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Giacinto Gigante (1806 - 1876) - Napoli: la marinella.
Della necessità delle conoscenze economiche negli studi legislativi,
e della utilità dei quadri statistici nei giudizi penali.
Discorso letto nell'udienza del 2 gennaio 1841, innanzi la gran corte criminale di Trapani.
(estratto dai Discorsi intorno a leggi dottrine statistiche e giudizi penali, Napoli, Tipografia Rusconi, S. Anna de’ Lombardi, 1849, vol. II, 173)
- La connaissance purement empirique du droit est, comme la tête des fables de Phédre, une tête qui peut être belle; il n'y a qu'un mal: elle est sans cervelle.
- (Kant: Principes métaphisiques du droit)
Signori
I. Coll'esordir del quarto anno, dappoiché deputato io venni all'uffizio di Pubblico Accusatore, innanzi a voi per la terza volta imprendo a discorrere le diverse parti dell'amministrazione della giustizia penale in questa Provincia. E con più lieto animo ritorno, salutando l'anno novello, a misurar lo stadio percorso, perciocché non vinto da scoramento, quando quì giunsi (e tanta era la frequenza de' tristi e de' malifizi) ebbi a veder cangiata progressivamente la speranza in fiducia e la fiducia in certezza, che la tranquillità ed il sicuro e riposato vivere tornar saprebbero in queste contrade, mercè una sollecita, severa, impassibile giustizia. Ed al calar di ogni anno ebbi a farvi agevolmente aperta questa verità, col venir sottoponendo alla vostra considerazione i risultimenti statistici delle tavole giudiziarie, linguaggio severo ed invincibile, avvalorandone le argomentazioni coi ragionamenti sullo stato economico della provincia. Ché ineluttabile verità ella è questa: dai disordini economici, vera lebbra dello stato sociale, procedere la più parte de' misfatti. Il perché penso, che utili sopra tutte le altre tornar debbano negli studi legislativi le conoscenze economiche e statistiche. E qual pro far ne debbano ne'loro giudizi i magistrati, mi sia dato in questo dì di toglierlo a materia del mio ragionamento. Discutasi adunque, con quanta diligenza per me si può, questa sì grave e necessaria quistione; e le brevità e la ragione di questo discorso, se non diffusamente, almen distintamente di ragionar mi consentiranno.
E mi gode l'animo, o Signori, di veder nella solennità di questo giorno, come uomini posti in altissimi uffizi e di ogni senno forniti tutti qui convenuti siano a prestar alle mie parole l'autorità grandissima della loro presenza. E voi meco lietissimi ne sarete, ché questa onorevolissima testimonianza di favore non è già all'orator conceduta, ma a voi, all'intiera popolazione di questa provincia, alla scienza istessa, all'attenta infine e sollecita cura, che ai dì nostri si pone in tutto, che risguarda l'amministrazione ed il miglioramento delle pubbliche cose.
II. E primieramente spero, o Signori, che vorrete qui gittare questo saldissimo fondamento, che le scienze cioè nascono indivise e l'ignoranza stessa de' tempi, perché tutto indeterminato ed oscuro, tutte le raggruppa e le stringe in un nodo. Succedono tempi migliori e le menti tosto son volte a separarle, a fecondarle, a renderle indipendenti; finché, mutati i tempi nuovamente, nuove cure apportano, mercè le quali, a riannodarle si torna ed a comprenderle tutte in un solo vastissimo sistema. Il primo movimento va dal centro alla periferia, ed il secondo da tutti i punti della circonferenza fa, che convergano le linee al centro novellamente. Così giunte che sono alla virilità, ritornano sotto la tutela di una sola madre, dalla quale allontanate non si erano, che solo ad ingrandir le loro ali. Or questo tempo appunto è il nostro, tempo in cui il carattere del secolo nelle scienze chiaramente si manifesta nel volere scorgere ed esaminare con sintesi novella tutte le affinità e le relazioni, che le scienze e le lettere e le arti hanno fra loro. E quale scienza diremo non ausiliaria della scienza generale? Tutte ai dì nostri le stringe e lega il principio religioso: nelle scienze, nella letteratura, nelle belle arti è sempre un tal principio, che la mente immortale di Vico pose a fondamento della sua scienza. Così a' dì nostri il Cristianesimo in tutti gli studi delle dottrine sociali, esso che tanta ebbe al moderno incivilimento, tien prima e distintissima sede.
La quale saldissima verità, che si fa base a tutto il nostro ragionare, non può esser posta in dubbio; epperò di tutte le scienze il fine e la conseguenza essendo quello di assicurar l'utilità dell'uman genere, veggiamo come con anella quasi invisibili s'incatenino. Or questo esame mettendo innanzi ad ogni investigazione, veggiamo, che nella legislazione avvi un dichiarato e pratico scopo di utilità nell'applicazione del dritto alle private questioni ed ai pubblici interessi. Epperò vi ha manifesta tendenza ad isolarsi, perché meglio progredisca ciascun ramo dello scibile ed a quindi riannodarsi per darsi sollecito e vicendevole soccorso. Sicché a me sembra, che nella legislazione sia a venerarsi il Panteon, dirò così, il tempio ove tutte si riuniscono ed in cui si sacrifichi a tutte le scienze. Né da esso allontaneremo, o Signori, del tutto quelle dottrine, che han riannodato l'elemento storico al filosofico, il filosofico al pratico e tutti fra loro, formando un sistema compiuto. Perché respingere l'elemento storico, cui Schelling fa consistere nella perfettibilità dell'uomo? La quale sentenza si conforta massimamente per quello, che diceva Pascal: le generazioni, cioè non dovere altrimenti andar considerate, se non come un uomo, che dall'imparar mai non si rimase. Per la qual ragione, o Signori, non dubiteremo affermare, che non la sola storia ha la sua linea ascendentale, ma ben la intelligenza ha la sua filiazione e la sua genealogia. Ma se nella storia sta il fatto, nella filosofia sta il dritto; l'una espone, l'altra giudica, e la pratica è quella, che applica ed esperimenta la tempra de' problemi di entrambe.
