una lettera di Alessandro Verri a Isidoro Bianchi del 16 aprile 1803, si legge: "... essendo io nella carica allora detta Protettore dei carcerati, la quale era un esperimento che si faceva nella gioventù inclinata agli studi forensi, avveniva spesso che ragionassi di materie criminali e che ne rilevassi la barbarie in quanto a me pareva de' scrittori di quelle e de' metodi anche nel giudicare e processare. Al Conte Pietro sembrò questo argomento degno della penna del suo amico Beccaria e gli propose di trattarlo" (9).
 
    Nel tratteggiare l'origine del libro, Pietro Verri, in una lettera del primo novembre 1765, diretta "ai fratelli ed amici
in Milano", osservava:
"Prima di chiudere vi soddisferò sul proposito del libro Dei delitti e delle pene. Il libro è del marchese Beccaria. L'argomento gliel'ho dato io, e la maggior parte dei pensieri è il risultato delle conversazioni che giornalmente si tenevano fra Beccaria, Alessandro, Lambertenghi e me. Nella nostra società la sera la passiamo nella stanza medesima, ciascuno travagliando. Alessandro ha per le mani la Storia d'Italia, io i miei lavori economico-politici,
altri legge, Beccaria si annoiava e annoiava gli altri. Per disperazione mi chiese un tema, io gli suggerii questo, conoscendo che per un uomo eloquente e d'imagini vivacissime era adattato appunto. Ma egli nulla sapeva dei
nostri metodi criminali. Alessandro, che fu il Protettore dei carcerati, gli promise assistenza. Cominciò Beccaria a scrivere su dei pezzi di carta staccati delle idee, lo secondammo con entusiasmo, lo fomentammo tanto che scrisse
una gran folla d'idee, il dopo pranzo si andava al passeggio, si parlava degli errori della giurisprudenza criminale, s'entrava in dispute, in questioni, e la sera egli scriveva; ma è tanto laborioso per lui lo scrivere, e gli costa tale
sforzo che dopo un'ora cade e non può reggere. Ammassato che ebbe il materiale, io lo scrissi e si diede un ordine,
e si formò un libro" (10).
 
    Cesare Beccaria attinse, quindi, a piene mani dalle opere degli enciclopedisti d'oltralpe le idee che espose in maniera asistematica.
    Ne venne fuori una prima stesura del testo che fu ampiamente rivisitata da Pietro Verri.
 
    E' lo stesso Beccaria, in una lettera a Pietro Verri del i 3 dicembre I 764, a pregarlo di rielaborare il testo:
"circa le correzioni del libro e al libro medesimo, tagli, aggiungi, correggi liberamente; che mi farai un gran
servizio e piacere" (11).
 
    Il 12 aprile 1764 alla stamperia livornese dell'abate Marco Coltellini viene inviata la copia di un testo autografo di Pietro Verri intitolato Dei delitti e delle pene.
 
    L'opera viene stampata a Livorno, per motivi di sicurezza, ed esce anonima, senza divisione in capitoli, al contrario della seconda edizione, sempre del 1764 che fu divisa in 40 paragrafi. Nel 1765 fu pubblicata la terza edizione, con molte aggiunte dell'autore e divisa in 45 paragrafi, mentre nel 1766 esce la edizione di Harlem, divisa in 47 paragrafi e preceduta da una prefazione di Beccaria: A chi legge.
 
    L'opera ebbe immediatamente un grandissimo successo, voluto in particolare dai maggiori enciclopedisti francesi,
da quella scuola che "a gara... prodigava encomi al Beccaria, coll'aria protettrice di chi in altri applaude le idee che crede avergli ispirato egli stesso" (12).
 
    Senza contare che "a Parigi ci si accorse cosi, con stupore, e tanto maggiore interesse, che quel che chiedeva Beccaria, trasportato in Francia, avrebbe potuto significare in realtà l'inizio d'una nuova politica e d'una lunga
e difflcìle battaglia. I lumi francesi, concentrati a Milano su un punto particolarmente importante del vasto
quadro delle riforme, quello del diritto penale, venivano, di riflesso, a prendere in Francia una nuova e più
immediata importanza" (13).
 
    Beccaria venne, quindi, ricevuto a Parigi con grandi onori.
 
