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John Stuart Mill
Saggio sulla libertà
DEDICA
I - INTRODUZIONE
II - DELLA LIBERTA' DI PENSIERO E DISCUSSIONE
III - DELL'INDIVIDUALITA' COME ELEMENTO
IV - DEI LIMITI ALL'AUTORITA' DELLA SOCIETA' SULL'INDIVIDUO
V - APPLICAZIONI
DEDICA
All'amata e compianta memoria di colei che fu l'ispiratrice,
e in parte l'autrice, di tutto il meglio della mia opera – all'amica e moglie
il cui altissimo senso della verità e della giustizia era il mio stimolo più
grande, e la cui approvazione era la massima ricompensa – dedico questo
volume. Come tutto ciò che ho scritto per molti anni, appartiene a lei quanto a
me; ma il lavoro, così com'è, ha ricevuto in misura molto insufficiente
l'inestimabile beneficio della sua revisione; alcune delle parti più importanti
avrebbero dovuto essere sottoposte a un riesame più accurato, che ora non
riceveranno mai più. Se solamente fossi capace di trasmettere al mondo la metà
dei grandi pensieri e dei nobili sentimenti che sono sepolti con lei, sarei il
tramite di benefici maggiori di quanti potranno mai derivare da qualunque cosa
io scriva, privo dello stimolo e del conforto della sua impareggiabile saggezza.
I - INTRODUZIONE
L'argomento di questo saggio non è la cosiddetta
"libertà della volontà", tanto infelicemente contrapposta a quella
che è impropriamente chiamata dottrina della necessità filosofica, ma la
libertà civile, o sociale: la natura e i limiti del potere che la società può
legittimamente esercitare sull'individuo. Questione raramente enunciata, e quasi
mai discussa in termini generali, ma la cui presenza latente influisce
profondamente sulle polemiche quotidiane del nostro tempo, e che probabilmente
si paleserà ben presto come il problema fondamentale del futuro. È così poco
nuova che, in un certo senso, ha diviso l'umanità quasi fin dai tempi più
remoti; ma, allo stadio di progresso cui sono ora giunti i settori più
civilizzati della nostra specie, si presenta alla luce di condizioni nuove e
richiede di essere trattata in modo diverso e più fondamentale. La lotta tra
libertà e autorità è il carattere più evidente dei primi periodi storici di
cui veniamo a conoscenza, in particolare in Grecia, Roma e Inghilterra. Ma
nell'antichità si trattava di conflitti tra sudditi, o alcune classi di
sudditi, e governo. Per libertà si intendeva la protezione dalla tirannia dei
governanti, concepiti (salvo che nel caso di alcuni governi popolari della
Grecia) come necessariamente antagonisti al popolo da essi governato. Si
trattava di un singolo, o di una tribù o casta dominante, la cui autorità era
ereditaria o frutto di conquista, in ogni caso non della volontà dei
governatori, e la cui supremazia gli uomini non osavano, o forse non
desideravano, porre in discussione, quali che fossero le eventuali misure di
precauzione contro un suo esercizio troppo oppressivo. Il potere dei governanti
era considerato necessario, ma anche estremamente pericoloso: un'arma che essi
avrebbero cercato di usare contro i propri sudditi altrettanto che contro i
nemici esterni. Per impedire che i membri più deboli della comunità venissero
depredati e tormentati da innumerevoli avvoltoi, era indispensabile la presenza
di un rapace più forte degli altri, con l'incarico di tenerli a bada. Ma, poiché
il re degli avvoltoi sarebbe stato voglioso quanto le minori arpie di depredare
il gregge, si rendeva necessario un perpetuo atteggiamento di difesa contro il
suo becco e i suoi artigli. Quindi, lo scopo dei cittadini era di porre dei
limiti al potere sulla comunità concesso al governante: e questa delimitazione
era ciò che essi intendevano per libertà. Si cercava di conseguirla in due
modi: in primo luogo, ottenendo il riconoscimento di certe immunità, chiamate
libertà o diritti politici, la cui violazione da parte del governante sarebbe
stata considerata infrazione ai doveri del suo ufficio, e avrebbe giustificato
l'opposizione specifica o la ribellione generale. Una seconda modalità,
generalmente successiva, era la creazione di vincoli costituzionali per cui il
consenso della comunità, o di un qualche organismo che avrebbe dovuto
rappresentarne gli interessi, veniva reso condizione necessaria per alcuni degli
atti fondamentali dell'esercizio del potere. Nella maggior parte dei paesi
europei, i governanti furono più o meno costretti ad accettare il primo sistema
ma non il secondo, e conseguirlo, o conseguirlo più compiutamente nelle
situazioni in cui già in una certa misura esisteva, divenne in ogni paese
l'obiettivo principale di chi amava la libertà. E, fino a quando l'umanità si
accontentò di combattere un nemico con un altro, e di avere un signore a
condizione di essere più o meno efficacemente garantita contro la sua
tirannide, le sue aspirazioni si fermarono qui. Tuttavia, a un certo punto del
progresso umano, gli uomini cessarono di pensare che i governanti dovessero
necessariamente essere un potere indipendente, con interessi opposti ai propri,
e giudicarono molto preferibile che i vari magistrati dello Stato ricevessero in
concessione l'esercizio del potere, fossero cioè dei delegati revocabili a
piacimento dalla comunità. Solo così, si pensava, gli uomini avrebbero potuto
essere completamente sicuri che non si sarebbe mai abusato a loro danno dei
poteri di governo. Gradualmente, questa nuova richiesta di governo temporaneo e
elettivo divenne l'obiettivo principale dell'azione dei partiti popolari ovunque
essi esistessero, sostituendosi in larga misura ai precedenti tentativi di
limitare il potere dei governanti. Con lo sviluppo della lotta per fare emanare
il potere dalla scelta periodica dei governanti, alcuni cominciarono a pensare
che si era attribuita troppa importanza alla limitazione del potere in quanto
tale, limitazione che a loro giudizio andava invece considerata un'arma contro
quei governanti i cui interessi si contrapponessero abitualmente a quelli
popolari. Ciò che ora si voleva era l'identificazione dei governanti con il
popolo, la coincidenza del loro interesse e volontà con quelli della nazione.
Quest'ultima non aveva bisogno di essere protetta dalla propria volontà: non vi
era da temere che diventasse il tiranno di se stessa. Se i governanti fossero
stati effettivamente responsabili verso di essa, e da essa immediatamente
amovibili, la nazione avrebbe potuto permettersi di affidare loro un potere il
cui uso sarebbe dipeso dalla sua volontà: il potere di governo non sarebbe
stato altro che quello della nazione, concentrato in forma tale da permetterne
un efficace esercizio. Questa linea di pensiero, o – forse più esattamente
– questo sentimento, era diffusa nell'ultima generazione del liberalismo
europeo, e sembra ancora predominare nel Continente. Coloro che ammettono limiti
alle possibilità di azione di un governo, salvo che si tratti di governi che a
loro avviso non dovrebbero esistere, sono delle brillanti, isolate eccezioni tra
i pensatori politici del Continente: e un sentimento analogo potrebbe ormai
prevalere anche nel nostro paese se le circostanze che lo hanno per un certo
periodo favorito fossero rimaste immutate. Ma, nelle teorie politiche e
filosofiche come nelle persone, il successo pone in luce difetti e debolezze che
l'insuccesso avrebbe potuto mantenere celati. L'idea secondo cui non vi è
necessità che il popolo limiti il proprio potere su se stesso poteva sembrare
assiomatica in tempi in cui il governo popolare era solo un obiettivo
fantasticato o lo si conosceva attraverso le letture, come fenomeno di un
lontano passato: né venne necessariamente scossa da aberrazioni temporanee come
quelle della Rivoluzione francese, le peggiori delle quali erano opera di pochi
usurpatori, e che comunque non erano proprie del funzionamento permanente di
istituzioni popolari, ma di un'improvvisa e convulsa esplosione contro il
dispotismo monarchico e aristocratico. A un certo punto, tuttavia, vi fu una
repubblica democratica che si sviluppò fino a occupare una vasta distesa di
territorio e a far sentire il proprio peso come uno dei membri più potenti
nella comunità delle nazioni; e in questo modo il governo elettivo e
responsabile divenne oggetto delle osservazioni e delle critiche che
accompagnano ogni grande realtà. Ci si rese allora conto che espressioni come
"autogoverno" e "potere del popolo su se stesso" non
esprimevano il vero stato delle cose. Il "popolo" che esercita il
potere non coincide sempre con coloro sui quali quest'ultimo viene esercitato; e
l'"autogoverno" di cui si parla non è il governo di ciascuno su se
stesso, ma quello di tutti gli altri su ciascuno. Inoltre, la volontà del
popolo significa, in termini pratici, la volontà della parte di popolo più
numerosa o attiva – la maggioranza, o coloro che riescono a farsi accettare
come tale; di conseguenza, il popolo può desiderare opprimere una propria
parte, e le precauzioni contro ciò sono altrettanto necessarie quanto quelle
contro ogni altro abuso di potere. Quindi, la limitazione del potere del governo
sugli individui non perde in alcun modo la sua importanza quando i detentori del
potere sono regolarmente responsabili verso la comunità, cioè al partito che
in essa predomina. Questa impostazione, che soddisfa sia la riflessione
intellettuale sia le tendenze di quelle importanti classi della società europea
ai cui interessi, reali o presunti, si oppone la democrazia, non ha trovato
difficoltà a imporsi; e il pensiero politico ormai comprende generalmente
"la tirannia della maggioranza" tra i mali da cui la società deve
guardarsi. Come altre tirannie, quella della maggioranza fu dapprima – e
volgarmente lo è ancora – considerata, e temuta, soprattutto in quanto
conseguenza delle azioni delle pubbliche autorità. Ma le persone più
riflessive compresero che, quando la società stessa è il tiranno – la società
nel suo complesso, sui singoli individui che la compongono –, il suo esercizio
della tirannia non si limita agli atti che può compiere per mano dei suoi
funzionari politici. La società può eseguire, ed esegue, i propri ordini: e se
gli ordini che emana sono sbagliati, o comunque riguardano campi in cui non
dovrebbe interferire, esercita una tirannide sociale più potente di molti tipi
di oppressione politica, poiché, anche se generalmente non viene fatta
rispettare con pene altrettanto severe, lascia meno vie di scampo, penetrando più
profondamente nella vita quotidiana e rendendo schiava l'anima stessa. Quindi la
protezione dalla tirannide del magistrato non è sufficiente: è necessario
anche proteggersi dalla tirannia dell'opinione e del sentimento predominanti,
dalla tendenza della società a imporre come norme di condotta e con mezzi
diversi dalle pene legali, le proprie idee e usanze a chi dissente, a ostacolare
lo sviluppo – e a prevenire, se possibile, la formazione – di qualsiasi
individualità discordante, e a costringere tutti i caratteri a conformarsi al
suo modello. Vi è un limite alla legittima interferenza dell'opinione
collettiva sull'indipendenza individuale: e trovarlo, e difenderlo contro ogni
abuso, è altrettanto indispensabile alla buona conduzione delle cose umane
quanto la protezione dal dispotismo politico. Ma, anche se quest'asserzione è
difficilmente opinabile in termini generali, nella questione pratica della
determinazione del limite – di come conseguire l'equilibrio più opportuno tra
indipendenza individuale e controllo sociale – quasi tutto resta ancora da
fare. Tutto ciò che rende l'esistenza di chiunque degna di essere vissuta
dipende dall'impostazione di restrizioni sulle azioni altrui. Di conseguenza
devono essere imposte alcune regole di condotta – dalla legge in primo luogo,
e dall'opinione nei molti campi che non si prestano a legislazione. Quali
debbano essere queste regole è il problema principale della collettività
umana; ma, ad eccezione di alcuni dei casi più ovvii, è questo un problema
verso la cui soluzione sono stati compiuti minori progressi. Nessun'epoca, e
quasi nessun paese, lo hanno risolto nello stesso modo; e la soluzione di un
paese o epoca è lo stupore degli altri: e tuttavia, gli uomini di qualsiasi
singolo paese, o epoca, non ne sospettano mai le difficoltà, come se l'umanità
fosse sempre stata unanime su questo argomento. Le regole secondo cui vivono
sembrano loro ovvie e autogiustificantesi. Quest'illusione del tutto universale
è un esempio della magica influenza della consuetudine, che non è solo, come
afferma il proverbio, una seconda natura, ma viene continuamente scambiata per
la prima. L'efficacia della consuetudine nel prevenire ogni dubbio sulle norme
di condotta che gli uomini si impongono a vicenda è tanto più completa perché
l'argomento è uno di quelli su cui non viene generalmente considerato
necessario fornire spiegazioni, né agli altri né a se stessi. Gli uomini sono
abituati a credere, e a ciò sono stati incoraggiati da alcuni che aspirano a
essere definiti filosofi, che in questioni di tale natura i loro sentimenti
siano meglio delle ragioni e le rendano inutili. Il principio pratico che forma
le loro opinioni sulle regole della condotta umana è il sentimento, da parte di
ciascuno, che a ciascuno dovrebbe essere prescritto di agire come piacerebbe a
lui e a coloro con cui simpatizza. Nessuno, è vero, ammette a se stesso che il
suo criterio di giudizio è il suo gradimento; ma un'opinione su un dato tipo di
condotta, che non sia confortata da ragioni, può solo essere considerata una
preferenza individuale; e se le ragioni addotte sono semplicemente un appello a
una simile preferenza condivisa da altri, l'opinione è solo il gradimento di
molti invece che di uno. Tuttavia, per un uomo comune la sua preferenza, su una
simile base, è non solo una ragione perfettamente soddisfacente ma generalmente
l'unica che giustifica qualunque sua nozione di morale, gusto o decoro che non
sia espressamente prevista dal suo credo religioso, e la sua principale guida
anche nell'interpretazione di quest'ultimo. Di conseguenza, le opinioni degli
uomini su ciò che sia degno di lode o di biasimo sono condizionate da tutte le
molteplici cause che ne influenzano i desideri riguardanti l'altrui condotta, le
quali sono altrettanto numerose quanto quelle che determinano i desideri umani
in ogni altro campo. Talvolta è la ragione; talaltra i pregiudizi o le
superstizioni; spesso le passioni sociali, non di rado quelle antisociali,
l'invidia o la gelosia, l'arroganza o il disprezzo; ma soprattutto i desideri o
le paure per se stessi – gli interessi personali, legittimi o illegittimi.
Dovunque vi sia una classe dominante, la morale del paese emana, in buona parte,
dai suoi interessi di classe e dai suoi sentimenti di superiorità di classe.
L'etica dei rapporti tra Spartani e Iloti, tra piantatori e negri, tra principi
e sudditi, tra nobili e rotuners, tra uomini e donne è stata per la maggior
parte creata da questi interessi e sentimenti di classe; e i sentimenti così
generati reagiscono a loro volta sulla morale dei membri della classe dominante
nei loro rapporti reciproci. Dove, d'altro canto, una classe non sia più
dominante, o il suo predominio sia impopolare, i sentimenti morali prevalenti
sono frequentemente improntati a un'impaziente avversione per la sua superiorità.
Un altro grande principio che ha determinato le norme di condotta – intesa sia
come azione sia come omissione – fatte rispettare dalla legge o dall'opinione
è stato il servilismo degli uomini nei confronti delle supposte preferenze o
antipatie dei loro signori temporali o dei loro dei. Questo servilismo, anche se
essenzialmente egoistico, non è ipocrisia; dà luogo a sentimenti di orrore del
tutto genuini; ha fatto bruciare maghi e eretici. Tra tante mediocri influenze,
anche gli interessi generali e evidenti della società hanno naturalmente avuto
un ruolo, importante, nell'orientamento dei sentimenti morali: meno, tuttavia,
in quanto elementi razionali, e per i propri meriti intrinseci, che in virtù
delle conseguenze delle simpatie e antipatie da essi originate; e simpatie e
antipatie che con gli interessi della società avevano poco o nulla a che fare
hanno avuto un peso altrettanto grande nell'affermazione delle morali sociali.
Le simpatie e antipatie della società, o di qualche suo potente settore, sono
quindi il fattore principale che ha in pratica determinato le norme di
comportamento da osservare per non incorrere nelle sanzioni della legge o
dell'opinione. E, in generale, coloro il cui pensiero o i cui sentimenti erano
più avanzati di quelli della loro società hanno evitato di attaccare in linea
di principio questo stato di cose, anche se talvolta possono essersi trovati in
conflitto con alcuni suoi aspetti. Si sono preoccupati di determinare ciò che
la società dovrebbe preferire o avversare, piuttosto che di chiedersi se queste
simpatie o antipatie debbano aver valore di legge per gli individui: hanno
preferito tentare di modificare i sentimenti degli uomini rispetto alle
questioni particolari su cui essi stessi erano degli eretici, piuttosto che far
causa comune con gli eretici in generale per difendere la libertà. Il solo caso
in cui si è scelta per principio questa posizione più elevata, e la si è
mantenuta con coerenza, salvo rare eccezioni individuali, è quello delle
convinzioni religiose: caso per molti aspetti istruttivo, non da ultimo perché
costituisce un esempio straordinario della fallibilità di ciò che è chiamato
senso morale; poiché l'odium theologicum, in un sincero bigotto, è uno dei
casi più inequivocabili di sentimento morale. Coloro che per primi spezzarono
il giogo di quella che si autodefiniva Chiesa Universale erano in generale
altrettanto poco inclini di quest'ultima a permettere differenze di opinione
religiosa. Ma, quando si spense la vampata del conflitto senza che nessun
contendente riportasse completa vittoria, e ogni chiesa o setta si trovò
costretta a limitare le proprie speranze al mantenimento del terreno che in quel
momento occupava, le minoranze, consce di non aver alcuna possibilità di
diventare maggioranze, dovettero necessariamente richiedere a coloro che non
potevano convertire il permesso di dissentire. Di conseguenza è su questo campo
di battaglia – caso quasi unico – che i diritti dell'individuo, contrapposti
a quelli della società, sono stati rivendicati su un'ampia base di principio, e
la pretesa da parte della società di esercitare la propria autorità sui
dissenzienti è stata apertamente contestata. I grandi scrittori cui il mondo è
debitore del grado di libertà religiosa di cui gode hanno per la maggior parte
rivendicato la libertà di coscienza come diritto inalienabile, e assolutamente
negato che si debba rendere conto ad altri delle proprie convinzioni religiose.
Tuttavia, l'intolleranza, in tutti i campi che realmente contano per l'umanità,
è tanto connaturata che la libertà religiosa non è stata quasi mai realizzata
in pratica, salvo che nei casi in cui l'indifferenza religiosa, che non gradisce
essere turbata da dispute teologiche, ha fatto valere il proprio peso. Quasi
tutte le persone religiose, anche nei paesi più tolleranti, ammettono il dovere
della tolleranza con tacite riserve. Qualcuno sopporterà il dissenso in
questioni di governo ecclesiastico, ma non di dogma; un altro tollererà tutti,
purché non siano papisti o unitari; pochi spingono la propria carità un poco
più oltre, ma non transigono sulla questione dell'esistenza di un Dio e della
vita futura. Dovunque il sentimento religioso della maggioranza rimane genuino e
intenso, si scopre che la sua pretesa di essere ubbidito è appena mitigata. Le
particolari circostanze della nostra storia politica fanno sì che in
Inghilterra, anche se il giogo dell'opinione è forse più pesante, quello della
legge sia più lieve che nella maggior parte degli altri paesi europei; e vi è
un'accentuata insofferenza per l'intervento diretto del potere legislativo o
esecutivo nella condotta individuale, non tanto per un giusto rispetto
dell'indipendenza individuale, ma perché sussiste ancora l'abitudine di
considerare il governo come espressione di interessi contrapposti a quelli dei
cittadini. La maggioranza non ha ancora imparato a percepire il potere del
governo come proprio potere, o le opinioni governative come proprie. Quando ciò
avverrà, la libertà individuale sarà probabilmente altrettanto esposta agli
assalti dello Stato quanto lo è già a quelli dell'opinione pubblica. Ma, ancor
oggi, prevale un diffuso sentimento pronto a essere mobilitato contro ogni
tentativo da parte della legge di controllare gli individui in campi in cui fino
ad ora non sono stati abituati a tale controllo; è una reazione quasi del tutto
indiscriminata, che non si chiede se una data questione appartenga o meno alla
sfera legittima del controllo legale; tanto che questo sentimento, nel complesso
altamente salutare, nella pratica viene forse evocato altrettanto spesso a torto
che a ragione. In effetti, non vi è alcun principio riconosciuto sulla cui base
venga valutata abitualmente la maggiore o minore opportunità dell'interferenza
statale. Gli uomini decidono secondo le loro preferenze personali: alcuni, di
fronte alla possibilità di realizzare un bene o di rimediare a un male,
incitano volentieri lo Stato a prendersene carico, mentre altri preferiscono
sopportare quasi ogni sorta di male sociale piuttosto che aumentare, fosse pure
di uno, il numero dei settori di attività umane riconducibili sotto il
controllo statale. E, in ciascun caso particolare, gli uomini si schierano in
uno dei due campi, secondo quest'inclinazione generale dei loro sentimenti, o
secondo il loro grado di interesse nella questione per cui è proposto
l'intervento statale, o secondo le loro previsioni sul comportamento dello
Stato, giudicato nei termini delle loro preferenze; ma molto di rado prendono
partito in base a una loro opinione coerente su ciò che spetti allo Stato
compiere. E mi sembra che, a causa di questa mancanza di una regola o principio,
attualmente i due opposti campi errino nella stessa misura: l'interferenza dello
Stato è, quasi con la stessa frequenza, auspicata a torto e condannata a torto.
Scopo di questo saggio è formulare un principio molto semplice, che determini
in assoluto i rapporti di coartazione e controllo tra società e individuo, sia
che li si eserciti mediante la forza fisica, sotto forma di pene legali, sia
mediante la coazione morale dell'opinione pubblica. Il principio è che l'umanità
è giustificata, individualmente o collettivamente, a interferire sulla libertà
d'azione di chiunque soltanto al fine di proteggersi: il solo scopo per cui si
può legittimamente esercitare un potere su qualunque membro di una comunità
civilizzata, contro la sua volontà, è per evitare danno agli altri. Il bene
dell'individuo, sia esso fisico o morale, non è una giustificazione
sufficiente. Non lo si può costringere a fare o non fare qualcosa perché è
meglio per lui, perché lo renderà più felice, perché, nell'opinione altrui,
è opportuno o perfino giusto: questi sono buoni motivi per discutere,
protestare, persuaderlo o supplicarlo, ma non per costringerlo o per punirlo in
alcun modo nel caso si comporti diversamente. Perché la costrizione o la
punizione siano giustificate, l'azione da cui si desidera distoglierlo deve
essere intesa a causare danno a qualcun altro. Il solo aspetto della propria
condotta di cui ciascuno deve rendere conto alla società è quello riguardante
gli altri: per l'aspetto che riguarda soltanto lui, la sua indipendenza è, di
diritto, assoluta. Su se stesso, sulla sua mente e sul suo corpo, l'individuo è
sovrano. È forse superfluo aggiungere che questa dottrina vale solo per esseri
umani nella pienezza delle loro facoltà. Non stiamo parlando di bambini o di
giovani che sono per legge ancora minori d'età. Coloro che ancora necessitano
dell'assistenza altrui devono essere protetti dalle proprie azioni quanto dalle
minacce esterne. Per la stessa ragione, possiamo tralasciare quelle società
arretrate in cui la razza stessa può essere considerata minorenne. Le difficoltà
che inizialmente si oppongono al progresso spontaneo sono così grandi che
raramente si può scegliere tra diversi mezzi di superarle: e un governante
animato da intenzioni progressiste è giustificato a impiegare ogni mezzo che
permetta di conseguire un fine forse altrimenti impossibile. Il dispotismo è
una forma legittima di governo quando si ha a che fare con barbari, purché il
fine sia il loro progresso e i mezzi vengano giustificati dal suo reale
conseguimento. La libertà, come principio, non è applicabile in alcuna
situazione precedente il momento in cui gli uomini sono diventati capaci di
migliorare attraverso la discussione libera e tra eguali. Fino ad allora, non vi
è nulla per loro, salvo l'obbedienza assoluta a un Aqbar o a un Carlomagno se
sono così fortunati da trovarlo. Ma, non appena gli uomini hanno conseguito la
capacità di essere guidati verso il proprio progresso dalla convinzione o dalla
persuasione (condizione da molto tempo raggiunta in tutte le nazioni di cui ci
dobbiamo occupare), la costrizione, sia in forma diretta sia sotto forma di pene
e sanzioni per chi non si adegua, non è più ammissibile come strumento di
progresso, ed è giustificabile solo per la sicurezza altrui. È opportuno
dichiarare che rinuncio a qualsiasi vantaggio che alla mia argomentazione
potrebbe derivare dalla concezione del diritto astratto come indipendente
dall'utilità. Considero l'utilità il criterio ultimo in tutte le questioni
etiche; ma deve trattarsi dell'utilità nel suo senso più ampio, fondata sugli
interessi permanenti dell'uomo in quanto essere progressivo. La mia tesi è che
questi interessi autorizzano l'assoggettamento della spontaneità individuale al
controllo esterno solo rispetto alle azioni individuali che riguardino interessi
altrui. Se qualcuno commette un atto che danneggia altri, vi è motivo evidente
di punirlo con sanzioni legali o, nel caso in cui siano di incerta applicazione,
con la disapprovazione generale. Vi sono anche molte azioni positive a favore di
altri che ciascuno può essere legittimamente obbligato a compiere: per esempio,
testimoniare davanti a un tribunale, portare il giusto contributo alla difesa
comune o a ogni altra attività collettiva necessaria agli interessi della
società di cui si gode la protezione, compiere certi atti di assistenza
individuale, come salvare la vita di un altro essere umano o intervenire a
proteggere delle persone indifese contro gli abusi – tutte quelle azioni
insomma che costituiscono un palese dovere, del cui mancato adempimento si può
legittimamente essere chiamati a rispondere alla società. Una persona può
causare danno agli altri non solo per azione ma anche per omissione, e in
entrambi i casi ne deve giustamente rendere loro conto. È vero che il secondo
caso richiede, in misura molto maggiore del primo, cautela nell'esercizio della
coercizione. Rendere chiunque responsabile del male che fa agli altri è la
regola; renderlo responsabile del male che non impedisce è, in termini
relativi, l'eccezione. Tuttavia vi sono molti casi sufficientemente chiari e
gravi da giustificarlo. In tutto ciò che riguarda i rapporti esterni
dell'individuo, quest'ultimo è de jure responsabile verso coloro i cui
interessi sono coinvolti, e, se necessario, verso la società in quanto loro
protettore. Vi sono spesso buone ragioni per non richiamarlo a questa
responsabilità, ma devono dipendere dalle particolarità specifiche della
situazione: o si tratta di casi in cui, tutto considerato, è probabile che
l'individuo si comporti meglio se lo si lascia agire come ritiene più opportuno
e non si esercita su di lui alcuno dei controlli di cui la società ha il
potere; oppure il tentativo di esercitare un controllo produrrebbe altri mali,
maggiori di quelli che eviterebbe. Quando ragioni come queste impediscono il
richiamo alla responsabilità, dovrebbe essere la coscienza dell'individuo a
farsi giudice e a proteggere gli interessi di chi non gode di protezioni
esterne, esercitando un giudizio tanto più severo in quanto la situazione lo
esime dal rendere conto ai suoi simili. Ma vi è una sfera d'azione in cui la
società, in quanto distinta dall'individuo, ha, tutt'al più, soltanto un
interesse indiretto: essa comprende tutta quella parte della vita e del
comportamento di un uomo che riguarda soltanto lui, o se riguarda anche altri,
solo con il loro libero consenso e partecipazione, volontariamente espressi e
non ottenuti con l'inganno. Quando dico "soltanto" lui, intendo
"direttamente e in primo luogo", poiché tutto ciò che riguarda un
individuo può attraverso di lui riguardare altri; e l'obiezione che può
sorgere in questa circostanza verrà presa in considerazione più avanti.
Questa, quindi, è la regione propria della libertà umana. Comprende,
innanzitutto, la sfera della coscienza interiore, ed esige libertà di coscienza
nel suo senso più ampio, libertà di pensiero e sentimento, assoluta libertà
di opinione in tutti i campi, pratico o speculativo, scientifico, morale, o
teologico. La libertà di esprimere e rendere pubbliche le proprie opinioni può
sembrare dipendere da un altro principio, poiché rientra in quella parte del
comportamento individuale che riguarda gli altri, ma ha quasi altrettanta
importanza della stessa libertà di pensiero, in gran parte per le stesse
ragioni, e quindi ne è in pratica inscindibile. In secondo luogo, questo
principio richiede la libertà di gusti e occupazioni, di modellare il piano
della nostra vita secondo il nostro carattere, di agire come vogliamo, con tutte
le possibili conseguenze, senza essere ostacolati dai nostri simili, purché le
nostre azioni non li danneggino, anche se considerano il nostro comportamento
stupido, nervoso, o sbagliato. In terzo luogo, da questa libertà di ciascuno
discende, entro gli stessi limiti, quella di associazione tra individui: la
libertà di unirsi per qualunque scopo che non implichi altrui danno, a
condizione che si tratti di adulti, non costretti con la forza o l'inganno.
Nessuna società in cui queste libertà non siano rispettate nel loro complesso
è libera, indipendentemente dalla sua forma di governo; e nessuna in cui non
siano assolute e incondizionate è completamente libera. La sola libertà che
meriti questo nome è quella di perseguire il nostro bene a nostro modo, purché
non cerchiamo di privare gli altri del loro o li ostacoliamo nella loro ricerca.
Ciascuno è l'unico autentico guardiano della propria salute, sia fisica sia
mentale e spirituale. Gli uomini traggono maggior vantaggio dal permettere a
ciascuno di vivere come gli sembra meglio che dal costringerlo a vivere come
sembra meglio agli altri. Benché questa dottrina sia tutt'altro che nuova, e
per alcuni possa aver l'aria di un truismo, non ve n'è altra che si
contrapponga più direttamente alla tendenza generale dell'opinione e della
pratica attuali. La società ha sempre tentato di costringere (per quanto le era
possibile) i suoi membri a conformarsi alle sue nozioni di eccellenza, e quella
personale è sicuramente stata oggetto di altrettanti sforzi che quella sociale.
Le comunità antiche, con l'approvazione dei filosofi, si ritenevano in diritto
di esercitare il controllo pubblico su ogni aspetto della condotta individuale,
giustificandolo col fatto che lo Stato aveva un profondo interesse nell'intera
disciplina mentale e fisica di ogni suo cittadino – un modo di pensare che
poteva essere ammissibile in piccole repubbliche circondate da nemici potenti,
in continuo pericolo di essere rovesciate da attacchi esterni o moti interni,
per i quali anche un breve intervallo di rilassamento dell'energia e
dell'autocontrollo avrebbe potuto così facilmente risultare fatale che non
potevano permettersi di attendere i salutari effetti permanenti della libertà.
Nel mondo moderno, le maggiori dimensioni delle comunità politiche e,
soprattutto, la separazione tra autorità spirituale e temporale (che ha posto
la direzione delle coscienze degli uomini in mani diverse da quelle che ne
controllano le sorti terrene) hanno impedito che la legge interferisse a tal
punto nella vita privata; ma gli strumenti di repressione morale hanno infierito
sul dissenso dall'opinione dominante con maggiore accanimento, nelle questioni
private ancor più che in quelle sociali; infatti la religione, l'elemento più
potente per la formazione del sentimento morale, è stata quasi sempre
assoggettata o all'ambizione di una gerarchia che cercava di controllare ogni
aspetto della condotta umana, o allo spirito del Puritanesimo. E alcuni di quei
moderni riformatori che si sono più violentemente opposti alle religioni del
passato non sono certo stati da meno di chiese o sette nella loro asserzione del
diritto alla dominazione spirituale: in particolare Comte, il cui sistema
sociale, descritto nel suo Système de Politique Positive, mira a instaurare
(anche se con mezzi morali più che legali) un dispotismo della società
sull'individuo che oltrepassa qualsiasi ideale politico del più ferreo e severo
filosofo antico. A parte i curiosi dogmi di singoli pensatori, vi è in generale
nel mondo anche una crescente inclinazione a estendere indebitamente i poteri
della società sull'individuo, sia con la forza dell'opinione sia con quella
della legislazione; e, poiché la tendenza di tutti i mutamenti in corso nel
mondo è a rafforzare la società e diminuire il potere dell'individuo, questo
abuso non è un male che tende a scomparire spontaneamente, ma, al contrario,
diventa sempre più formidabile. L'inclinazione degli uomini, siano essi
governanti o semplici cittadini, a imporre agli altri, come norme di condotta,
le proprie opinioni e tendenze è così energicamente appoggiata da alcuni dei
migliori e dei peggiori sentimenti inerenti all'umana natura, che quasi sempre
è frenata soltanto dalla mancanza di potere; e poiché quest'ultimo non è in
diminuzione ma in aumento, dobbiamo attenderci che, se non si riesce a erigere
una solida barriera di convinzioni morali contro di esso, nella situazione
attuale del mondo il male si estenda. Ai fini della nostra argomentazione sarà
opportuno, invece di affrontare immediatamente la tesi generale, limitarci per
il momento a un suo aspetto singolo, riguardo al quale il principio da noi
enunciato è ammesso dall'opinione corrente, se non completamente, almeno fino a
un certo punto. Questo aspetto è la libertà di pensiero, da cui è impossibile
separare la connessa libertà di parola e di scrittura. Anche se esse, in misura
abbastanza considerevole, fanno parte dell'etica politica di tutti i paesi
professanti la tolleranza religiosa e le libere istituzioni, le basi, sia
filosofiche sia pratiche, su cui si fondano non sono forse del tutto familiari
all'opinione comune, né comprese tanto a fondo quanto ci si attenderebbe da
molti, tra cui anche uomini politici. Queste basi, se correttamente comprese,
hanno una validità che non si limita soltanto a questo aspetto della questione,
il cui esame approfondito si rivelerà la migliore introduzione agli altri.