III. Non entreremo noi già nel pensare di coloro, che vogliono la legislazione intesa a far le pene sostegno del dritto e che strumento ne sia il mal, che ne deriva. Essa si liga a tutte le questioni di ordinamento pubblico, di condizioni sociali e politiche, di buon o cattivo reggimento, di distribuzione di ricchezze, di miglioramento di classi industriose, d'istruzione, di annichilamento di povertà, ed innanzi tutto di educazione popolare. Essa è parte essenzialissima della scienza sociale.
Dal che apertissimo si scorge in essa convenir la giurisprudenza e le cognizioni ausiliarie. Avveder ci dobbiamo, come pure quanto si può comprendere sotto la parola filosofia, le scienze fisiche e le naturali, ma anco quella morale pratica, che da Luciano al Gozzi, dal Giovenale al Parini, dal favolista al comico istesso apre immense vie all'insegnamento del criminalista, che profondar deve lo sguardo nel cuor dell'uomo, vedervi dentro nascere i desideri e le passioni, le lotte de' bisogni e della ragione, sinché giunge a quel fatale pendio, oltre al quale non vi ha, che la legge inesorabile e la pena.
Né di minor momento vuolsi considerare la scienza medico-legale, in che veramente si chiudono le idee più necessarie alla penalità. Dalla quale scienza se il legislatore deriva ogni maniera d'idee per la formazione delle leggi, i governamenti se ne avvantaggiano per l'amministrazione dì loro atti. Imperocché lo studio, che con buoni accorgimenti in essa si pone, è il solo modo per cui si gitti una bellissima luce sulle grandi questioni di umanità, sulla degenerazione o conservazione fisica delle razze, sulle influenze contagiose o su i bisogni de' rimedi, su quella de' luoghi e de' climi, sulla vigilanza da portarsi negli alimenti, nelle arti e nelle manifatture. Perlocché pienamente collegasi con la scienza legislativa, sia che con le pene guarentisca le prescrizioni della medicina governativa, sia che fornisca gli elementi indispensabili di una giusta penalità. Per essa si chiede lo studio dei fatti dalla più leggiera infrazione ai più grandi reati, e per essa si agita la quietino più grave fra tutte, lo stato mentale di uno accusato e le alterazioni, onde venne colpito.
IV. Ma a rispetto di tutte le scienze ausiliarie, quella che risponde al continuo bisogno, degna veramente di molta considerazione, è la scienza economica; perché i fatti e le osservazioni precedono le dottrine. La scienza della pubblica economia, scopo della quale è di rendere generale per quanto più si possa l'agiatezza, intende appunto ad esaminare i fenomeni della produzione, della circolazione, della divisione e consumo delle ricchezze. E noi la scorgeremo lunga pezza confusa colle altre scienze, con quella di stato, di politica, di legislazione generale, quale fu appunto per gli economisti del secolo XVIII, e qual tuttavia essere veggiamo in talunti stati di Europa. A questo fine la scienza economica è non solo congiunta al dritto pubblico esterno, ma sì bene con l'interno, politico, amministrativo, e col dritto privato civile o commerciale che sia.
Intorno poi alla legislazione penale ci sia buono l'osservare essere la scienza economica quella, che nello stato civile antiviene i disordini, i tumulti, i misfatti. Perocché, essendo suo scopo il diffondere l'agiatezza, sua mercè, sia come mezzo, sia come conseguenza, promuovesi l'ordine, il travaglio, l'educazione, la morale. I problemi di popolazione, di povertà, di mendicità, di beneficienza pubblica, tutti dalla scienza economica si chieggono ed alla legislazione criminale si legano. Scopo della legislazione è la tutela delle persone e della possidenza; scopo dell'economia quello dell'accrescimento della produzione e della sua miglior distribuzione; questa dell'uomo come essere sensibile si occupa, quella dell'uomo come essere morale; il far prevalere il giusto è il trionfo, a cui si ordina la legislazione, l'accrescere l'utile è la lode, che si ambisce dalla scienza economica. Imperò per quella rispondenza, che vi ha tra l'utile ed il giusto, siccome nel suo libro degli Offici decretò Cicerone, l'una scienza dall'altra vien fatta più compiuta.
Quindi la legislazione, che si occupa dell'acquisto dell'uso e della trasmission delle proprietà; quindi il sistema delle successioni, le leggi commerciali, quelle che risguardano le industrie private, tutte dipender debbono dalle leggi economiche, ove pur non si voglia porre una trista anomalia tra la maestà delle leggi ed il pubblico vantaggio. E col solo allontanarsi dai sani principi dell'economia in quali errori non traboccò la legislazione? Dalle idee sulla ricchezza e sulla bilancia commerciale del secolo XVIII, sino alla legge che chiuder volle l'Europa continentale all'Europa insolare, quante non furono le leggi e le pene assurde e feroci! Il quale insegnamento o non conobbero o non curarono i proconsoli Spagnuoli del governamento vicereale, perocché eglino ci tornano a mente quella frequenza di leggi malnate, che crebbero a tante da empirne volumi. E chi barbaramente puniva l'introduzione, chi l'estrazione del pane dalla metropoli; chi curò di limitarne la quantità e sino colla morte; chi volle punito aspramente colui, che comprasse le farine infra lo spazio delle dogane! E le leggi su'rivendigliuoli e sul fondimento ed estrazion degli animali, chi punì quella de' lini e de' grani, chi punir volle l'introduzione delle merci straniere; e tutti con principi distruggitori sotto pene gravissime attraversavano ed occupavan quella via, che libera voler si deve d'ogni ingombro. Nè perciò quella baldanza di leggi si rimase, ché alle prime tennero dietro quelle sulle lettere di cambio, sugli arredamenti, sulle rendite a scadenze, su i mobili, sulle mete, e fino moltiplicavansi leggi rispondenti al bisogno di limitar anche il luogo della vendita!