    Nella lettera alla moglie Teresa Blasco del 25 ottobre I766, scrive: "io sono in mezzo alle adorazioni, agli encomi i
più lusinghieri, considerato come compagno e collega dai più grandi uomini dell'Europa, guardato con ammirazione e
con curiosità ...". "Tutti questi uomini di lettere mi hanno ricevuto colle braccia aperte; tante sono le cose che si dicono
e si fanno in mio favore che vi sarebbe di che far girare la testa a più d'uno" (14).
 
    In questo clima di grande euforia Beccaria tacque sull'apporto ricevuto da Pietro Verri. mentre quest'ultimo si dolse dell'ingratitudine dell'amico che aveva rivendicato a sé tutto il merito del lavoro.
 
    Da qui le polemiche sulla paternità dell'opera, anche se bisogna riconoscere che rispetto all'atteggiamento assunto
dal Beccaria, il quale, travolto dall'enorme successo. non esitò ad ascrivere a sé ogni merito, più lineare appare la
posizione del Verri, il quale avrebbe voluto che venisse dato giusto risalto al suo apporto, senza mai sostenere di
essere l'autore del Dei delitti.
 
    Verri onestamente riconosce che "il libro è del marchese Beccaria", ma non si dà pace per l'ingratitudine di colui
al quale aveva dato tanto e che non aveva doverosamente riconosciuto il fondamentale apporto ricevuto per la
realizzazione del libro, che fu indubbiamente il frutto del fermento culturale e del dibattito di idee che si sviluppò
all'interno dell'Accademia dei Pugni.
 
    Le notizie che Pietro Verri riceveva dal fratello Alessandro, che aveva accompagnato a Parigi il Beccaria, sono estremamente significative dell'atteggiamento assunto da quest'ultimo.
 
    Nella lettera del 19 ottobre 1766 Alessandro scrive al fratello: "Beccaria è accolto con adorazione. Io sono
ancora come sarebbe a dire un astro che non ha ancora che la luce di riverbero" (15); e nella lettera del 25
ottobre 1766 Alessandro scrive al fratello: "Il mio amico fa tutt'ora una brillante figura, è festeggiato e venerato.
Non si può desiderare di più. Io non sono che il suo compagno" (16).
 
    E nella lettera del 2 novembre successivo: "In niente me la intendo coll'amico. (...) L'affare è conchiuso.
Circa la metà del mese partirà per Milano. (...) Avrei delle cose tanto forti da dire su quest'argomento che non
le voglio porre in carta" (17).
 
    Il risentimento di Pietro Verri aumenta nelle lettere ad Alessandro dopo il ritorno di Beccaria da Parigi.
 
    In data 14 dicembre 1766 scrive: "se egli avesse detto a Parigi la decima parte di me di quello ch'io avrei
certamente detto di lui se vi fossi stato in sua vece, il mio amor proprio e la corrispondenza della amicizia se
ne starebbero meglio" (18).
 
    In una lettera del 10 febbraio 1767 diretta a Paolo Frisi, Pietro Verri, fortemente irritato, scrive: "Dopo aver
io travagliato alla sua gloria, dopo avervelo spinto e dirò pure portato, la generosità e la giustizia non potevano
permettergli di volermi far sentire il peso della sua fortuna letteraria; meno, poi, di abbandonarsi alle piccole gelosie
di mestiere e dichiarar la guerra sorda al mio nome" (19).
 
    In una lettera al fratello Alessandro del 10 gennaio 1767, Pietro Vetri, lamentandosi dell'ingratitudine del
Beccaria, scrive: "Egli si dimentica che, se uno di noi due lo vuole, può dare un colpo maestro al tronco di
quest'albero; io lo dico perché dalla propria esperienza so che in un mese di tempo dai Criminalisti posso
trovar molto, e perché in Montesquieu, Helvetius e Voltaire ed in Grevio posso radunare tanti passi analoghi
ai suoi da farlo comparire un plagiario. Ma a me basterà sempre il poterlo fare, né mai lo farò" (20).
 
    E in altra lettera diretta ad Alessandro in data 17 marzo 1767, Pietro scrive: "Quanto al progetto di fare
una critica ragionata al libro di Beccaria, sinceramente ti dico che non lo approvo, sono sicuro che tu stesso
non lo puoi approvate a testa fredda. Abbandoniamo quell'ingrato all'avvilimento nel quale s'immerge, e non
muoviamo la guerra ad un'opera ch'egli ha pubblicata a nostra insinuazione e che abbiamo sostenuta tanto" (21).
 