Spero quindi che coloro ai quali nulla di ciò che mi appresto a dire suonerà
nuovo mi scusino se mi permetto di discutere ancora una volta un argomento che
da ormai tre secoli è stato così frequentemente oggetto di dibattito.
II - DELLA LIBERTA' DI PENSIERO E DISCUSSIONE
È da sperare che sia trascorsa l'epoca in cui era necessario
difendere la "libertà di stampa" come una delle garanzie contro un
governo corrotto o tirannico. Possiamo supporre che non sia più necessario
dimostrare che non si può consentire a una legislatura o a un esecutivo, i cui
interessi non si identifichino con quelli dei cittadini, di imporre loro delle
opinioni e di stabilire quali dottrine o argomentazioni essi possano ascoltare.
Inoltre, questo aspetto della questione è stato così spesso e con tale
successo fatto valere da autori precedenti che è inutile insistervi
particolarmente in questa sede. Anche se la legge d'Inghilterra è, per quanto
riguarda la stampa, altrettanto servile oggi di quanto lo era all'epoca dei
Tudor, vi è scarso pericolo che venga effettivamente applicata contro la
discussione politica, salvo che in situazioni temporanee di panico, in cui la
paura di insurrezioni spinge ministri e giudici a violare le regole che devono
governare la loro condotta
; e, più in generale, nei paesi a regime costituzionale non vi è da temere che
i governi, siano essi completamente responsabili verso il popolo o no, tentino
spesso di controllare l'espressione delle opinioni, salvo nei casi in cui così
facendo esprimano l'intolleranza generale dei cittadini. Supponiamo quindi che
il governo concordi totalmente con i cittadini, e non sia mai tentato di
esercitare alcun potere coercitivo che non corrisponda a quella che ritiene la
loro opinione. Ma io nego il diritto del popolo a esercitare questa coercizione,
sia da solo sia mediante il proprio governo. Il potere stesso è illegittimo: il
migliore governo non vi ha più diritto del peggiore. È altrettanto, o forse più,
dannoso quando lo si esercita seguendo l'opinione pubblica che contro di essa.
Se tutti gli uomini, meno uno, avessero la stessa opinione, non avrebbero più
diritto di far tacere quell'unico individuo di quanto ne avrebbe lui di far
tacere, avendone il potere, l'umanità. Se l'opinione fosse un bene privato,
privo di valore eccetto che per il suo proprietario, se essere ostacolati nel
suo godimento fosse semplicemente un danno privato, il numero delle persone che
lo subiscono farebbe una certa differenza. Ma impedire l'espressione di
un'opinione è un crimine particolare, perché significa derubare la razza
umana, i posteri altrettanto che i vivi, coloro che dall'opinione dissentono
ancor più di chi la condivide: se l'opinione è giusta, sono privati
dell'opportunità di passare dall'errore alla verità; se è sbagliata, perdono
un beneficio quasi altrettanto grande, la percezione più chiara e viva della
verità, fatta risaltare dal contrasto con l'errore. È necessario considerare
separatamente queste due ipotesi, a ciascuna delle quali corrisponde un aspetto
distinto della nostra argomentazione. Non possiamo mai essere certi che
l'opinione che stiamo cercando di soffocare sia falsa; e anche se lo fossimo,
soffocarla resterebbe un male. In primo luogo, l'opinione che si cerca di
sopprimere d'autorità può forse essere vera. Naturalmente, coloro che
desiderano sopprimerla ne negheranno la verità: ma non sono infallibili. Non
hanno alcuna autorità di decidere la questione per tutta l'umanità, togliendo
a chiunque altro la possibilità di giudizio. Rifiutarsi di ascoltare
un'opinione perché si è certi che è falsa significa presupporre che la
propria certezza coincida con la certezza assoluta. Ogni soppressione della
discussione è una presunzione di infallibilità: per condannarla basta questo
ragionamento, semplice, ma non per questo inefficace. Sfortunatamente per il
buon senso degli uomini, la loro effettiva fallibilità non ha certo nei loro
giudizi pratici il peso che le viene sempre attribuito nella teoria; poiché,
mentre ciascuno sa benissimo di essere fallibile, pochi ritengono necessario
cautelarsi dalla propria fallibilità o ammettere la supposizione che una
qualsiasi opinione di cui si sentano del tutto certi possa essere un esempio di
quell'errore cui si riconoscono soggetti. I sovrani assoluti, o coloro che sono
abituati a una deferenza illimitata, generalmente hanno questa completa fiducia
nelle proprie opinioni su quasi ogni questione. Le persone in una condizione più
felice, le cui opinioni sono talvolta contestate e per cui non è del tutto
insolito essere corrette quando hanno torto, hanno la stessa fiducia illimitata
soltanto nelle opinioni condivise da tutti coloro che le circondano, o di coloro
ai cui giudizi si rimettono; poiché, in misura proporzionale alla sua mancanza
di fiducia nel proprio giudizio individuale, l'uomo abitualmente si basa, con
fiducia assoluta, sull'infallibilità del "mondo" in generale. E il
mondo significa, per ciascuno, la parte di esso con cui è in contatto: il suo
partito, la sua setta, la sua chiesa, la sua classe sociale; al confronto l'uomo
per cui il significato del mondo si estende a comprendere il suo paese o la sua
epoca può essere quasi definito liberale e di larghe vedute. E la sua fede in
questa autorità collettiva non è affatto scossa dal sapere che altre epoche,
nazioni, sette, chiese, classi e parti politiche hanno pensato, e tuttora
pensano, esattamente il contrario. L'uomo scarica sul proprio mondo la
responsabilità di essere nel giusto, contro il dissenso dei mondi altrui; e non
è mai turbato dal fatto che è stato il puro accidente a decidere quale di
questi numerosi mondi sia oggetto della sua fiducia, e che le stesse cause che
lo hanno reso anglicano a Londra l'avrebbero fatto diventare buddista o
confuciano a Pechino. Tuttavia è di per sé evidente, senza alcun bisogno di
dimostrazione, che le epoche storiche non sono più infallibili degli individui:
ciascuna ha creduto vere molte opinioni giudicate non solo false ma assurde da
epoche successive; ed è certo che molte opinioni, attualmente comuni, saranno
respinte dal futuro, come molte opinioni comuni in passato sono respinte dal
presente. L'obiezione più plausibile a questo ragionamento verrebbe
probabilmente formulata nel modo seguente. Il divieto di propagare l'errore non
implica una presunzione di infallibilità maggiore di quella implicita in
qualsiasi altro atto compiuto dall'autorità pubblica in base al suo giudizio e
alla sua responsabilità. Il giudizio è dato agli uomini perché lo usino. Dato
che lo possono esercitare erroneamente, bisogna dirgli che non dovrebbero usarlo
affatto? Vietare ciò che ritengono dannoso non significa pretendere di essere
immuni dall'errore, ma adempiere al dovere, che tocca loro anche se sono
fallibili, di agire in base alle proprie convinzioni e coscienze. Se non
agissimo mai sulla base delle nostre opinioni perché possono essere erronee,
trascureremmo tutti i nostri interessi e verremmo meno a tutti i nostri doveri.
Una obiezione che riguardi il complesso del comportamento umano non può essere
valida per alcun comportamento particolare. È dovere dei governi, e degli
individui, formarsi opinioni che rispondano il più possibile al vero;
formarsele con cura, e non imporle mai ad altri se non si è certi di aver
ragione. Ma, una volta che ne siano certi (così proseguirebbero i sostenitori
di questa posizione), sarebbero mossi non dalla coscienza ma dalla viltà se
evitassero di agire in base alle proprie opinioni e permettessero a dottrine che
in buona fede ritengono pericolose per il benessere dell'umanità, in questa
vita o in un'altra, di diffondersi senza freno, per la sola ragione che altri,
in tempi meno illuminati, hanno perseguitato opinioni oggi considerate vere.
Stiamo attenti – si potrebbe ammonire – a non compiere lo stesso errore; ma
i governi e le nazioni hanno errato in altri campi, in cui l'esercizio
dell'autorità non viene considerato illegittimo: hanno imposto tassazioni
inique, scatenato guerre ingiuste. Dovremmo allora non imporre tasse e, per
quanto provocati, non dichiarare guerre? Uomini e governi devono agire come
meglio sanno. La certezza assoluta non esiste, ma esiste una sicurezza
sufficiente ai fini della vita umana. Nella guida della nostra condotta
possiamo, e dobbiamo, presumere che la nostra opinione sia vera: proibire a dei
malvagi di sconvolgere la società diffondendo opinioni che riteniamo false e
perniciose non presuppone nulla di più. La mia risposta è che presuppone molto
di più. Vi è la massima differenza tra presumere che un'opinione è vera perché,
pur esistendo ogni opportunità di discuterla, non è stata confutata, e
presumerne la verità al fine di non permetterne la confutazione. È proprio la
completa libertà di contraddire e confutare la nostra opinione che ci
giustifica quando ne presumiamo la verità ai fini della nostra azione; e solo
in questi termini chi disponga di facoltà umane può trovare una sicurezza
razionale di essere nel giusto. Se consideriamo la storia dell'opinione oppure
la normale condotta delle vicende umane, qual è la causa per cui entrambe non
sono peggiori di quanto siano? Non certo la forza intrinseca della comprensione
umana, poiché per ogni questione che non sia del tutto ovvia vi sono
novantanove persone completamente incapaci di darne un giudizio per una che lo
è; e la capacità della centesima è soltanto relativa, dal momento che la
maggior parte degli uomini illustri di ciascuna generazione passata ha sostenuto
molte opinioni che oggi vengono riconosciute erronee, e compiuto o approvato
molti atti che oggi nessuno giustificherebbe. Perché, allora, tra gli uomini
nel complesso predominano comportamenti e opinioni razionali? Se davvero vi è
questo predominio – e deve esservi, altrimenti gli uomini sarebbero, e
sarebbero sempre stati, in una situazione quasi disperata –, è dovuto a una
qualità della mente umana, la fonte di tutto ciò che vi è di rispettabile
nell'uomo inteso come essere sia intellettuale sia morale, e cioè la possibilità
di correggere i propri errori, di rimediarvi con la discussione e l'esperienza.
Non con la sola esperienza: la discussione è necessaria per indicarne
l'interpretazione. Le opinioni e le pratiche erronee cedono gradualmente ai
fatti e agli argomenti: che però per avere effetto sulla mente devono essere
sottoposti alla sua considerazione. Pochissimi fatti si spiegano da soli, senza
necessità di commenti che ne mostrino il significato. Dato quindi che la forza
e il valore del giudizio umano dipendono interamente dalla sua proprietà di
poter venire corretto quando è errato, esso è attendibile soltanto quando i
mezzi per correggerlo sono tenuti costantemente a disposizione. Consideriamo una
persona il cui giudizio sia veramente degno di fiducia: come lo è diventato?
Perché si è mantenuto aperto alle critiche riguardanti le sue opinioni e la
sua condotta. Perché si è imposto come prassi costante di ascoltare tutto ciò
che potesse venire detto contro di lui; di metterne a profitto quanto fosse
giusto, e di chiarire, a se stesso e se necessario ad altri, l'erroneità di
quanto fosse erroneo. Perché ha intuito che il solo modo in cui un uomo può in
una certa misura avvicinarsi alla conoscenza complessiva di un argomento è
ascoltando ciò che ne dicono persone di ogni opinione, e studiando tutte le
modalità secondo cui può essere considerato da ogni punto di vista. Nessuno è
mai giunto alla saggezza in altro modo; né la natura dell'intelletto umano
consente altri modi di diventare saggi. La costante abitudine a correggere e
completare la propria opinione confrontandola con le altrui non solo non causa
dubbi ed esitazioni nel tradurla in pratica, ma anzi è l'unico fondamento
stabile di una corretta fiducia in essa; poiché, conoscendo tutto ciò che può,
almeno nella misura del prevedibile, venire detto contro di noi, e avendo preso
una posizione rispetto a tutti i nostri oppositori – sapendo di aver cercato
le obiezioni e le difficoltà invece di evitarle, e di aver preso in esame ogni
punto di vista – abbiamo il diritto di considerare il nostro giudizio migliore
di quello di qualsiasi persona, o gruppo di persone, che non abbia seguito una
procedura analoga. Non è eccessivo richiedere che quell'eterogenea massa di
pochi saggi e molti stupidi chiamata pubblico si sottoponga ai criteri che i più
saggi tra gli uomini, coloro che più hanno diritto a confidare nel proprio
giudizio, ritengono necessari per giustificare tale fiducia. La chiesa cattolica
romana, la più intollerante di tutte, ammette persino alla canonizzazione di un
santo l'"avvocato del diavolo", e lo ascolta pazientemente: a quanto
pare, nemmeno il più puro tra gli uomini può essere ammesso agli onori postumi
prima che tutte le pecche che il diavolo gli può rinfacciare non siano note e
pesate. Se si vietasse di dubitare della filosofia di Newton, gli uomini non
potrebbero sentirsi così certi della sua verità come lo sono. Le nostre
convinzioni più giustificate non riposano su altra salvaguardia che un invito
permanente a tutto il mondo a dimostrarle infondate. Se la sfida non viene
raccolta, o viene tentata e perduta, siamo ancora molto lontani dalla certezza,
ma abbiamo fatto quanto di meglio ci consente la presente condizione della
ragione umana: non abbiamo trascurato nulla pur di offrire alla verità una
possibilità di raggiungerci; se l'invito resta aperto, possiamo sperare che, se
esiste una verità migliore, essa venga scoperta quando la mente umana sarà in
grado di recepirla; e nel frattempo possiamo avere la sicurezza di esserci
avvicinati alla verità nella misura a noi possibile. Questo è il grado di
certezza raggiungibile da un essere soggetto all'errore, e questo il solo modo
di raggiungerlo. È strano che gli uomini ammettano la validità degli argomenti
a favore della libera discussione, ma obiettino se "vengono spinti alle
estreme conseguenze", senza rendersi conto che se date ragioni non valgono
in un caso estremo non valgono in alcun caso. Strano che immaginino di non
presumersi infallibili quando ammettono che vi deve essere libertà di
discussione su tutte le questioni che possano essere dubbie, ma pensano che vada
vietata la discussione di un particolare principio o dottrina perché è così
certo, cioè perché sono certi che è certo. Definire certa qualsiasi
proposizione quando vi è chi ne negherebbe la certezza se ciò non gli fosse
vietato significa presumere che noi, e chi è d'accordo con noi, siamo i giudici
della certezza – e giudici che ignorano gli oppositori. Nell'epoca attuale –
che è stata descritta come "priva di fede, ma terrorizzata dallo
scetticismo" –, in cui gli uomini si sentono sicuri non tanto della verità
delle loro opinioni quanto del fatto che non saprebbero che fare senza di esse,
le pretese di un'opinione a essere protetta da attacchi pubblici si fondano non
tanto sulla sua verità quanto sulla sua importanza per la società. Si sostiene
che certe convinzioni sono così utili, per non dire indispensabili, al bene
comune che i governi hanno il dovere di proteggerle quanto qualsiasi altro
interesse della società. Si afferma che in un caso di tale necessità, che fa
parte così integrante del loro dovere, qualcosa di meno dell'infallibilità può
giustificare, e persino obbligare, i governi ad agire in base alla propria
opinione, confermata da quella dell'umanità in generale. Viene inoltre spesso
sostenuto, e ancora più spesso pensato, che solo i malvagi desidererebbero
minare queste salutari convinzioni; e non è sbagliato, si pensa, coartare dei
malvagi e vietare ciò che solo loro vorrebbero compiere. Questo modo di pensare
rende la giustificazione delle restrizioni imposte alla discussione non una
questione di verità delle varie dottrine ma della loro utilità, e così si
illude di sfuggire alla responsabilità di dichiararsi giudice infallibile delle
opinioni. Ma chi si acquieta la coscienza in questo modo non comprende che così
facendo la presupposizione di infallibilità viene semplicemente spostata.
L'utilità di una opinione è essa stessa una questione di opinione –
altrettanto controversa, aperta al dibattito, e da discutere, che l'opinione
stessa. Vi è la stessa necessità di un infallibile giudice delle opinioni per
decidere la nocività di un'opinione che per deciderne la falsità, a meno che
l'opinione condannata riceva ogni opportunità di difendersi. E non vale
obiettare che si può consentire all'eretico dl affermare che la sua opinione è
utile o innocua, pur vietandogli di dire che è vera. La verità di un'opinione
è parte della sua utilità. Se volessimo sapere se è desiderabile o meno che
una data proposizione sia creduta, potremmo rifiutarci di vagliarne la verità?
Nell'opinione, non dei malvagi, ma dei migliori, nessuna convinzione contraria
alla verità può essere realmente utile; e si può loro impedire di addurre
questo argomento quando sono accusati di negare una dottrina di cui viene
asserita l'utilità, ma che ritengono falsa? Coloro che stanno dalla parte delle
opinioni comunemente accettate non mancano mai di trarre ogni possibile
vantaggio da questo argomento; non sono certo loro a trattare la questione
dell'efficacia come se fosse completamente isolabile da quella della verità; al
contrario, è soprattutto perché la loro dottrina è "la verità" che
conoscerla o credervi è ritenuto così indispensabile. Non si può discutere la
questione dell'utilità ad armi pari quando un argomento tanto essenziale può
essere impiegato da una parte, ma non dall'altra. E infatti, quando la legge o
il sentimento pubblico non permettono di porre in dubbio la verità di
un'opinione, tollerano altrettanto poco la negazione della sua utilità: al
massimo consentono ad attenuarne la necessità assoluta, o la gravità della
colpa di rifiutarla. Per illustrare più chiaramente quanto sia negativo
rifiutarci di prestare attenzione a opinioni che il nostro giudizio ha
condannato, sarà opportuno ancorare la discussione a un caso concreto: e
preferisco scegliere i casi a me più sfavorevoli – quelli in cui
l'argomentazione contro la libertà di opinione è considerata più valida, sia
in termini di verità sia di utilità. Siano le opinioni contestate la fede in
un Dio e in una vita futura, oppure qualsiasi dottrina morale comunemente
accettata. Combattere su questo terreno dà un grande vantaggio a un antagonista
sleale, che sicuramente domanderà (e molti, senza alcuna intenzione di slealtà,
lo domanderanno tacitamente): "Sono queste le dottrine che non ritieni
sufficientemente certe da essere poste sotto la tutela della legge? Credere in
un Dio è una delle opinioni la cui certezza presuppone, a tuo avviso,
l'infallibilità? " Ma mi si deve permettere di osservare che sentirsi
sicuri di una dottrina (qualunque essa sia) non è ciò che io chiamo una
presunzione di infallibilità: lo è incaricarsi di decidere la questione per
conto di altri, senza permettere loro di ascoltare le possibili opinioni
contrarie. E denuncio e biasimo questa pretesa, tanto più se è avanzata a
favore delle mie convinzioni più solenni. Per quanto si possa essere
positivamente convinti non solo della falsità ma delle perniciose conseguenze
– non solo delle perniciose conseguenze, ma (per adottare espressioni che
condanno in toto) dell'immoralità e dell'empietà – di un'opinione, tuttavia
se in base a questo giudizio individuale, anche se appoggiato dal giudizio di
concittadini e contemporanei, si impedisce che essa venga difesa, si presuppone
la propria infallibilità. E questo assunto non è meno criticabile o pericoloso
perché l'opinione è definita immorale o empia, anzi questo è il caso in cui
esso è più fatale. Sono esattamente queste le occasioni in cui una generazione
commette quegli spaventosi errori che lasciano attoniti e inorriditi i posteri:
qui troviamo i casi storici memorabili di impiego del braccio armato della legge
per sterminare gli uomini migliori e le più nobili dottrine; con disgraziato
successo, per quanto riguarda gli uomini, anche se alcune dottrine sono
sopravvissute per essere invocate (come per beffa) a difesa di analoga condotta
nei confronti di chi dissente da esse, o dalla loro interpretazione comunemente
accettata. All'umanità non sarà mai troppo spesso ricordato un uomo di nome
Socrate, e il suo memorabile scontro con le autorità legali e l'opinione
pubblica del suo tempo. Nato in epoca e in un paese ricchi di grandezza
individuale, quest'uomo ci è stato tramandato come il più virtuoso del suo
tempo da chi meglio conosceva entrambi; mentre noi lo conosciamo come capo e
prototipo di tutti i successivi maestri di virtù, fonte ugualmente dell'alta
ispirazione di Platone e del giudizioso utilitarismo di Aristotele, "i
maestri di color che sanno", le due sorgenti della filosofia etica e di
tutte le altre. Questo maestro riconosciuto da tutti i grandi pensatori vissuti
dopo di lui – la cui fama, ancora crescente dopo più di duemila anni, quasi
supera quella complessiva di tutti gli altri nomi che rendono illustre la sua
città natale – fu messo a morte dai suoi concittadini, dopo che un tribunale
lo aveva condannato per empietà e immoralità. Empietà, poiché negava gli dei
riconosciuti dallo Stato; anzi, il suo accusatore affermò (vedi l'Apologia) che
non credeva in alcun dio. Immoralità, poiché era, con le sue dottrine e i suoi
insegnamenti, un "corruttore della gioventù". Vi è ogni ragione di
credere che il tribunale lo trovò colpevole di queste imputazioni in tutta
onestà, e condannò un uomo che probabilmente, dei nati fino ad allora, più
meritava la gratitudine dell'umanità, a essere messo a morte come un criminale.
Passiamo da questo al solo altro caso di iniquità giudiziaria la cui menzione
dopo la condanna di Socrate non sarebbe una caduta nella banalità: l'evento del
Calvario più di mille e ottocento anni fa. L'uomo che lasciò nella memoria di
chi fu testimone della sua vita e delle sue parole una tale impressione di
grandezza morale che i diciotto secoli successivi l'hanno venerato come la
personificazione dell'Onnipotente, perché fu mandato ignominiosamente a morte?
Perché blasfemo. Gli uomini non si limitarono a non riconoscere il loro
benefattore, lo scambiarono per l'esatto contrario di ciò che era e lo
trattarono come quel prodigio di empietà che ora sono loro stessi ritenuti, per
ciò che gli fecero. I sentimenti con cui gli uomini di oggi considerano questi
due deplorevoli eventi, specialmente il secondo, li rendono estremamente
ingiusti nel giudizio sui loro infelici autori. Stando a ogni apparenza, non
erano dei malvagi – non peggiori degli uomini normali, semmai il contrario:
uomini che condividevano pienamente, forse anzi in misura eccessiva i sentimenti
religiosi, morali e patriottici del loro tempo e popolo: esattamente quel tipo
di uomini che in ogni epoca, compresa la nostra, hanno ogni probabilità di
attraversare la vita circondati da stima e rispetto. Il gran sacerdote che si
strappò le vesti quando furono pronunciate le parole che, secondo tutte le idee
del suo paese, costituivano la colpa più nera, era in tutta probabilità
altrettanto sincero nel suo orrore e nella sua indignazione quanto lo è oggi,
nei sentimenti morali e religiosi professati, la generalità degli uomini
rispettabili e pii; e la gran maggioranza di coloro che oggi sono inorriditi
dalla sua condotta avrebbero agito precisamente come lui se fossero stati degli
ebrei suoi contemporanei. I cristiani ortodossi che sono tentati di considerare
peggiori di sé coloro che lapidarono i primi martiri farebbero meglio a
ricordarsi che tra i persecutori c'era san Paolo. Consideriamo un ultimo
esempio, il più impressionante di tutti se si misura la grandezza di un errore
con la saggezza e la virtù di chi vi cade. Se mai un detentore del potere ha
avuto buoni motivi per ritenersi il migliore e il più illuminato tra i suoi
contemporanei, questo fu l'imperatore Marco Aurelio. Monarca assoluto di tutto
il mondo civile, mantenne per tutta la vita non solo la giustizia più
irreprensibile ma, cosa che ci si sarebbe meno aspettata dalla sua educazione
stoica, l'animo più sensibile. Le poche manchevolezze attribuitegli furono
tutte dovute a eccessiva indulgenza, mentre i suoi scritti, il più elevato
prodotto etico del pensiero antico, poco o nulla differiscono dai più
caratteristici insegnamenti di Cristo. Quest'uomo, in ogni senso, salvo che in
quello dogmatico, miglior cristiano di quasi tutti i sovrani nominalmente
cristiani venuti dopo di lui, perseguitò il Cristianesimo. Vissuto in quello
che allora era l'apice del progresso umano, dotato di un intelletto aperto e
privo di pregiudizi, di un carattere che lo portò spontaneamente a incarnare
nelle sue opere morali l'ideale cristiano, Marco Aurelio tuttavia non vide che
il Cristianesimo avrebbe costituito un bene e non un male per il mondo, nei cui
confronti aveva una così profonda coscienza dei propri doveri. Sapeva che la
società del suo tempo si trovava in condizioni deplorevoli: ma vedeva, o gli
pareva di vedere, che ciò che la teneva insieme e le impediva di peggiorare
erano la fede nelle divinità comunemente accettate e il loro culto. In quanto
signore dell'umanità, riteneva suo dovere non permettere che la società si
disgregasse; e non vedeva come, se fossero scomparsi i legami esistenti, se ne
potessero formare altri che la ricomponessero. La nuova religione mirava
apertamente a distruggere questi legami: di conseguenza, gli sembrava suo dovere
o schiacciarla oppure adottarla. Quindi, dato che la teologia del Cristianesimo
non gli sembrava vera o di origine divina, che questa strana storia di un Dio
crocifisso gli appariva inverosimile, e dato che non poteva prevedere che un
sistema che asseriva di basarsi interamente su un fondamento per lui così
completamente incredibile fosse quel fattore di rinnovamento che, cessate le
tempeste, si è in effetti dimostrato, il più sensibile e generoso dei filosofi
e dei governanti, ispirandosi a un solenne senso del dovere, autorizzò la
persecuzione dei cristiani. A mio parere questo è uno degli eventi più tragici
di tutta la storia. È amaro pensare quanto avrebbe potuto essere diversa la
Cristianità se la fede cristiana fosse stata adottata come religione
dell'Impero sotto Marco Aurelio invece che sotto Costantino. Ma sarebbe
ugualmente ingiusto verso di lui e verso la verità negare che Marco Aurelio,
nel combattere, come fece, la diffusione del Cristianesimo, poteva addurre tutte
le ragioni che vengono addotte per combattere gli insegnamenti anticristiani.
Nessun cristiano crede che l'ateismo sia falso e tenda alla disgregazione della
società più fermamente di quanto Marco Aurelio non credesse le stesse cose del
Cristianesimo; lui che, tra tutti i suoi contemporanei, si sarebbe potuto
ritenere il più capace di apprezzarlo. A meno che chiunque approvi la punizione
della diffusione di opinioni non si illuda di essere migliore e più saggio di
Marco Aurelio – il più profondo conoscitore del pensiero del suo tempo,
intellettualmente più elevato rispetto ad esso, più impegnato nella ricerca
della verità, e più sinceramente devoto a essa una volta trovatala –, è
meglio che eviti quella presunzione di essere, insieme alla moltitudine,
infallibile, presunzione che il grande figlio di Antonino pagò con risultati
così tragici. Consci dell'impossibilità di difendere la repressione violenta
delle opinioni antireligiose mediante argomenti che non giustifichino Marco
Aurelio, i nemici della libertà religiosa accettano talvolta, quando hanno le
spalle al muro, questa conseguenza e affermano, con il dott. Johnson, che i
persecutori del Cristianesimo avevano ragione che la persecuzione è una prova
cui la verità deve sottoporsi e che sempre supera, poiché le sanzioni legali
si rivelano, a lungo andare, impotenti di fronte alla verità anche se talvolta
hanno effetti benefici contro errori nocivi. È una forma abbastanza notevole di
argomentazione a favore dell'intolleranza religiosa, e non la si può ignorare.
A una teoria secondo cui la persecuzione della verità è giustificabile perché
non può in alcun modo nuocerle, non si può imputare di essere intenzionalmente
contraria ad ammettere verità nuove; ma non se ne può lodare la generosità
nei confronti delle persone cui l'umanità ne è debitrice. Svelare al mondo
qualcosa che lo riguarda da vicino e che fino ad allora ha ignorato,
dimostrargli che ha errato in una questione essenziale di interesse temporale o
spirituale, è il maggior servizio che un uomo possa rendere ai suoi simili e in
alcuni casi, come quelli dei primi cristiani e dei riformatori, è ritenuto
dagli estimatori del dott. Johnson il dono più prezioso che l'umanità potesse
ricevere. Che gli autori di questi splendidi benefici siano stati
contraccambiati col martirio e per ricompensa siano stati trattati come i
criminali più abbietti, non è, secondo questa teoria, un errore deplorevole,
una disgrazia che gli uomini dovrebbero lamentare cospargendosi il capo di
cenere, ma uno stato di cose normale e giustificabile. Stando a questa dottrina,
chi propone una nuova verità dovrebbe farlo come chi, sotto la legislazione dei
Locresi, proponeva una nuova legge: con un cappio al collo, pronto a essere
serrato se l'assemblea dei cittadini, sentite le sue ragioni, non avesse
immediatamente accettato la sua proposta. Non si può pensare che chi difende
questo modo di trattare i benefattori attribuisca grande valore ai benefici; e
credo che una simile opinione sia condivisa quasi solamente dal tipo di persone
che pensano che delle nuove verità potevano essere desiderabili una volta, ma
che ora ne abbiamo abbastanza. Ma, in realtà, il detto che la verità trionfa
sempre sulle persecuzioni è una di quelle gradevoli falsità che gli uomini
continuano a ripetersi finché non diventano luoghi comuni, ma che tutta
l'esperienza contraddice. La storia abbonda di casi in cui la verità è stata
costretta al silenzio dalle persecuzioni: quando non è soppressa
definitivamente, può essere rinviata di secoli. Per menzionare solo le opinioni
religiose: la Riforma esplose almeno venti volte prima di Lutero, e fu
soppressa. Arnaldo da Brescia fu soppresso. Fra Dolcino fu soppresso. Gli
Albigesi furono soppressi. I Valdesi furono soppressi. I Lollardi furono
soppressi. Gli Hussiti furono soppressi. Anche dopo Lutero, nei casi in cui si
insisté nelle persecuzioni, esse ebbero successo. In Spagna, Italia, Fiandre,
Impero austriaco, il Protestantesimo fu sradicato; e molto probabilmente avrebbe
fatto la stessa fine in Inghilterra se la regina Maria fosse vissuta o la regina
Elisabetta fosse morta. Le persecuzioni sono sempre riuscite, salvo quando gli
eretici erano troppo forti per poter essere perseguitati efficacemente. Nessuna
persona ragionevole può dubitare che il Cristianesimo avrebbe potuto essere
sradicato dall'Impero romano: si diffuse e divenne predominante perché le
persecuzioni furono occasionali, di breve durata, e separate da lunghi
intervalli di propaganda quasi indisturbata. È sentimentalismo inutile pensare
che la verità semplicemente in quanto tale abbia un qualche potere intrinseco,
negato all'errore, di prevalere contro le segrete e il rogo. Gli uomini non
hanno più zelo per la verità di quanto non ne abbiano spesso per l'errore, e
un'adeguata applicazione di sanzioni legali o anche soltanto sociali riuscirà
in generale ad arrestare la diffusione di entrambi. Il reale vantaggio della
verità è che quando un'opinione è vera la si può soffocare una, due, molte
volte, ma nel corso del tempo vi saranno in generale persone che la
riscopriranno, finché non riapparirà in circostanze che le permetteranno di
sfuggire alla persecuzione fino a quando si sarà sufficientemente consolidata
da resistere a tutti i successivi sforzi di sopprimerla. Si dirà che oggi non
mandiamo a morte chi introduce opinioni nuove: non siamo come i nostri padri che
trucidavano i profeti; innalziamo loro perfino dei mausolei. È vero che non
giustiziamo più gli eretici; è anche vero che le sanzioni penali oltre cui il
sentimento moderno probabilmente non permetterebbe di andare, anche nei casi
delle opinioni più nocive non sarebbero sufficientemente gravi da estirparle.
Ma non illudiamoci di essere già liberi dalla macchia della persecuzione, anche
solo legale. La legge prevede ancora delle pene per le opinioni, o almeno per la
loro espressione; e non ve n'è, anche oggi, una così tale mancanza di esempi
da rendere impensabile che un giorno possano ritornare nel pieno del loro
vigore. Nell'anno 1857, alla sessione estiva delle assise della contea di
Cornovaglia, un uomo la cui condotta venne dichiarata irreprensibile sotto tutti
gli aspetti ebbe la sfortuna di venire condannato a ventun mesi di carcere per
aver pronunciato, e scritto su un portone, alcune parole che offendevano il
Cristianesimo
. Un mese dopo, al tribunale dell'Old Bailey, in due diverse occasioni
, due uomini furono ricusati come giurati, e uno di essi fu volgarmente
insultato dal giudice e da uno degli avvocati, perché avevano onestamente
dichiarato di non avere opinioni teologiche; e a un terzo, straniero
, per la stessa ragione fu negata giustizia contro un ladro. Questa riparazione
gli venne rifiutata in virtù della dottrina legale secondo cui nessuno che non
professi di credere in un Dio (qualunque dio va bene) e in una vita futura può
essere ammesso a testimoniare in un'aula di giustizia, il che equivale a
dichiarare queste persone dei fuorilegge, esclusi dalla tutela dei tribunali,
per cui non solo possono essere derubati o assaliti impunemente se sono soli o
se i presenti condividono le loro opinioni, ma chiunque può essere derubato o
assalito impunemente se la prova del crimine dipende dalla loro testimonianza.