I problemi delle leggi suntuarie, quelle designate a prevenire il contrabbando, quelle contro l'usura, non son che problemi di leggi economiche. Ed elleno stesse le istituzioni economiche generano un gran numero di reati. Così gli stabilimenti del credito, le banche di circolazione, il dritto di concorrenza, il principio della libertà del prezzo, le società, che sono la pietra angolare del commercio e dell'industria, aprono il varco con la stessa loro esistenza a frodi ed a delitti di ogni natura, che la legislazione penale antivenir deve e punire. Ed è pur la scienza economica quella, che a' dì nostri ha facilitato le più filantropiche tendenze della legislazione. La schiavitù personale, il servaggio della gleba, i privilegi, i monopoli finanziari e commerciali, dannati dalla legislazione come a giustizia contrari, erano stati dalla economia colpiti di anatema, perché alla pubblica utilità dannosi. Nè dubiteremo di sostenere le stesse pene pecuniarie, delle quali è tanta copia nelle leggi di Europa, potersi con poco senno fornire di molti e sani principi nella scienza economica. Senza di che, non proporzionandosi alla condizione di uno stato, diverrebbero a tante, che aver non si potrebbe l'ardire di saperne numerar la quantità. Ed allora sarebbero meglio dannose che utili. Chè se piacesse ad alcuno il cercar qual intima e mutua inspirazione sia in queste scienze, da questo il vedrà, che quei sommi Italiani scrittori, che sempre intesero a stabilir l'impero di leggi, che altamente si fondassero in ragione, fecero sempre ed ampio luogo ai principi della scienza economica. La qual verità più che altri chiarirono il Beccaria, il Filangieri, il Romagnosi, ed a' dì nostri il Rossi, lumi chiarissimi della veneranda famiglia degl'Italiani filosofi. Perché il senno di quelli scrittori qual fu, quando nel parlare ai popoli tutta spesero la loro eloquenza? Eglino curar vollero bene l'emendazione delle leggi, e così spiantar le antiche, fondando le nuove, che tutto fosse corretto, tutto mondato dallo squallore della barbarie l'ordine sociale, onde con la diffusa agiatezza, i corrotti popoli ritornassero alle virtù de' popoli forti sotto i freni del giusto e del vero.
La stessa statistica, le matematiche, dirò così, delle scienze sociali, la cui vera utilità deducesi dai rapporti o dalle argomentazioni derivate dalle sue cifre, deve tenersi come la patologia della economia pubblica e della legislazione. Imperocchè invano vorrebbesi trarre alcun frutto nelle scienze sociali da altro principio, che quello delle osservazioni e de' fatti. Chè le cose pibbliche non denno vedersi soltanto, ma vedersi dentro, se veramente giovar si voglia la civil comunanza. Sotto tale aspetto la statistica rispetto alla legislazione penale è lo strumento, onde saggiar la tempra delle istituzioni e studiar la natura degli uomini, che si vogliono reggere. Mercè di essa (comunque al grado stesso, in cui è a' dì nostri levata, raggiunto non abbia lo scopo) si misurano le virtù ed i vizi de' popoli. Epperò altra questa misura non è, che l'esame degli effetti per rimontar alla sorgente; e quindi le infermità morali più che altro si offrono ai calcoli della statistica. Quindi saggio consiglio di molti governamenti di Europa diremo quello, onde han tolto e tolgono tutto dì di far aperti e senza sospetto i calcoli della statistica. Lo studio, che in essa si pone intende a chiarire quale influenza abbiano nei reati la situazione topografica ed economica, l'età, il sesso, la condizion sociale, le leggi stesse e le pene. Ed i governamenti fanno palesi quelle cifre, perché una contrada al ricorrere de' casi stessi ricorrendo nei medesimi errori, si avvisino i rimedi, onde si ritorni sanata all'antica bontà. Chè se questo non è il solo, è fermamente un modo assai utile per giungere alla meta di veder le piaghe ove sono e sanarle. Ma se debito de' governamenti è il fare aperti i calcoli della statistica, debito degli scienziati è quello di renderli eloquenti.
