Trani Ius / Le Radici  Cesare Beccaria / Premessa alla sua biografia                                                            Home page

 

 

Cenni biografici su Cesare Beccaria

 

Premessa

La breve biografia che si riporta è tratta dalle pagine iniziali
di un’edizione milanese del 1849 di opere scelte di economia politica,
nella cui raccolta trovò spazio anche un saggio del Beccaria, intitolato "Elementi di economia pubblica", e sembra che i cenni biografici
siano stati curati da Scipione Mamiani.
 
L’autore delle note biografiche che riportiamo propende decisamente
per la tesi della paternità effettiva ed esclusiva di Cesare Beccaria
per l’opera Dei delitti e delle pene.
Tuttavia dai carteggi dell’epoca, ed in particolare dalle lettere
intercorse tra i fratelli Pietro ed Alessandro Verri (che certamente non
si scrivevano all’epoca al solo scopo di tramandare false testimonianze
ai posteri, ma per comunicarsi fatti e comportamenti direttamente vissuti,
e dunque appaiono più che attendibili), nonché anche da alcune lettere
dello stesso Beccaria ai Verri, emerge come l’opera del Beccaria sia
in realtà il frutto di un lavoro di gruppo, frutto dei fermenti culturali innovativi che animavano il famoso circolo culturale del Caffè,
e le riunioni dell’Accademia dei pugni.
 
Del resto i fratelli Verri, che erano per ceto e per cultura,
oltreché per le attività e le funzioni ricoperte, a diretto contatto
con la realtà politico-giudiziaria ed anche carceraria dell’epoca,
erano i soli a poter informare il Beccaria dei problemi della giustizia,
dei quali quest'ultimo era del tutto a digiuno.
 
Per altro verso, è assai più credibile che i Verri,
proprio per i legami che la loro famiglia intratteneva
(il padre era altresì senatore), con il potere ufficiale
- i cui modi di amministrare giustizia essi, nel volume
firmato dal Beccaria, aspramente criticavano -
non abbiano voluto esporsi in prima persona, lasciando il compito
di divulgare le loro idee ad una persona che, oltre che stretto amico,
era dedito ad attività teorica di studi filosofici e di economia,
non coinvolto in funzioni pubbliche, e, nell'atmosfera di rinnovamento culturale derivata dall'influenza degli illuministi francesi,
non sarebbe stato punibile per il solo fatto di aver espresso opinioni difformi dalla cultura ufficiale, ma in linea
con quelle in auge nelle elites culturali del tempo.
 

L’opera del Beccaria fu comunque attaccata, in particolare dal Facchinei, che scrisse delle Note ed osservazioni critiche contro di essa: e poiché tali attacchi rischiavano di attingere anche la persona del Beccaria, gli stessi Verri si fecero carico di scrivere una Apologia dell’opera del Beccaria, per rintuzzare le accuse e proteggere l’amico.

L’Apologia aiutò il Beccaria a salvarsi dai rischi di persecuzioni
e di sanzioni, ma contribuì anche a rafforzare la fama dell’opera
da lui firmata; tuttavia il Beccaria si appropriò anche della
paternità di essa, come emerge chiaramente dalla corrispondenza
dei Verri, intercorsa fra loro e con altri loro amici, al punto
da far precipitare i rapporti di amicizia tra i Verri ed il Beccaria:
che si ruppe definitivamente, per la boria e l’ingratitudine di questi, allorché, chiamato in Francia dagli illuministi
- presso i quali si era immediatamente diffusa la fama dell’opera dopo l’edizione pubblicata ad Harlem - benché accompagnato nel viaggio
da Alessandro Verri, non rivelò mai l’origine collettanea dell’opera,
lasciando che il Verri stesso - che, anche per l'ufficio ricoperto di "Protettore dei carcerati", aveva profuso nell'opera i frutti delle sue esperienze e delle sue riflessioni - negli ambienti parigini
venisse invece relegato al ruolo di mero accompagnatore del Beccaria.
 
Dalla stessa corrispondenza dei Verri emerge che Alessandro Verri
ad un certo punto meditò di svelare il ruolo puramente sussidiario,
e quantomeno non di unico autore delle idee esposte nel libro,
avuto dal Beccaria: ma il fratello Pietro, pur stigmatizzando
il comportamento dell’ex amico, dissuase il fratello
dal compiere iniziative che avrebbero compromesso, alla fine,
non tanto o non solo l’immagine del Beccaria, quanto la credibilità dell’opera stessa, ed avrebbero frustrato quindi
il lavoro di modernizzazione della società e della prassi giudiziaria
che il gruppo dei Verri aveva coraggiosamente portato avanti.
 
In ogni caso, anche ad una veloce lettura, l'opera del Beccaria
appare come una raccolta di pensieri e considerazioni sparse,
prive di sistematicità e di effettivi approfondimenti (quali invece
si rinvengono nelle opere di Gaetano Filangieri, o secoli prima
nelle opere di Francesco Bacone) e neppure sorrette da un disegno riformatore organizzato e cosciente,
quale è dato invece riscontrare nelle opere di Mario Pagano,
come ad esempio nelle sue Considerazioni sul processo criminale.
 
Sul tema dell’attribuibilità dell’opera del Beccaria cfr. lo studio
di Palombi, Luci e ombre sulla paternita' dell'opera "Dei delitti e delle pene", 
pubblicato in L'Esopo, 1999, n. 79-80, 11 ss.),
ed i riferimenti bibliografici ivi contenuti.
 
Per la corrispondenza dei Verri, si veda l’edizione curata
da Venturi (Torino, 1973) dell’opera del Beccaria,
con in allegato una raccolta di lettere e documenti relativi
alla nascita dell'opera e alla sua fortuna nell'Europa del Settecento.

Giorgio Pica

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Biografia del Beccaria  a cura di  Scipione Mamiani  (1849)