    Il rammarico ed il conseguente risentimento di Pietro Verri nascono proprio dall'inaccettabile comportamento
del Beccaria, il quale non aveva esitato ad attribuirsi la paternità di un'opera che, nata nell'ambiente dell'Accademia
dei Pugni, era indubbiamente il frutto dell'apporto di varie energie.
 
    "Così nacque il libro, - ha osservato il filosofo Ugo Spirito - e le idee in esso espresse, più che il frutto del
pensiero dell'autore, sono il risultato di una intima collaborazione di tutti i componenti il gruppo del Caffè e le conclusioni cui essi pervenivano attraverso lunghe e animate discussioni, in cui lo stesso entusiasmo e la stessa passione del Beccaria trovavano il loro impulso essenziale" (22).
 
    Le caratteristiche dell'opera, i suoi contenuti, la derivazione dai testi degli enciclopedisti francesi, possono fornire
un'utile chiave di lettura per smorzare la polemica sulla sua paternità.
 
    Era l'opera di un filosofo e non di un giurista.
 
    I filosofi che frequentavano Il Caffè non disdegnavano di discutere i problemi del diritto penale e ne facevano
anche oggetto di saggi, che però non avevano il rigore sistematico di un'opera giuridica. Caratteristica questa che
invece ritroviamo in un pensatore della statura di Mario Pagano, il quale, forte di una profonda preparazione giuridica,
alcuni anni dopo dettava agli studenti dell'Università di Napoli i Principii di diritto criminale.
 
    Il frutto di questo intenso e appassionato dibattito, svoltosi in un momento storico irripetibile e attraverso una
sinergia di forze, produsse un risultato importante, al quale contribuirono tutti i partecipanti alle discussioni che si
svolgevano nell'Accademia dei pugni.
    Il libro Dei delitti e delle pene, ha osservato Ugo Spirito, "più che essere la creazione geniale di un uomo che apre
nuove vie alla scienza, è l'espressione della comune mentalità dominante, di cui il Beccaria è quasi uno strumento, che,
come tale, avrebbe potuto essere sostituito più o meno bene da qualche altro pensatore illuminista dell'epoca" (23).
 
    Censurabile, pertanto, appare il comportamento del Beccaria, il quale, di fronte ad un successo che andò ben
al di là di qualsiasi più ottimistica aspettativa, non esitò a rivendicare a sé tutto il merito dell'opera, negando ai fratelli
Verri finanche la paternità dell'Apologia, scritta in risposta all'atto di accusa formulato dal Facchinei, nelle "Note ed osservazioni sul libro intitolato Dei delitti e delle pene".
  
Contro questa violenta accusa, con la quale si cercava di far apparire il Beccaria autore di un'opera fortemente
contrastante con la fede e la sovranità, i fratelli Verri, intervennero in aiuto dell'amico che viveva momenti di sgomento
per le tristi conseguenze a cui stava andando incontro e, nel gennaio 1765, scrissero l'Apologia.
    Al pari del Dei delitti e delle pene anche l'Apologia apparve anonima e scritta in prima persona dall'autore, tanto
che tutti credettero che l'autore della stessa fosse il Beccaria, il quale non esitò ad accreditare questa tesi, quando
nella prefazione alla prima ristampa del Dei delitti, incredibilmente si dichiarava autore dell'Apologia: "Ho dato un
pubblico testimonio della mia religione, e della sottomissione al mio sovrano colla risposta alle Note ed osservazioni".
    L'aperto disconoscimento del contributo ricevuto dai Verri in un momento particolarmente difficile della sua vita, fa aumentare il risentimento di Pietro Verri, che si lamenta del comportamento tenuto dal Beccaria, che a Parigi addirittura
si fa passare come autore dell'Apologia.
    Le informazioni ricevute dal fratello Alessandro nella lettera da Londra del 29 dicembre 1766, sono estremamente
eloquenti: "E poi quanto alla dissimulazione letteraria, non riceveva egli a Parigi le lodi che venivano date
all'Apologia della sua opera senza mai darne alcun pregio a te e a me, che ne siamo i veri autori? Di cento
volte che io ho sentito a lodargliela in mia presenza, una sola volta l'ho sentito dire: Bisogna che confessi che
i miei amici mi hanno aiutato a farla.
E perché l'ha detto? perché le lodi crescevano a dismisura, ed io era in circolo e tacevo, ed era a faccia a
faccia con lui, ed egli lasciò scappare che l'Apologia l'ebbe fatta in soli cinque giorni. Onde allora fu come
forzato e dalla mia presenza e dalla brevità del tempo a far questa dichiarazione. Oltre di che la conversazione aggirandosi caldamente sull'esaltare questa Apologia, ei non poteva dir meno me presente. Ma l'uomo buono,
quando egli è apparentemente buono, avrebbe fatto tutt'altro, mi avrebbe nominato come uno delli autori,
e te massimamente buono, avrebbe per fino data la gloria di chi è" (24).
 