V. Intorno a questa materia parrà di vero, che le nuove leggi cessassero ne' giudizi un tal bisogno, col cessar la facoltà e l'aritrio posto in altri tempi nel magistrato. Perché ora vincolata è la facoltà a valutar i reati con quelle misure di dolo e di danno, che inalterabili si tramandarono fino dai tempi di Paolo. Ed un tal passo poteva leggermente farsi in quelle età, in cui non ben ferme eran le opinioni della scienza. Nè il tempo è or più, in cui i giudici avessero la potestà, siccome narra Ulpiano di quei del suo tempo, di pronunziar la più mite o la più rigida sentenza, purchè i limiti non trascendesse dell'indulgenza o del rigore. Ora la legge e non il giudice pronunzia la pena, sicché vanamente fatto accorto sarebbe delle insidie, che s'incontran dai popoli per la via de' bisogni: nè da tutte le chiarezze economiche o statistiche sperar potrebbe bontà, nè lode alcuna. Ma miserabile veramente, o Signori, se così fosse per lui destino il vivere schiavo ed incurvarsi ad eterna catena. Ed oltre ch'ella è strana cosa il dir, che ad un magistrato non la profonda erudizione, non il molto svolgere de' libri, ma il solo natural lume della ragione bastasse a chiarir la verità ne'giudizi, egli dovrebbe cercarsi modo, onde non solo pe'sussidi della critica, ma per quelli ancora delle arti e delle scienze tutte quel lume fosse più vivo ed acuto. Imperocchè tornando impossibile ad una legge tutti antiveder i gradi della imputabilità nell'istesso fatto, secondo le diverse circostanze e l'influenze de' tempi, de' luoghi e delle persone, vi ha sempre a seguir quel consiglio di Marciano, che profferir tu debba tale sentenza, qual la natura del fatto l'esige, senza metter gloria nella severità o nella mitezza. Di che vedesi chiarissimo testimonio nel redattore degli annali politici, il quale sentenziò non poter pienamente bastare al bisogno migliaia di volumi per chiudere il solo codice intorno ai furti. Con le quali parole, a chi ben le guardi, intese dir il Mallet, che il diligente studio, l'attenta cura e l'esperienza accrescendo il volume delle conoscenze, render può sempre più atto un uomo a giudicare. Risultamento allora è un giudizio delle maggiori o minori conoscenze, le quali, siccome pel discorso del varcato anno scorgemmo, restringer non si posson in regole determinate. Non consentono forse or le nostre leggi al magistrato il ragionar delle quistioni intenzionali, siccome nelle tentative e ne' misfatti, che abbiano sorpassato l'effetto? Non ha facoltà di trovar nel fatto le cause attenuanti il dolo di taluni furti? Finalmente non è posta in lui la latitudine de' gradi di pena e l'ascendere ed il discendere più spesso di uno o più gradi di una stessa pena? Cotanto è vero, che questa ampia ed onorevole fede si pose nel giudice, perché, tutto valutando conoscentemente le diverse circostanze di un fatto, divenisse quasi, nel punto di pronunziar la sentenza, legislatore. Imperocché in sè considerar può allora quale sia la vera pena, che conseguir deve quel tale reato, di cui nell'atto attentamente e sottilmente esaminate ed investigate ha le più minute particolarità. Dal che raccogliesi, che se il buono accorgimento del giudice sarà ben ajutato, campo vastissimo innanzi a lui aprir deve la svariata conoscenza de' luoghi, ove il misfatto fu consumato, de' bisogni, che ivi più essenzialmente stringono le popolazioni, delle passioni, onde più spesso vengono agitate. Quanta differenza non metterà nei reati la mancanza di sapere o di ricchezze, l'insufficienza della educazione o la rilasciatezza de' legami di famiglia? Osservava Saturnino talvolta esser mestieri di mostrarsi severo ad impedir la frequenza de' reati; talvolta incrudelire per salvar le cose alla sussistenza necessarie, siccome in Africa per gl'incendiari delle messi, in Misia pe' recisori delle viti, per gli spezzatori de' canali nell'Egitto. Ma quante volte, direm noi, non è più spesso mestieri l'esser miti per non render più stringenti i bisogni, più assetate le vendette, le leggi e l'ordine de' magistrati odiosi? In questa guisa col crescere della diligenza e con queste buone arti non solo ci guarderemo dalla soverchia severità, onde poi si confortano in processo di tempo tutte le maniere di rigori, ma ci porremo in via per conoscere dove e come veramente sia il luogo della mitezza, e rispondere a quel desiderio del Beccaria, di mantener l'ordine sociale senza oltraggiar l'umanità. Chè con queste arti si acquistano le lodi degl'interi popoli. D'altra guisa sarebbe grande pericolo, che il giudice fosse addolorato di tutto quanto nelle leggi trovar non potesse; e molte cose però venisse astretto a far crudeli, confidandosi di farle miti e giustissime. Così e non altrimenti, o Signori, ogni giudizio diverrà per voi una creazione; elevandovi all'altezza dello scopo di ogni giustizia: considerando a qual fine sia ordinata, e quale utile ammaestramento derivar possa e debba il popolo da ogni pena, correrete col pensiero sui luoghi, ove il delitto venne consumato, confronterete i tempi ed i paesi diversi; le cause perturbatrici e le conservatrici; osserverete tutti gli effetti, che muovono da diverse leggi e dalla diversa applicazione per calcolar qual frutto sia per trarsi dala vostra sentenza. Attenti osserverete l'azion delle pene progredire e filtrar nelle moltitudini, simili in ciò allo scienziato, che sicuro dei suoi calcoli, applicando i mezzi, che derivò dai suoi studi nota e ne osserva la lenta azione, certo che la natura, non potendo resistere alla loro efficacia, dovrà cedere e palesargli i suoi secreti.
VI. Dalle quali cose speriamo aver condotto in qualche lume questa verità di esser le conoscenze economiche e statistiche di una contrada utili non solo, ma necessarie a chi ministrar vi dee la giustizia. Bensì di tali conoscenze quello vorremo dire, che Bacone delle ricchezze diceva, esser buono averle schiave, tristo l'averle padrone. Ma a confortarla vieppiù noi staremo paghi, spero, agli esempi recenti, che a noi fè aperti l'amministrazione della giustizia nell'anno or caduto. Ma perché intorno questa materia non paja di vero, che sia ito allargando più del giusto il mio ragionamento, pregovi di voler alle cose da me per lo innanzi avvisate e ne' discorsi precedenti chiarite, queste ligare, che col crescere della diligenza mi venne fatto di raccorre. Imperò nè della recidiva, nè dell'età, nè della condizione de' rei, nè de' legami loro di famiglia vi terrò parola. Cose tutte le quali nell'anno scorso si mantennero ad un dipresso nella stessa proporzione degli anni precedenti. Bensì talune considerazioni verrò man mano a voi facendo aperte su'luoghi e sulla diversa natura de' reati. Così più compiuta se ne farà la conoscenza, che aver dobbiamo di queste contrade, se ajutar voi vorrete queste mie opinioni col vostro voto.
E innanzi tratto mi gode l'animo di annunziarvi, o Signori, che a pieno or si vede, leggendo nelle tavole statistiche, come i reati e segnatamente quelli di atroce natura grandemente scemassero da quello, che si notava nell'anno precedente. Il quale pur tanto si avanzava in questo miglioramento sugli anni anteriori. Doloroso è il vedere, che vi ha tuttora de' furti, degli omicidi, di molte ribalderie. Le quali mentre non siano svelte del tutto, molti potranno credere esser queste terre tuttora quali altra volta a voi le descrissi, feconde di ogni maniera di reati.