La presunzione su cui si fonda tutto ciò è che il giuramento di una persona
che non crede in una vita futura non ha valore – presunzione che indica una
vasta ignoranza della storia da parte di chi la sostiene (poiché è
storicamente vero che moltissimi non credenti di tutti i tempi sono state
persone di grande integrità e onore), e che non sarebbe condivisa da nessuno
che si renda minimamente conto di quante siano le persone di alta reputazione,
per virtù o azioni, il cui agnosticismo è ben noto, almeno a chi gli è
vicino. Inoltre, la norma è suicida e mina le sue stesse fondamenta. Con la
presunzione che gli atei devono essere dei mentitori, ammette la testimonianza
di tutti gli atei disposti a mentire, e ricusa soltanto quelli che sfidano
l'ignominia e confessano pubblicamente un'opinione detestata piuttosto che
affermare il falso. Una norma del genere, la cui assurdità rispetto allo scopo
che si propone si condanna da sola, non può essere mantenuta in vigore se non
come segno di odio, residuo di una persecuzione dotata di una specifica
particolarità: per esserne fatti oggetto va chiaramente provato che non la si
merita. La norma, e la teoria da essa implicata, non sono un insulto minore per
i credenti che per i non credenti: se chi non crede in una vita futura è
necessariamente un mentitore, ne segue che i credenti non mentono – supposto
che non mentano – soltanto per paura dell'inferno. Non offenderemo autori e
fautori di questa norma supponendo che la loro concezione della virtù cristiana
si modelli sulle loro coscienze. Questi sono, in effetti, brandelli e resti di
persecuzione e possono essere considerati non tanto indicazioni di un'intenzione
persecutoria, quanto esempi di quella frequentissima follia degli inglesi, che
li porta ad affermare con stupido piacere un principio malvagio quando non sono
più abbastanza malvagi da desiderarne veramente l'attuazione pratica. Ma
purtroppo il pubblico non può essere sicuro che la sospensione delle peggiori
forme di persecuzione legale, che dura da circa una generazione, continui. In
quest'epoca, la tranquilla routine quotidiana è scossa da tentativi di
risuscitare mali del passato altrettanto quanto da sforzi per introdurre nuovi
benefici. Ciò che attualmente viene magnificato come risveglio della religione
è sempre, per le mentalità ristrette e ignoranti, almeno in pari misura,
risveglio del fanatismo; e quando i sentimenti degli uomini comprendono un
robusto, permanente fermento di intolleranza, sempre presente tra le classi
medie del nostro paese, poco basta per spingerli a perseguitare attivamente
coloro che non hanno mai cessato di considerare meritevoli di giusta
persecuzione
. Poiché è questo – cioè le opinioni e i sentimenti che gli uomini nutrono
verso chi disconosce le convinzioni che ritengono importanti – che fa del
nostro un paese in cui non vi è libertà intellettuale. Da ormai molto tempo,
l'aspetto più negativo delle sanzioni legali è che ribadiscono il marchio
d'infamia imposto dalla società. È quest'ultimo a essere realmente efficace,
tanto che l'asserzione di opinioni bollate dalla società è in Inghilterra
molto meno comune di quanto in molti altri paesi non lo sia l'ammissione di idee
per cui si rischiano sanzioni legali. Nei confronti di tutti, salvo coloro che
la condizione economica rende indipendenti dal benvolere altrui, l'opinione è
in questo campo altrettanto efficace che la legge: non vi è differenza tra
imprigionare un uomo e impedirgli di guadagnarsi da vivere. Chi non ha problemi
di sopravvivenza e non desidera favori dal potere, da associazioni o dal
pubblico, professando apertamente qualsiasi opinione ha solo da temere per la
sua reputazione, e non è indispensabile essere eroi per sopportarne una
cattiva: sono persone per le quali non ci si può appellare ad misericordiam.
Ma, anche se oggi non infliggiamo a coloro che dissentono da noi tanto male
quanto solevamo, può darsi che il nostro trattamento dei dissenzienti ci
danneggi altrettanto quanto in passato. Socrate fu mandato a morire, ma la
filosofia socratica s'innalzò come il sole nel cielo e illuminò l'intero
firmamento intellettuale. I primi cristiani furono gettati ai leoni, ma la
chiesa cristiana crebbe come un albero nobile e frondoso, superando le piante
meno giovani e vigorose, e soffocandole nella sua ombra. La nostra intolleranza
limitata alla sfera sociale non uccide nessuno e non sradica opinioni, ma spinge
gli uomini a celarle o a evitare di impegnarsi attivamente a diffonderle. Da
noi, le opinioni eretiche non guadagnano né perdono percettibilmente terreno in
un decennio o in una generazione: non divampano mai dappertutto, ma continuano a
covare nelle ristrette cerchie di pensatori e studiosi da cui traggono origine
senza mai illuminare gli affari umani della loro luce, vera o ingannevole che
sia. Viene così mantenuto uno stato di cose secondo alcuni molto soddisfacente
perché, senza incidenti spiacevoli come multe o arresti, lascia apparentemente
indisturbate tutte le opinioni predominanti, e nel contempo non vieta
assolutamente l'esercizio della ragione ai dissenzienti malati di pensiero. Un
comodo piano per garantire la pace del mondo intellettuale, e mantenervi più o
meno la solita routine. Ma il prezzo di questa sorta di pacificazione è il
completo sacrificio del coraggio morale e intellettuale. Una situazione in cui
una vasta parte delle intelligenze più attive e vivaci ritiene consigliabile
tenere per sé i principi generali e i fondamenti delle proprie convinzioni e,
quando si rivolge al pubblico, cerca quanto più può di comunicare le
conclusioni derivate da premesse cui ha tra sé rinunciato, non può produrre le
personalità coraggiose e aperte, gli intelletti coerenti e logici che una volta
erano l'ornamento del pensiero umano. Il tipo di uomini che si possono trovare
sotto questa superficie sono o semplici conformisti che si adeguano ai luoghi
comuni, oppure opportunisti della verità, le cui argomentazioni su ogni
questione importante sono quelle che giudicano più adatte al loro pubblico, non
quelle che li hanno convinti. Coloro che evitano questa alternativa lo fanno
restringendo i propri pensieri e interessi ad argomenti che possono essere
discussi senza avventurarsi nel campo dei principi, cioè a piccole questioni
pratiche che si risolverebbero da sole se soltanto le menti degli uomini
riacquistassero vigore e ampiezza di vedute, e che non saranno mai
effettivamente risolte finché si persisterà a sfuggire a ciò che rinvigorisce
e amplia il pensiero – la libera e audace riflessione sugli argomenti più
elevati. Chi pensa che questo silenzio degli eretici non sia un male dovrebbe
innanzitutto considerare che a causa di esso non vi è mai discussione equanime
e approfondita delle loro opinioni; e che gli eretici che non sarebbero in grado
di reggerla sono sì impossibilitati a moltiplicarsi, ma non scompaiono. Ma non
sono gli intelletti ereticali i più danneggiati dal bando imposto a ogni
indagine che non termini con le conclusioni ortodosse: il danno maggiore è per
coloro che eretici non sono, il cui intero sviluppo mentale è bloccato, e la
ragione intimorita, dalla paura dell'eresia. Chi può calcolare quanto perde il
mondo con la moltitudine di intelletti promettenti ma uniti a caratteri deboli
che non osano sviluppare alcuna linea di pensiero audace, vigorosa,
indipendente, per timore di ritrovarsi con qualcosa che potrebbe venire
considerato irreligioso o immorale? Tra essi si trovano talvolta uomini di
profonda coscienza e di sottile e raffinato intelletto, che passano la vita in
ragionamenti sofistici con un'intelligenza che non possono far tacere ed
esauriscono il loro ingegno nel tentativo di riconciliare gli impulsi della
coscienza e della ragione con l'ortodossia, talvolta non riuscendovi fino alla
fine. Nessuno può essere un grande pensatore se non riconosce che, in quanto
uomo di pensiero, suo primo dovere è seguire il proprio intelletto
indipendentemente dalle conclusioni cui esso conduca. La verità trae maggior
vantaggio dagli errori di chi, con l'opportuna ricerca e preparazione, riflette
da solo, che dalle opinioni vere di coloro che le hanno solo perché non si
consentono di pensare. Non che la libertà di pensiero sia necessaria solamente,
o soprattutto, al fine di formare grandi pensatori: anzi, è altrettanto e ancor
più indispensabile per permettere agli uomini normali di raggiungere il grado
di sviluppo intellettuale di cui sono capaci. Vi sono stati, e vi potranno
ancora essere, grandi pensatori isolati in un'atmosfera generale di schiavitù
mentale; ma in essa non è mai esistito, né esisterà mai, un popolo
intellettualmente attivo. Quando un popolo lo è temporaneamente stato, l'ha
dovuto a una momentanea sospensione dell'orrore per la speculazione eterodossa.
Dove per tacita convenzione i principi non vanno posti in dubbio e il dibattito
sui massimi problemi dell'umanità è considerato chiuso, non possiamo sperare
di trovare quel livello generalmente alto di attività mentale che ha reso così
notevoli alcuni periodi storici. Quando la discussione ha evitato gli argomenti
sufficientemente vasti e importanti da suscitare entusiasmi, l'intelletto di un
popolo non è mai stato stimolato in profondità, né è stato dato l'impulso
che eleva anche le persone intellettualmente mediocri a partecipare in qualche
misura della dignità di esseri pensanti. Un esempio di questo tipo è stata
l'Europa nell'epoca immediatamente successiva alla Riforma; un altro, anche se
limitato al Continente e alla classe colta il movimento speculativo della
seconda metà del diciottesimo secolo; un terzo, di ancor più breve durata, il
fermento intellettuale della Germania al tempo di Goethe e Fichte. Questi
periodi sono stati molto diversi per il tipo di opinioni da essi sviluppate, ma
simili perché durante tutte e tre fu spezzato il giogo dell'autorità. In
ciascuno di essi un vecchio dispotismo mentale era stato abbattuto, e uno nuovo
non ne aveva ancora preso il posto. L'impulso dato in questi tre periodi ha
fatto dell'Europa quella che è oggi: ciascun singolo progresso del pensiero
umano o delle istituzioni può essere chiaramente ricondotto a uno di essi. Da
qualche tempo tutto sembra indicare che i tre impulsi sono ormai quasi esauriti;
e non possiamo attenderci un nuovo inizio se non riasseriamo la nostra libertà
intellettuale. Passiamo ora al secondo aspetto della nostra argomentazione, e,
scartando la supposizione che alcune opinioni comunemente accettate possano
essere false, ammettiamo che siano vere ed esaminiamo quale sia il valore dei
modi secondo cui verranno probabilmente percepite ed espresse nel caso che non
se ne dibatta liberamente e apertamente la verità. Per quanto chi è fermamente
convinto di un'opinione ammetta a malincuore la possibilità che sia falsa,
dovrebbe essere stimolato dalla considerazione che, per vera che essa sia, se
non la si discute a fondo, spesso e senza timore, finirà per essere creduta un
freddo dogma, non una verità attuale. Vi sono uomini (fortunatamente, non tanti
quanto una volta) che ritengono sufficiente che una persona approvi
incondizionatamente ciò che essi giudicano vero, anche se ignora completamente
gli elementi su cui la loro opinione si fonda e non è in grado di difenderla
passabilmente dall'obiezione più superficiale. Se costoro riescono a far
imporre il loro credo dall'autorità, pensano naturalmente che permettere di
porlo in dubbio non sia fonte di alcun vantaggio, ma anzi di qualche danno.
Quando prevalgono, rendono quasi impossibile respingere l'opinione comunemente
accettata sulla base di accurate considerazioni, anche se la si può ancora
rifiutare sconsideratamente o per ignoranza: infatti raramente si può
sopprimere completamente la discussione, e al suo primo insorgere le convinzioni
prive di solidi fondamenti tendono a crollare di fronte alla minima parvenza di
argomento. Tralasciamo tuttavia questa possibilità e supponiamo che un'opinione
sia vera, ma venga pensata come se fosse un pregiudizio, una credenza
indipendente da argomento e ad essi refrattaria: non è questo il modo in cui un
essere razionale dovrebbe possedere la verità; questo non è conoscere la verità.
In queste condizioni, la verità non è altro che un'ennesima superstizione,
associata a parole che enunciano una verità. Se l'intelletto e il giudizio
degli uomini vanno coltivati – necessità che almeno i protestanti non negano
–, le questioni migliori per esercitarli sono quelle che riguardano
l'individuo tanto da vicino da far ritenere necessario che se ne formi
un'opinione. Se nell'educazione intellettuale vi è un fattore predominante, è
sicuramente l'esame dei fondamenti delle proprie opinioni. Qualsiasi convinzione
si abbia in campi in cui è essenziale avere una opinione corretta, si deve
essere in grado di difenderla almeno contro le obiezioni più comuni. Qualcuno
potrebbe tuttavia affermare: "Insegniamo agli uomini i fondamenti delle
loro opinioni; ciò non significa che le debbano soltanto ripetere
meccanicamente perché non vengono mai contraddette. Chi studia la geometria non
si limita a imparare a memoria i teoremi, ma comprende e studia anche le
dimostrazioni; e sarebbe assurdo affermare che egli rimane nell'ignoranza dei
fondamenti delle verità geometriche perché nessuno le nega o cerca di
confutarle". Senza dubbio: e un insegnamento del genere è sufficiente in
un campo come la matematica, in cui non vi è alcun argomento dalla parte
dell'errore La peculiarità dell'evidenza delle verità matematiche sta nel
fatto che tutti gli argomenti sono da un'unica parte: non esistono obiezioni, né
risposte ad esse. Ma in ogni campo in cui è possibile una differenza di
opinioni, la verità dipende dall'individuazione dell'equilibrio tra due gruppi
di ragioni contrastanti. Anche nella filosofia naturale è sempre possibile
fornire un'altra spiegazione degli stessi fatti: una teoria geocentrica invece
di quella eliocentrica, il flogisto invece dell'ossigeno, e bisogna dimostrare
perché l'altra teoria non può essere quella vera; e fino a quando non sia data
la dimostrazione e non sappiamo come svolgerla, non comprendiamo i fondamenti
della nostra opinione. Ma se ci volgiamo a campi infinitamente più complessi,
la morale, la religione, la politica, i rapporti sociali, e gli affari della
vita, tre quarti degli argomenti a favore di qualsiasi opinione controversa
consistono nel demolire le apparenze che ne favoriscono un'altra. Il secondo
oratore dell'antichità affermava di studiare sempre gli argomenti
dell'avversario con uguale, se non maggiore, attenzione dei propri. Il metodo
che procurò a Cicerone il successo forense va imitato da chiunque studi
qualsiasi campo per giungere alla verità. Chi conosce solo gli argomenti a
proprio favore conosce poco: può avere delle buone ragioni, che magari nessuno
è mai stato capace di confutare; ma se è altrettanto incapace di confutare le
ragioni avversarie, se neppure le conosce, non ha basi per scegliere tra le due
opinioni. In questo caso il suo atteggiamento razionale dovrebbe essere la
sospensione del giudizio; se ciò non lo soddisfa si farà guidare dall'autorità,
oppure adotterà, come fa in generale il mondo, la posizione per cui propende. Né
gli è sufficiente ascoltare le tesi degli avversari dalla bocca dei suoi
maestri, espresse con le parole di questi ultimi e accompagnate dalle loro
confutazioni. Non è questo il modo di rendere giustizia agli argomenti opposti
o di venire realmente a contatto con essi. Deve poterli udire da persone che ne
sono realmente convinte, che li difendono accanitamente e al massimo delle loro
possibilità. Deve conoscerli nella loro formulazione più plausibile e
persuasiva, e sentire l'intero peso della difficoltà che l'opinione vera deve
affrontare e demolire; altrimenti non si impadronirà mai realmente di quella
parte della verità che viene incontro all'obiezione e la elimina. Il
novantanove per cento dei cosiddetti uomini di cultura sono in questa
condizione, anche quelli in grado di sostenere elegantemente le proprie
opinioni. La loro conclusione può essere vera ma, per quel che ne sanno,
potrebbe anche essere falsa: non si sono mai messi al posto di chi pensa
diversamente da loro, considerandone le possibili argomentazioni; e di
conseguenza non conoscono, in nessuna accezione corretta del termine, la
dottrina che essi stessi professano. Non ne conoscono le parti che spiegano e
giustificano il resto – le considerazioni che mostrano come due fatti
apparentemente contraddittori possano essere conciliabili, o come tra due
ragioni apparentemente di uguale forza vada scelta l'una piuttosto che l'altra.
È loro estranea tutta quella parte della verità che fa pendere la bilancia a
suo favore e determina il giudizio di chi è perfettamente informato; essa è
realmente nota soltanto a chi ha dedicato un'attenzione uguale e imparziale alle
opposte ragioni, cercando di vederle il più chiaramente possibile. Questa
disciplina è così essenziale a una reale comprensione delle questioni morali e
umane che se una verità fondamentale non trova oppositori è indispensabile
inventarli e munirli dei più validi argomenti che il più astuto avvocato del
diavolo riesce a inventare. Supponiamo che, per controbattere la forza di queste
considerazioni, un nemico della libertà di discussione affermi che non è
necessario che tutti gli uomini conoscano e comprendano tutto ciò che filosofi
e teologi possono asserire pro o contro le reciproche opinioni. Che gli uomini
normali non hanno bisogno di essere in grado di individuare tutte le inesattezze
e gli errori di un ingegnoso oppositore; basta che ci sia sempre qualcuno capace
di controbattervi in modo da confutare tutto ciò che potrebbe trarre in inganno
gli incolti. Che dei semplici, cui siano stati insegnati i fondamenti più
evidenti delle verità che gli sono state inculcate, possono per il resto
affidarsi all'autorità e, consci di non possedere né le conoscenze né
l'ingegno necessari a risolvere ogni possibile difficoltà, star certi che tutte
quelle già affiorate sono state, o possono essere, risolte da chi è
specialmente addestrato a questo compito. Pur accordando a questo ragionamento
tutto il valore che può avere per coloro cui non importa che si creda in una
verità senza comprenderla perfettamente, l'argomento a favore della libera
discussione non ne esce in alcun modo indebolito. Infatti persino questa
dottrina ammette che gli uomini dovrebbero avere la sicurezza razionale che a
tutte le obiezioni si è risposto in modo soddisfacente; e come si risponde se
la risposta adatta non viene formulata? Oppure, come si può sapere che è
soddisfacente se gli obiettori non hanno l'opportunità di dimostrare che non lo
è? Se non il pubblico, almeno i filosofi e i teologi deputati a risolvere le
difficoltà devono familiarizzarsi con esse, nelle loro forme più complesse; il
che non è possibile se non vengono enunciate liberamente e nella luce ad esse
più vantaggiosa. La chiesa cattolica ha un suo modo di risolvere questo
imbarazzante problema: compie una netta distinzione tra coloro cui è permesso
di adottare le sue dottrine per convinzione e chi deve accettarle sulla fiducia.
In effetti, a nessuno dei due gruppi è consentito scegliere che cosa accettare:
ma il clero, o almeno quella parte di esso che è completamente fidata, può
legittimamente e meritoriamente studiare gli argomenti degli oppositori per
poterli controbattere, e quindi può leggere libri eretici; invece i laici non
lo possono salvo che in seguito a una speciale dispensa, difficile da ottenere.
Questa disciplina riconosce che la conoscenza degli argomenti nemici è utile ai
suoi maestri, ma trova modo, coerentemente, di negarla al resto del mondo,
permettendo così all'élite una cultura, anche se non una libertà
intellettuale, superiore a quella che permette alle masse. Con questo mezzo la
chiesa riesce a conseguire il genere di superiorità intellettuale richiesto dai
suoi scopi; poiché, anche se la cultura senza libertà non ha mai formato una
mente liberale e di ampie vedute, può formare un astuto avvocato del nisi prius.
Ma nei paesi che professano il protestantesimo questa soluzione è impossibile,
poiché i protestanti affermano, almeno in teoria, che ciascuno deve avere la
responsabilità di scegliersi la religione, e non può scaricarla sui suoi
maestri. Inoltre, al giorno d'oggi è praticamente impossibile mantenere la
popolazione incolta all'oscuro di opere che le persone colte leggono. Perché i
maestri dell'umanità possano conoscere tutto ciò che dovrebbero, vi deve
essere libertà incondizionata di scrittura e pubblicazione. Tuttavia, se la
nociva soppressione della libertà di parola, in una situazione in cui le
opinioni comunemente accettate sono vere, si limitasse a lasciare gli uomini
nell'ignoranza dei fondamenti di queste opinioni, la si potrebbe considerare un
male intellettuale ma non morale, che non diminuisce la validità delle opinioni
in quanto elementi che influiscono sul carattere. Nella realtà però la
mancanza di discussione non solo fa dimenticare i fondamenti di un'opinione, ma
il suo stesso significato. Le parole che la esprimono non suggeriscono più
idee, o suggeriscono solo una piccola parte di quelle che comunicavano
originariamente. Al posto di un concetto vigoroso e di una convinzione viva,
restano soltanto poche frasi meccanicamente apprese; oppure, se resta qualcosa
del significato, è solo l'involucro, e la profonda essenza si è persa. Non si
studierà e mediterà mai a sufficienza il grande capitolo della storia umana
che questo fenomeno costituisce. Lo illustra l'esperienza di quasi tutte le
dottrine morali e le religioni. Per i loro fondatori, e i loro diretti
discepoli, sono tutte piene di significato e vitalità. Il loro significato
continua ad essere sentito in tutta la sua forza e anzi diventa forse ancor più
evidente finché dura la lotta per il predominio tra la nuova dottrina o fede e
le altre. Infine, o essa ha il sopravvento e diventa l'opinione generale, oppure
il suo progresso si arresta: mantiene il terreno che si è conquistata, ma
smette di espandersi. Quando uno dei due esiti è ormai chiaro, le controversie
si acquietano, e gradualmente si spengono. La dottrina ha conquistato la sua
posizione, se non di opinione generalmente ammessa, di setta o settore di
opinione consentito; i suoi seguaci l'hanno in generale ereditata e non
adottata; e le conversioni da una dottrina all'altra, essendo ormai divenute
l'eccezione, non hanno più molto posto tra le preoccupazioni dei maestri.
Questi ultimi, invece di essere come una volta costantemente all'erta per
difendersi dal mondo o per portarlo dalla propria parte, si sono quietati e
ammansiti e non ascoltano, se appena possono evitarlo, gli argomenti contro la
loro fede, né molestano i dissenzienti (se ve ne sono) con argomenti a suo
favore. Generalmente è a questo momento che si può far risalire il declino
della forza vitale di una dottrina. Spesso sentiamo i maestri di ogni fede
lamentarsi di quanto sia difficile mantenere viva nei fedeli la percezione della
verità che a parole professano, in modo che possa penetrare i loro sentimenti e
determinare realmente il loro comportamento. Questa difficoltà non viene mai
avvertita quando la fede sta lottando per sopravvivere; in quel momento anche i
più deboli comprendono e sentono ciò per cui combattono, e la sua differenza
dalle altre dottrine; e in questa fase dell'esistenza di ogni fede si possono
trovare molti adepti che ne hanno compreso i principi fondamentali in ogni
aspetto del pensiero, ne hanno pesato e considerato tutte le conseguenze
importanti, e hanno sperimentato in se stessi l'intero effetto che la loro fede
dovrebbe provocare in una mente che ne sia completamente imbevuta. Ma quando la
fede è diventata ereditaria, ricevuta passivamente e non attivamente – quando
il pensiero non è più costretto come agli inizi a esercitare le sue forze
vitali sulle questioni con cui la sua fede lo confronta – vi è una tendenza
progressiva a dimenticarne tutto salvo le formule, o a tributarle un consenso
fiacco e torpido – come se la sua accettazione sulla fiducia dispensasse dalla
necessità di averne piena coscienza o di sperimentarla nell'esperienza
personale – finché la fede non ha quasi più rapporto con la vita interiore
dell'individuo. Allora compaiono i casi, ormai così frequenti da costituire
quasi la maggioranza, in cui la fede resta per così dire esterna alla mente, ma
la incrosta e la calcifica contro tutte le altre influenze che si rivolgono agli
aspetti più elevati della nostra natura; e manifesta il suo potere sbarrando
l'accesso a tutto ciò che è nuovo e vivo, ma non facendo nulla per la mente e
il cuore, salvo che starvi da sentinella per tenerli vuoti. Il modo in cui
dottrine intrinsecamente destinate a esercitare il più profondo influsso sulla
mente umana vi sopravvivano come morte credenze, senza mai esprimersi nei
sentimenti, nell'immaginazione o nel pensiero, è esemplificato
dall'atteggiamento della maggioranza dei credenti verso le dottrine del
Cristianesimo. Per Cristianesimo intendo qui ciò che è definito tale da tutte
le chiese e sette – le massime e i precetti contenuti nel Nuovo Testamento,
considerati sacri e accettati come legge da tutti coloro che si dichiarano
cristiani. E tuttavia si esagera di poco o nulla se si afferma che non un
cristiano su mille determina o giudica la propria condotta personale in base a
queste leggi: il criterio cui si riferisce è la consuetudine del suo paese,
della sua classe o della sua confessione religiosa. Ha quindi, da un lato, una
collezione di massime etiche che crede gli siano state affidate da una saggezza
infallibile perché vi ispiri la propria condotta; dall'altro, un insieme di
giudizi e pratiche quotidiane che concordano in una certa misura con alcune
massime, un po' meno con altre, sono il contrario di altre ancora, e
complessivamente costituiscono un compromesso tra la fede cristiana e gli
interessi e le suggestioni della vita di questo mondo. Al primo criterio offre
il suo omaggio; al secondo, la sua reale sottomissione. Tutti i cristiani
credono che beati sono i poveri e gli umili, e coloro che il mondo perseguita;
che è più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un
ricco entrare nel regno dei cieli; che non devono giudicare, se non vogliono
essere giudicati; che non dovrebbero mai giurare; che dovrebbero amare il loro
prossimo come se stessi; che se qualcuno gli prende il mantello, gli devono dare
anche la veste; che non dovrebbero pensare al domani; che se fossero perfetti
dovrebbero vendere tutto quello che hanno e darlo ai poveri. Non sono insinceri
quando affermano di credere in tutto ciò: ci credono, come si crede in ciò che
si è sempre sentito lodare e mai discutere. Ma se il credere è inteso come
convinzione viva e presente che determina la condotta umana, credono in queste
dottrine solo nella misura in cui abitualmente agiscono in base a esse. Nella
loro integrità, le dottrine servono a essere scagliate contro gli avversari;
inoltre è convenuto che le si può usare (quando è possibile) a
giustificazione di tutto ciò che si ritenga giusto fare. Ma chiunque ricordasse
ai cristiani che le loro massime richiedono un'infinità di cose cui non hanno
mai neppure pensato, otterrebbe solo di finire nel novero di quei personaggi
alquanto impopolari che pretendono di essere migliori degli altri. Le dottrine
non hanno presa sui credenti comuni – non hanno potere sulle loro menti. I
fedeli nutrono un rispetto consuetudinario per la loro formulazione, ma non un
sentimento che dalle parole si estenda alle cose che significano e costringa la
mente a prendere coscienza di queste, e a modificarle in modo che corrispondano
alla formula. Quando è questione di condotta, i cristiani cercano il signor A e
il signor B per farsi dire fino a che punto devono obbedire a Cristo. Ora,
possiamo star certi che al tempo dei primi cristiani la situazione era ben
diversa. Fosse stata come oggi, il Cristianesimo non si sarebbe trasformato da
un'oscura setta dei disprezzati ebrei nella religione dell'Impero romano. Quando
sentivano i loro nemici dire "Guardate come si amano questi cristiani"
(osservazione alquanto improbabile al giorno d'oggi), sicuramente i cristiani
avevano una percezione molto più viva del significato della loro fede di quanto
non abbiano più avuto in seguito. Ed è probabilmente questo il motivo
principale per cui oggi il Cristianesimo fa così fatica a estendere il proprio
dominio, e dopo diciotto secoli è ancora diffuso quasi esclusivamente tra gli
europei e i loro discendenti. Anche nel caso dei credenti di stretta osservanza,
che prendono molto seriamente le loro dottrine e conferiscono a molte di esse
maggiore significato di quanto venga loro generalmente attribuito, accade
comunemente che l'aspetto in loro generalmente più attivo sia stato elaborato
da Calvino, o Knox, o da qualcun altro molto più vicino al loro carattere.
Nelle loro menti i detti di Cristo coesistono passivamente, senza quasi altri
effetti che quelli causati dal semplice ascolto di parole così miti e soavi.
Indubbiamente sono molte le ragioni per cui le dottrine che caratterizzano una
setta mantengono la loro vitalità più di quelle comuni a tutte le sette
riconosciute, e per cui i maestri della religione fanno maggiori sforzi per
tenerne vivo il significato; ma una è certamente che le dottrine
caratteristiche sono le più discusse, quelle che più spesso vanno difese da
esperti oppositori. Sia i maestri che gli allievi si addormentano al loro posto
di guardia non appena il nemico è scomparso. Altrettanto vale, in termini
generali, per tutte le dottrine tradizionali – sia quelle di saggezza ed etica
pratiche che quelle più propriamente morali o religiose. Tutte le lingue e le
letterature abbondano di osservazioni generali sulla vita, cosa è e come
comportarvisi – osservazioni che tutti conoscono, che tutti ripetono o odono
con rassegnazione, che sono accolte come truismi, e di cui tuttavia quasi tutti
apprendono veramente il significato la prima volta che un'esperienza,
generalmente dolorosa, le fa diventare una loro realtà. Quanto spesso, sotto la
frustata di una disgrazia imprevista o di una delusione, ci ritorna in mente un
detto o un proverbio che abbiamo sentito per tutta la vita, il cui significato,
se solo l'avessimo capito come lo capiamo ora, ci avrebbe risparmiato questo
male. Anche di questo esistono ragioni che non si limitano alla mancata
discussione: di molte verità non si può comprendere pienamente il significato
senza esperienza personale. Ma anche il loro significato sarebbe stato molto
meglio compreso e sarebbe rimasto molto più profondamente impresso se si fosse
stati abituati a sentirlo discutere, in positivo e in negativo, da persone che
lo comprendevano. La fatale tendenza degli uomini a smettere di pensare a una
questione quando non è più dubbia è causa di metà dei loro errori. Un autore
contemporaneo ha giustamente parlato del "profondo sonno dogmatico indotto
da un'opinione definitiva". Ma come! (ci si può chiedere), la mancanza di
unanimità è una condizione indispensabile per il vero sapere? È necessario
che una parte dell'umanità persista nell'errore perché qualcuno si possa
rendere conto della verità? Una convinzione cessa di essere reale e vitale non
appena è generalmente accettata – e una proposizione non è mai compresa e
sentita fino in fondo se non resta in qualche modo in dubbio? Non appena gli
uomini l'abbiano unanimemente accettata, una verità gli muore dentro? Fino ad
ora si è pensato che lo scopo più alto, e il miglior effetto, di
un'intelligenza affinata fosse unire sempre più l'umanità nel riconoscimento
di verità fondamentali; e l'intelligenza esiste solo finché non ha raggiunto
il suo scopo? I frutti della vittoria si dileguano proprio perché è completa?
Non affermo nulla del genere. Col progresso umano, il numero delle dottrine che
non saranno più oggetto di dispute o dubbi aumenterà costantemente; e si può
quasi misurare il benessere degli uomini col numero e l'importanza delle verità
che sono ormai incontestate. Lo spegnersi, in una questione dopo l'altra, del
dibattito serio è un accidente necessario nel consolidamento dell'opinione –
tanto salutare nel caso di opinioni vere quanto è pericoloso e nocivo se le
opinioni sono errate. Ma anche se questo progressivo restringersi dei limiti
della diversità di opinione è necessario in entrambi i sensi del termine –
è contemporaneamente inevitabile e indispensabile –, non siamo perciò
obbligati a concludere che debba avere solo conseguenze positive. La perdita di
un aiuto così importante all'intelligente e viva comprensione di una verità,
come è quello dato dalla necessità di chiarirla o difenderla nel
contraddittorio, è una conseguenza negativa non trascurabile all'universale
riconoscimento del vero, anche se non ne supera i benefici. Quando questo aiuto
viene a mancare, confesso che vorrei che i maestri dell'umanità ne cercassero
un surrogato – uno strumento che renda chi studia una data questione
altrettanto cosciente delle sue difficoltà che se gli venissero contestate da
un oppositore teso a convertirlo. Ma, invece di trovarne di nuovi, si perdono
gli strumenti del passato. La dialettica socratica, così magnificamente
illustrata nei dialoghi di Platone, era uno strumento analogo. Si trattava
sostanzialmente di una discussione negativa delle grandi questioni della
filosofia e della vita, diretta con consumata abilità al fine di convincere
chiunque si limitasse a far suoi i luoghi comuni dell'opinione corrente che non
comprendeva la questione – che non aveva ancora attribuito un significato
preciso alle dottrine professate –, affinché, resosi conto della sua
ignoranza, si incamminasse verso una convinzione solida, fondata sulla chiara
comprensione del significato delle dottrine e dell'evidenza a loro favore. Le
discussioni scolastiche medioevali avevano uno scopo abbastanza simile: far sl
che l'allievo comprendesse la propria opinione e (per necessaria correlazione)
l'opposta, e fosse in grado di affermare i fondamenti dell'una e confutare
quelli dell'altra. Queste sfide oratorie avevano certo l'irrimediabile difetto
che le premesse cui si rifacevano derivavano dall'autorità e non dalla ragione;
e, come disciplina mentale, erano sotto ogni aspetto inferiori alla potente
dialettica che aveva formato gli intelletti dei socratici viri; ma il pensiero
moderno deve a entrambi molto più di quanto non voglia generalmente ammettere,
e l'educazione moderna non comprende alcun strumento che minimamente svolga la
funzione di questi due. Chi deriva tutta la sua istruzione da insegnanti e
libri, anche se sfugge all'incombente tentazione del nozionismo, non ha alcun
obbligo di considerare entrambi gli aspetti di una questione, che quindi
raramente sono conosciuti, persino dai filosofi; e la parte più debole di ogni
argomentazione a difesa di un'opinione è la replica agli antagonisti.