    In una lettera di Pietro Verri a Paolo Frisi del 21gennaio 1767, si legge: "So che egli ha più volte ricevuti costi'
gli applausi dati all'Apologia del suo libro contro Facchinei e che è giunto a dire d'averla fatta in cinque giorni;
fatto sta che egli non v'ha una sillaba del suo e questa è tutta fatica di noi due fratelli" (25).
    Ed in altra lettera a Paolo Frisi del 16 febbraio I 767, scrive: "Cento piccoli tratti mi hanno convinto che ciò è,
ed uno maiuscolo è quello d'aver accettato per sé le lodi non ordinarie date costi' all'Apologia contro Facchinei,
opera scritta tutta da me a cui ha somministrato molti materiali Alessandro, ed in cui non v'è una virgola del suo".
    La reazione di Pietro Verri a questo punto si fa veemente, dal momento che è convinto che Beccaria "che deve
tutta la sua gloria alla mia amicizia, è disposto non solamente a non procurarmi della gloria, ma a celarmi, ma a
rubarmi la gloria mia" (21).
 
    L'appropriazione da parte del Beccaria della paternità dell'Apologia, che certamente non gli apparteneva,
la dice lunga sul suo comportamento e contribuisce a gettare luce (o meglio molte ombre) sulla effettiva paternità
del Dei delitti e delle pene.

Note              

(1) G. FRANCIONI, Diamo a Cesare..., La Repubblica, 18 dicembre 1993.
(2) L. VILLARI, I delitti di Cesare, La Repubblica, 20 aprile 1988.
(3) L. VILLARI, Cesare l'idiota, La Repubblica, 22 dicembre 1993.
(4) P. CALAMANDREI, Prefazione a C.Beccaria, Dei delitti e delle pene, Firenze, 1965, p. 79.
(5) CESARE BECCARIA, Dei delitti e delle pene, a cura di Franco Venturi, 1973, p. 114.
(6) C. CANTu', Beccaria e il diritto penale, Firenze, 1862, p. 66 ss.
(7) G. DIOGUARDI, L'illuminismo attuale di Pietro Verri, in L'esopo, 1998, p. 18.
(8) Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene. Con una raccolta di lettere e Documenti relativi alla nascita dell'opera e alla sua fortuna nell'Europa del Settecento, a cura di Franco Venturi, Torino, I973, p. 113.
(9) Op. ult. cit., p. 124 ss.
(10) Op. ult. cit., p. 122 ss.
(11) Op. ult. cit., p. 121 ss.
(12) C. Cantu', Beccaria e il diritto Penale cit., p. 71.
(13) Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene, a cura di Franco Venturi, cit., XXI.
(14) Edizione nazionale delle opere di Cesare Beccaria, diretta da Luigi Firpo e Gianni Francioni, vol. IV,
Carteggio, parte I, 1994, pp. 455 e 457.
(15) Viaggio a Parigi e Londra (1766-1767). Carteggio di Pietro e Alessandro Verri, a cura di G. Gaspari, Milano, 1980, p. 24.
(16) Op. ult. cit., p. 38.
(17) Op. ult. cit., p. 53 ss.
(18) Op. ult. cit., p. 129.
(19) Op. ult. cit., p. 470.
(20) Op. ult. cit., p. 157.
(21) Op. ult. cit., p. 349 ss.
(22) U. SPIRITO, Storia del diritto penale italiano da Cesare Beccaria ai giorni nostri, Firenze, 1974, p. 45.
(23) Op. ult. cit., p. 48.
(24) Viaggio a Parigi e a Londra cit., p. 180.
(25) Op. ult. cit., p. 468.
(26) Op. ult. cit., p. 195.