E speriamo forse anche, ma non del tutto; perciocché dir dobbiamo quel che altra volta pur dicemmo, molte colpe essere penetrate in questa provincia o per miseria, o per ignoranza o finalmente anche per fralezza della umana natura. Perché vuol essere sempre una grande cagione quella, che ci divida dai più ed offender ne faccia la riverenza dovuta alle leggi. Specialmente ove si consideri, che i molti e grandi delitti delle presenti popolazioni gittan sempre le barbe negli errori delle antiche.
E per non dir de' rei di minor conto, egli è certo, che questa provincia sgombra finalmente si vede da coloro, i quali con audacia detestabile ed irreligiosa, comecchè colpiti da tremenda sentenza, qual è quella di fuorbando, da più anni scorrevan le campagne. I misfatti commettevano alla libera o più veramente alla pazza, spronando alle opere scellerate con l'esempio; e taluna volta ancora servendo di manto a chi col terror del loro nome li commetteva. Così dal 1838 sino ad oltre la metà del 1840 i fuorbanditi ascesero a 15, ma pria che giungesse quest'anno al suo termine, non se ne contava più alcuno. Chè quattro cadevano disperatamente lottando; i rimanenti, messe giù le armi, si offrivan ostie volontarie alla giustizia. Or chi dopo tali esempi non vede, che nè lento nè pauroso fu l'andamento di questa, se uomini rotti ad ogni libidine, che fatta si eran un'abitudine ed un diletto di una vita salvaggia e sanguinosa, si riconducevan da sè, non potendo nello smarrito cammino della vita civile, nelle mani della giustizia, che la ferma e l'assicura?
I reati scemavano intanto rispetto non solo agli anni 1838 e 1839, in cui si videro oltre ogni stima discendere, ma a fronte del 1834 e 1835, anni di maggior tranquillità e lungi da ogni conseguenza di tempeste civili. Del che sian grazie alle cure vostre, che studiando nei costumi, nelle abitudini e ne'bisogni delle popolazioni di questa provincia con molto dispendio di tempo e fatica di meditazioni, cercaste il perfezionamento della grande opera dell'ordine di queste contrade, onde i più ritrosi piegare al giogo delle leggi.
Ma in quel modo, che molti furono sempre in questa provincia i reati, molti furon tra questi i furti. E le antiche Sicule leggi si accordano in ciò, e n'esce una sola sentenza, che in queste contrade fosse stata sempre ogni generazione di misfatti di tal natura. Onde giustamente contro di essi, sebbene con pene atrocissime, epperò infruttuose, venivan fulminando. Pure è da guardare, che dal 1567 sino al 1699, di breve intervallo si succedevano l'una all'altra e s'incalzavano le sanguinose prammatiche, onde i Vicerè, quasi avesser difetto di leggi rispondenti al bisogno, si travagliavano ad estinguer la sacrilega rabbia in ogni maniera di rapine. Ora di quì si ragioni quali e quante elle fossero e come i popoli star dovessero curvi e muti sotto cure e paure.
VII. Ma perché non si credesse, che io voglia porre in riga con quei tempi, che furono al tutto cattivi, questi che noi viviamo e che al bene fecero non piccol cenno, si guardi se questi popoli così ingegnosi, così bene da natura disposti a più nobili e dolci affetti, inchinino a tranquillo e sicuro vivere. Il numero de' furti, che nel 1838 fu di 1,026 e nel 1839 di 662, non ascese nel 1840 che a 567. De' quali vuolsi pur notare la differenza, secondo la loro natura; chè nel 1838 i furti con violenza in istrada pubblica sommarono a 64; nel 1839 a 51, nell'anno scorso appena a 38. I furti di abigeato, che nel 1839 discendeano dai 174 del 1838 ad 88, si fermavano a soli 58 nel 1840. Nè basta: chè ragionando di furti e volendo osservare se oggidì sian della tempra degli antichissimi, presi in serio riguardo dalle prammatiche, troviamo, che de' 567 commessi nel 1840 ve n'ebbe non meno di 147, più del quinto ad un dipresso, che caddero sopra comestibili, biade, frumento ec. E talora in lievissima quantità. Chè se giudicati furono come misfatti, ciò non altrimenti avvenne, se non perché la speranza dell'impunità fa prescegliere la notte alla consumazion di tali reati. Per la più parte poi commessi eran con sì poca industria ed accortezza, che molte tracce lasciando, evidenti tosto ne uscivan le pruove. In molti i colpevoli confessavano il reato e ne dicevano consigliera... la fame! E' anche da cercare il numero degl'individui, che si univano a voler congiuntamente consumar un misfatto. Perché se i più dei furti procedono dalla miseria, l'union de' colpevoli palesa una pericolosa comunione di bisogni e di speranze ree, cui generar può la sola impunità frequente. E di queste unioni alcune contrade di Europa posero e pongono tuttora l'esempio. Sicché in una provincia scemar possono bensì i reati, ma accrescersi il pendio a congiungersi per commetterli. Nè possiam credere, che ciò avvenisse fra noi, ma bene dobbiamo stimare, che come i reati scemavano, con essi cessava il desiderio di riunirsi e la mala forza dello esempio, che nel volgo può tanto. E ben conoscere può questa verità chi paragoni i due anni, che precedettero questo, il quale or cadeva. Nel 1839 le accuse furono 223 e gli accusati 323; per modo, che vi ebbe 3 individui sopra ogni reato. Nell'anno che ad esso tenne dietro le accuse sommarono a 252, gli accusati a 380. Or da questo paragone riceveran chiarezza i nostri ragionamenti, perché si viene a scoprire come nell'anno 1838 si accrescevano i reati, nell'anno appresso il pendio a riunirsi, perché le scellerate speranze di rapir l'altrui non erano infrenate dal terrore della legge. E vuolsi notare, che i misfatti giudicati nel 1838, nella più parte venivan commessi nell'anno precedente; così nel 1838 si consumavano molte ribalderie, ch'eran giudicate nel 1839. Il perché la maggior parte dei misfatti consumati da molti individui si vogliono porre tra il calar del 1838 al cominciar del 1839, nei quali due anni vi ebbe non pochi giudizi, in cui gli accusati giunsero dagli 8 a'10, ed in alcuni ascesero dai 12 a'16. Or nell'anno 1840 il numero delle accuse fu di 203, quello degli accusati di 110, ma il massimo numero di questi, ed in pochi giudizi, fu appena di 4.