Attualmente è di moda screditare la logica negativa – quella che individua
debolezze teoriche o errori pratici senza affermare verità positive. Questa
critica negativa sarebbe certo molto insoddisfacente come punto d'arrivo, ma
come mezzo per conseguire conoscenze positive o convinzioni degne di essere
chiamate tali non sarà mai abbastanza apprezzata; e fino a quando non se ne
riprenderà l'insegnamento e l'esercizio sistematico vi saranno pochi grandi
pensatori e un basso livello intellettuale complessivo in tutti i campi che non
siano la speculazione matematica e fisica. In ogni altro settore, non vi è
nessuno le cui opinioni meritino di essere definite sapere, a meno che altri non
gli abbiano imposto, o non abbia seguito spontaneamente, lo stesso percorso
intellettuale che un'attiva controversia con degli oppositori gli avrebbe
richiesto di compiere. È quindi molto peggio che assurdo rifiutare, quando ci
si offre spontaneamente, ciò che quando manca è così indispensabile, eppure
così difficile, creare. Se vi sono persone che negano un'opinione generalmente
accettata o che la negherebbero se la legge o il pubblico glielo permettessero,
ringraziamole, ascoltiamole a mente aperta e rallegriamoci che qualcuno faccia
per nostro conto ciò che altrimenti dovremmo fare da soli, e con fatica molto
maggiore, se abbiamo un minimo di rispetto per la certezza o la vitalità delle
nostre convinzioni. Resta ancora da menzionare una delle cause principali che
rendono così vantaggiosa la diversità di opinioni, e continueranno a farlo
finché gli uomini saranno giunti a uno stadio di progresso intellettuale da cui
ora sembrano incalcolabilmente lontani. Fino a questo punto abbiamo considerato
soltanto due possibilità: che l'opinione comunemente accettata possa essere
falsa, e qualcun'altra, di conseguenza, vera; oppure che l'opinione comune sia
vera, ma il contrasto con l'errore sia essenziale per una chiara comprensione e
una profonda percezione della sua verità. Ma vi è un terzo caso, più
frequente dei primi due: quando le dottrine contrastanti, invece di essere una
vera e l'altra falsa, contengono entrambe una parte di verità, e l'opinione
dissidente è necessaria per integrare la dottrina più generalmente accettata
con ciò che le manca. In questioni che esulano dal dominio dei sensi,
l'opinione popolare è spesso vera, ma di rado o mai costituisce l'intera verità.
Ne è una parte, grande o piccola a seconda dei casi, ma esagerata, distorta, e
isolata dalle altre verità che dovrebbero accompagnarla e precisarla. D'altro
canto, le opinioni eretiche sono generalmente alcune di queste verità soppresse
e trascurate che spezzano i vincoli che le imprigionavano e, o cercano di
riconciliarsi con la verità contenuta nell'opinione comune, o affrontano
quest'ultima come un nemico, proclamando in modo altrettanto esclusivo di essere
l'intera verità. Fino a oggi è stato più frequente il secondo caso, poiché
tra gli uomini l'unilateralità è sempre stata la norma, la multilateralità,
l'eccezione; quindi anche nelle rivoluzioni dell'opinione una parte della verità
generalmente tramonta al sorgere di un'altra. Persino il progresso, che dovrebbe
assommarle, nella maggior parte dei casi si limita a sostituire una verità
parziale e incompleta a un'altra; e il miglioramento consiste soprattutto nel
fatto che il nuovo frammento di verità è più richiesto, più adatto alle
necessità dell'epoca di quello che sostituisce. Dato questo carattere di
parzialità dell'opinione predominante anche quando i suoi fondamenti sono veri,
ogni opinione che comprenda in una certa misura la parte di verità omessa
dall'opinione dominante, dovrebbe essere considerata preziosa, anche se in essa
si frammischiano confusamente verità ed errore. Nessun buon giudice delle cose
umane si indignerà perché coloro che ci costringono a prendere nota di verità
che altrimenti ci sarebbero sfuggite se ne lasciano a loro volta sfuggire alcune
che per noi sono evidenti: penserà anzi che finché la verità generalmente
accettata è unilaterale, è più che in altri casi auspicabile che anche quella
impopolare abbia assertori unilaterali, come lo sono generalmente i più
energici, quelli che più riescono ad attrarre un'attenzione riluttante su quel
frammento che ai loro occhi è tutta la saggezza. Così nel XVIII secolo quasi
tutte le persone colte, e tutti gli incolti che da loro si facevano guidare, si
perdevano nell'ammirazione della cosiddetta civiltà, delle meraviglie della
scienza, della letteratura e della filosofia moderne, e sopravvalutavano di
molto la differenza tra i moderni e gli antichi, illudendosi che fosse tutta a
loro favore; nel mezzo di questo compiacimento generale, fu estremamente
salutare l'esplosione dei paradossi di Rousseau, che frantumarono la massa
compatta di questa opinione unilaterale costringendone gli elementi a
ricombinarsi in una forma migliore, arricchiti da altri fattori. Non che le
opinioni prevalenti fossero nel loro complesso più lontane dalla verità di
quelle di Rousseau; al contrario le erano più vicine: contenevano più verità
positive, e molto meno errore. Ciononostante, nella dottrina di Rousseau era
racchiusa – ed è stata trasportata fino a noi dalla corrente dell'opinione
– una notevole misura proprio di quelle verità che mancavano all'opinione
comune e che sono il sedimento rimasto dopo l'ondata di piena La superiorità
della vita semplice, l'effetto snervante e demoralizzante dei vincoli e delle
ipocrisie di una società artificiale, sono idee che dopo Rousseau non sono più
state completamente ignorate dalle persone colte e che col tempo produrranno il
loro effetto, anche se attualmente vanno più che mai ribadite, soprattutto nei
fatti – poiché in questo campo le parole hanno quasi esaurito il loro potere.
Anche in politica è quasi un luogo comune che un partito dell'ordine o della
stabilità e un partito del progresso o delle riforme sono entrambi elementi
necessari di una vita politica sana, fino a quando uno dei due non avrà così
ampliato la sua visione delle cose da diventare un partito ugualmente d'ordine e
di progresso, che sappia distinguere ciò che va conservato da ciò che va
abolito. Ambedue questi atteggiamenti mentali derivano la loro utilità dalle
carenze dell'altro; ma è in larga misura l'opposizione dell'altro a mantenerli
entrambi nei limiti della ragione. Se le opinioni favorevoli alla democrazia e
all'aristocrazia, alla proprietà e all'uguaglianza, alla cooperazione e alla
competizione, al lusso e alla frugalità, alla socialità e all'individualità,
alla libertà e alla disciplina, e a tutte le altre opposizioni intrinseche alla
vita quotidiana, non vengono espresse con uguale libertà e fatte rispettare con
uguale talento e energia, non vi è alcuna probabilità che i due elementi
ricevano un trattamento equo: la bilancia penderà certamente da una parte o
dall'altra. Nei grandi problemi pratici della vita, la verità è una questione
di conciliazione e combinazione di opposti, a tal punto che pochissime menti
sono abbastanza vaste e imparziali da riuscirne a dare una soluzione anche solo
parzialmente corretta, che quindi finisce col dipendere da un caotico processo
conflittuale tra opposte fazioni. In ognuna delle grandi questioni aperte che ho
elencato, se delle due opinioni ve n'è una che ha maggior diritto non solo a
essere tollerata ma a venire incoraggiata e favorita, è quella che in un dato
momento e luogo è in minoranza. Rappresenta allora gli interessi trascurati,
quegli aspetti del benessere umano che rischiano di ottenere meno attenzione di
quanta è loro dovuta. So bene che nel nostro paese le differenze di opinione
sulla maggior parte di questi argomenti sono tollerate: vengono addotte a
dimostrare con esempi accettati e molteplici l'universalità del fatto che allo
stato presente dell'intelletto umano soltanto la varietà delle opinioni offre
uguali opportunità a tutti gli aspetti della verità. Quando si trovano persone
che fanno eccezione all'apparente unanimità del mondo su un qualsiasi
argomento, anche se il mondo ha ragione, è sempre probabile che i dissenzienti
abbiano da dire a proprio favore qualcosa che merita attenzione, e che, se
tacessero, la verità perderebbe qualcosa. Si potrebbe obiettare "Ma alcuni
principi comunemente accettati, specialmente quelli che riguardano le questioni
più elevate e essenziali, sono più che delle mezze verità. Per esempio, la
morale cristiana è nel suo campo specifico la completa verità, e chiunque
predichi una morale che se ne discosti è completamente in errore". Dato
che tra tutti i casi pratici questo è il più importante, è anche il più
adatto a controllare la validità della nostra asserzione generale. Ma prima di
stabilire che cosa sia o non sia la morale cristiana, sarebbe opportuno decidere
che cosa si intenda per morale cristiana. Se significa la morale del Nuovo
Testamento, mi chiedo come chiunque la conosca dalla lettura del testo possa
supporre che sia stata presentata, o intesa, come una dottrina morale completa.
Il Vangelo si riferisce sempre alla morale preesistente, e limita i suoi
insegnamenti agli aspetti in cui essa andava corretta e sostituita da un'etica
più aperta e elevata, che inoltre è espressa in termini estremamente generali,
spesso impossibili da interpretare letteralmente, partecipi dell'efficacia della
poesia o dell'eloquenza più che della precisione della legislazione. Non è
stato mai possibile derivarne una dottrina etica organica senza riferirsi al
Vecchio Testamento, cioè a un sistema effettivamente molto elaborato, ma sotto
molti aspetti barbaro, e concepito soltanto per un popolo barbaro. Anche san
Paolo, nemico dichiarato di questa interpretazione giudaica della dottrina
tendente a completare lo schema del Maestro, assume una morale preesistente, cioè
quella greca e romana: e il suo insegnamento ai cristiani è in larga misura un
sistema di compromesso che giunge al punto di legittimare in apparenza la
schiavitù. La morale che viene chiamata cristiana – ma il termine dovrebbe
essere "teologica" – non è opera di Cristo o degli Apostoli, ma ha
un'origine molto posteriore, essendo stata costruita gradualmente dalla chiesa
cattolica dei primi cinque secoli; anche se moderni e protestanti non l'hanno
adottata in toto, l'hanno modificata molto meno di quanto ai si potesse
aspettare. In effetti nella maggior parte dei casi si sono accontentati di
eliminare le aggiunte risalenti al Medioevo, sostituendole con altre, variabili
a seconda delle tendenze e caratteristiche delle varie sette. Sarei l'ultimo a
negare che gli uomini abbiano un grande debito verso questa morale e i suoi
primi maestri, ma non esito ad affermare che sotto molti importanti aspetti è
incompleta e unilaterale e che se idee e sentimenti da essa non sanciti non
avessero contribuito alla formazione della società e del carattere dell'Europa,
gli uomini si troverebbero in una condizione peggiore dell'attuale. La
(cosiddetta) morale cristiana ha tutti i caratteri di una reazione; è in gran
parte una protesta contro il paganesimo. Il suo ideale è negativo piuttosto che
positivo; passivo piuttosto che attivo; è l'innocenza piuttosto che la nobiltà
d'animo; astenersi dal male piuttosto che perseguire energicamente il bene; nei
suoi precetti (è stato giustamente notato), il "non farai" predomina
eccessivamente sul "farai". Nel suo orrore della sensualità, ha fatto
dell'ascetismo un idolo che a forza di compromessi è diventato idolo della
legalità. Indica la speranza del paradiso e la minaccia dell'inferno come
motivazioni esplicite e opportune di una vita virtuosa: cade così molto al di
sotto di quanto di meglio offriva il pensiero antico, e fa quanto è in suo
potere per dare alla morale umana un carattere essenzialmente egoista, scindendo
il senso del dovere di ciascuno dagli interessi dei suoi simili, che vanno sì
consultati ma per motivi sostanzialmente egoistici. È essenzialmente una
dottrina dell'ubbidienza passiva; inculca lo spirito di sottomissione a tutte le
autorità costituite; e mentre sostiene che non bisogna in effetti ubbidire
attivamente quando ordinano ciò che la religione vieta, afferma che neppure però
si deve resistere, e ancor meno ribellarsi, qualunque torto ci facciano. E
mentre nella morale delle migliori nazioni pagane il dovere verso lo Stato ha un
peso persino sproporzionato e tale da violare la giusta libertà dell'individuo,
nell'etica cristiana pura questo grande campo di doveri riceve scarsissima
attenzione o menzione. È nel Corano, non nel Nuovo Testamento, che leggiamo la
massima: "Un governante che investa di una carica un uomo quando nei suoi
domini ve n'è un altro a essa più idoneo pecca contro Dio e contro lo
Stato". Quel minimo di riconoscimento che il concetto di obbligo verso i
cittadini ha nella morale moderna deriva da fonti greche e romane, non
cristiane; e ugualmente, anche nella morale privata, i concetti di magnanimità,
nobiltà d'animo, dignità personale, persino di senso dell'onore, risalgono
alla parte puramente umana della nostra educazione, non a quella religiosa, e
non si sarebbero mai potuti sviluppare da criteri etici che riconoscono
esplicitamente un unico valore, l'obbedienza. Sarei l'ultimo a sostenere che
questi difetti sono necessariamente inerenti all'etica cristiana,
indipendentemente dal modo in cui è concepita, o che i molti requisiti di una
dottrina morale completa che non possiede siano con essa inconciliabili: e ancor
meno lo insinuerei sulla base dei precetti e delle dottrine propri di Cristo.
Credo che i detti di Cristo siano esattamente ciò che, da quanto sappiamo, egli
intendeva fossero; che non siano inconciliabili con nessuno dei requisiti di una
morale completa; che tutto ciò che nobilita l'etica possa esservi ricondotto
senza dover sforzarne il linguaggio più di quanto abbiano fatto tutti coloro
che hanno cercato di dedurne qualsiasi sistema di norme pratiche. Ma è del
tutto coerente credere anche che contengano, e originariamente intendevano
contenere, solo parte della verità; che molti elementi essenziali della morale
più elevata sono tra le cose di cui non si occupano, né intendevano occuparsi,
i detti del fondatore del Cristianesimo giunti fino a noi; che tali elementi
sono stati completamente esclusi dal sistema etico costruito sulla base di
questi detti dalla chiesa cristiana. Stando così le cose, ritengo un grave
errore persistere a cercare nella dottrina cristiana quella norma completa per
la nostra vita che il suo Autore voleva riaffermare e far valere, ma solo in
parte delineare con le sue parole. Credo inoltre che questa ottusa teoria stia
diventando gravemente dannosa nella pratica, in particolare nella formazione e
istruzione morale che tante persone benintenzionate stanno oggi cercando con
grandi sforzi di favorire. Temo molto che il tentativo di formare intelletto e
sentimenti secondo una tipologia esclusivamente religiosa che respinge quei
criteri laici (li chiamiamo così in mancanza di termini migliori) che fino a
oggi hanno coesistito e collaborato con l'etica cristiana in un mutuo scambio
spirituale, darà, anzi dà già, come risultato, dei caratteri bassi, abietti e
servili che, per quanto sottomessi a ciò che ritengono la Volontà Suprema,
sono incapaci di comprendere o di apprezzare il concetto di Bene Supremo. Credo
che se si vuole la rigenerazione morale dell'umanità, etiche diverse da quelle
di derivazione esclusivamente cristiana debbano coesistere con la morale
cristiana; e che il sistema cristiano non costituisca un'eccezione alla regola
secondo cui in uno stadio imperfetto dello sviluppo intellettuale umano gli
interessi della verità esigono la presenza di opinioni diverse. Non è
necessario che gli uomini, smettendo di ignorare le verità morali non contenute
nella dottrina cristiana, ignorino alcuna di quelle che contiene. Ignoranze o
pregiudizi del genere sono sempre e incondizionatamente un male, che però non
possiamo sperare di evitare sempre e dobbiamo considerare il prezzo di un bene
inestimabile. Si deve protestare contro la pretesa esclusiva di una parte della
verità a essere considerata la verità intera; e, se chi protesta per reazione
diventa a sua volta ingiusto, questa unilateralità, come l'altra, può essere
deplorata ma va tollerata. Se i cristiani vogliono insegnare ai pagani a essere
giusti verso il Cristianesimo, devono essere giusti verso il paganesimo. Non
giova alla verità il tentativo di occultare il fatto, noto a chiunque abbia una
minima conoscenza della storia della letteratura, che una buona parte degli
insegnamenti morali più nobili e validi è dovuta non solo a uomini che
ignoravano la fede cristiana, ma a uomini che la conoscevano e la rifiutavano.
Non pretendo che l'esercizio più incondizionato della libertà di enunciare
tutte le opinioni possibili possa por fine ai mali del settarismo religioso o
filosofico. Ogni verità propugnata da uomini di mentalità ristretta sarà
certamente asserita, inculcata, e persino applicata come se al mondo non ne
esistesse altra, o comunque non ne esistesse alcuna che possa limitarla o
precisarla. Riconosco che la più libera discussione non cura la tendenza di
tutte le opinioni a diventare settarie, e anzi spesso la acuisce e esacerba; la
verità che si sarebbe dovuta vedere ma non si è vista viene rifiutata tanto più
violentemente perché è asserita da persone considerate oppositori. Ma non è
tanto sul sostenitore appassionato, quanto sul testimone più calmo e
disinteressato che questo contrasto di opinioni opera un effetto salutare. Il
male più temibile non è il violento conflitto tra parti diverse della verità,
ma la silenziosa soppressione di una sua metà; finché la gente è costretta ad
ascoltare le due opinioni opposte c'è sempre speranza; è quando ne ascolta una
sola che gli errori si cristallizzano in pregiudizi, e la verità stessa cessa
di avere effetto perché l'esagerazione la rende falsa. E poiché poche qualità
mentali sono più rare della facoltà che permette di giudicare
intelligentemente tra due visioni contrapposte di una questione, di cui una sola
ha un difensore, le probabilità di vittoria della verità sono proporzionali
alla misura in cui ciascun suo aspetto, ciascuna opinione che ne esprima una pur
minima parte, non solo trova chi la difende, ma viene attivamente difesa e
ascoltata. Abbiamo quindi riconosciuto la necessità, ai fini del benessere
mentale dell'umanità (da cui dipende ogni altra forma di benessere), della
libertà di opinione e della libertà di espressione, per quattro distinte
ragioni che ora ricapitoleremo brevemente: In primo luogo, ogni opinione
costretta al silenzio può, per quanto possiamo sapere con certezza, essere
vera. Negarlo significa presumere di essere infallibili. In secondo luogo, anche
se l'opinione repressa è un errore, può contenere, e molto spesso contiene,
una parte di verità; e poiché l'opinione generale o prevalente su qualsiasi
questione è raramente, o mai, l'intera verità, è soltanto mediante lo scontro
tra opinioni opposte che il resto della verità ha una probabilità di emergere.
In terzo luogo, anche se l'opinione comunemente accettata è non solo vera ma
costituisce l'intera verità, se non si permette che sia, e se in effetti non è,
vigorosamente e accanitamente contestata, la maggior parte dei suoi seguaci
l'accetterà come se fosse un pregiudizio, con scarsa comprensione e percezione
dei suoi fondamenti razionali. Non solo, ma, quarto, il significato stesso della
dottrina rischierà di affievolirsi o svanire, e perderà il suo effetto vitale
sul carattere e il comportamento degli uomini: come dogma, diventerà
un'asserzione puramente formale e priva di efficacia benefica, e costituirà un
ingombro e un ostacolo allo sviluppo di qualsiasi convinzione, reale e veramente
sentita, derivante dal ragionamento o dall'esperienza personale. Prima di
abbandonare la questione della libertà di opinione, è bene dedicare qualche
parola a chi afferma che la libera espressione di tutte le opinioni va
consentita a condizione che si discuta educatamente, senza oltrepassare i limiti
della moderazione. Vi sarebbero molte ragioni per sostenere che è impossibile
definire questi presunti limiti: poiché se il criterio di definizione è
l'offesa a coloro le cui opinioni vengono attaccate, ritengo per esperienza che
essi si offendano ogni volta che l'attacco è vigoroso e va a segno, e che ogni
oppositore che li incalzi e renda loro difficile replicare sembri smodato se ha
idee chiare e le difende. Ma questa considerazione, anche se importante sotto
l'aspetto pratico, rientra in un'obiezione più fondamentale. Senza dubbio il
modo in cui si asserisce un'opinione, anche se vera, può essere molto
sgradevole e venire giustamente e severamente riprovato. Ma in questa sfera le
scorrettezze principali sono di tale natura che è quasi impossibile
dimostrarle, a meno che chi le commetta non si tradisca accidentalmente. Le
scorrettezze più gravi sono: argomentare per sofismi, nascondere fatti o
argomenti, esporre la questione in modo inesatto, o travisare l'opinione
avversa. Ma questi atti di slealtà vengono così continuamente commessi in
perfetta buona fede, anche nelle forme più gravi, da persone che non sono
considerate – per molti altri aspetti giustificatamente – ignoranti o
incompetenti, che di rado si può dichiarare fondatamente e in piena coscienza
che la deformazione della verità in questione è moralmente riprovevole; ancor
più è impensabile che la legge interferisca in controversie riguardanti
scorrettezze di questo tipo. Per quanto concerne ciò che comunemente si intende
per discussione smodata – invettive, sarcasmi, attacchi personali e così via
– la denuncia di questi mezzi riceverebbe più simpatie se si proponesse di
vietarne l'impiego a entrambi i contendenti: ma ciò che si vuole evitare è che
vengano usati contro l'opinione dominante; contro quella minoritaria non solo
possono essere impiegati senza attirare la disapprovazione generale, ma spesso
chi li usa viene lodato per il suo onesto zelo e la sua giusta indignazione. E
tuttavia i danni derivanti dall'uso di tali mezzi sono maggiori quando i
bersagli sono relativamente indifesi; e ogni tipo di vantaggio sleale derivante
da questo stile di argomentazione è quasi esclusivamente un vantaggio per
l'opinione comunemente accettata. In una polemica, la peggiore scorrettezza di
questo genere consiste nel bollare gli oppositori come malvagi e immorali.
Coloro che sostengono qualsiasi opinione impopolare sono particolarmente esposti
a simili calunnie, perché in generale sono pochi e privi d'influenza e a
nessuno, salvo che a loro, interessa particolarmente che venga loro resa
giustizia. Ma quest'arma è, per la sua stessa natura, negata a coloro che
attaccano un'opinione dominante: non possono correre il rischio di usarla e,
comunque, se la impiegassero, si limiterebbe a ritorcersi contro la loro causa.
In generale, le opinioni minoritarie possono sperare di essere ascoltate solo
usando un linguaggio studiatamente moderato e evitando con ogni cura di
offendere inutilmente chiunque, pena la perdita di terreno a ogni minima
deviazione da questa linea; mentre, impiegato dal lato dell'opinione prevalente,
il vituperio più scatenato è un deterrente reale, che distoglie la gente dal
professare opinioni non conformiste e dall'ascoltare chi le professa. Di
conseguenza, ai fini della verità e della giustizia, è molto più importante
che venga represso questo secondo tipo di invettiva; e per esempio, se la scelta
si ponesse, sarebbe molto più necessario scoraggiare gli attacchi calunniosi al
paganesimo che alla religione cristiana. È comunque ovvio che non è compito
della legge o dell'autorità scoraggiare nessuno dei due, mentre l'opinione
dovrebbe, caso per caso, pronunciarsi sulla base delle circostanze specifiche
– condannando chiunque, da qualunque parte stia, il cui modo di argomentare
manifesti insincerità, malignità, fanatismo o sentimenti di intolleranza; ma
non deducendo queste pecche dall'opinione di chi viene giudicato, anche se è
opposta alla nostra; e lodando, come merita, chiunque, da qualunque parte stia,
sia così sereno da vedere, e così onesto da descrivere, i suoi oppositori e le
loro opinioni come sono in realtà, senza esagerazioni che li discreditino e
menzionando tutti gli elementi che sono o possono essere a loro favore. Questa
è la vera morale del dibattito pubblico: e anche se spesso viene violata, sono
lieto di pensare che molti polemisti la rispettano in larga misura, e molti di
più si sforzano coscienziosamente di rispettarla.
III - DELL'INDIVIDUALITA' COME ELEMENTO
Abbiamo stabilito le ragioni che rendono imperativo che gli
uomini siano liberi di formarsi le loro opinioni e di esprimerle senza riserve;
e stabilito anche quali sono le sventurate conseguenze per la natura
intellettuale dell'uomo, e attraverso di essa per quella morale, se questa
libertà non viene concessa o affermata nonostante i divieti. Consideriamo ora
se le stesse ragioni non richiedono che gli uomini siano liberi di agire secondo
le proprie opinioni – di applicarle nella loro vita senza essere ostacolati,
fisicamente o moralmente, dai loro simili, purché lo facciano a loro esclusivo
rischio e pericolo. Quest'ultima condizione è ovviamente indispensabile.
Nessuno pretende che le azioni debbano essere libere quanto le opinioni. Al
contrario, anche le opinioni perdono la loro immunità quando le circostanze in
cui vengono espresse sono tali da rendere tale espressione un'istigazione
esplicita a un atto delittuoso. L'opinione che i mercanti di grano sono degli
affamatori dei poveri, o che la proprietà privata è un furto, non dovrebbe
essere molestata se viene semplicemente diffusa per mezzo della stampa, ma può
incorrere in una giusta punizione se viene proferita di fronte a una folla
eccitata riunitasi davanti alla casa di un mercante di grano, o viene esibita
tra la stessa folla sotto forma di cartello. Gli atti di qualunque tipo che
senza causa giustificata danneggino altri possono essere controllati, e nei casi
più importanti devono assolutamente esserlo, dai sentimenti a essi sfavorevoli,
e, quando sia necessario, dall'intervento attivo degli uomini. La libertà
dell'individuo deve avere questo limite: l'individuo non deve creare fastidi
agli altri. Ma se evita di molestare gli altri nelle loro attività, e si limita
a agire secondo le proprie inclinazioni e il proprio giudizio nell'ambito che lo
riguarda, le stesse ragioni che dimostrano che l'opinione deve essere libera
provano anche che gli si deve consentire, senza molestarlo, di mettere in
pratica le proprie opinioni a proprie spese. Gli uomini non sono infallibili; le
loro verità sono per la maggior parte delle mezze verità; l'unanimità, a meno
che non sia il risultato del più completo e libero confronto di opinioni
opposte, non è auspicabile, e la diversità non sarà un male ma un bene fino a
quando gli uomini non saranno molto più capaci di riconoscere tutti gli aspetti
della verità: questi principi sono applicabili alle azioni altrettanto che alle
opinioni. Come è utile che fino a quando l'umanità non sarà perfetta vi siano
differenze d'opinione, così lo è che vi siano differenti esperimenti di vita;
che le diverse personalità siano lasciate libere di esprimersi, purché gli
altri non ne vengano danneggiati; e che la validità di modi di vivere diversi
sia verificata nella pratica quando lo si voglia. In breve, è auspicabile che
l'individualità sia libera di affermarsi nella sfera che non riguarda
direttamente gli altri. Quando la norma di condotta non è il carattere
individuale ma le tradizioni o le consuetudini degli altri, viene a mancare uno
dei principali elementi della felicità umana, e l'elemento sicuramente
principale del progresso individuale e sociale. La difficoltà maggiore che si
incontra nell'affermazione di questo principio non risiede nella determinazione
dei mezzi necessari per raggiungere un fine riconosciuto, ma nell'indifferenza
generale nei confronti del fine stesso. Se la gente si rendesse conto che il
libero sviluppo dell'individualità è uno degli elementi fondamentali del bene
comune; che non solo è connesso a tutto ciò che viene designato da termini
come civiltà, istruzione, educazione, cultura, ma è di per se stesso parte e
condizione necessaria di tutte queste cose, non vi sarebbe il pericolo che la
libertà venisse sottovalutata, e la definizione dei confini tra essa e il
controllo sociale non presenterebbe enormi difficoltà. Ma il male è che
comunemente il valore intrinseco della spontaneità individuale – il fatto che
è di per se stessa degna di considerazione – è a malapena riconosciuto. I più,
soddisfatti della vita così come è (perché sono loro a renderla così come è)
non riescono a capire perché non debba andar bene a tutti; e, ciò che più
conta, la spontaneità non fa parte dell'ideale della maggioranza dei
riformatori morali e sociali, ed è anzi guardata con sospetto, come un ostacolo
fastidioso e forse ribelle all'accettazione generale di ciò che essi giudicano
più opportuno per l'umanità. Poche persone al di fuori della Germania riescono
a comprendere il significato della dottrina a cui Wilhelm von Humboldt, studioso
e uomo politico così eminente, dedicò un trattato – che "il fine
dell'uomo, o ciò che è prescritto dai dettati eterni o immutabili della
ragione, non suggerito da desideri vaghi e passeggeri, è il più elevato e
armonioso sviluppo dei suoi poteri in un'unità completa e coerente"; che
quindi, lo scopo "a cui ciascun essere umano deve costantemente tendere i
suoi sforzi, e su cui debbono sempre concentrarsi coloro che cercano di
esercitare un influsso sui propri simili, è l'individualità del potere e dello
sviluppo"; che ciò richiede due elementi, "la libertà, e la varietà
delle situazioni"; e che dalla loro unione nascono "il vigore
individuale e la molteplice diversità", che si combinano nella "àoriginalit
". Tuttavia, per quanto poco gli uomini siano abituati a dottrine come
quella di von Humboldt, e per quanto possano sorprendersi del valore che
attribuisce all'individualità, la questione può soltanto essere questione di
grado: nessuno pensa che la migliore condotta possibile sia di non fare
assolutamente altro che copiarsi a vicenda. Nessuno affermerebbe che gli uomini
non dovrebbero esprimere in alcuna misura il proprio giudizio o il proprio
carattere individuale nel loro modo di vivere e nella condotta dei loro affari.
D'altra parte, sarebbe assurdo pretendere che gli uomini debbano vivere come se
prima che venissero al mondo tutto fosse stato completamente ignoto; come se
l'esperienza non avesse ancora indicato in una certa misura che un dato modo di
vivere o di comportarsi è preferibile a un altro. Nessuno nega che da giovani
gli uomini debbano essere educati e addestrati a conoscere i risultati accertati
dall'esperienza umana e a trarne vantaggio. Ma è privilegio, e giusta
condizione, dell'uomo, una volta giunto alla pienezza delle sue facoltà, usare
e interpretare l'esperienza a modo suo. Tocca a lui determinare in quale misura
l'esperienza già acquisita sia opportunamente applicabile alle proprie
circostanze e al proprio carattere. Le tradizioni e i costumi di altri uomini
mostrano, in una certa misura, ciò che la loro esperienza ha loro insegnato:
sono prove indiziarie, e in quanto tali vanno rispettate. Ma, innanzitutto, la
loro esperienza può essere troppo limitata, o possono non averla interpretata
correttamente. In secondo luogo, la loro interpretazione può essere corretta ma
non adattarsi alle esigenze di un dato individuo. In terzo luogo, anche se
queste consuetudini sono sia positive in quanto tali sia adatte al caso
particolare, tuttavia il conformarsi semplicemente alla consuetudine in quanto
tale non educa o sviluppa nell'individuo le qualità che sono patrimonio
caratteristico di un essere umano. Facoltà umane quali la percezione, il
giudizio, il discernimento, l'attività mentale, e persino la preferenza morale,
si esercitano soltanto nelle scelte. Chi fa qualcosa perché è l'usanza non
opera una scelta, né impara a discernere o a desiderare ciò che è meglio. I
poteri mentali e morali, come quelli muscolari, si sviluppano soltanto con
l'uso. Facendo qualcosa soltanto perché gli altri la fanno non si esercitano
queste facoltà, non più che credendo a qualcosa solo perché altri ci credono.
Se i fondamenti su cui si basa un'opinione non convincono completamente la
ragione individuale, quest'ultima non può essere rafforzata e anzi spesso viene
indebolita dalla sua adozione. Analogamente se le motivazioni di un atto non
sono consone ai sentimenti e al carattere di un individuo (in casi che non
coinvolgano gli affetti, o i diritti altrui), compierlo contribuirà a renderli
inerti e torpidi invece che attivi e energici. Chi permette al mondo, o alla
parte di esso in cui egli vive, di scegliergli la vita non ha bisogno di altre
facoltà che di quella dell'imitazione scimmiesca. Che si sceglie la vita
esercita tutte le sue facoltà. Deve usare l'osservazione per vedere, il
ragionamento e il giudizio per prevedere, l'attività per raccogliere gli
elementi decisionali, il discernimento per decidere, e, una volta presa
deliberatamente la decisione, la fermezza e il controllo di sé per attenervisi.
E queste qualità gli servono, e le esercita, esattamente nella misura in cui
determina la propria condotta secondo il proprio giudizio e i propri sentimenti.
Può accadere che finisca su una buona strada, e non gli accada nulla di male,
senza che faccia nulla di tutto ciò. Ma quale sarà il suo valore relativo in
quanto essere umano? Non sono soltanto le azioni degli uomini a essere realmente
importanti, ma anche i generi di uomini che le compiono. Tra le opere umane che
la vita giustamente si sforza di perfezionare e rendere più belle, la prima in
ordine d'importanza è sicuramente l'uomo stesso. Supponendo che fosse possibile
fare costruire le case, coltivare il grano, combattere le battaglie, dibattere
le cause, e persino erigere le chiese e recitare le preghiere, da macchine –
da automi di apparenza umana –, si perderebbe molto sostituendole agli uomini
e alle donne che vivono oggi nelle regioni più civilizzate del mondo e che pure
sono certamente soltanto poveri esempi di ciò che la natura può produrre e
produrrà in futuro. La natura umana non è una macchina da costruire secondo un
modello e da regolare perché compia esattamente il lavoro assegnatole, ma un
albero, che ha bisogno di crescere e svilupparsi in ogni direzione, secondo le
tendenze delle forze interiori che lo rendono una creatura vivente.