VIII. Ma a far che scemassero viemaggiormente i reati era bisogno la certezza e la sollecitudine di costante giustizia, al che si opponeva l'impunità di quei rei, che restavano involti nel mistero. Così, anzicché passi oltre, tornerà acconcio l'avvertir quale sia stata la proporzione de' rei noti agl'ignoti. Aperto per me vi fu fatto altra volta il numero grandissimo di colpevoli, che rimanevano ignoti, e come dal 1835 al terminar del 1838, se ne contavano non meno di 1,796. Al calar intanto del 1839 erano 415; e nell'anno ora varcato sommarono a 399. Grave dunque n'è il numero, epperò ascriver si vuole alla natura de' luoghi, la più parte incolti, lungi dalle città abitate, e ne'quali non veggonsi disseminate nè case nè capanne. Ma pure aggiunger si dee, che allo scoprimento de' rei grandemente si oppongono i costumi, che fan ravvisare, cessato il primo sdegno, in ogni reo uno sventurato. Ed a ben chiarire questa saldissima verità, che le leggi debbono essere ajutate dai costumi de' popoli, valga il considerar dappresso, come o la ripugnanza a manifestare i rei li lascia impuniti, o le false testimonianze intristiscono i giudizi. Di quest'ultimo reato non fu accusato che un solo; ma sinistramente argomenterebe chi da ciò stimasse scarso essere il numero di coloro, che intendon nei giudizi a falsare la verità. Sventuratamente è forza il dire lue esser questa assai sparsa; chè tal vizio non si rimane ne'rustici soltanto, ma visto l'abbiamo infettar uomini conoscenti i termini della giustizia e del vero. L'autorità delle prammatiche rimane poi a farci fede come antichissima sia. Chè ben da quelle leggi abbominata fu tale reità, perché ogni macchia di simil guisa, comecché tenue, guasta di subito ogni più perfetto giudizio. E questo qui si ricorda, perché veggasi quali profonde ed alte radici abbiano i vizi dei popoli. Or da quelle leggi apertamente si raccoglie, come sin dal principio del secolo XVI i falsi testimoni venivano aspramente puniti a purgar, in esse era detto, il regno da tanta infamia. Imperocché stoltissima è quella gente, che affretta coll'ajuto del suo ingegno le assoluzioni dei malnati, e lamenta poi le ribalderie, che le insidiano la vita e guastano e distruggono le speranze allegre delle sue masserizie. Ma queste cose soverchiano l'intelletto del volgo; e quando gli uomini col volgere de' tempi inchinano a veder in ogni legge un agguato, in ogni reo un oppresso, finiscono col tenere come virtù una pietà, che fa della legge un'amara ironia. E ne giovi parlar alquanto più divisamente di tali vizi. Se di falsi testimoni condotti a giudizio pubblico non vi ebbe che un solo, per la difficoltà di venire in chiaro di tal genere di reato, coloro che furono resti a dir il vero ascesero ad un numero assai grave. Difatti nelle diverse istruzioni per misfatti compiute nell'ultimo triennio vennero uditi non meno di 34,214 testimoni e di questi fu forza, che i giudici assoggettissero allo esperimento dal carcere non meno di 1,277. Dalché si raccoglie come sopra ogni 27 testimoni ve ne ha 1 che ostinatamente si rifiuta a dire il vero e preferisce il proprio danno al trionfo della giustizia. Moltissimi furono pur quelli da voi assoggettiti a tale esperimento nel corso de' giudizi. Or si tolgano ai rimanenti 32,937 i fanciulli, i vecchi, le donne assai men pervicaci e men atti agli scaltrimenti di celar l'intimo pensiero, e si vegga quanto scarso sia il numero di coloro, che adempiono volentierosi al santo uffizio di giovare alla giustizia. Generata sarà per avventura tanta renitenza da poca fiducia ne'giudizi? No per certo, o Signori, che anzi la certezza in cui sono, che nelle loro parole è sicura condanna, li rende muti ed ostinati. E' mal consigliata pietà. E ciò vien provato non solo da che la renitenza sta sempre in ragion diretta del tempo scorso dal reato, di guisacché gli stessi offesi si sforzano, scorso alquanto di tempo, a difendere quelli che eglino chiarivano rei; non solo dal veder sempre sorger numerosi e spontanei i testimoni a discolpa, quando è il momento del giudizio, in cui è scemato o cancellato lo sdegno del reato; ma dal crescere che han fatto in questi ultimi tempi le querele. Ben vide l'opposto Bentham, che vorremo sempre a conforto de' nostri ragionamenti: in Inghilterra non v'ha chi nieghisi a palesar il vero, perché ivi i costumi fan, che si vegga in ogni punizione la pubblica utilità.