Probabilmente tutti ammetteranno che è auspicabile che gli uomini esercitino il
loro intelletto, e che adeguarsi con intelligenza alle usanze, e persino
talvolta discostarsene intelligentemente, è meglio che aderirvi ciecamente e
meccanicamente. In una certa misura si ammette che il nostro intelletto spetta a
noi; ma non vi è la medesima disposizione a ammettere che anche i nostri
desideri e impulsi sono di nostra competenza, o che avere impulsi propri, forti
o deboli che siano, possa costituire altro che un pericolo e una tentazione. E
tuttavia desideri e impulsi sono parte di un perfetto essere umano altrettanto
quanto le sue convinzioni e le restrizioni cui è sottoposto; e gli impulsi
vigorosi sono pericolosi solo in una situazione di squilibrio, quando un gruppo
di intenzioni e tendenze si sviluppa e si rafforza mentre altre, che dovrebbero
essere altrettanto presenti, restano deboli e inattive. Non è perché i loro
desideri sono vigorosi che gli uomini agiscono male; è perché le loro
coscienze sono deboli. Non vi è una connessione naturale tra vigore di impulsi
e debolezza di coscienza: la connessione naturale è l'inversa. Affermare che i
desideri e i sentimenti di un indviduo sono più forti e variati di quelli di un
altro significa semplicemente che ha una maggiore disponibilità di materie
prime della natura umana, e quindi è capace, forse di maggiore male, ma
certamente di maggior bene. I forti impulsi non sono che un altro nome
dell'energia. L'energia può essere impiegata a fini cattivi; ma da una natura
energica può venire maggior bene che da una indolente e apatica. Gli uomini più
naturalmente dotati di sentimenti sono sempre quelli i cui sentimenti, se
coltivati, possono diventare i più forti. Le stesse profonde sensibilità che
rendono vividi e poderosi gli impulsi personali sono anche la fonte da cui
originano il più appassionato amore per la virtù e il più severo
autocontrollo. È coltivandole che la società contemporaneamente compie il suo
dovere e protegge i suoi interessi, non rifiutando la stoffa di cui sono fatti
gli eroi perché non sa come farli. Di una persona i cui desideri e impulsi
siano i suoi – siano l'espressione della sua personale natura, sviluppata e
modificata dalla sua cultura – si dice che possiede un carattere; una persona
i cui desideri e impulsi non siano suoi non ha più carattere di quanto ne abbia
una macchina a vapore. Se, oltre a essere suoi, i suoi impulsi sono vigorosi e
sono guidati da una forte volontà, egli ha un carattere energico. Chiunque
pensi che l'individualità di desideri e impulsi non vada incoraggiata a
esprimersi deve ritenere che la società non ha bisogno di spiriti forti – non
è migliore se molti dei suoi membri hanno molto carattere – e che non è
auspicabile un alto livello medio di energia in generale. In alcuni stadi
iniziali della società, queste forze potevano essere, ed erano, troppo
superiori al potere di disciplinarle e controllarle a disposizione della società.
Vi è stata un'epoca in cui l'elemento di spontaneità e individualità era
eccessivo, e il principio sociale dovette lottare duramente contro di esso. A
quei tempi la difficoltà consisteva nell'indurre uomini fisicamente o
mentalmente vigorosi a obbedire a qualsiasi norma che gli richiedesse di
controllare i propri impulsi. Per superare questa difficoltà, la legge e la
disciplina, come nel caso della lotta dei papi contro gli imperatori,
affermarono il loro potere sull'uomo nel suo complesso, pretendendo di
controllarne l'intera vita per controllarne il carattere, che la società non
era riuscita a vincolare in alcun altro modo. Ma oggi la società ha senza
dubbio prevalso sull'individualità; e il periodo che minaccia la natura umana
non è l'eccesso, ma la carenza di impulsi e preferenze individuali. La
situazione è molto cambiata da quando le passioni di chi era più forte, per
posizione sociale o per doti personali, erano in una condizione di rivolta
permanente contro la legge e l'ordine, e rendevano necessario incatenarle
rigorosamente per permettere a chi si trovava nel loro raggio d'azione di godere
di un minimo di sicurezza. Nella nostra epoca, tutti, dalla più elevata alla più
infima classe sociale, vivono come se fossero sotto lo sguardo di un censore
ostile e tremendo. Non soltanto nelle questioni che riguardano gli altri, ma
anche in quelle che riguardano soltanto loro, l'individuo o la famiglia non si
chiedono "Che cosa preferisco?" oppure "Che cosa si addice al mio
carattere e alle mie inclinazioni?", o "Che cosa permetterebbe alle
mie qualità migliori e più elevate di esprimersi e di crescere
rigogliosamente?": si chiedono "Che cosa si addice alla mia
posizione?", "Come si comportano abitualmente le persone della mia
condizione economica e sociale?" o (peggio ancora) "Come si comportano
abitualmente le persone di condizioni economiche e sociali superiori alle
mie?". Non voglio dire che scelgono la consuetudine invece di ciò che si
addice alle loro inclinazioni: non hanno inclinazioni che non siano per la
consuetudine. Così la stessa mente si piega sotto il giogo: persino negli
svaghi, gli uomini pensano prima di tutto a conformarsi; gli piace stare tra la
folla; esercitano la scelta solo tra cose e pratiche comuni; sfuggono
l'originalità del gusto e l'eccentricità di comportamento come fuggono il
crimine, finché a forza di non seguire la propria natura non hanno più natura
propria; le loro facoltà umane deperiscono e si inaridiscono; diventano
incapaci di desideri vigorosi e di piaceri naturali, e generalmente sono privi
di opinioni e sentimenti autonomamente sviluppati, o che possano chiamare
propri. È questa dunque la condizione auspicabile della natura umana? Lo è,
stando alla teoria calvinista. Per essa, la grande colpa è l'autonomia della
volontà. Tutto il bene di cui è capace l'umanità si riassume nell'obbedienza.
Non c'è scelta; si deve agire in un certo modo, e non altrimenti: "Tutto
ciò che non è dovere è peccato". Poiché la natura umana è radicalmente
corrotta, nessuno è redento finché la sua non viene uccisa. Per chi crede in
questa teoria dell'esistenza, schiacciare ed eliminare tutte le facoltà,
capacità e sensibilità umane non è un male: la sola capacità di cui l'uomo
ha bisogno è quella di arrendersi alla volontà di Dio; e se usa qualunque sua
facoltà per uno scopo che non sia l'attuazione più efficace di questa presunta
volontà, meglio sarebbe che non l'avesse. Questa è la teoria del Calvinismo;
essa è condivisa da molti che non si considerano calvinisti in una formulazione
più moderata, consistente in un'interpretazione meno ascetica del supposto
volere divino, secondo cui gli uomini dovrebbero soddisfare alcune loro
inclinazioni, naturalmente non nel modo che preferiscono ma nell'obbedienza, cioè
in un modo prescritto dall'autorità e quindi, per necessità del caso, identico
per tutti. Attualmente esiste, sotto forme insidiose di questo genere, una forte
tendenza favorevole a questa ristretta visione dell'esistenza, e al genere di
personalità tormentata e piena di pregiudizi da essa favorita. Senza dubbio
molti pensano in tutta sincerità che degli uomini così bloccati e
rimpiccioliti siano ciò che il loro Creatore intendeva che fossero, esattamente
come molti altri ritengono che gli alberi siano molto più belli potati, o
modellati in forma di animali, che così come natura li ha fatti. Ma se la
convinzione che l'uomo sia stato creato da un Essere buono fa parte integrante
della religione, è più coerente con essa pensare che Egli ha dato agli uomini
tutte le loro facoltà perché siano coltivate e sviluppate, non sradicate e
bruciate, e che si compiace ad ogni passo delle sue creature verso la concezione
ideale in esse incarnata, a ogni aumento di ogni loro capacità di comprensione,
di azione o di gioia. Vi è un ideale di perfezione umana diverso da quello di
Calvino: una concezione secondo cui l'umanità è stata dotata della sua natura
per altri fini che per rinnegarla. L'"affermazione di sé" dei pagani
è una componente del valore dell'uomo, altrettanto quanto la "negazione di
sé dei cristiani
". Vi è un ideale greco di sviluppo di se stessi, che si fonde con
l'ideale platonico e cristiano del controllo di se stessi ma non ne viene
sostituito. Forse è meglio essere un John Knox che un Alcibiade, ma è
sicuramente meglio essere un Pericle che uno dei due; né un Pericle, se
esistesse oggi, sarebbe privo delle qualità di John Knox. Non è stemperando
nell'uniformità tutte le caratteristiche individuali, ma coltivandole e facendo
appello ad esse entro i limiti imposti dai diritti e dagli interessi altrui, che
gli uomini diventano nobili e magnifici esempi di vita; e poiché le opere
partecipano del carattere di chi le compie, mediante lo stesso processo anche la
vita umana si arricchisce, si diversifica e si anima, fornendo maggiore stimolo
ai pensieri e sentimenti più elevati, e rafforzando il legame che unisce
ciascun individuo alla sua stirpe, perché la rende infinitamente più degna di
appartenervi. Proporzionalmente allo sviluppo della propria individualità
ciascuno acquista maggior valore ai propri occhi, e quindi può aver maggior
valore per gli altri. L'esistenza individuale è più piena, e quando le singole
unità sono più vitali lo è anche la massa che compongono. Non si può fare a
meno di esercitare la repressione, nella misura necessaria a impedire agli
esemplari umani più forti di violare i diritti altrui; ma ciò viene ampiamente
compensato anche dal punto di vista dello sviluppo umano. I mezzi di svilupparsi
che l'individuo perde quando gli viene impedito di soddisfare le sue
inclinazioni a danno di altri sono generalmente ottenuti a spese altrui. E anche
per l'individuo stesso vi è una completa compensazione, sotto forma di un
migliore sviluppo dell'aspetto sociale della sua natura, reso possibile dai
vincoli imposti a quello egoistico. Il fatto di essere vincolati a rigide norme
di giustizia per il bene altrui sviluppa i sentimenti e le capacità che portano
a compierlo. Ma venire repressi in campi che non riguardano il benessere degli
altri, soltanto a causa della loro disapprovazione, non sviluppa nulla di
valido, salvo eventualmente quella forza di carattere che si esplica nella
resistenza alle costrizioni e che, se prende il sopravvento, intorpidisce e
affievolisce l'intera personalità. Perché la natura di ciascuno abbia ogni
opportunità di esplicarsi, è essenziale che sia consentito a persone diverse
di condurre vite diverse. Il valore che ogni periodo storico ha acquisito tra i
posteri è direttamente proporzionale alla libertà che sotto questo aspetto ha
concesso a chi vi è vissuto. Persino il dispotismo non arriva a produrre i
peggiori effetti di cui è capace se ammette l'esistenza dell'individualità; e
tutto ciò che la sopprime è dispotismo, comunque lo si chiami, e
indipendentemente dal fatto che sostenga di voler far rispettare la volontà
divina o i comandi degli uomini. Avendo detto che l'individualità coincide con
il progresso, e che solo la sua coltivazione produce, o può produrre, esseri
umani compiutamente sviluppati, potrei concludere qui; poiché la maggiore e più
esplicita lode che si possa fare di uno stato di cose è dire che aiuta gli
uomini a realizzarsi al meglio delle loro possibilità; e affermare che glielo
impedisce o li ostacola è la peggiore condanna. Tuttavia non vi è dubbio che
queste considerazioni non basteranno a convincere coloro che più hanno bisogno
di esserlo; e quindi è necessario dimostrare che lo sviluppo di alcuni ha una
certa utilità anche per chi non si sviluppa – mostrare cioè a coloro che non
desiderano la libertà e non se ne servirebbero che possono essere ricompensati
in modo a loro comprensibile se permettono ad altri di farne uso indisturbati.
Innanzitutto direi loro che avrebbero forse la possibilità di imparare qualcosa
dagli altri. Nessuno negherà che nella vita l'originalità è preziosa. C'è
sempre bisogno di gente che non solo scopra verità nuove e mostri che quelle
che una volta erano delle verità non lo sono più, ma anche inizi attività
nuove e dia esempio di comportamento più illuminato e di maggiore sensibilità
e razionalità di vita. Quest'asserzione è difficilmente confutabile da
chiunque non creda che il mondo abbia già raggiunto la completa perfezione. È
vero che non tutti sono capaci di esercitare questo ruolo benefico; rispetto al
totale degli uomini, sono pochi coloro i cui esperimenti, se adottati dagli
altri, potrebbero rivelarsi migliori della pratica consolidata: ma sono il sale
della terra; senza di loro la vita ristagnerebbe. Non soltanto sono loro a
introdurre le novità positive, ma anche a conservare quanto di positivo già
esiste. Se non ci fosse più nulla di nuovo da realizzare, l'intelletto umano
cesserebbe forse di essere necessario? Sarebbe un buon motivo per dimenticare le
ragioni per cui si fanno le cose che già si conoscono, e farle come bestie e
non come esseri umani? Anche le convinzioni e le pratiche migliori hanno una
tendenza fin troppo grande a degenerare nel meccanico; e se non si succedessero
persone la cui incessante originalità impedisce che queste convinzioni o
pratiche perdano la loro ragione di essere e diventino mere tradizioni, questo
complesso di cose morte non resisterebbe al minimo scontro con qualsiasi cosa
che sia realmente viva, e non ci sarebbe motivo che la civiltà non perisca,
come è avvenuto nel caso dell'Impero di Bisanzio. È vero che le persone di
genio sono una piccola minoranza e probabilmente lo saranno sempre; ma perché
vi siano è necessario conservare il terreno in cui crescono. Il genio può
respirare liberamente soltanto in un'atmosfera di libertà. Le persone di genio
sono, per definizione, più individualiste di chiunque altro – quindi meno
capaci di adeguarsi senza dolorose deformazioni a uno dei pochi modelli che la
società offre ai suoi membri per risparmiare loro il fastidio di formarsi il
proprio carattere. Se, per timore, esse permettono che le si costringa entro un
modello, e rinunciano a espandere quella parte di sé che esso comprime, la
società non trarrà alcun beneficio dal loro genio. Se hanno un carattere forte
e spezzano i loro legami, diventano bersaglio della società che non è riuscita
a ridurle alla banalità, e vengono solennemente bollate come
"agitati", "stravaganti", eccetera – atteggiamento analogo
a quello di chi protesti perché il Niagara non scorre placido tra le sue sponde
come i canali olandesi. Insisto quindi vigorosamente sull'importanza del genio e
la necessità di permettergli di esplicarsi liberamente, sia nel pensiero sia
nella pratica, rendendomi ben conto che nessuno mi contraddirà in teoria, ma
sapendo che la questione non importa quasi a nessuno. La gente pensa che il
genio sia una gran bella cosa se permette di scrivere magnifiche poesie o di
dipingere quadri. Ma, del genio nel suo vero senso di originalità di pensiero e
di azione, anche se nessuno dice che non va ammirato, quasi tutti tra sé
pensano di poter fare benissimo a meno. Purtroppo è un atteggiamento così
naturale che non stupisce neppure. L'originalità è l'unica cosa di cui coloro
che originali non sono non possono comprendere l'utilità. Non vedono a che cosa
gli serva: e come potrebbero? Se lo potessero, non si tratterebbe più di
originalità. Il primo servizio che l'originalità può rendere a questo tipo di
persone è aprirgli gli occhi: quando li avessero completamente aperti,
avrebbero la possibilità di essere a loro volta originali. Nel frattempo, e
ricordando che c'è stata sempre una prima volta e che tutto ciò che di buono
vi è al mondo è frutto dell'originalità, gli uomini dovrebbero essere
abbastanza modesti da credere che essa ha ancora un ruolo da svolgere, e
convincersi che quanto meno ne sentono la mancanza tanto più ne hanno bisogno.
La semplice verità è che, indipendentemente dagli omaggi tributati a parole o
anche nei fatti alla superiorità intellettuale, reale o presunta, la tendenza
generale del mondo è al predominio della mediocrità. Nell'antichità, nel
Medioevo, e, in misura decrescente, durante la lunga transizione dal feudalesimo
alla società odierna, l'individuo costituiva un potere a sé; e se aveva grandi
talenti o una posizione sociale elevata era un potere considerevole. Oggi gli
individui si perdono nella folla. In politica, dire che governa l'opinione
pubblica è quasi una banalità. Il solo potere che meriti di essere chiamato
tale è quello delle masse, e dei governi finché si rendono espressione delle
tendenze e degli istinti delle masse. Questo è altrettanto vero nei rapporti
morali e sociali privati che nelle transazioni pubbliche. Coloro la cui opinione
viene chiamata opinione pubblica non sono sempre lo stesso pubblico: in America
sono l'intera popolazione bianca; in Inghilterra sono principalmente la classe
media. Ma in tutti i casi si tratta di una massa, cioè della mediocrità
collettiva. E, novità ancora maggiore, oggi le masse non ricevono più le loro
opinioni dalle gerarchie ecclesiastiche e statali, da capi visibili, o dai
libri. Chi pensa per loro conto sono uomini molto simili a loro, che li
arringano o parlano a loro nome, sull'impulso del momento, attraverso i
giornali. Non mi sto lamentando. Non affermo che il basso livello intellettuale
dell'umanità consentirebbe, in genere, qualcosa di meglio. Ma ciò non toglie
che il governo della mediocrità sia un governo mediocre. Nessun governo
democratico o di un'aristocrazia numerosa si è mai sollevato al di sopra della
mediocrità – né poteva farlo –, né nei suoi atti politici né nelle
opinioni, qualità e stile intellettuali che favoriva; fanno eccezione alcuni
capi supremi. Molti si sono lasciati guidare (e ciò ha sempre coinciso con i
loro periodi migliori) dai consigli e dall'influenza di una persona più dotata,
e hanno trasmesso le loro esperienze a una o a poche persone. Tutto ciò che è
saggio e nobile viene iniziato, e deve esserlo, da individui: generalmente da
uno solo. L'onore e il merito dell'uomo medio stanno nel fatto che è capace di
seguire questa iniziativa; che può reagire interiormente alla saggezza e alla
nobiltà, e vi può essere portato coscientemente. Non sto facendo l'elogio di
quel tipo di "culto dell'eroe" che approva l'uomo forte e di genio che
si impadronisce con la forza del governo del mondo e costringe quest'ultimo a
obbedirgli suo malgrado. Un uomo del genere può solo chiedere la libertà di
indicare la via: il potere di costringere gli altri a seguirla non solo è
incompatibile con la libertà e lo sviluppo di tutto il resto, ma corrompe lo
stesso uomo forte. A quanto pare, tuttavia, ora che le opinioni di masse di
gente semplicemente media sono diventate o stanno diventando il potere dominante
dappertutto, il contrappeso che corregge la tendenza dovrebbe essere la sempre
più accentuata individualità dei pensatori più elevati. È proprio in queste
circostanze che gli individui eccezionali, invece di venirne dissuasi,
dovrebbero essere incoraggiati ad agire in modo differente dalle masse. In altri
tempi ciò non implicava benefici, salvo nel caso in cui le loro attività non
fossero solo diverse, ma anche migliori. Nella nostra epoca, il semplice esempio
di anticonformismo, il mero rifiuto di piegarsi alla consuetudine, è di per se
stesso un servigio all'umanità. Proprio perché la tirannia dell'opinione è
tale da rendere riprovevole l'eccentricità, per infrangere l'oppressione è
auspicabile che gli uomini siano eccentrici. Nei periodi in cui la forza di
carattere era frequente, lo era sempre anche l'eccentricità; e la sua presenza
in una società è generalmente stata proporzionale a quella del genio, del
vigore intellettuale e del coraggio morale. Il fatto che oggi così pochi osano
essere eccentrici indica quanto siamo in pericolo. Ho affermato che è
importante che vi sia la più ampia libertà di svolgere ogni attività
inconsueta, affinché col tempo emergano chiaramente quelle che meritano di
diventare consuetudini. Ma l'indipendenza nell'azione e l'indifferenza nei
confronti della tradizione non vanno incoraggiate soltanto perché offrono la
possibilità di tracciare vie migliori, e indicare consuetudini più degne di
essere generalmente adottate; né sono soltanto le persone di intelletto
nettamente superiore ad avere giusto diritto a vivere a loro modo. Non vi è
ragione alcuna perché tutta l'esistenza umana si articoli secondo uno o pochi
schemi. Se una persona è dotata di un minimo tollerabile di buon senso e
esperienza, il suo modo di formare la propria esistenza è il migliore, non
perché lo sia di per se stesso, ma perché è il suo. Gli esseri umani non sono
come le pecore: e persino le pecore non sono tutte identiche. Un uomo non può
comprarsi un cappotto o delle scarpe che gli vadano bene se non gli vengono
fatti su misura o non ha a sua disposizione un intero magazzino per sceglierli;
è forse più facile trovargli una vita che un cappotto su misura, oppure gli
uomini sono più simili nella loro intera conformazione fisica e spirituale che
nella forma dei loro piedi? Anche se fossero diversi soltanto nei gusti, questa
sarebbe una ragione sufficiente per non cercare di uniformarli tutti allo stesso
modello. Ma persone diverse richiedono anche condizioni diverse di sviluppo
spirituale; e non possono vivere tutte in salute nello stesso clima morale più
di quanto tutte le piante non possano coesistere salubremente nella stessa
atmosfera e clima fisici. Gli stessi fattori che favoriscono lo sviluppo della
natura più elevata di una persona ostacolano quello di un'altra. Lo stesso modo
di vivere è per l'uno sano e stimolante e ne favorisce al massimo la capacità
di agire e di godersi la vita, mentre per un altro costituisce un peso
intollerabile che paralizza o annienta tutta la sua vita interiore. Gli uomini
sono così diversi nei loro motivi di gioia, nelle sensibilità al dolore, nel
modo e nei mezzi, fisici e morali, in cui li esplicano, che se non esiste una
corrispondente diversità nei loro modi di vivere non ottengono la felicità che
spetta loro né sviluppano la statura intellettuale, morale e estetica di cui la
loro natura è capace. Perché allora la tolleranza, intesa come sentimento
pubblico, dovrebbe limitarsi ai gusti e ai modi di vita che strappano il
consenso semplicemente a causa della massa dei propri seguaci? La diversità non
è mai totalmente disconosciuta (salvo che in qualche ordine monastico); a una
persona può senza infamia piacere o no il canottaggio, il fumo, la musica,
l'esercizio atletico, gli scacchi, le carte o lo studio, perché sia coloro a
cui piacciono queste attività sia quelli a cui dispiacciono sono troppo
numerosi per poter essere ridotti al silenzio. Ma l'uomo, e ancor più la donna,
che possono essere accusati o di fare "quel che nessuno fa" o di fare
"quel che fanno tutti" sono oggetto di altrettanto disprezzo che se
avessero commesso un grave crimine morale. La gente ha bisogno di un titolo
nobiliare, o di un altro segno di rango, o di essere tenuta in considerazione da
persone socialmente elevate, per potersi permettere in una certa misura il lusso
di fare ciò che gli piace senza danno per la reputazione. In una certa misura,
ripeto: poiché chiunque si permetta di oltrepassarla rischia più che dei
commenti sprezzanti – rischia l'internamento in manicomio e il sequestro delle
sue proprietà, che finiscono ai parenti
. La tendenza attuale dell'opinione pubblica presenta una caratteristica
particolarmente adatta a renderla intollerante di qualsiasi spiccata
dimostrazione di individualità. La media degli uomini è moderata, non solo
nell'intelletto ma nelle inclinazioni; non hanno gusti o desideri abbastanza
forti da spingerli ad azioni insolite, e di conseguenza non capiscono chi li ha,
e lo classificano tra le persone squilibrate e smodate, a cui sono abituati a
sentirsi superiori. Basta combinare questo fenomeno, che è generale, con
l'ulteriore ipotesi che si formi un forte movimento moralista e il risultato è
facilmente prevedibile. Oggi siamo in presenza di un movimento di questo genere;
i comportamenti si sono molto uniformati e gli eccessi vengono scoraggiati con
decisione; e aleggia uno spirito filantropico che non trova per esercitarsi
campo più invitante del miglioramento della moralità e della prudenza dei
nostri simili. Queste tendenze attuali fanno sì che il pubblico sia più
disposto di quanto non lo fosse in generale nel passato a prescrivere norme
generali di condotta e a sforzarsi di far conformare tutti al criterio
comunemente accettato. E questo criterio, esplicito o tacito, è non desiderare
fortemente nulla. Il suo ideale di carattere è la mancanza di qualunque
carattere spiccato – è storpiare, comprimendola come il piede di una
nobildonna cinese, qualsiasi parte della natura umana che si distingua dalle
altre e tenda a rendere l'individuo nettamente dissimile dall'umanità comune.
Come solitamente avviene nel caso di ideali che escludono la metà di ciò che
è complessivamente auspicabile, il criterio odierno produce solo un'imitazione
scadente dell'altra metà. Invece di grandi energie guidate da una ragione
vigorosa, e profondi sentimenti fortemente controllati da una volontà
cosciente, produce sentimenti e energie deboli, che quindi possono mantenersi
esteriormente conformi alla norma senza alcuna forza di volontà o di
intelletto. Le personalità energiche stanno già diventando rare in ogni campo.
Nel nostro paese l'energia non ha quasi altro sfogo che gli affari, che in
effetti ne impegnano ancora una quantità notevole. Il poco che resta è speso
in qualche passatempo, che può essere utile e persino filantropico, ma è
sempre una cosa sola, generalmente di piccole dimensioni. Ormai la grandezza
dell'Inghilterra è tutta collettiva; individualmente piccoli, sembriamo capaci
di grandi cose solo in virtù della nostra abitudine ad associarci; e di questo
i nostri filantropi morali e religiosi sono perfettamente soddisfatti. Ma furono
uomini di altro stampo a fare dell'Inghilterra quello che è stata; e uomini di
altro stampo ci vorranno per evitarne il declino. Ovunque il dispotismo della
consuetudine si erge a ostacolo del progresso umano, ed è in costante
antagonismo con quella disposizione a tendere verso qualcosa che sia migliore
dell'abitudine, chiamata a seconda delle circostanze, spirito di libertà o di
progresso o di innovazione. Lo spirito di progresso non è sempre spirito di
libertà, perché può cercare di imporre a un popolo dei mutamenti
indesiderati; e, nella misura in cui oppone resistenza a questi tentativi, lo
spirito della libertà può allearsi localmente e temporaneamente con chi si
oppone al progresso; ma la libertà è l'unico fattore infallibile e permanente
di progresso, poiché fa sì che i potenziali centri indipendenti di
irradiamento del progresso siano tanti quanti gli individui. Tuttavia, il
principio progressivo, sia sotto forma di amore per la libertà sia di amore del
nuovo, è antagonistico alla consuetudine, poiché implica inevitabilmente
l'emancipazione dal suo giogo; e il conflitto tra i due è il motivo conduttore
della storia umana. A stretto rigor di termini, la maggior parte del mondo non
ha storia, perché il dispotismo della consuetudine vi è totale: è il caso di
tutto l'Oriente. In esso la consuetudine è in tutti i campi il criterio ultimo;
giustizia e diritto significano conformità alle usanze; a nessuno che non sia
un tiranno inebriato di potere viene in mente di opporsi all'argomento della
tradizione. E ne vediamo i risultati. Quei paesi devono aver posseduto, a suo
tempo, dell'originalità; non sono nati popolosi, colti, e versati in molte arti
della vita; lo sono diventati con le loro forze, e allora erano le nazioni più
grandi e potenti del mondo. Che cosa sono oggi? Sudditi o dipendenti di tribù i
cui antenati vagavano nelle foreste quando i loro avevano magnifici palazzi e
splendidi templi, ma obbedivano in parte alla consuetudine, in parte al
desiderio di libertà e progresso. A quanto pare, un popolo può progredire per
un certo periodo, e poi fermarsi: quando si ferma? Quando cessa di possedere
l'individualità. Se un simile mutamento si verificasse nelle nazioni d'Europa,
non prenderebbe esattamente la stessa forma: il dispotismo delle usanze che le
minaccia non è precisamente la staticità. Mette al bando la singolarità, ma
non preclude il mutamento, purché tutti cambino insieme. Abbiamo abbandonato il
modo di vestire dei nostri padri. Ci dobbiamo ancora vestire tutti allo stesso
modo, ma la moda può cambiare una o due volte all'anno. Quindi facciamo sì che
ogni eventuale mutamento sia fine a se stesso, e non origini da un'esigenza di
bellezza o di comodità: poiché l'identico concetto di bellezza e comodità non
potrebbe afferrare simultaneamente tutto il mondo a un dato momento, né sarebbe
simultaneamente respinto da tutti in un altro. Ma siamo progressivi, oltre che
mutevoli: inventiamo continuamente nuovi strumenti meccanici, e li teniamo fino
a quando non li sostituiamo con altri migliori; cerchiamo zelantemente di
migliorare la politica, l'educazione e perfino la morale, anche se in
quest'ultimo campo il nostro concetto di miglioramento consiste soprattutto nel
persuadere o costringere gli altri a essere buoni quanto noi. Non è al
progresso che obiettiamo; al contrario, ci illudiamo di essere il popolo più
progressivo che sia mai esistito. È l'individualità che combattiamo: se
riuscissimo a renderci tutti uguali penseremmo di aver fatto meraviglie,
dimenticando che la differenza tra due persone è generalmente il primo elemento
che richiama l'attenzione di entrambe alla propria imperfezione e all'altrui
superiorità, o alla possibilità di produrre qualcosa migliore di entrambe
combinando i meriti rispettivi. Ci ammonisca l'esempio della Cina – nazione di
grande talento e, sotto certi aspetti, persino di grande saggezza, che ha avuto
la rara fortuna di ricevere all'inizio della sua storia un complesso di usanze e
consuetudini particolarmente buone, opera in una certa misura di uomini cui
anche gli europei più illuminati devono concedere, pur entro certi limiti, il
primato nella saggezza e nella filosofia. Colpisce inoltre la qualità e
l'efficacia del meccanismo usato dai cinesi per trasmettere, nella misura del
possibile, la loro migliore cultura a tutti i membri della comunità, e far sì
che coloro che più ne erano imbevuti ricoprissero le cariche più importanti.
Ci si sarebbe aspettati che la Cina scoprisse il segreto del progresso umano e
si mantenesse costantemente alla testa del movimento di innovazione mondiale.
Invece, sono diventati statici – lo sono rimasti per migliaia d'anni, e se mai
riusciranno a migliorare, dovrà essere ad opera di stranieri. Sono riusciti al
di là di ogni aspettativa in ciò a cui tendono così industriosamente i
filantropi inglesi – a formare un popolo tutto uguale, i cui pensieri e le cui
azioni sono guidati dalle stesse massime e norme: ed eccone i risultati. Il
moderno dominio della pubblica opinione è, in forma disorganizzata, ciò che il
sistema educativo e politico cinese è in forma organizzata; e se l'individualità
non riuscirà a farsi valere contro questo giogo, l'Europa, nonostante il suo
nobile passato e il suo proclamato Cristianesimo, tenderà a diventare un'altra
Cina. Che cosa ha finora risparmiato all'Europa questa sorte? Che cosa ha reso
le nazioni europee un settore dell'umanità che si evolve e non resta statico?
Nessuna loro intrinseca superiorità – che, quando esiste, è un effetto e non
una causa –, ma piuttosto la notevole diversità di caratteri e culture.
Individui, classi e nazioni sono stati estremamente diversi gli uni dagli altri:
hanno tracciato una gran quantità di vie, che portavano tutte a qualcosa di
valido; e anche se in ogni epoca chi percorreva vie diverse non tollerava gli
altri, e avrebbe giudicato ottima cosa costringerli tutti a seguire la sua
strada, i tentativi reciproci di impedire il progresso altrui hanno raramente
avuto un successo definitivo, e a lungo andare tutti hanno avuto la possibilità
di recepire i risultati positivi altrui. A mio giudizio, l'Europa deve a questa
pluralità di percorsi tutto il suo sviluppo progressivo e multiforme; ma è una
dote che si sta già riducendo in misura considerevole. L'Europa sta decisamente
avanzando verso l'ideale cinese di rendere tutti gli uomini uguali. Il signor de
Tocqueville, nella sua ultima importante opera, osserva che i francesi di oggi
si rassomigliano molto di più di quelli anche solo della generazione
precedente. Un inglese potrebbe dire lo stesso, e a molto maggior ragione. In un
passo già citato, Wilhelm von Humboldt indica due condizioni necessarie allo
sviluppo umano – perché necessarie per differenziare gli uomini –, la
libertà e la varietà di situazioni. In questo paese, la seconda condizione
svanisce ogni giorno di più. Le circostanze in cui vivono classi e individui
diversi, e che ne formano i caratteri, diventano di giorno in giorno più
simili. Una volta, strati sociali, comunità locali, mestieri e professioni
diversi vivevano in quelli che potevano essere definiti mondi diversi; oggi il
mondo è in buona misura lo stesso per tutti. Relativamente parlando, oggi la
gente legge le stesse cose, ascolta le stesse cose, vede le stesse cose, va
negli stessi posti, spera e teme le stesse cose, ha le stesse libertà, gli
stessi diritti, e le stesse possibilità di farli valere. Per quanto siano
grandi le differenze che ancora sussistono tra gli uomini, non sono nulla in
confronto a quelle che sono scomparse. E il processo di assimilazione continua:
lo favoriscono tutti i mutamenti politici di questo periodo, che tendono senza
eccezione a innalzare chi sta in basso e viceversa. Lo favorisce ogni estensione
dell'istruzione, perché essa sottopone tutti a influenze comuni e li pone in
contatto con il complesso delle conoscenze e dei sentimenti generali. Lo
favorisce il miglioramento delle comunicazioni, che pone in contatto gli
abitanti di località distanti tra loro e incoraggia rapidi e frequenti
spostamenti di residenza da un posto all'altro. Lo favorisce l'espansione del
commercio e dell'industria manifatturiera, che diffonde sempre più ampiamente i
benefici materiali e offre alla competizione generale anche i più elevati
oggetti di ambizione, per cui il desiderio di ascendere nella società non
caratterizza più una classe particolare, ma tutte. Un fattore che ancor più di
questi appena elencati favorisce la generale somiglianza degli uomini è
l'influenza, ormai consolidata in questo e altri paesi dell'opinione pubblica
sullo Stato. Col graduale livellamento delle varie distinzioni sociali che
permettevano a chi si barricava dietro di esse di ignorare l'opinione delle
masse; con la progressiva sparizione dalle menti degli uomini politici dell'idea
stessa di opporsi alla volontà pubblica, nei casi in cui la si conosca con
certezza, il nonconformismo perde qualsiasi sostegno sociale. Scompare cioè
qualsiasi consistente potere sociale che, essendo di per se stesso contrario al
dominio della massa, sia interessato ad assumersi la protezione di opinioni e
tendenze diverse da quelle del grande pubblico. La combinazione di queste cause
forma una tale massa di influenze ostili all'individualità che è difficile
immaginare come essa riuscirà a sopravvivere. Incontrerà difficoltà sempre
maggiori se non si riesce a farne comprendere il valore alla parte più
intelligente del pubblico – a fargli capire che la diversità è positiva,
anche se non è sempre migliore e talvolta può sembrare peggiore di ciò che è
comunemente accettato. Se i diritti dell'individualità devono essere fatti
valere, questo è il momento, quando manca ancora molto perché l'assimilazione
forzata sia completa. È solo resistendo fin dall'inizio che si possono
sconfiggere gli abusi. La pretesa che tutti si rassomiglino cresce quanto più
la si nutre: se si aspetta a resistere fino a quando la vita non sarà quasi
completamente ridotta a un tipo uniforme, ogni deviazione da esso finirà
coll'essere considerata empia, immorale, persino mostruosa e contro natura. Gli
uomini diventano rapidamente incapaci di concepire la diversità quando per
qualche tempo si sono disabituati a vederla.