IX. Or quì vogliamo, che si faccia una division della parte superiore e della inferiore della provincia, perché meglio si osservi da qual lato stia il più dei reati e la più decisa loro natura. Così, tolti pochi luoghi medi e le isole, correndo da Castellammare per Trapani lungo Marsala insino a Mazara, si avrà una linea quasi del tutto piana e marittima. E per l'opposto, seguendo una linea da Alcamo per Gibellina, compresa Salemi, insino a Castelvetrano, si avrà una contrada quasi del tutto montuosa. Coltivata la prima, arida in gran parte e deserta la seconda, imperò per l'agricoltura ed il commercio più agiata la popolazione in quella, più squallida e più misera in questa. Sommata però in queste due divisioni, trovasi ad un bel circa la stessa, contandosi nella prima 68,144, e nella seconda 70,301 anime. Ora più scarsi son i reati nella parte bassa, più numerosi nell'alta. I misfatti in quest'ultimo triennio sommarono a 1,390 nella parte alta ed a 1,004 nella bassa; e questa eccedenza notavasi segnatamente ne'furti qualificati, che nella prima ascesero a 1,006, ed a 793 nella seconda. Lo stesso dicasi de' furti semplici, i quali serbavano la stessa proporzione. E vuolsi notare ad un tempo, che mentre tanti erano i furti, de' delitti relativi alle case di prestito e pegno, in materia di commercio, di arti e di manifatture non ve n'ebbe alcuno nel 1838, un solo nel 1839, 2 nel 1840. E le stesse frodi semplici, le quali suppongono contrattazioni, e che sommarono durante il triennio a 91, si veggono notate per 59 nella parte marittima e per 10 soltanto nella parte montuosa. L'opposto avviene ne'reati di sangue; segnatamente ciò si nota nel circondario di Trapani, il quale comecché degli altri più popoloso, non giustifica la proporzione degli omicidi con la popolazione. Esso negli omicidi va al paro quasi di Alcamo, che vuol essere messo in cima a tutti; talvolta Castelvetrano lo ha uguagliato. Nè si dica, che nel distretto di Trapani compresi essendo diversi luoghi di pena e le due isole di Favignana e Pantelleria, albergo che sono di tanti rilegati, a questi la miseria, la precedente condanna e l'obbligata dimora faccian più tristi e sanguinose le voglie. Ché i circondari, ove è il men di omicidi, son quelli appunto delle isole, in cui tanti facinorosi pur sono, sommando i rilegati a non meno di 295 in Favignana e di 234 in Pantelleria. I condannati ad altre pene sommarono a più di un migliaio. Difatti sopra tutti gli omicidi, che dal 1831 al 1837 vennero commessi nell'ira, e che sommarono a 563, il circondario di Trapani ne conta 66, e le isole di Favignana e Pantelleria ne contarono 64; numero certo non dispregevole, ove si guardasse alla popolazione soltanto; ma si vuol osservare, che più del decimo di essa è composta di condannati. E notisi, che nella linea marittima son le più popolose città, la popolazione più agglomerata, son più oziosi e vagabondi, più che han compiuta la condanna. Bensì, a dir vero, non lieve esser deve il contagio, che muove dai vicini luoghi di pena. Perlocché sembrami doversi conchiudere con sicuro animo, che spesso una maggiore agiatezza nel provveder quelle cose, che ne inducono diletto e fanno più beata la vita, rende al tempo stesso i desideri più ardenti, d'onde gli odi, le subite ire, e se non i furti, i reati di sangue.
X. Oltre a ciò andrem pensando, come l'impunità, in cui resta la più parte de' delitti, sia anch'essa potissima ragione a far crescere i misfatti contro alle persone. E pregovi di osservare, che i delitti durante il triennio sommarono a 2,314, a 1,530 nella montuosa. Intanto quelli per percosse o ferite ascesero a 577 nella prima, e 538 nella seconda. Di guisacché, lasciata la differenza, ch'è pur di rilievo, avremo che i delitti, i quali accennano ai misfatti di sangue, sono nella prima quasi la metà, e nella seconda ad un dipresso un terzo del totale. Or quanti furono i condannati? Sopra 5,172 imputati non furono, che 616. De' rimanenti 4,556, 816 vennero assoluti nella linea marittima per rinunzia alla istanza; 1,055 nella montuosa. Ma per mancanza di prove, prescrizione e grazia del Principi 695 il furono nella prima e 615 nella seconda. E poiché le ire cessano e si perdona più facilmente a siffatti reati, che non ai furti, alle frodi, ai guasti che ingenerano danno permanente, così diremo, che la più parte delle percosse e delle ferite rimangano impunite. In quanto dunque può la trascuranza de' giudici, sia nel raccorre le pruove, sia nel far sopravvenire la prescrizione, aggiungere al numero già troppo eccedente delle rinunzie e far nella linea marittima pullular i misfatti di sangue? In quanto alle rinunzie, Castellammare ne ha un terzo più di Trapani e due terzi più di Marsala e di Alcamo, mentre conta appena il terzo della popolazione de' due primi e quasi la metà dell'ultimo circondario. Indi vien Mazara, che ne ha un dipresso quanto Marsala e la metà di quello di Trapani; eppur appena ha il terzo degli abitanti dell'uno e dell'altro. Nella linea montuosa va innanzi Castelvetrano, indi Alcamo, Salemi e Gibellina, uguali a un dipresso in popolazione e tutti contan più rinunzie de' circondari più popolosi dell'altra linea. E la miseria forse, che vende la pietà? Intorno poi alle assoluzioni per mancanza, di prove e per prescrizione, vi ha eccesso in Mazara in Marsala dall'un canto; ed in Castelvetrano ed in Gibellina dall'altro. E' più scaltrezza nel commettere i reati, o naturali difficoltà a raccorre le pruove? La mancanza delle vie consolari scema il consumo de' prodotti, il consumo la riproduzione, e questa diminuita, genera l'obbligato ozio e la fame.