IV - DEI LIMITI ALL'AUTORITA' DELLA SOCIETA' SULL'INDIVIDUO
Qual è allora il giusto limite alla sovranità
dell'individuo su se stesso? Dove comincia l'autorità della società? Quanto
della vita umana spetta all'individualità e quanto alla società? Ciascuna
riceverà la parte che le spetta se le viene attribuito ciò che la riguarda più
direttamente. All'individualità dovrebbe appartenere la sfera che interessa
principalmente l'individuo; alla società, quella che interessa principalmente
la società. Anche se la società non si fonda su un contratto, e sarebbe
inutile inventarne uno per dedurne degli obblighi sociali, chiunque riceva la
sua protezione deve ripagare il beneficio, e il fatto di vivere in società
rende indispensabile che ciascuno sia obbligato a osservare una certa linea di
condotta nei confronti degli altri. Questa condotta consiste, in primo luogo,
nel non danneggiare gli interessi reciproci, o meglio certi interessi che, per
esplicita disposizione di legge o per tacito accordo, dovrebbero essere
considerati diritti; e, secondo, nel sostenere la propria parte (da determinarsi
in base a principi equi) di fatiche e sacrifici necessari per difendere la
società o i suoi membri da danni e molestie. La società ha il diritto di far
valere a tutti i costi queste condizioni nei confronti di coloro che tentano di
non adempiervi. Né questo è tutto ciò che la società può fare. Gli atti di
un individuo possono arrecare danno ad altri o non tenere in giusta
considerazione il loro benessere, senza giungere al punto di violare alcuno dei
loro diritti costituiti. In questo caso il colpevole può essere giustamente
condannato dall'opinione, ma non dalla legge. Non appena qualsiasi aspetto della
condotta di un individuo diventa pregiudiziale degli interessi altrui, ricade
sotto la giurisdizione della società, e ci si può chiedere se questa
interferenza giovi o meno al benessere generale. Ma tale questione non si pone
in alcun modo quando la condotta di un individuo coinvolge soltanto i suoi
interessi, o coinvolge quelli di altre persone consenzienti (tutti essendo
maggiorenni e dotati di normali facoltà mentali). In tutti questi casi, vi
dovrebbe essere piena libertà, legale e sociale, di compiere l'atto e subirne
le conseguenze. Sarebbe un grave malinteso supporre che si tratti di una
dottrina ispirata a egoistica indifferenza, secondo la quale la vita di ciascuno
non è affare degli altri e gli uomini non devono preoccuparsi del benessere
reciproco, a meno che non vi siano coinvolti i loro interessi. Al contrario, gli
sforzi disinteressati per il bene altrui non vanno diminuiti, ma grandemente
aumentati. Ma la benevolenza disinteressata può persuadere gli uomini a
compiere il proprio bene senza far uso di sferze o flagelli, letterali o
metaforici che siano. Sono l'ultimo a sottovalutare le virtù verso se stessi:
per importanza sono seconde, se lo sono, soltanto a quelle sociali. Tocca
all'educazione coltivarle entrambe: ma anche l'educazione opera con la
convinzione e la persuasione oltre che con la costrizione, e solo mediante le
prime due, finito il periodo educativo dovrebbero essere insegnate le virtù
verso se stessi. Gli uomini hanno il dovere reciproco di aiutarsi a distinguere
il bene dal male, e incoraggiarsi a scegliere il primo e evitare il secondo.
Dovrebbero sempre stimolarsi vicendevolmente a esercitare maggiormente le facoltà
più elevate e a dirigere sentimenti e azioni verso scopi e pensieri saggi e non
insensati, nobilitanti e non degradanti. Ma nessuno, e nessun gruppo, è
autorizzato a dire a un adulto che per il suo bene non può fare della sua vita
quel che sceglie di farne. Ciascuno è la persona maggiormente interessata al
proprio benessere; L'interesse che chiunque altro può avervi, salvo che in casi
di profondi legami personali, è minimo in confronto al suo; L'interesse che la
società ha per lui in quanto individuo (cioè eccezion fatta per la sua
condotta verso gli altri) è scarsissimo e del tutto indiretto, e inoltre l'uomo
o la donna più ordinari hanno mezzi di conoscere i propri sentimenti e la
propria condizione incommensurabilmente superiori a quelli di cui può disporre
chiunque altro. L'interferenza della società in ciò che riguarda solo
l'individuo al fine di prevaricarne giudizio e intenzioni, si fonda per forza su
presupposizioni generiche, che possono essere completamente sbagliate, e che,
anche se giuste, hanno buone probabilità di essere applicate erroneamente ai
casi specifici da persone che non ne conoscono le circostanze né più né meno
di qualunque altro osservatore esterno. È quindi in questo settore delle
attività umane che l'individualità trova il suo giusto campo d'azione. Nel
comportamento reciproco degli uomini, è necessario che le norme generali
vengano sostanzialmente rispettate, perché gli altri sappiano che cosa
aspettarsi da una determinata situazione; ma, nelle questioni che riguardano
solo il singolo, la spontaneità individuale di ciascuno ha diritto a
esercitarsi liberamente. Gli altri possono proporgli, o persino imporgli, delle
considerazioni che lo aiutino nel giudizio, o delle esortazioni che ne
rafforzino la volontà; ma è lui il giudice ultimo. Tutti gli errori che può
commettere ignorando consigli e ammonimenti saranno un male infinitamente
inferiore a quello di lasciarsi costringere da altri a fare ciò che essi
ritengono il suo bene. Non voglio dire che i sentimenti con cui gli altri
considerano una persona non debbano essere influenzati in alcun modo dal suo
comportamento nella sfera di azioni che riguardano solo lui stesso. Non è
possibile, né auspicabile. Se la persona è ricca di qualità che favoriscono
il suo benessere, è degna d'ammirazione perché è più vicina alla perfezione
ideale della natura umana. Se ne è grossolanamente carente, provocherà un
sentimento opposto all'ammirazione. Vi è un certo livello di follia, e un
livello di ciò che può essere chiamato (anche se la terminologia presta il
fianco a obiezioni) bassezza o depravazione di gusti, che, anche se non può
giustificare che si nuoccia alla persona che lo manifesta, la rende
inevitabilmente e giustamente oggetto di disgusto o, in casi estremi, persino di
disprezzo: chi non provasse questi sentimenti non avrebbe le qualità opposte in
misura sufficiente. Pur non facendo torto a nessuno, una persona può
comportarsi in modo da costringerci a giudicarla uno stupido o un essere
inferiore, e a provare nei suoi confronti un certo tipo di sentimenti. Poiché
la persona non li gradirebbe, le rendiamo un favore avvertendola in anticipo di
questa e di ogni altra conseguenza spiacevole cui si espone col suo
comportamento. Sarebbe in effetti opportuno che questo tipo di servigio fosse
molto più frequente di quanto non permetta la normale buona educazione, e che
si potesse onestamente far notare a chiunque che secondo noi sta sbagliando
senza essere considerati maleducati o presuntuosi. Abbiamo inoltre diritto,
sotto varie forme, ad agire in base alla nostra opinione negativa di qualcuno,
non per opprimerne l'individualità, ma esercitando la nostra. Per esempio, non
siamo obbligati a cercare la sua compagnia; abbiamo il diritto di evitarlo (non
però ostentatamente), perché è nostro diritto scegliere la compagnia che più
ci piace. Abbiamo il diritto, e può essere nostro dovere, di mettere altre
persone in guardia contro di lui, se pensiamo che il suo esempio o la sua
conversazione possano avere effetti dannosi su chi lo frequenta. Possiamo fare
favori – che non siano obbligatori – ad altri invece che a lui, a cui invece
dobbiamo quelli che possono migliorarlo. Con queste svariate modalità si può
punire molto severamente un individuo per colpe che direttamente riguardano
soltanto lui; egli però subisce gli effetti di queste punizioni solo nella
misura in cui sono le conseguenze naturali, e per così dire spontanee, delle
sue colpe, non perché gli vengano inflitte espressamente per punirlo. Una
persona sconsiderata, ostinata, presuntuosa; che non può vivere senza grandi
ricchezze; che è incapace di autocontrollo; che persegue piaceri da animale ai
danni di quelli morali e intellettuali, deve aspettarsi di perdere la stima
altrui e di essere considerata con sentimenti meno favorevoli, ma non ha diritto
di lamentarsene, a meno che non abbia dei meriti sociali e quindi abbia diritto
a una speciale considerazione, non intaccata dai suoi demeriti verso se stesso.
La mia tesi è che le sole sanzioni a cui un individuo può essere
legittimamente sottoposto per quella parte della sua condotta e del suo
carattere che lo riguarda esclusivamente e non tocca gli interessi di chi abbia
rapporti con lui, sono quelle strettamente inscindibili dal giudizio sfavorevole
altrui. Gli atti che danneggino altre persone vanno trattati in modo
completamente diverso. Violare i diritti altrui, causare agli altri danni o
perdite non giustificati dai propri diritti, ingannarli con falsità e
doppiezze, approfittare ingiustamente o ingenerosamente di loro, anche evitare
egoisticamente di difenderli: sono tutte azioni che meritano la riprovazione
morale e, nei casi più gravi, il castigo. E non solo gli atti, ma anche le
inclinazioni che li provocano sono realmente immorali e meritano la
disapprovazione, che può giungere all'abominio. La crudeltà d'animo, la
malizia e il malanimo, la passione più antisociale e odiosa, l'invidia, la
dissimulazione e l'insincerità, l'irascibilità per motivi insufficienti, il
risentimento sproporzionato alla causa, la passione del dispotismo, il desiderio
di accaparrarsi più di quanto si meriti (la pleonexía dei greci), l'orgoglio
che si soddisfa nell'avvilimento altrui, l'egoismo che considera i propri
interessi più importanti di qualsiasi altra cosa, e decide tutte le questioni
dubbie a proprio favore: questi sono vizi morali, elementi malvagi e odiosi del
carattere, diversi in questo dalle colpe verso di sé menzionate più sopra, che
non sono immoralità in senso stretto e che, per quanto portate all'estremo, non
costituiscono malvagità. Possono essere segni della più completa follia, o
mancanza di dignità e di rispetto di sé, ma sono passibili di riprovazione
morale solo quando implicano un'infrazione al dovere, che ciascuno ha nei
confronti degli altri, di badare a se stesso. I cosiddetti doveri verso di sé
non sono socialmente obbligatori, a meno che le circostanze non li rendano
contemporaneamente doveri verso gli altri. Il termine "dovere verso se
stessi", quando non significa semplicemente "prudenza", significa
o rispetto di sé o sviluppo di sé, entrambe cose di cui nessuno deve rendere
conto ai suoi simili, perché non coinvolgono gli interessi dell'umanità. La
distinzione tra la perdita dell'altrui stima, in cui si può giustamente
incorrere per mancanza di prudenza o dignità personale, e la riprovazione che
si merita se si ledono i diritti altrui, non è puramente nominale. Fa molta
differenza, nei termini sia dell'atteggiamento che del comportamento che teniamo
nei suoi confronti, che qualcuno ci offenda in qualcosa che riteniamo di avere
il diritto di controllare o invece in qualcosa in cui sappiamo di non averlo. Se
la persona ci infastidisce, possiamo esprimerle la nostra antipatia, ed
evitarla, come evitiamo tutto ciò che ci infastidisce; ma non ci sentiremo in
obbligo di rovinarle l'esistenza. Terremo in considerazione il fatto che sconta
già, o sconterà, tutti i suoi errori; proprio perché si rovina da sola la
vita, sprecandola, non desidereremo rovinargliela ulteriormente: invece di
punirla, cercheremo piuttosto di alleviarle la punizione mostrandole come
evitare o rimediare ai mali che la sua condotta tende a causarle. Nei suoi
confronti possiamo provare pietà, forse antipatia, ma non ira o risentimento.
Non la tratteremo come un nemico della società; al massimo ci riterremo
giustificati ad abbandonarla a se stessa, ma potremmo interferire benevolmente
mostrando interesse o preoccupazione per lei. Ben altrimenti accade se un
individuo ha violato le norme necessarie alla protezione, individuale o
collettiva, dei suoi simili. Le conseguenze negative dei suoi atti non ricadono
allora su di lui, ma sugli altri; e la società, in quanto protettrice di tutti
i suoi membri, deve rifarsi su di lui, deve farlo soffrire all'esplicito scopo
di punirlo, e deve assicurarsi che la punizione sia sufficientemente severa. In
un caso l'individuo è imputato di fronte al nostro tribunale, e siamo chiamati
non solo a giudicarlo ma anche, in un modo o nell'altro, a eseguire la nostra
sentenza; nell'altro, non è nostro compito infliggergli sofferenze, salvo
quelle che possono incidentalmente derivare dal nostro esercizio, nella condotta
dei nostri affari, della stessa libertà che consentiamo a lui nei suoi. Molti
rifiuteranno questa distinzione tra la parte della vita di un uomo che riguarda
soltanto lui e quella che riguarda gli altri. Come può (si potrebbe domandare)
essere indifferente agli altri un qualsiasi aspetto del comportamento di un
membro della società? Nessuno è completamente isolato; è impossibile arrecare
un danno serio o permanente a se stessi senza che il male si estenda almeno fino
a chi ci è più vicino, e spesso molto oltre. Se un uomo lede le sue proprietà,
danneggia chi direttamente o indirettamente ne traeva sostentamento, e
generalmente diminuisce in maggiore o minore misura le risorse complessive della
comunità. Se deteriora le sue facoltà fisiche o mentali, non solo fa del male
a coloro la cui felicità dipendeva, in misura minore o maggiore, da lui, ma si
pone nell'incapacità di rendere i servigi di cui è in generale debitore ai
suoi simili, e talvolta diventa un peso per il loro affetto e la loro
benevolenza. Se questo comportamento fosse molto frequente, sarebbe più
rovinoso per il bene comune di quasi ogni altro crimine possibile. Infine (si
potrebbe dire), anche se una persona non danneggia direttamente altri con i suoi
vizi o follie, tuttavia è dannosa con l'esempio, e dovrebbe essere costretta a
controllarsi per il bene di chi potrebbe essere corrotto o ingannato
dall'osservazione, diretta o indiretta, della sua condotta. E (si potrebbe
aggiungere), anche se le conseguenze del comportamento di un individuo vizioso o
sconsiderato potessero venire limitate a lui, può la società abbandonare a se
stessi coloro che non sono manifestamente in grado di badarsi? Se, per
ammissione comune, i bambini e i minori vanno protetti da se stessi, la società
non è forse ugualmente obbligata a proteggere adulti che sono ugualmente
incapaci di controllarsi? Se il gioco d'azzardo, l'ubriachezza, l'incontinenza,
la pigrizia o la sporcizia sono altrettanto nocivi alla felicità e contrari al
progresso che la maggior parte degli atti vietati dalla legge, perché (ci si
potrebbe chiedere) la legge non dovrebbe cercare di reprimerli, nella misura in
cui ciò è possibile e socialmente utile? E, per supplire alle inevitabili
imperfezioni della legge, non dovrebbe l'opinione pubblica almeno organizzare
una poderosa polizia contro questi vizi e colpire con rigide pene sociali coloro
che notoriamente li praticano? Qui non si tratta (si potrebbe asserire) di
reprimere l'individualità o di impedire che vengano tentati nuovi e originali
esperimenti di vita. Le sole cose che si cerca di impedire sono state giudicate
e condannate dall'alba del mondo ai nostri giorni – e l'esperienza le ha
dimostrate inutili o dannose per l'individualità di chiunque. Ci deve essere un
periodo – espresso in termini di tempo o di quantità di esperienze –
trascorso il quale una verità morale o pratica può essere data per acquisita:
e ciò al solo scopo di impedire a generazione dopo generazione di precipitare
nello stesso baratro che è stato fatale a quelle che l'hanno preceduta. Ammetto
incondizionatamente che il male fatto a noi stessi può colpire gravemente, sia
negli affetti sia negli interessi, le persone che ci sono strettamente legate e,
in misura minore, la società in generale. Quando una condotta di questo tipo
porta a violare un impegno distinto e preciso verso una o più persone, il caso
non è classificabile come danno verso se stessi e diventa passibile di
disapprovazione morale in senso stretto. Se per esempio un uomo, per
intemperanza o stravaganza, diventa insolvente, o, avendo assunto la
responsabilità morale di una famiglia, diventa per cause analoghe incapace di
mantenerla o di educarla, viene meritatamente riprovato e può essere
giustamente punito; ma per l'inadempienza al dovere verso la famiglia o i
creditori, non per la stravaganza. Se le risorse loro destinate fossero state
loro negate per essere investite nel modo più oculato possibile, la
colpevolezza morale sarebbe stata identica. George Barnwell ammazzò suo zio per
dare dei soldi alla sua amante, ma se l'avesse ucciso per iniziare un'attività
commerciale sarebbe stato ugualmente impiccato. Ancora, nel caso frequente di
uomini che causano dolore alle loro famiglie per le loro cattive abitudini, essi
meritano rimprovero perché sono crudeli o ingrati; ma potrebbero meritarne
altrettanto coltivando abitudini di per sé non viziose, che pure fanno soffrire
coloro con cui vivono, o chi per legami personali dipende da loro per il proprio
benessere. Chiunque non tenga nella considerazione che generalmente è loro
dovuta gli interessi e i sentimenti altrui, senza essere costretto a ciò da un
dovere più alto o giustificato da un'ammissibile preferenza per sé, è degno
di disapprovazione morale per questo comportamento, ma non per le sue cause né
per gli errori che possono averlo indirettamente provocato, e che riguardano
solo lui. Analogamente, chi con il suo comportamento verso di sé si renda
incapace di compiere un preciso dovere verso il pubblico è colpevole di un
reato sociale. Nessuno dovrebbe essere punito semplicemente perché è ubriaco;
ma un soldato o un poliziotto dovrebbero essere puniti per ubriachezza in
servizio. In breve, in presenza di un preciso danno, o di un preciso rischio di
danno, per il pubblico o per un individuo, il caso esula dalla sfera della
libertà e rientra in quella della moralità o della legge. Ma, per quanto
concerne il danno puramente contingente o, come lo si può chiamare, costruttivo
che un individuo causa alla società con una condotta che non infranga alcun
dovere specifico verso il pubblico, né leda percettibilmente alcuna persona
precisa salvo l'individuo stesso, si tratta di un fastidio che la società può
permettersi di sopportare, negli interessi di un bene maggiore, la libertà
umana. Se degli adulti devono proprio essere puniti perché non si occupano
abbastanza bene di se stessi, preferirei che lo fossero per il loro bene, non
con il pretesto di impedire loro di danneggiare le proprie facoltà o con la
scusa di rendere alla società benefici cui essa non pretende di aver diritto.
Ma non posso consentire a una discussione in cui si dà per scontato che la
società non avrebbe mezzo alcuno di elevare i suoi membri più deboli al
livello normale di condotta razionale, salvo quello di aspettare che commettano
qualcosa di irrazionale e poi punirli, legalmente o moralmente. La società ha
avuto potere assoluto su di essi durante tutta la prima parte della loro
esistenza: ha avuto tutto il periodo dell'infanzia e dell'adolescenza per
cercare di renderli capaci di condurre razionalmente la propria vita. La
generazione di oggi è signora e padrona sia dell'educazione sia di tutte le
condizioni di vita della generazione di domani: in effetti, non può farla
diventare perfettamente saggia e buona, perché è essa stessa così
deplorevolmente priva di saggezza e bontà; e, in certi casi, i suoi maggiori
sforzi non sempre sono i più riusciti; ma nel complesso è perfettamente in
grado di formare una nuova generazione altrettanto buona, anzi un poco migliore.
Se la società lascia che un numero considerevole dei suoi membri, pur crescendo
fisicamente, resti bambino e incapace di essere influenzato dalla considerazione
razionale di motivi non immediatamente percepibili, può incolpare solo se
stessa. Ha a disposizione non solo tutti i poteri dell'educazione, ma anche il
predominio che l'autorità di un'opinione comune esercita sempre sulle menti
meno in grado di giudicare da sole, e inoltre è aiutata dalle punizioni
naturali che non possono non abbattersi su coloro che incorrono nel disgusto o
nel disprezzo del prossimo: che la società non pretenda di aver bisogno, oltre
che di questo armamentario, anche del potere di emanare e far rispettare ordini
riguardanti questioni personali dei singoli, le quali, stando a qualsiasi
principio legale o politico, andrebbero decise da chi deve sopportarne le
conseguenze. E niente scredita e frustra i migliori metodi di influire sulla
condotta umana più del ricorso ai peggiori. Se tra coloro che la società cerca
di costringere alla prudenza e alla temperanza vi è qualcuno della stoffa di
cui sono fatti i caratteri indipendenti e vigorosi, si ribellerà
infallibilmente al giogo. Nessuna persona del genere penserà mai che gli altri
hanno diritto di controllarlo nei suoi affari, come invece lo hanno di
impedirgli di disturbare i loro; perciò, sfidare questa autorità usurpata,
facendo ostentatamente l'esatto contrario di ciò che comanda, come accadde
all'epoca di Carlo II con la moda della volgarità che subentrò alla fanatica
intolleranza morale dei puritani, finisce facilmente coll'essere considerato
segno di uno spirito coraggioso. Quanto alla necessità, menzionata in
precedenza, di proteggere la società dal cattivo esempio dato dai viziosi o da
chi è troppo indulgente con se stesso, è vero che il cattivo esempio può
avere effetti dannosi, specialmente nel caso di chi faccia un torto ad altri e
resti impunito. Ma qui stiamo parlando di comportamenti che, mentre non
danneggiano gli altri, si presume siano gravemente dannosi a chi li tiene; e non
vedo come coloro che li ritengono tali possano non pensare che, nel complesso,
l'esempio finisce coll'essere più salutare che dannoso, poiché mostra il
comportamento ma anche le sue conseguenze, che, se lo si biasima a ragione, si
devono supporre nella maggior parte dei casi penose o degradanti. Ma l'argomento
più forte contro l'interferenza del pubblico nella condotta puramente
individuale è che, quando si verifica, si verifica con ogni probabilità sia
nei modi sbagliati che nel posto sbagliato. Nelle questioni di moralità
sociale, di doveri nei confronti degli altri, L'opinione del pubblico, cioè
della stragrande maggioranza, è più spesso giusta che sbagliata, poiché si
tratta soltanto di giudicare sui propri interessi, su come verrebbero coinvolti
da un dato comportamento, se venisse consentito. Ma l'opinione di una simile
maggioranza, imposta come legge a una minoranza, in questioni di condotta
strettamente individuale ha uguali probabilità di essere giusta o sbagliata,
perché nel migliore di questi casi opinione pubblica significa l'opinione di
alcuni su che cosa sia bene o male per altri, e molto spesso non significa
neanche questo – il pubblico, con la più perfetta indifferenza, ignora i
sentimenti o le esigenze di coloro di cui biasima la condotta, e pensa solo alla
propria preferenza. Molti considerano lesiva dei propri interessi qualsiasi
condotta che loro dispiaccia, e se ne risentono come di un oltraggio ai loro
sentimenti; simili a quel bigotto che, accusato di disprezzare i sentimenti
religiosi degli altri, ha ribattuto che sono loro a disprezzare i suoi
persistendo nel loro abominevole culto o credo. Ma non sono sullo stesso piano
ciò che uno pensa della propria opinione e ciò che ne pensa un altro che la
considera un'offesa, come non lo sono il desiderio di un ladro di rubare una
borsa e il desiderio del legittimo proprietario di tenersela. E i gusti di un
individuo sono una sua questione personale, quanto la sua opinione o la sua
borsa. È facile immaginare un pubblico ideale che lasci indisturbata la libertà
e la scelta individuale in tutte le questioni dubbie, e si limiti a chiedere
agli individui di evitare comportamenti che l'esperienza universale ha
condannato. Ma dove si è mai visto un pubblico che imponesse limiti del genere
alla propria facoltà di censura? O quando mai il pubblico si preoccupa
dell'esperienza universale? Nelle sue interferenze con la condotta individuale
pensa raramente ad altro che alla mostruosità di agire o pensare diversamente
da lui; e questo criterio di giudizio, lievemente camuffato, viene presentato
agli uomini come il dettame della religione e della filosofia dai nove decimi
dei moralisti e pensatori, i quali insegnano che le cose sono giuste perché
sono giuste; perché sentiamo che lo sono. Ci dicono di cercare nelle nostre
menti e nei nostri cuori le norme di condotta per noi e per tutti gli altri.
Cos'altro può fare chi è parte del pubblico, se non seguire le istruzioni e
rendere le proprie concezioni personali del bene e del male, se sono
tollerabilmente unanimi, obbligatorie per tutto il mondo? Questo male non esiste
soltanto in teoria; e ci si potrebbe forse aspettare che io specifichi i casi in
cui il pubblico contemporaneo del nostro paese conferisce impropriamente veste
legale alle sue preferenze. Non sto scrivendo un saggio sulle aberrazioni
dell'odierno sentimento morale: è un argomento troppo vasto per discuterlo
incidentalmente, a fini illustrativi. Tuttavia si rendono necessari degli esempi
per dimostrare che il principio da me affermato è di notevole importanza
pratica, e che non sto cercando di erigere difese contro mali immaginari. E non
è difficile dimostrare, con abbondanza di esempi, che l'ampliamento del raggio
d'azione di quella che può essere chiamata polizia morale fino a farle ledere
la libertà individuale più indiscutibilmente legittima è una delle più
universali propensioni umane. Consideriamo come primo caso le antipatie nei
confronti di coloro la cui sola colpa è che, avendo opinioni religiose diverse
dalle nostre, non praticano le nostre osservanze religiose, in particolare le
astinenze. Per citare un esempio alquanto banale, ciò che più eccita l'odio
dei musulmani nei confronti della fede e della pratica cristiane è il fatto che
i cristiani mangiano carne di maiale. Pochi sono gli atti per cui cristiani e
europei provano un disgusto più sincero di quello dei musulmani per questo
particolare modo di sfamarsi. Innanzitutto è una trasgressione alla loro
religione, ma ciò non spiega affatto la violenza o il tipo della loro
ripugnanza; infatti anche il vino è loro vietato dalla religione, e tutti i
musulmani considerano il bere peccaminoso, ma non disgustoso. La loro avversione
per la carne della "bestia immonda" è al contrario analoga a quella
dell'antipatia istintiva che l'idea di sporcizia, una volta che sia stata
profondamente assimilata, sembra sempre suscitare anche in persone le cui
abitudini sono tutt'altro che scrupolosamente pulite, e di cui è notevole
esempio il sentimento dell'impurità religiosa, così forte negli indù.
Supponiamo ora che in un popolo a maggioranza maomettana venga proibito a tutti
di mangiare carne di maiale entro i confini del paese: non sarebbe una novità
per i paesi musulmani
. Si tratterebbe di un esercizio legittimo dell'autorità morale della pubblica
opinione, oppure sarebbe illegittimo, e perché? Per questa gente la pratica è
davvero rivoltante: e inoltre pensano sinceramente che sia vietata e aborrita
dalla Divinità. Né questa proibizione potrebbe essere condannata in quanto
persecuzione religiosa: potrà avere origini religiose, ma non è una
persecuzione, perché non c'è religione che comandi di mangiare carne di
maiale. La sola base difendibile su cui condannarla sarebbe che il pubblico non
ha diritto di interferire nei gusti personali e nelle questioni strettamente
individuali. Per venire più vicino a noi: la maggioranza degli spagnoli
considera grossolanamente empio, massimamente ingiurioso dell'Essere Supremo,
adorarlo in modo diverso da quello cattolico romano; e in Spagna ogni altro
culto pubblico è vietato. I popoli di tutta l'Europa meridionale considerano un
clero che non pratica il celibato non soltanto irreligioso, ma impuro,
indecente, volgare e disgustoso. Che cosa pensano i protestanti di questi
sentimenti perfettamente sinceri, e del tentativo di farli rispettare anche da
chi non è cattolico? E tuttavia, se gli uomini possono giustificatamente
interferire nella loro reciproca libertà anche in questioni che non riguardano
gli interessi altrui, in base a quale principio si possono coerentemente
escludere questi casi? O chi può biasimare gente che desidera sopprimere ciò
che considera uno scandalo al cospetto di Dio e degli uomini? Gli argomenti a
favore della proibizione di tutto ciò che è considerato immoralità
individuale sono identici a quelli usati per giustificare la soppressione di
certe pratiche religiose da coloro che le considerano empie; e, a meno che non
vogliamo adottare la logica dei persecutori, e sostenere che dobbiamo
perseguitare altre persone perché abbiamo ragione, mentre loro non devono
perseguitare noi perché hanno torto, dobbiamo guardarci dall'ammettere un
principio la cui applicazione nei nostri confronti considereremmo
grossolanamente ingiusta. Si potrebbe obiettare, anche se a torto, che i casi
precedenti si riferiscono a situazioni impossibili tra noi, dato che non è
probabile che l'opinione di questo paese costringa tutti a non mangiare carne o
interferisca nella libertà della gente di praticare un culto, e di sposarsi o
di non sposarsi a seconda delle proprie fedi o inclinazioni. Il prossimo esempio
tuttavia si riferisce a una interferenza nella libertà che costituisce un
pericolo ancora attuale. In ogni situazione in cui sono stati sufficientemente
potenti – per esempio nella Nuova Inghilterra o in Gran Bretagna ai tempi di
Cromwell –, i puritani hanno cercato, con considerevole successo, di
sopprimere tutti i divertimenti pubblici e quasi tutti quelli privati: in
particolare la musica, la danza, i giochi pubblici o le altre riunioni a fini
ricreativi, e il teatro. Ancor oggi vi sono in questo paese vasti gruppi i cui
ideali morali e religiosi condannano questi svaghi; e dato che queste persone
appartengono soprattutto alla classe media, che nelle attuali condizioni
politiche e sociali del Regno costituisce il potere dominante, non è affatto
impossibile che prima o poi ottengano la maggioranza in parlamento. Al resto
della comunità farà piacere che quegli svaghi che gli saranno consentiti siano
regolamentati dai sentimenti morali e religiosi dei calvinisti e metodisti più
severi? Non auspicherà, in modo alquanto perentorio, che questi pii e invadenti
membri della società badino ai fatti propri? È esattamente quel che si
dovrebbe dire a qualsiasi governo o pubblico che pretendono che nessuno si
diverta in un modo da loro ritenuto sbagliato. Ma se in linea di principio si
ammette questa pretesa, non si può ragionevolmente chiedere che non venga
attuata secondo i voleri della maggioranza, o comunque di chi detiene il potere
in un dato paese; e dobbiamo essere pronti a conformarci alla concezione di
comunità cristiana che avevano i primi coloni della Nuova Inghilterra, nel caso
che una confessione religiosa simile alla loro riesca a riguadagnare il terreno
perduto, come hanno spesso fatto religioni che erano ritenute in declino.
Immaginiamo un'altra situazione, forse più probabile di quest'ultima. Tutti
concordano nell'affermare che il mondo moderno presenta una forte tendenza verso
una costituzione democratica della società, accompagnata o meno da istituzioni
politiche popolari. Si afferma anche che, nel paese in cui questa tendenza è più
compiutamente realizzata – in cui società e governo sono più democratici,
cioè gli Stati Uniti –, il sentimento della maggioranza, che non gradisce
alcuna ostentazione di uno stile di vita più brillante o costoso di quello che
può sperare di emulare, funziona con discreta efficacia da legge suntuaria, e
che in molte parti dell'Unione una persona con un reddito molto elevato trova
veramente difficile spenderlo senza incorrere nella disapprovazione popolare.
Anche se affermazioni del genere sono senza dubbio molto esagerate, la
situazione da esse descritta è un risultato, non solo concepibile e possibile,
ma probabile, della combinazione del sentimento democratico con la nozione
secondo cui il pubblico ha diritto di veto sul modo in cui gli individui
spendono i loro redditi. Supponiamo inoltre che le opinioni socialiste si
diffondano considerevolmente: ogni proprietà che non sia minima o ogni reddito
che non derivi dal lavoro manuale rischiano di diventare un'infamia agli occhi
della maggioranza. Opinioni in linea di principio simili a questa predominano già
nella classe dei lavoratori manuali, e opprimono pesantemente coloro che
principalmente si riferiscono a esse – vale a dire, i membri di quella classe.
È ben noto che gli operai inefficienti che in molti rami dell'industria
costituiscono la maggioranza, sono decisamente dell'opinione che essi dovrebbero
essere pagati quanto quelli efficienti, e che a nessuno dovrebbe essere
consentito, mediante il cottimo o altre forme, di guadagnare più di altri che
non sono altrettanto abili o operosi. E impiegano una polizia morale, che
talvolta diventa fisica, per far sì che gli operai più abili non ricevano una
maggiore remunerazione per un migliore servizio, e che i datori di lavoro non la
concedano. Se il pubblico ha una qualsiasi giurisdizione sulle questioni
private, non vedo perché questa gente debba avere torto, o perché si debbano
criticare le persone direttamente in rapporto con uno specifico individuo se
rivendicano sulla condotta individuale di quest'ultimo la stessa autorità che
il pubblico nel suo complesso rivendica su tutti i singoli individui. Ma,
tralasciando i casi ipotetici, al giorno d'oggi si verificano effettivamente
grossolane violazioni della libertà privata, ne vengono minacciate, con
probabilità di successo, di più gravi, e viene apertamente sostenuto il
diritto incondizionato del pubblico non solo a vietare per legge tutto ciò che
ritiene sbagliato, ma a proibire, per colpire quelli che considera errori, una
serie di attività che, per sua stessa ammissione, sono innocue. Con la scusa di
prevenire l'intemperanza, è stato vietato per legge alla popolazione di una
colonia inglese, e di quasi metà degli Stati Uniti, di far uso di bevande
fermentate, salvo che per fini medicinali; la proibizione della loro vendita è
in effetti, come era intesa essere, proibizione del loro uso. E anche se
l'impossibilità di farla rispettare in pratica ha fatto sì che questa legge
venisse abrogata in parecchi stati che l'avevano adottata, ivi compreso il
Maine, da cui prende nome, nel nostro paese molti filantropi dichiarati hanno
iniziato, e proseguono con notevole zelo, a far propaganda in favore
dell'adozione di un provvedimento analogo. L'associazione, o
"Alleanza", come si autodefinisce, costituita a questo scopo ha
ricevuto una certa notorietà in seguito alla pubblicazione di una
corrispondenza tra il suo segretario e uno dei pochissimi uomini pubblici
inglesi che ritengono che le opinioni di un politico debbano fondarsi su principî.
Le lettere di Lord Stanley aumenteranno certamente le speranze già riposte in
lui da coloro che sanno quanto siano purtroppo rare, nella vita politica, le
qualità già manifestatesi in qualche suo intervento pubblico. Il segretario
dell'Alleanza, che "deplorerebbe profondamente il riconoscimento di
qualsiasi principio che potrebbe essere travisato in modo tale da giustificare
fanatismi e persecuzioni", intende ribadire la "spessa e invalicabile
barriera" che separa principi del genere da quelli dell'associazione.
"Tutte le questioni relative al pensiero, all'opinione, alla coscienza, mi
sembrano", afferma, "al di fuori della sfera della legislazione; tutto
ciò che è invece attinente a atti, abitudini, rapporti sociali – che è
soggetto solo a un potere discrezionale spettante allo Stato e non all'individuo
– dentro di essa". Non viene menzionata una terza classe, diversa da
entrambe, cioè quella degli atti e delle abitudini che non sono sociali ma
individuali: anche se, sicuramente, è ad essa che appartiene l'atto di bere
liquori fermentati. Tuttavia, vendere liquori fermentati è commercio, e il
commercio è un atto sociale. Ma la violazione contro cui protestiamo non è
della libertà del venditore, ma di quella del compratore e consumatore; poiché
lo Stato potrebbe benissimo vietargli di bere vino, dal momento che gli rende
espressamente impossibile ottenerlo. Tuttavia, il segretario sostiene:
"Affermo, come cittadino, il mio diritto a un intervento legislativo in
ogni caso in cui i miei diritti sociali siano violati dall'atto sociale di un
altro". Ed ecco la definizione di questi "diritti sociali":
"Se c'è qualcosa che viola i miei diritti sociali è certamente il
commercio di bevande alcooliche. Distrugge il mio diritto fondamentale alla
sicurezza, creando e stimolando costantemente il disordine sociale. Viola il mio
diritto all'uguaglianza, derivando profitto dalla creazione di un'indigenza
sostentata dalle tasse che pago. Ostacola il mio diritto a un libero sviluppo
morale e intellettuale, circondando di pericoli il mio cammino e indebolendo e
demoralizzando la società da cui ho diritto di pretendere mutuo soccorso e
appoggio". Probabilmente nessuno ha mai enunciato distintamente qualcosa di
simile a questa teoria dei "diritti sociali", che equivale a quanto
segue: è diritto sociale assoluto di ciascun individuo che ciascun altro
individuo si comporti sotto ogni aspetto esattamente come dovrebbe comportarsi;
inoltre, chiunque non ottemperi nei minimi dettagli a quanto sopra viola il mio
diritto sociale e mi autorizza a esigere che il motivo della mia lagnanza venga
eliminato per legge. Un principio così mostruoso è molto più pericoloso di
qualsiasi singola interferenza nella libertà; non vi è violazione della libertà
che esso non giustifichi; non riconosce alcun diritto ad alcuna libertà, salvo
forse quella di avere opinioni in segreto, senza rivelarle a nessuno poiché
nell'attimo in cui un'opinione che considero nociva viene proferita, viola tutti
i "diritti sociali" che l'Alleanza mi conferisce. La dottrina
attribuisce a tutti gli uomini un interesse acquisito nella reciproca perfezione
morale, intellettuale e persino fisica, definita da ciascuno secondo i propri
criteri. Un altro importante esempio di interferenza illegittima nella giusta
libertà dell'individuo, e non semplicemente minacciata ma ormai da molto
realizzata con successo, è la legislazione riguardante le domeniche. Senza
dubbio, astenersi dall'abituale attività quotidiana nella misura in cui lo
permettono le esigenze della vita, è una consuetudine altamente benefica, anche
se non è sotto alcun aspetto un obbligo religioso, salvo che per gli ebrei. E,
nella misura in cui questa consuetudine non può essere rispettata senza il
consenso generale di chi lavora, dato che se alcuni lavorano anche altri possono
trovarsi costretti a lavorare, può essere consentito e giusto che la legge
garantisca l'osservanza reciproca del riposo, sospendendo le principali attività
lavorative in un dato giorno. Ma questa giustificazione, fondata sull'interesse
diretto di tutti al rispetto dell'usanza da parte di ciascuno, non vale per le
occupazioni indipendenti cui si può voler dedicare il proprio tempo libero, né,
in alcun modo, per le restrizioni legali imposte agli svaghi. È vero che lo
svago di alcuni è il lavoro di altri; ma il divertimento, per non dire l'utile
ricreazione, di molti vale la fatica di pochi, purché l'abbiano liberamente
scelta. Gli operai hanno perfettamente ragione a pensare che, se tutti
lavorassero la domenica, il lavoro di sette giorni riceverebbe il salario di
sei; ma se la attività lavorative sono per la gran maggioranza sospese, i pochi
che devono continuare a lavorare per il divertimento altrui ricevono un aumento
proporzionale dei guadagni; e, se preferiscono il tempo libero all'emolumento,
non sono obbligati a svolgere quel particolare lavoro. Volendo migliorare
ulteriormente la situazione, si può stabilire per consuetudine un giorno di
vacanza settimanale per chi lavora la domenica. Quindi, le restrizioni ai
divertimenti domenicali possono giustificarsi solo sostenendo che sono contrari
al dettato religioso – motivo di legislazione, questo, contro cui non si
protesterà mai abbastanza. "Deorum injuriae Diis curae". Resta da
provare che la società, o qualunque suo funzionario, ha ricevuto dall'alto
l'incarico di vendicare ogni presunta offesa all'Onnipotente che non sia anche
un torto verso i nostri simili. Il concetto secondo cui è dovere di ognuno che
gli altri siano religiosi è stato alla base di tutte le persecuzioni religiose,
e, una volta accettato le giustifica pienamente. Anche se il sentimento che
traspare dai ripetuti tentativi di fermare le ferrovie o di tenere chiusi i
musei la domenica, e così via, non ha la crudeltà dei vecchi persecutori,
l'atteggiamento mentale che esso indica è fondamentalmente lo stesso. È la
determinazione a non tollerare che altri facciano ciò che è permesso dalla
loro religione, perché non è permesso da quella del persecutore. È la
convinzione che Dio non solo aborre le azioni del miscredente, ma non ci
considererà innocenti se lo lasciamo in pace. Non posso evitare di aggiungere a
questi esempi dello scarso conto in cui la libertà umana è abitualmente
tenuta, il linguaggio apertamente persecutorio cui indulge la stampa di questo
paese quando si sente investita della missione di occuparsi del fenomeno del
Mormonismo. Molto si potrebbe dire sul fatto, imprevisto e istruttivo, che
centinaia di migliaia di persone credano a una pretesa nuova rivelazione e alla
religione fondata su di essa – frutto di evidente impostura, neppure sostenuta
dal prestigio o dalle straordinarie qualità del suo fondatore –, che è
diventata la base di una società, nell'epoca dei giornali, delle ferrovie e del
telegrafo. Ciò che ci interessa in questa sede è che questa religione, come
altre migliori di essa, ha i suoi martiri; che il suo profeta e fondatore fu
linciato a causa dei suoi insegnamenti; che altri suoi aderenti persero la vita
a causa della stessa violenza scatenata; che i Mormoni furono espulsi a forza,
in massa, dal paese in cui erano nati, e, ora che sono stati confinati in un
rifugio solitario nel mezzo di un deserto, molti abitanti di questo paese
dichiarano apertamente che sarebbe giusto (ma è scomodo) mandare una spedizione
che li costringa a forza a uniformarsi alle opinioni altrui. L'aspetto della
dottrina mormone che maggiormente provoca avversione e scatena un'insolita
intolleranza religiosa è il permesso di praticare la poligamia; che, anche se
consentita a musulmani, indù e cinesi, sembra suscitare un'implacabile animosità
se praticata da persone che parlano inglese e si dichiarano una sorta di
cristiani. Nessuno disapprova più di me quest'istituzione mormone; tra l'altro
anche perché, lungi dal rappresentare un'espressione del principio della libertà,
lo viola direttamente, poiché non fa che ribadire le catene di una metà della
comunità e emancipare l'altra dalla reciprocità dell'impegno nei suoi
confronti. Eppure, va ricordato che le donne coinvolte in questo tipo di
rapporto – che possono esserne considerate la parte lesa – l'accettano
altrettanto volontariamente che qualsiasi altra forma di matrimonio: e ciò, per
quanto sembri sorprendente, trova spiegazione nelle opinioni e nelle usanze
comuni che, insegnando alle donne che il matrimonio è la sola cosa che conti,
fanno sì che molte preferiscano essere una moglie insieme a parecchie altre
piuttosto di non esserlo del tutto. Agli altri paesi non viene chiesto di
riconoscere queste unioni, né di esimere dal rispetto della legge alcun loro
cittadino a causa della sua fede mormone. Ma quando i dissenzienti hanno
concesso agli altrui sentimenti ostili ben più di quanto fosse giusto esigere
da loro; quando hanno abbandonato i paesi che rifiutavano le loro dottrine e si
sono stabiliti in un remoto angolo della terra, che hanno colonizzato e reso
abitabile, è difficile comprendere in base a quali principi, salvo quelli della
tirannide, si possa loro impedire di viverci secondo le leggi che preferiscono,
purché non commettano atti di aggressione contro altre nazioni e lascino a chi
non è soddisfatto del loro modo di vivere la perfetta libertà di andarsene. Un
autore recente, e sotto certi aspetti di considerevole merito, propone (per
usare le sue parole), non una crociata, ma una civilizzata contro questa comunità
poligamica per porre termine a quello che gli pare un arretramento della civiltà.
Pare anche a me, ma non mi risulta che una comunità abbia il diritto di
costringere un'altra a essere civilizzata. Purché le vittime di una legge
iniqua non invochino l'aiuto di altre comunità, non possono ammettere che
persone del tutto estranee intervengano e esigano che si ponga fine a una
situazione, di cui tutti i diretti interessati sembrano soddisfatti, perché dà
scandalo a gente lontana migliaia di miglia e senza alcun titolo o motivo per
interferire. Mandino dei missionari, se ne hanno voglia; e si oppongano con ogni
mezzo leale (tra cui non è compreso ridurre al silenzio i predicatori) al
progresso di simili dottrine nel loro paese. Se la civiltà ha sconfitto la
barbarie che dominava il mondo, non è lecito professare il timore che la
barbarie, dopo essere stata largamente debellata, risorga e sconfigga la civiltà.
Una civiltà che può soccombere in questo modo al nemico che ha già battuto in
precedenza deve essere prima arrivata a un tale punto di degenerazione, che né
i suoi sacerdoti e maestri designati né chiunque altro hanno la capacità, o la
voglia, di difenderla. Se le cose stanno così, prima una tale civiltà riceve
l'ordine di andarsene meglio è: può solo continuare a peggiorare finché (come
accadde all'Impero d'Occidente) dei barbari vigorosi non la distruggano e la
rigenerino.
V - APPLICAZIONI
I principî enunciati nelle pagine precedenti devono
costituire la base generale di una discussione più particolareggiata, prima che
si possa tentarne una coerente applicazione a tutti i vari settori della
politica e della morale con buone probabilità di successo. Le poche
osservazioni che mi accingo a fare su alcune questioni particolari hanno lo
scopo di illustrare i principî piuttosto che di svilupparne le conseguenze. Non
presento tanto delle applicazioni quanto degli esempi di applicazione, che
possono servire a chiarire meglio significato e limiti delle due proposizioni
che insieme costituiscono l'intera dottrina esposta in questo saggio, e a
fornire dei criteri decisionali per i casi in cui si sia in dubbio se applicare
l'una o l'altra. Le proposizioni sono, in primo luogo, che l'individuo non deve
rendere conto alla società delle proprie azioni nella misura in cui esse non
riguardano gli interessi di altri che lui stesso. Se lo ritengono necessario per
il bene proprio, gli altri possono consigliare, istruire, persuadere o evitare
l'individuo in questione; queste sono le sole misure mediante le quali la società
può giustificatamente esprimere la propria avversione o disapprovazione. In
secondo luogo, l'individuo deve rendere conto delle azioni che possano
pregiudicare gli interessi altrui, e può essere sottoposto a punizioni sociali
o legali se la società ritiene le une o le altre necessarie per proteggersi.
Innanzitutto, non si deve in alcun modo presumere che poiché soltanto il danno,
o la probabilità di danno, agli altrui interessi può giustificare
l'interferenza della società, esso la giustifichi sempre. In molti casi un
individuo cercando di conseguire un fine legittimo, causa per necessità, e
quindi legittimamente, sofferenza o perdite ad altri, oppure si impadronisce di
un bene che altri speravano ragionevolmente di ottenere. Queste contrapposizioni
tra interessi individuali sono spesso dovute a istituzioni sociali
insoddisfacenti, ma sono inevitabili finché esistono queste ultime; e alcune
sarebbero inevitabili con qualsiasi istituzione. Chiunque abbia successo in una
professione sovraffollata o in un esame competitivo, chiunque sia preferito a un
altro in una competizione per un oggetto che entrambi desiderano, trae vantaggio
dall'insuccesso di altri, dalle loro fatiche sprecate e dalla loro delusione.
Ma, per ammissione comune, è meglio per gli interessi generali dell'umanità
che gli uomini perseguano i loro scopi senza darsi pensiero di questo genere di
conseguenze. In altre parole, la società non concede ai contendenti sconfitti
alcun diritto, legale o morale, all'immunità da questo tipo di sofferenze, e si
ritiene in dovere di interferire solo quando il successo è stato conseguito con
mezzi non ammissibili dall'interesse generale cioè l'inganno, la slealtà, o la
forza. Ancora, il commercio è un atto sociale. Chiunque venda un genere di beni
al pubblico compie un atto che coinvolge gli interessi di altri e della società
in generale; e quindi la sua condotta rientra in linea di principio sotto la
giurisdizione sociale; di conseguenza, un tempo era considerato dovere dei
governi fissare i prezzi e regolamentare i processi di fabbricazione in tutti i
casi ritenuti di una certa rilevanza. Ma ora si è giunti a riconoscere, anche
se solo dopo una lunga lotta, che sia il prezzo sia la qualità delle merci sono
garantiti più efficacemente lasciando perfettamente liberi produttori e
venditori, con il solo vincolo della uguale libertà per gli acquirenti di
rifornirsi dove preferiscano. Questa è la cosiddetta dottrina del "libero
scambio" che ha fondamenti diversi da quelli del principio della libertà
individuale enunciato in questo saggio, anche se con essi coerenti. Le
restrizioni al commercio, o alla produzione a fini commerciali, sono in effetti
dei vincoli; e ogni vincolo, in quanto tale, è un male; ma i vincoli in
questione riguardano solo quella parte del comportamento il cui controllo
rientra nella competenza della società, e sono erronei solo perché non
producono effettivamente i risultati che da essi si intende ottenere. Poiché il
principio della libertà individuale non è coinvolto nella dottrina del libero
scambio, non lo è neppure nella maggior parte delle questioni che ne riguardano
i limiti, come per esempio il grado di controllo pubblico ammissibile per
prevenire le frodi e le adulterazioni; o quali precauzioni igieniche o misure
per proteggere chi svolga lavori pericolosi debbano essere imposte ai datori di
lavoro. Questi problemi implicano considerazioni concernenti la libertà solo
nella misura in cui lasciare gli uomini a se stessi è sempre meglio, caeteris
paribus, che controllarli; ma in linea di principio è innegabile che li si
possa legittimamente controllare a questi fini. D'altro canto, vi sono questioni
riguardanti l'interferenza nel commercio che sono essenzialmente questioni di
libertà, come la legge del Maine, cui si è già accennato; il divieto di
importazione dell'oppio in Cina; le limitazioni alla vendita di sostanze
tossiche – in breve, tutti i casi in cui scopo dell'interferenza è rendere
difficile o impossibile procurarsi una data merce. Questi interventi sono
opinabili non in quanto violazioni della libertà del produttore o del
venditore, ma dell'acquirente. Uno di questi esempi, la vendita di sostanze
tossiche, pone un nuovo problema: i giusti limiti di quelle che possono essere
chiamate le funzioni di polizia – cioè in che misura si possa legittimamente
violare la libertà per prevenire delitti o incidenti. Una delle funzioni
indiscusse dei governi è prendere precauzioni contro il crimine prima che venga
commesso, oltre che scoprirlo e punirlo dopo. Tuttavia, della funzione
preventiva del governo si può abusare a danno della libertà molto più
facilmente che di quella punitiva; poiché non vi è quasi alcun aspetto della
legittima libertà d'azione di un individuo che non potrebbe essere descritto, e
in modo plausibile, come creazione di condizioni favorevoli a qualche forma di
azione criminosa. Ciononostante, se un'autorità pubblica, o anche un privato,
constata che qualcuno è chiaramente in procinto di commettere un reato non è
costretto a fare da spettatore passivo fino al compimento del reato, ma può
intervenire per prevenirlo. Se i veleni non fossero mai comprati o usati per
scopi diversi dall'omicidio, sarebbe giusto vietarne la fabbricazione e la
vendita. Tuttavia possono essere usati a scopi innocui e persino utili, e le
restrizioni non possono essere imposte in un caso senza essere operative
nell'altro. Ancora, è giusto compito dell'autorità pubblica prevenire gli
incidenti: se un pubblico ufficiale, o chiunque altro, vede una persona che sta
per attraversare un ponte che è stato dichiarato pericolante e non ha il tempo
di avvertirla del pericolo, la può afferrare e bloccare, senza per ciò
violarne realmente la libertà: poiché essa consiste nel fare ciò che si
vuole, e la persona in questione non vuole cadere nel fiume. Tuttavia, quando
non vi è certezza ma solo pericolo di danno, nessuno, salvo il diretto
interessato, può giudicare se il motivo che lo induce a correre il rischio è
sufficiente: quindi in questo caso (a meno che si tratti di un bambino, di un
malato mentale, o comunque di una persona in stato di alterazione o distrazione
tali da non permettere il pieno uso dell'intelletto) dovrebbe, a mio parere,
soltanto essere avvertito del pericolo; non impedito con la forza di esporvisi.
Considerazioni analoghe, applicate a questioni come la vendita di sostanze
tossiche, ci possono permettere di decidere quali possibili modalità di
controllo siano o meno contrarie al principio. Per esempio, una precauzione come
porre sulla sostanza un'etichetta che ne indichi la pericolosità può essere
attuata senza violare la libertà; l'acquirente non può non voler sapere che la
merce in suo possesso ha delle proprietà venefiche. Ma esigere in ogni caso un
certificato medico renderebbe talvolta impossibile, e sempre costoso, procurarsi
il prodotto per scopi legittimi. La sola modalità che a mio avviso possa
ostacolare l'impiego di queste sostanze a fini criminosi, senza violazioni
rilevanti della libertà di chi le desideri per altri scopi, consiste nel creare
quello che Bentham chiama, con felice terminologia, "accertamento
preventivo": tutti ne conoscono degli esempi, nei contratti. È abituale e
giusto che, quando si stipula un contratto, la legge richieda come condizione
della sua attuazione l'osservanza di certe formalità, come firme, attestazioni
di testimoni, e così via, in modo che in caso di successive controversie vi
siano prove che il contratto è stato realmente stipulato, in circostanze che lo
rendono legalmente valido sotto tutti gli aspetti; ciò impedisce efficacemente
i contratti fittizi, o quelli stipulati in circostanze che, se conosciute, li
invaliderebbero. Delle precauzioni di carattere analogo potrebbero essere
applicate alla vendita di merci utilizzabili a fini criminosi. Per esempio, al
venditore potrebbe essere fatto obbligo di registrare il momento esatto della
vendita, il nome e l'indirizzo dell'acquirente, l'esatta qualità e quantità
venduta, di chiedere lo scopo dell'acquisto e di trascrivere la risposta. Quando
non vi fosse ricetta medica, potrebbe essere richiesta la presenza di un terzo
per far comprendere all'acquirente l'importanza dell'atto, nel caso
successivamente vi fosse ragione di ritenere che la merce sia stata adibita a
fini criminosi. Questa regolamentazione non costituirebbe generalmente un
ostacolo rilevante all'acquisto, ma diminuirebbe considerevolmente le possibilità
di usare impunemente la sostanza a fini illegali. Il diritto intrinseco della
società a evitare i reati contro di sé, mediante precauzioni preventive,
indica ovvi limiti alla proposizione secondo cui non si può legittimamente
interferire in modo preventivo o punitivo in una cattiva condotta che riguardi
solo chi la tiene. Per esempio normalmente l'ubriachezza non dovrebbe essere
oggetto di interferenze legali, ma riterrei perfettamente legittimo che una
persona colpevole di un atto di violenza verso altri commesso in stato
d'ebbrezza sia sottoposta a uno speciale vincolo legale: se viene nuovamente
sorpresa in stato di ubriachezza è punibile, e se, ubriaca, commette un reato,
la pena per esso prevista deve essere inasprita. Per una persona che l'alcool
rende aggressiva, ubriacarsi è un reato verso gli altri. Analogamente, l'ozio,
salvo nei casi in cui l'ozioso sia mantenuto a spese pubbliche o l'inattività
costituisca una violazione contrattuale, non può essere oggetto di
provvedimenti legali senza tirannide; ma se, per ozio o per ogni altra causa
evitabile, un individuo non compie i suoi doveri legali verso altri – per
esempio, non mantiene i propri figli –, non è tirannide costringerlo a
adempiere ai suoi obblighi mediante il lavoro coatto se non sono possibili altri
mezzi. Inoltre, vi sono molti atti che, poiché danneggiano direttamente solo
chi li compie, non dovrebbero essere vietati dalla legge, ma che compiuti in
pubblico costituiscono un'infrazione delle buone maniere e quindi, rientrando
nella categoria dei reati contro gli altri, possono essere giustamente vietati.
Di questo tipo sono i reati contro la decenza, su cui non è necessario
soffermarci, perché hanno solo un legame indiretto con la questione che ci
interessa; e comunque l'obiezione all'essere compiuti in pubblico è altrettanto
fondata nel caso di molti atti di per sé non riprovevoli, né presunti tali. Vi
è un'altra questione cui bisogna trovare una risposta coerente con i principi
che abbiamo enunciato. Si considerino i casi di comportamenti personali
considerati riprovevoli, ma che la società, per rispetto della libertà, non può
né prevenire né punire perché il male che ne risulta direttamente ricade solo
su chi li compie; dei terzi sono ugualmente liberi di consigliare o incoraggiare
lo stesso atto che un singolo individuo è libero di fare? È una questione non
priva di difficoltà. Il caso di una persona che inciti un'altra a compiere
un'azione non è, a stretto rigor di termini, un caso di condotta che riguarda
solo se stessi. Offrire consigli o incentivi a un altro è un atto sociale, e
quindi si può supporre che, come ogni azione che riguardi gli altri, sia
sottoposto a controllo sociale. Ma un'ulteriore riflessione modifica la prima
opinione, mostrando che, anche se il caso non rientra a stretto rigor di termini
nella definizione di libertà individuale, tuttavia valgono per esso le ragioni
su cui si fonda il principio della libertà individuale. Se si deve permettere
agli uomini di agire come meglio credono e a proprio rischio in tutto ciò che
li riguarda esclusivamente, allora devono essere ugualmente liberi di
consultarsi reciprocamente su ciò che sia meglio fare, di scambiarsi opinioni,
di dare e ricevere suggerimenti. Deve essere permesso consigliare di fare ciò
che è permesso fare. La questione è dubbia solo quando l'istigatore trae un
vantaggio personale dai suoi consigli, quando la sua occupazione, a fini di
sostentamento o di guadagno pecuniario, consiste nel favorire ciò che la società
e lo Stato considerano un male. Allora in effetti si introduce un nuovo fattore
di complicazione – l'esistenza di classi di individui il cui interesse si
contrappone a ciò che viene considerato il bene comune, e il cui modo di vivere
si fonda sulla contrapposizione a esso. In questo caso è o non è legittimo
interferire? Per esempio, la fornicazione deve essere tollerata, e così pure il
gioco; ma un individuo deve essere libero di fare il ruffiano, o di tenere una
bisca? È uno di quei casi che si collocano precisamente sulla linea di
demarcazione tra i due principî, e non è immediatamente palese a quale dei due
vada ricondotto. Vi sono argomenti a favore di entrambi. Per la tolleranza, si
può sostenere che il fatto di svolgere qualsiasi attività e di trarre dalla
sua pratica sostentamento o profitto non può rendere criminoso ciò che
altrimenti sarebbe consentito; che lo specifico atto dovrebbe coerentemente
essere sempre lecito o sempre illecito; che se i principî che abbiamo finora
difeso sono veri, non è compito della società, in quanto tale, decidere se
qualcosa di competenza esclusivamente individuale sia giusto o sbagliato; che la
società non può andar al di là della dissuasione, e che si deve essere
altrettanto liberi di persuadere che di dissuadere. A ciò si può controbattere
che, anche se lo Stato o il pubblico non hanno diritto di decidere d'autorità,
a fini repressivi o punitivi, che una data condotta riguardante solo gli
interessi dell'individuo è buona o cattiva, nel caso la considerino cattiva
sono pienamente giustificati a presumere che si tratta di una questione quanto
meno opinabile: in base a questa presunzione, non possono agire erroneamente se
tentano di neutralizzare l'influsso di incitamenti che non sono disinteressati,
di istigatori che non possono essere imparziali, perché sono direttamente e
personalmente interessati a un tipo di soluzione, che è quella che lo Stato
ritiene sbagliata, e che per loro stessa ammissione favoriscono esclusivamente a
fini personali. Si potrebbe sostenere che non vi è sacrificio del bene, che
nulla si perde, se una situazione viene regolamentata in modo che gli individui
compiano la propria scelta, giusta o sbagliata, autonomamente, il più possibile
liberi dalle seduzioni di persone che ne stimolano le inclinazioni a propri fini
interessati. Così (si potrebbe dire), anche se la normativa riguardante il
gioco illegale è del tutto indifendibile – anche se tutti dovrebbero essere
liberi di giocare a casa propria o altrui, o in qualsiasi luogo di ritrovo
creato dai loro contributi finanziari e aperto solo ai membri e ai loro ospiti
–, tuttavia le bische pubbliche non dovrebbero essere consentite. È vero che
la loro proibizione non ha mai realmente efficacia e che, indipendentemente
dalla quantità di poteri tirannici concessa alla polizia, le bische possono
sempre continuare a esistere sotto altro nome; ma le si può costringere a
svolgere la loro attività in una certa atmosfera di segretezza e mistero, in
modo che solo chi le cerca attivamente ne conosca l'esistenza; e la società non
dovrebbe mirare più che a questo. Sono argomentazioni di peso considerevole.
Non mi arrischierò a decidere se siano sufficienti a giustificare l'anomalia
morale di punire il complice mentre il colpevole principale è (e deve essere)
lasciato in libertà; di multare o incarcerare il ruffiano ma non il fornicatore,
il tenutario della bisca, ma non il giocatore. Ancor meno si dovrebbe
interferire, per ragioni analoghe, nelle operazioni di compravendita. Di quasi
ogni merce comprata e venduta si può fare uso eccessivo, e i venditori hanno un
interesse pecuniario a incoraggiare l'eccesso; ma non si può fondare su ciò
alcuna argomentazione a favore, per esempio, della legge del Maine, perché i
commercianti di alcolici, anche se interessati a che se ne faccia abuso, sono
indispensabili ai fini dell'uso legittimo dell'alcool. Tuttavia, l'interesse di
questi commercianti a favorire l'intemperanza è un male reale, che giustifica
lo Stato a imporre restrizioni e richiedere garanzie che, in assenza di questa
giustificazione, sarebbero violazioni della libertà legittima. Un'ulteriore
questione è se lo Stato, pur permettendola, debba ciononostante scoraggiare una
condotta che ritiene contraria agli interessi di chi la tiene; se per esempio
debba prendere misure per rendere più costosi i mezzi dell'ubriachezza, o
rendere più difficile il procurarseli, limitandone il numero dei punti di
vendita. Come molte altre questioni pratiche, anche questa richiede molte
distinzioni. Tassare gli alcolici al solo fine di renderne più difficile
l'acquisto differisce solo per gradi dal proibirli del tutto, e sarebbe
giustificabile solo se lo fosse il divieto. Ogni aumento di prezzo è una
proibizione per coloro i cui mezzi non consentono la nuova spesa; e per coloro
che se la possono permettere, è una punizione per la soddisfazione di quel loro
particolare gusto. La loro scelta di piaceri e il loro modo di spendere il
proprio reddito, una volta soddisfatti gli obblighi morali e legali verso lo
Stato e verso i singoli, sono affari loro, che devono dipendere dal loro
giudizio. Di primo acchito si direbbe che queste considerazioni condannino la
scelta degli alcolici come speciale oggetto di tassazione fiscale. Ma va
ricordato che la tassazione fiscale è assolutamente inevitabile; che nella gran
parte dei paesi è necessario che essa sia per buona parte indiretta; che quindi
lo Stato non può non imporre penalità, che per alcuni possono risultare
proibitive, sull'uso di alcuni articoli di consumo. È di conseguenza dovere
dello Stato considerare, nella sua politica delle imposte, di quali merci i
consumatori possano più facilmente fare a meno; e, a fortiori, scegliere
preferenzialmente quelle di cui ritiene l'uso, salvo che in quantità molto
moderate, effettivamente dannoso. Quindi la tassazione degli alcolici fino al
livello a cui produca il massimo gettito (nell'ipotesi che lo Stato necessiti di
tutte le entrate che ne può derivare) non solo è ammissibile, ma va approvata.
La questione di rendere la vendita di queste merci un privilegio più o meno
esclusivo ha risposte diverse a seconda degli scopi cui intende adempiere la
restrizione. Tutti i locali pubblici necessitano di controllo da parte della
polizia, in particolare quelli che spacciano alcolici perché vi si possono
spesso verificare reati contro la società. Quindi è opportuno limitare la
licenza di vendere questi merci (almeno per il consumo immediato) a persone di
rispettabilità nota o garantita; regolamentare gli orari di apertura e chiusura
nel modo più consono alla pubblica sorveglianza, e ritirare la licenza se si
verificano ripetutamente violazioni dell'ordine pubblico per connivenza o
incapacità del gestore del locale, o se lo spaccio diventa un luogo d'ideazione
e preparazione di reati. Non ritengo che, in linea di principio, sia
giustificabile qualunque altra restrizione. Per esempio, la limitazione del
numero dei locali di spaccio di alcoolici, espressamente allo scopo di rendervi
più difficile l'accesso e di limitare le occasioni di tentazione, non solo
causa un disagio a tutti soltanto perché alcuni potrebbero abusare dei locali
in questione, ma è degna solo di una società in cui le classi lavoratrici sono
dichiaratamente trattate come bambini o selvaggi, e sottoposte a una educazione
repressiva che le prepari a essere ammesse in futuro ai privilegi della libertà.
Non è questo il principio in base al quale si afferma di governare le classi
lavoratrici in un paese libero; e nessuno che dia alla libertà il suo giusto
valore può approvare questo modo di governarle, a meno che non siano falliti
tutti gli sforzi di educarle e governarle come uomini liberi, e sia stato
definitivamente provato che possono soltanto essere governate come bambini. La
semplice enunciazione dell'alternativa mostra quanto sia assurdo supporre che
questi sforzi siano stati compiuti in uno qualsiasi dei casi che qui ci
interessano. È solo perché le istituzioni di questo paese sono una massa di
incoerenze che nella pratica vengono ammessi questi fenomeni di dispotismo,
chiamato anche paternalismo, mentre la libertà generale della nostra
costituzione impedisce l'esercizio del controllo necessario a dare a certe
restrizioni un pur minimo valore di educazione morale. All'inizio di questo
saggio si era affermato che la libertà dell'individuo in questioni che
riguardano lui solo implica una corrispondente libertà per qualsiasi numero di
individui di regolare per mutuo consenso questioni che li riguardano nel loro
complesso, e non riguardano altri. Questo problema non presenta difficoltà fino
a quando la volontà di tutti gli interessati resta immutata; ma poiché
potrebbe mutare, spesso essi devono, anche in questioni che riguardano solo
loro, contrarre degli impegni reciproci; e in questo caso è generalmente giusto
che questi impegni vengano mantenuti. Tuttavia, questa regola generale ha delle
eccezioni, presenti probabilmente nelle leggi di tutti i paesi. Non solo gli
individui non sono vincolati da impegni che violino i diritti di terzi, ma
talvolta viene considerata ragione sufficiente per esimerli dall'impegno il
fatto che sia loro dannoso. Per esempio, in questo e nella maggior parte degli
altri paesi civilizzati un impegno per cui una persona si venda, o permetta di
essere venduta, come schiavo sarebbe privo di valore legale, e né la legge né
l'opinione consentirebbero che fosse rispettato. La ragione per limitare così
il potere dell'individuo di disporre volontariamente della propria vita è
evidente, e questo caso estremo la mostra con chiarezza. Il motivo per non
interferire, salvo quando altri siano coinvolti, negli atti volontari di un
individuo è il rispetto della sua libertà: la sua scelta volontaria prova che
ciò che sceglie è per lui desiderabile, o perlomeno sopportabile, e nel
complesso è più opportuno per il suo bene permettergli di trovare da solo i
mezzi di conseguirlo. Ma vendendosi come schiavo, abdica alla sua libertà:
rinuncia a ogni suo uso posteriore all'atto di vendersi. Quindi contraddice, con
la sua stessa azione, proprio lo scopo che giustifica il permesso che ha di
disporre di se stesso. Non è più libero, e appunto per questo si trova in una
posizione che vanifica la presunzione che egli vi possa restare volontariamente.
Il principio della libertà non può ammettere che si sia liberi di non essere
liberi: non è libertà potersi privare della libertà. Queste ragioni, la cui
efficacia è così evidente in questo caso particolare, hanno chiaramente
un'applicabilità ben più ampia; tuttavia vengono limitate in ogni campo dalle
esigenze della vita, che continuamente richiedono non certo che rinunciamo alla
nostra libertà ma che consentiamo a una serie di sue limitazioni. Tuttavia, il
principio che richiede l'incondizionata libertà d'azione in tutto ciò che
riguarda solo l'agente, implica che due persone che abbiano preso un impegno
reciproco e non riguardante terzi siano libere di esimersi vicendevolmente dal
rispettarlo; e, indipendentemente da questa esenzione volontaria, probabilmente
non esistono contratti o impegni – salvo quelli riguardanti danaro o suoi
equivalenti – di cui si possa sostenere che non vi dovrebbe essere alcuna
libertà di rescinderli. Il barone Wilhelm von Humboldt, nell'eccellente saggio
che ho già citato, afferma che gli impegni riguardanti rapporti o servizi
personali non dovrebbero mai essere legalmente vincolanti oltre un periodo
limitato di tempo; e che il più importante di essi, il matrimonio, avendo la
particolarità che i suoi scopi sono negati se i sentimenti di entrambi i
contraenti non sono in armonia, non dovrebbe richiedere altro che la deliberata
volontà di una delle due parti per essere disciolto. Questo argomento è troppo
importante e complicato per essere discusso in un inciso, e vi accenno soltanto
a fini esemplificativi. Se la concisione e la generalità della sua
argomentazione non avessero costretto il barone Humboldt a enunciare le sue
conclusioni in proposito senza poterne discutere le premesse, avrebbe senza
dubbio riconosciuto che la questione non può essere decisa su basi così
semplici come quelle cui egli si limita. Quando qualcuno o con una promessa
esplicita o con la sua condotta, ha incoraggiato un'altra persona a ritenere con
sicurezza che egli continuerà a agire in un certo modo – e quindi l'ha
portata a formarsi delle aspettative, a fare dei piani, e a impegnare una
qualsiasi parte del suo progetto di vita in questa supposizione –, si è
creato una serie di nuovi obblighi morali nei confronti dell'altra, obblighi che
possono successivamente venire annullati, ma non ignorati. E inoltre, se il
rapporto tra i due contraenti ha dato origine a conseguenze per altre persone;
se ha posto dei terzi in una posizione particolare, o, come nel caso del
matrimonio, li ha addirittura fatti esistere, vengono a crearsi degli obblighi
da entrambe le parti verso queste terze persone – obblighi il cui adempimento,
o comunque le cui modalità di adempimento, non possono non essere grandemente
influenzati dalla continuazione o dalla cessazione del rapporto tra i due
contraenti originari. Non ne segue, né del resto lo posso ammettere, che questi
obblighi si estendano a richiedere l'adempimento a tutti i costi del contratto,
a danno della felicità della parte riluttante: ma costituiscono per necessità
un elemento del problema; e anche se, come sostiene von Humboldt, non dovessero
influire sulla libertà legale dei contraenti di dichiararsi sciolti
dall'impegno (e anch'io ritengo che non dovrebbero influire molto),
necessariamente hanno una grande importanza in termini di libertà morale. Una
persona ha l'obbligo di prendere in considerazione tutte queste circostanze
prima di decidersi a un passo che può coinvolgere degli interessi altrui di
tale importanza; e se non dà loro il giusto peso è moralmente responsabile
dell'errore. Ho svolto queste ovvie osservazioni per illustrare meglio il
principio generale della libertà, e non perché siano affatto necessarie nella
questione specifica del matrimonio, che anzi viene normalmente discussa come se
gli interessi dei bambini fossero tutto, e quelli degli adulti non esistessero.
Ho già notato che, a causa dell'assenza di principi generalmente accettati, la
libertà viene spesso concessa quando dovrebbe essere negata, e viceversa; e uno
dei casi in cui il sentimento libertario è più forte nell'Europa moderna è, a
mio parere, interpretato in modo del tutto erroneo. Un individuo dovrebbe essere
libero di agire come gli piace in ciò che lo riguarda, ma non di comportarsi
come gli piace quando agisce per conto di un'altra persona, col pretesto che gli
affari di quest'ultima sono i suoi. Lo Stato, rispettando la libertà di
ciascuno in ciò che lo riguarda specificamente, deve mantenere un vigile
controllo sull'esercizio del potere che permette che gli individui detengano su
altre persone. Questo obbligo statale è quasi completamente ignorato nel caso
dei rapporti familiari che, data la loro diretta influenza sulla felicità
umana, sono più importanti di tutti gli altri insieme. È inutile dilungarsi in
questa sede sul potere quasi dispotico dei mariti sulle mogli, sia perché per
eliminare completamente questo male basta che le mogli abbiano uguali diritti e
vengano protette dalla legge come chiunque altro; sia perché, in questo campo,
i difensori dell'ingiustizia costituita non si appellano alla libertà ma si
proclamano apertamente sostenitori della forza. È nel caso dei bambini che
delle malintese nozioni di libertà ostacolano realmente lo Stato
nell'adempimento dei suoi doveri. Si penserebbe quasi che i figli di un uomo
siano ritenuti letteralmente, e non metaforicamente, una sua parte, tanto
l'opinione pubblica è insofferente della pur minima interferenza legale
nell'assoluto e esclusivo controllo paterno sui figli, più insofferente che di
quasi ogni interferenza con la propria libertà d'azione: a tal punto la
generalità degli uomini stima la libertà meno del potere. Consideriamo per
esempio il caso dell'educazione. Non è quasi ovvio l'assioma che lo Stato
dovrebbe esigere e imporre l'educazione, fino a un certo livello, di ogni essere
umano che sia nato suo cittadino? E tuttavia, chi non ha paura di riconoscere e
affermare questa verità? Quasi nessuno negherà, in effetti, che uno dei doveri
più sacri dei genitori (o, secondo la legge e il costume odierni, del padre) è,
avendo fatto venire al mondo un essere umano, dargli un educazione che lo ponga
in grado di svolgere nella vita la sua parte verso se stesso e gli altri. Ma
mentre si dichiara all'unanimità che questo è dovere del padre, quasi nessuno,
in questo paese, tollererà che si dica che il padre va obbligato a compierlo.
Invece di essere tenuto a compiere qualsiasi sforzo o sacrificio per assicurare
una educazione a suo figlio, può scegliere se accettarla o meno quando viene
fornita gratis! Non si ammette ancora che far venire al mondo un bambino senza
avere ragionevoli prospettive di potere non solo procurargli alimentoper il
corpo, ma istruzione e esercizio per la mente, e un crimine morale, sia contro
la sfortunata prole che contro la società; né che se non si adempie a
quest'obbligo, dovrebbe adempiervi lo Stato, nella misura del possibile a spese
del genitore. Se venisse finalmente riconosciuto il dovere di attuare
l'istruzione universale, avrebbero fine le controversie su che cosa e come lo
Stato dovrebbe insegnare, che attualmente trasformano la questione in un
semplice terreno di scontro tra sette e partiti, in cui il tempo e gli sforzi
che dovrebbero essere impegnati nell'educazione sono sprecati a litigare su di
essa. Se il governo si decidesse a esigere che ogni bambino riceva una buona
istruzione, potrebbe evitarsi il disturbo di fornirla: potrebbe lasciare ai
genitori il compito di trovare l'educazione dove e come preferiscono, e
limitarsi a pagare le tasse scolastiche dei bambini delle classi più povere, e
a coprire tutte le spese scolastiche di quelli che sono completamente privi di
mezzi. Le obiezioni che vengono giustamente mosse all'educazione di Stato non si
applicano alla proposta che lo Stato renda obbligatoria l'istruzione, ma che si
prenda carico di dirigerla; che è una questione completamente diversa. Sono il
primo a deplorare che l'intera istruzione, o qualsiasi sua parte, sia affidata
allo Stato: tutto ciò che si è affermato sull'importanza dell'individualità
del carattere e della diversità di opinioni e comportamenti implica, con la
stessa incommensurabile importanza, la diversità di educazione. Un'educazione
di Stato generalizzata non è altro che un sistema per modellare gli uomini
tutti uguali; e poiché il modello è quello gradito al potere dominante – sia
esso il monarca, il clero, l'aristocrazia, la maggioranza dei contemporanei –
quanto più è efficace e ha successo, tanto maggiore è il dispotismo che
instaura sulla mente, e che per tendenza naturale porta a quello sul corpo.
Un'educazione istituita e fondata dallo Stato dovrebbe essere, tutt'al più, un
esperimento in competizione con molti altri, condotto come esempio e stimolo che
contribuisca a mantenere un certo livello qualitativo generale. Soltanto quando
la società in generale è a uno stadio così arretrato che non sarebbe in grado
di crearsi istituzioni educative adeguate se lo Stato non se ne assumesse il
compito, il governo può, scegliendo tra due mali il minore, incaricarsi della
gestione di scuole e università, come potrebbe fondare delle società per
azioni se l'iniziativa privata del paese non fosse abbastanza sviluppata da
intraprendere grandi attività industriali in generale se un paese contiene un
numero sufficiente di persone qualificate a svolgere la funzione educativa sotto
il patrocinio dello Stato, esse sono disposte e in grado di fornire
un'educazione altrettanto buona su basi volontarie, purché sia loro garantita
la remunerazione da una legge che renda obbligatoria l'istruzione, insieme con
sovvenzioni statali agli allievi non in grado di affrontare le spese
scolastiche. Gli strumenti per attuare a legge non potrebbero essere altro che
esami pubblici, estesi a tutti i bambini a partire dall'infanzia. Si potrebbe
fissare un'età in cui è obbligatorio un esame che stabilisca se un bambino sa
leggere. Se il bambino si rivela analfabeta, il padre, a meno che non presenti
adeguate giustificazioni, potrebbe essere punito con una lieve ammenda –
pagabile se necessario, con prestazioni d'opera – e il bambino potrebbe essere
mandato a scuola a sue spese. Una volta all'anno l'esame andrebbe ripetuto, su
una gamma di argomenti gradatamente ampliata, in modo da rendere virtualmente
obbligatorio per tutti acquisire e, ciò che è più, mantenere un certo minimo
di cultura generale. Oltre ad esso, dovrebbero esistere esami volontari su tutte
le materie, che conferiscano un certificato a chiunque dia prova di un certo
livello di conoscenze. Per evitare che lo Stato eserciti per questa via
un'indebita influenza sull'opinione, le conoscenze necessarie per superare un
esame (a parte quelle puramente strumentali, come le lingue e il loro impiego)
dovrebbero anche ai livelli più elevati, limitarsi esclusivamente ai fatti e
alla scienza positiva. Gli esami riguardanti religione, politica o altri
argomenti controversi non dovrebbero vertere sulla verità o falsità delle
varie opinioni, ma sul fatto che date opinioni sono sostenute, in base a date
argomentazioni, da dati autori, scuole o chiese. Con questo sistema, la nuova
generazione si troverebbe in una posizione non peggiore di quella attuale
rispetto a tutte le verità controverse: i giovani crescerebbero anglicani o
dissenzienti come crescono ora, e lo Stato si limiterebbe a renderli anglicani o
dissenzienti istruiti. Nulla impedirebbe loro di studiare la religione, se così
desiderano i loro genitori, nelle medesime scuole in cui imparano altre cose.
Tutti i tentativi da parte dello Stato di influenzare le conclusioni che i
cittadini possono raggiungere su argomenti controversi costituiscono un male; ma
lo Stato non commette alcuna interferenza indebita offrendosi di accertare e
certificare che un individuo possiede la cultura necessaria a rendere degne di
attenzione le sue conclusioni su un qualsiasi argomento. Uno studente di
filosofia trarrebbe vantaggio dall'essere in grado di affrontare un esame sia su
Locke sia su Kant, indipendentemente dal fatto che condivida le idee dell'uno,
dell'altro o di nessuno dei due; e non vi è ragione di obiettare al fatto che
un ateo venga esaminato sulle prove dell'esistenza di Dio, purché non si esiga
che professi di credervi. Tuttavia ritengo che gli esami ai livelli più elevati
dovrebbero essere completamente volontari: i governi avrebbero un potere troppo
pericoloso se fosse loro permesso di escludere chiunque da una professione, ivi
compreso l'insegnamento, sostenendo che è privo dei requisiti necessari; e
ritengo, con Wilhelm von Humboldt, che le lauree o altri certificati pubblici di
qualità scientifiche o professionali dovrebbero essere conferiti a chiunque si
presenti agli esami e li superi, ma non dovrebbero costituire un vantaggio
rispetto a chi ne è privo, salvo per l'eventuale importanza attribuita dalla
pubblica opinione a quanto attestano. Non è solo nella questione
dell'istruzione che delle malintese nozioni di libertà impediscono che vengano
riconosciuti gli obblighi morali dei genitori, e venga loro imposto di
rispettare quelli legali, mentre invece è sempre giusto far rispettare i primi,
e in molti casi anche i secondi. Lo stesso fatto di causare l'esistenza di un
essere umano è una delle azioni che comportano più responsabilità nell'intero
arco della vita umana. Assumersi questa responsabilità – dare una vita che può
essere una sciagura o una fortuna –, senza che l'essere che riceve la vita
abbia almeno le normali probabilità di condurre un'esistenza desiderabile è un
delitto contro di lui. E in un paese che è sovrappopolato o minaccia di
diventarlo, produrre bambini in un numero che non sia molto limitato con
l'effetto di diminuire il compenso del lavoro a causa della loro concorrenza, è
un grave reato contro tutti coloro che vivono dei frutti del loro lavoro. Le
leggi che in molti paesi del Continente vietano il matrimonio se le parti
contraenti non possono dimostrare di avere i mezzi sufficienti a mantenere una
famiglia, non esulano dai poteri legittimi dello Stato; e, indipendentemente
dalla loro maggiore o minore efficacia (che generalmente varia a seconda delle
condizioni e dei sentimenti del paese) non sono criticabili come violazioni
della libertà. Sono interferenze statali per vietare un atto nocivo – un atto
lesivo di altri, che dovrebbe essere condannato e bollato dalla società, anche
nei casi in cui non si giudichi opportuno infliggere anche una punizione legale.
E tuttavia le comuni concezioni della libertà, che così spesso accettano
supinamente le vere violazioni della libertà dell'individuo in ciò che è di
sua esclusiva competenza, rifiuterebbero ogni tentativo di controllarne le
inclinazioni quando indulgervi può portare a una vita di infelicità e
depravazione per genitori e figli, con molteplici mali per chiunque sia
sufficientemente vicino da subirne le conseguenze. Quando confrontiamo lo strano
rispetto che gli uomini hanno per la libertà con lo strano disprezzo che hanno
per essa, potremmo pensare che un uomo ha un diritto inalienabile a far del male
agli altri, e assolutamente nessuno a far quel che gli piace senza dar dolori a
nessuno. Ho lasciato per ultimo un vasto gruppo di questioni riguardanti le
interferenze da parte del governo, che, anche se strettamente collegate
all'argomento di questo saggio, a rigor di termini non ne fanno parte. Sono dei
casi in cui le ragioni contrarie all'interferenza non si fondano sul principio
di libertà: la questione non è di porre delle restrizioni alle azioni degli
individui, ma di aiutarli; ci si chiede se il governo debba compiere, o far
compiere, degli atti a loro beneficio invece di lasciarli fare ai cittadini
stessi, individualmente o in associazioni volontarie. Le obiezioni
all'interferenza governativa, che non costituisca violazione della libertà,
possono essere di tre tipi: Il primo è quando l'azione da compiere ha
probabilità di essere compiuta meglio da singoli individui che dal governo. In
generale, nessuno è tanto adatto a condurre degli affari, o a decidere come o
da chi vadano condotti, quanto coloro che vi hanno un interesse personale.
Questo principio condanna le interferenze, un tempo tanto comuni, del potere
legislativo o di funzionari governativi nelle normali attività dell'industria e
del commercio. Ma questo aspetto della questione è già stato sufficientemente
approfondito dagli studiosi di economia politica, e non è particolarmente
collegato ai principi di questo saggio. La seconda obiezione è più
strettamente connessa al nostro problema. In molti casi, anche se i singoli
individui non sono mediamente in grado di svolgere una data attività
altrettanto bene che dei funzionari governativi, è tuttavia auspicabile che
essa sia svolta da loro invece che dal governo, come mezzo di educazione
intellettuale come un modo di rafforzare le proprie facoltà attive, esercitare
il proprio giudizio, e acquisire una certa conoscenza e familiarità con le
questioni di cui si devono così occupare. Questo è il principale, anche se non
l'unico, argomento a favore delle giurie popolari (salvo che nei processi
politici); di istituzioni locali e municipali libere e popolari; della gestione
di iniziative industriali e filantropiche da parte di associazioni volontarie.
Non sono delle questioni di libertà – problema cui sono collegate solo da
remote tendenze – ma di sviluppo. Non è questa la sede per trattare di queste
attività in quanto componenti dell'educazione nazionale, anzi in quanto
addestramento specifico dei singoli cittadini, aspetto pratico della loro
educazione politica di uomini liberi, che li fa uscire dalla ristretta cerchia
dell'individualismo personale e familiare e li abitua a comprendere gli
interessi comuni e a organizzare iniziative comuni – a agire per motivi
pubblici e semipubblici, e ispirare la propria condotta a fini che li unificano
invece di isolarli l'uno dall'altro. Senza queste abitudini e questi poteri, una
libera costituzione non può essere attuata né conservata, come mostra fin
troppo spesso la natura transitoria della libertà politica nei paesi in cui
essa non si fonda su una base sufficiente di libertà locali. La gestione delle
questioni puramente locali da parte degli abitanti, e delle grandi iniziative
industriali da parte dell'insieme di coloro che volontariamente ne forniscono il
supporto finanziario, è inoltre auspicabile per tutti i vantaggi che questo
saggio ha indicato come propri dell'individualità dello sviluppo e della varietà
dei modi di agire. Le attività governative tendono ad essere uguali
dappertutto; i singoli e le associazioni volontarie invece danno origine a una
varietà di esperimenti e a un'infinita diversità di esperienze. Lo Stato può
rendersi utile trasformandosi in deposito centrale, e in attivo diffusore, delle
esperienze risultanti da molti tentativi diversi: suo compito è far sì che
ogni sperimentatore tragga profitto dagli esperimenti altrui, invece di
tollerare soltanto i propri. La terza e più valida ragione per limitare
l'interferenza dello Stato è la grande sciagura costituita da un'inutile
estensione del suo potere. Ciascuna funzione che viene ad aggiungersi a quelle
che il governo già svolge, amplia il suo campo di influenza sulla speranza e
sul timore umani, e trasforma sempre più gli individui più attivi e ambiziosi
in parassiti del governo, o di qualche partito che aspiri a diventarlo. Se
strade, ferrovie, banche, assicurazioni, grandi società per azioni, università
e opere benefiche fossero tutte delle branche del governo; se inoltre le
amministrazioni municipali e locali, con tutte le loro attuali competenze,
diventassero dipartimenti dell'amministrazione centrale; se i dipendenti di
tutte queste aziende e istituzioni fossero nominati e pagati dal governo e si
rivolgessero a esso per ogni miglioramento della loro qualità di vita, tutta la
libertà di stampa e tutta la democraticità del potere legislativo non
renderebbero questo o alcun altro paese libero se non di nome. E il male sarebbe
tanto maggiore quanto più efficientemente e scientificamente fosse costruita la
macchina amministrativa – quanto più abili e raffinati fossero i metodi di
ottenere che vi lavorino le persone più qualificate ed esperte. In Inghilterra
è stato recentemente proposto che tutti i funzionari civili dello Stato vengano
scelti mediante esami pubblici, in modo da selezionare per questi impieghi le
persone più intelligenti e colte che il paese offra: e molto è stato detto e
scritto a favore e contro questa proposta. Uno degli argomenti su cui hanno più
insistito i suoi oppositori è che l'impiego permanente di funzionario statale
non offre prospettive di reddito e carriera sufficienti da attrarre i talenti
migliori, che saranno sempre in grado di trovare carriere più allettanti nelle
libere professioni o al servizio di compagnie o di altri enti pubblici. Non
sarebbe stato sorprendente se questa argomentazione fosse stata usata dai
fautori della proposta per controbattere l'obiezione principale da essa
suscitata: sorprende invece che la usino gli oppositori. Quella che viene
avanzata vigorosamente come critica è la valvola di sicurezza del sistema. Se
tutti i migliori talenti del paese potessero effettivamente essere convinti a
servire lo Stato, la proposta in questione potrebbe a buon diritto suscitare un
senso di disagio. Se ogni aspetto delle attività sociali che richiede capacità
organizzative, o di ampia comprensione e sintesi, fosse nelle mani del governo,
e se gli incarichi governativi fossero tutti ricoperti dalle persone più
capaci, tutta la cultura più approfondita e l'intelligenza più sperimentata
del paese – eccezion fatta per gli intelletti puramente speculativi –
sarebbe concentrata in una folta burocrazia, che diventerebbe l'unico punto di
riferimento del resto della comunità per qualsiasi questione. Le masse si
rivolgerebbero a essa per essere dirette e guidate in ogni loro attività e i più
capaci e ambiziosi per ottenere avanzamento personale. Essere ammessi nelle fila
di questa burocrazia, e successivamente farvi carriera, diventerebbero le due
uniche ambizioni. In un regime del genere, non solo il pubblico esterno alla
burocrazia non sarebbe in grado, per mancanza di esperienza pratica diretta, di
criticarne o controllarne l'attività, ma anche se, per accidenti del dispotismo
o funzionamento naturale delle istituzioni popolari, salissero al potere dei
governanti o un governante con intenzioni riformatrici, non si potrebbe
effettuare alcuna riforma che andasse contro gli interessi della burocrazia.
Questa è la malinconica condizione dell'Impero russo, stando alle descrizioni
di coloro che hanno avuto sufficienti opportunità di osservarlo. Lo stesso zar
è impotente contro la burocrazia: può mandare qualsiasi burocrate in Siberia,
ma non può governare senza di loro, o contro la loro volontà; hanno il tacito
veto su ogni suo ordine, semplicemente perché possono rifiutarsi di eseguirlo.
In paesi di civiltà più avanzata e di spirito più insurrezionale, i
cittadini, abituati a che lo Stato faccia tutto in vece loro, o almeno a
chiedere sempre allo Stato non solo il permesso di far qualcosa ma anche come
farla, naturalmente lo giudicano responsabile di qualsiasi disgrazia loro
accada, e quando i mali superano i limiti della loro pazienza si ribellano al
governo facendo la cosiddetta rivoluzione; con la quale qualcun altro, investito
o no della legittima autorità dalla nazione, balza al posto di comando,
impartisce i suoi ordini alla burocrazia, e tutto continua quasi come prima: la
burocrazia resta immutata, e nessuno è capace di prenderne il posto. Un popolo
abituato a gestire direttamente i propri affari offre uno spettacolo ben
diverso. In Francia, dove gran parte della popolazione ha fatto il servizio
militare e molti hanno avuto il grado almeno di sottufficiali, ogni insurrezione
popolare comprende diverse persone in grado di assumerne la guida e di
improvvisare un piano ragionevole d'azione. Ciò che i francesi sono nelle
questioni militari, lo sono gli americani in ogni genere di affari civili; se
privato del governo, qualsiasi gruppo di americani è in grado di improvvisarne
uno e di svolgerne i compiti, come del resto qualsiasi altra attività, con un
sufficiente grado di intelligenza, ordine e decisione. Questo è ciò che
dovrebbe essere ogni popolo libero; e un popolo capace di questo è certo di
restare libero; non si lascerà mai rendere schiavo da un uomo o da un gruppo di
uomini perché sono in grado di impadronirsi delle redini dell'amministrazione
centrale e di usarle. Nessuna burocrazia può sperare di costringere un popolo
come questo a sottomettersi o a fare ciò che non desidera. Ma nei paesi in cui
tutto è svolto tramite la burocrazia, non è possibile fare assolutamente nulla
cui essa sia realmente contraria. La costituzione di paesi di quest'ultimo tipo
è l'organizzazione delle esperienze e delle capacità pratiche della nazione in
un'entità disciplinata la cui funzione è governare il resto del paese. Quanto
più perfetta è l'organizzazione, quanto più riesce a attrarre e a educare ai
propri fini le persone più capaci provenienti da ogni strato della comunità,
tanto più completa è la schiavitù per tutti, compresi i membri della
burocrazia; poiché i governanti sono altrettanto schiavi della loro disciplina
e organizzazione quanto sono schiavi i governati. Un mandarino cinese è
strumento e creatura del dispotismo tanto quanto il più umile contadino. Un
singolo gesuita è schiavo del suo ordine fino all'abiezione, anche se I ordine
stesso esiste in virtù del potere collettivo e dell'importanza dei suoi membri.
Non va inoltre dimenticato che l'assorbimento di tutte le maggiori capacità di
un paese nell'entità che lo governa e presto o tardi fatale per l'attività
mentale e l'evoluzione dell'entità stessa. Strettamente interdipendenti
operanti un sistema che, come tutti i sistemi, funziona necessariamente in larga
misura grazie a regole fisse –, i funzionari sono costantemente tentati di
cedere all'indolenza della routine o, se talvolta abbandonano la monotonia del
loro lavoro, di lanciarsi in qualche iniziativa informe e poco meditata che ha
colpito la fantasia di un membro importante della gerarchia; e il solo ostacolo
a queste tendenze strettamente connesse anche se apparentemente opposte, il solo
stimolo che può mantenere ad alti livelli le capacità dell'entità
complessiva, è l'essere sottoposti all'attento vaglio critico di gruppi ad essa
esterni e di uguale capacità. È quindi indispensabile che, indipendentemente
dal governo, esistano le possibilità e i mezzi di formare queste capacità e di
fornire loro le opportunità e l'esperienza necessarie per giudicare
correttamente i grandi problemi pratici. Se vogliamo avere dei funzionari abili
e efficienti – soprattutto capaci di generare innovazioni e disposti a
accettarle –, se non vogliamo che la nostra burocrazia degeneri in una
pedantocrazia, l'entità burocratica non deve inglobare tutte le occupazioni che
formano e sviluppano le facoltà necessarie al governo degli uomini. Determinare
il punto in cui il danno, così grave per la libertà e il progresso umani,
comincia, o meglio comincia a prevalere sui benefici derivanti dall'applicazione
collettiva della forza della società, guidata dai suoi capi riconosciuti, al
fine di eliminare gli ostacoli che si frappongono al raggiungimento del bene
comune; ottenere tutti i possibili vantaggi della centralizzazione del potere e
dell'intelligenza senza incanalare una parte troppo grande delle attività
complessive nell'ambito governativo; questo è uno dei problemi più difficili e
complessi posti dall'arte del governare. È in larga misura una questione di
particolari, in cui vanno tenute presenti molte e diverse considerazioni e non
si possono stabilire regole assolute. Ma ritengo che il principio pratico che
garantisce la sicurezza, l'ideale da non perdere di vista, il criterio su cui
valutare tutti i sistemi per superare queste difficoltà, può essere espresso
in questi termini: la massima disseminazione di potere che non vada a scapito
dell'efficienza, e la massima centralizzazione, e diffusione dal centro,
dell'informazione. Per esempio, nell'amministrazione municipale vi sarebbe –
come negli stati della Nuova Inghilterra – una distribuzione molto dettagliata
tra funzionari diversi, scelti dagli abitanti locali, di tutte le questioni che
non possono essere risolte per il meglio da chi vi è direttamente interessato;
ma inoltre in ogni dipartimento dell'amministrazione locale vi sarebbe una
sovrintendenza centrale, che costituisce come una branca del governo nazionale.
Essa concentrerebbe, come un punto focale, tutta la varietà di informazioni e
esperienze tratte dall'operato di quella specifica branca amministrativa in
tutto il paese, da qualunque analoga esperienza di paesi stranieri, e dai
principi generali della scienza della politica. Questo organo centrale dovrebbe
aver diritto a conoscere ogni aspetto di tutte le attività, e suo compito
specifico sarebbe porre le conoscenze acquisite dall'esperienza di una località
a disposizione delle altre. Esente dai piccoli pregiudizi e dalla ristrettezza
di vedute locali, grazie alla sua posizione superiore e all'ampiezza della sua
sfera di osservazione, il suo parere sarebbe naturalmente molto autorevole; ma
il suo potere reale, in quanto istituzione permanente, dovrebbe a mio parere
essere limitato, obbligando i suoi funzionari locali ad attenersi alle
disposizioni di legge. In tutte le questioni non previste dalla normativa
generale, essi sarebbero liberi di agire secondo il loro giudizio, e ne
risponderebbero agli elettori. Sarebbero legalmente responsabili delle
infrazioni alle norme stabilite dal potere legislativo. L'autorità
amministrativa centrale si limiterebbe a vegliare sulla loro attuazione, e se
non venissero applicate adeguatamente potrebbe appellarsi, a seconda dei casi,
ai tribunali per far rispettare la legge, o agli elettori per allontanare i
funzionari che ne avessero tradito lo spirito. Di questo tipo è, nella sua
impostazione generale, la sovrintendenza centrale che la commissione per la
legge di assistenza ai poveri dovrebbe esercitare sugli amministratori della
tassa assistenziale in tutto il paese. Tutti i poteri che la commissione ha
esercitato oltre questo limite erano giusti, e necessari nei casi specifici per
combattere radicate consuetudini di cattiva amministrazione in questioni che
interessano profondamente non solo le località specifiche ma l'intera comunità.
Nessuna località ha infatti il diritto morale di rendersi, per incapacità
amministrativa, un covo di pauperismo, che necessariamente si estende ad altre e
danneggia le condizioni morali e fisiche dell'intera comunità lavoratrice. I
poteri di costrizione amministrativa e di legislazione ad essa subordinata
conferiti alla commissione per la legge assistenziale (che purtroppo, a causa
dell'atteggiamento dell'opinione pubblica, sono pochissimo esercitati), anche se
perfettamente giustificati in un caso di primario interesse nazionale, sarebbero
totalmente sproporzionati per la sovrintendenza di interessi puramente locali.
Ma un organo centrale di informazione e istruzione ad uso di tutte le località
sarebbe altrettanto utile in tutti i dipartimenti dell'amministrazione pubblica.
Un governo non svolgerà mai abbastanza attività di questo genere, che non
ostacolano, ma aiutano e stimolano le iniziative e lo sviluppo individuali. I
mali cominciano quando il governo, invece di fare appello alle attività e ai
poteri di singoli e di associazioni, si sostituisce a essi; quando, invece di
informare, consigliare, e talvolta denunciare, impone dei vincoli, o ordina loro
di tenersi in disparte e agisce in loro vece. A lungo termine, il valore di uno
Stato è il valore degli individui che lo compongono; e uno Stato che agli
interessi del loro sviluppo e miglioramento intellettuale antepone una capacità
amministrativa lievemente maggiore, o quella sua parvenza conferita dalla
pratica minuta; uno Stato che rimpicciolisce i suoi uomini perché possano
essere strumenti più docili nelle sue mani, anche se a fini benefici, scoprirà
che con dei piccoli uomini non si possono compiere cose veramente grandi; e che
la perfezione meccanica cui ha tutto sacrificato alla fine non gli servirà a
nulla, perché mancherà la forza vitale che, per far funzionare meglio la
macchina, ha preferito bandire.