Or dalle tavole statistiche si raccoglie, che in questo triennio 5 soli vennero giudicati per vagabondità o improba mendicità. Diremo forse che tali sian le benedizioni dell'agricoltura, tale l'affluenza de' capitali, che son vita all'industria, tali le instituzioni, che proteggono i risparmi, tale da ultimo il lusso delle città da tollerar una mendicità vagabonda? O per l'opposto diremo poco vigile la giustizia o stanca di cercarla e punire, paga solo di assicurar la proprietà del travaglio contro la violenza e la frode?
XI. Giungeva intanto al termine del suo corso il 1839 e numerati i detenuti, sommarono a 158; il terzo ad un di presso di quelli, che attendevano il loro giudizio al finir dell'anno precedente. Ai quali aggiunti 671, che sopraggiunsero, compiersi dovevano i giudizi a non meno di 829 imputati. Or voi statuiste sulla sorte di 718, fra'quali 300 con solennità di pubblico giudizio, udito avendo 1,725 testimoni. Le cause esitate ascesero a 1,049. Ma quì sarà chi rispondaci, un tal numero di pubblici giudizi, come maggiore di quelli del 1838, così essere stato minore di quelli, che vennero nel 1839 compiuti. Ma ei bisogna por mente a questo, che non era in facoltà vostra il compirne numero più esteso, un magistrato di eccezione essendovi, nella giurisdizione del quale cadeva la più parte de' reati. Da esso venivan giudicati 240 nel 1839, nel 1840 187 accusati. Onde a voi è bisognato essere di tal numero contenti, perocché bella lode ne viene dall'essere nelle carceri della provincia soli 100, i quali attendono giudizio dal magistrato ordinario, nè vennero finora accusati, se non perché recentissimi i misfatti o perché provocato aveano l'annullamento del giudizio di accusa. In difetto di rei presenti, statuiste sulla sorte di 30 contumaci, de' quali 3 andavano assoluti. Nè questa è la suola pruova della bontà di tali giudizi, ché argomentar possiamo anche da ciò, che 7 latitanti sotto il peso di grave accusa volontariamente si costituivano in carcere; 3 durante il giudizio, 4 dopo pronunziata la condanna. E certo un poco di parsimonia in tali giudizi non poteva negli anni scorsi fare scapito per alcun tempo, ma soverchia essendo, se ne veniva a compromettere la tranquillità de' privati e la forza delle leggi. Epperò lietissimi esser dovete di averne allargata la frequenza.
Passando ora ad esaminar la natura delle vostre sentenze, rileverem, che di 300 accusati condotti all'ultimo esperimento della discussione, 64 furono assoluti e 236 condannati. Di questi non vi ebbe alcuno, che il fosse nel capo, niuno all'ergastolo, grazie allo sparir che fecero i reati di atroce natura. Bensì 77 il furono ai ferri, i più ne'bagni, 64 alla reclusione, 17 alla relegazione; dando 158 a pene criminali, 68 a pene correzionali, 10 a quelle della polizia. E quì cade in acconcio una osservazione ed è questa: che il terzo quasi delle condanne è di pene correzionali. Eppur il nostro codice, essendo il men severo di quanti sono in Europa, vorrà dirsi, che ne'giudizi pur si senta il bisogno di addolcirne l'asprezza? Ma per lo contrario io stimo, che questa sia anche una pruova di quanto più sopra vi accennava, che i reati, consigliati per la più parte della miseria, sian di lievissima natura. Di fatti sopra le 68 condanne a pene correzionali, toltene 17 per detenzione di armi, la pena della quale è appunto correzionale, ve ne ha non meno di 30 per furti qualificati. Da ciò rilevasi, che il giudizio metteva in evidenza tutti quei furti, comunque qualificati, per circostanze attenuanti il dolo, o tenuità di valore esser meritevoli della massima indulgenza ch'è nelle nostre leggi.
E di un'altra cosa converrà, e degna certo di lode, il far qui parola; intendo dire, o Signori, della celerità posta ne'giudizi. Imperocché veggiam come, eccetto 27 misfatti commessi dal 1831 al 1838, de' qiali 5 nel 1837 e 14 nell'anno appresso, (i colpevoli de' quali si eran finora sottratti alle ricerche giudiziarie,) i rimanenti eran reati commessi nell'arco dell'anno. La media fu di due mesi dal reato al giudizio ed 8 misfatti il furono nel mese istesso, in cui erano stati consumati. E qui porrò il numero di coloro, che volontari si costituivano in giudizio, i quali ascesero a non men di 50; di tal che il sesto degli accusati attese il giudizio fuori carcere. Or sopra un tal numero 22 soli vennero condannati; per modo, che su quelli che attendono in libertà di esser condotti in cospetto del magistrato, ve ne ha quasi la metà, che trionfa dello esperimento del giudizio. Per l'opposto di quelli detenuti non ne va assoluto, che il quarto ad un bel circa. De' 236 condannati intanto non vi ebbe che 10 soli, metà ad un circa dell'anno scorso, i quali si consigliassero a provocare l'annullamento delle loro condanne. E di questi non vi ebbe, che 6, numero eguale a quello dell'anno antecedente, i quali trionfassero di quel difficile aringo.
XII. Ferve a' nostri dì, da per tutto ove è civiltà, una generosa operosità, perché si riduca ad atto il pensiero di migliorar lo stato degl'incarcerati; perché nel tempo stesso che scontino le pene, migliorino per l'avvenire. Altra volta, annunziando come un tal principio a noi venisse dal Vangelo, pur quali si fossero le nostre carceri veniva a voi manifestando; e come altro scopo aver non si dovesse, che di migliorarne lo stato, per aprir ai detenuti una speranza di avvenire. Perché mi punge tuttora il desiderio di veder rientrare nell'abbandonato sentiero della vita civile gran numero di esseri, più, che rei sventurati, vorrei compresa la necessità di riformar le prigioni. Ché non è sola pietà, ma è amor del bene, è giustizia vera la consigliatrice di tal mutamento. Ben queste nostre contrade vediamo in parecchi salutari instituti non andar seconde ad alcuna, e potranno in molte future imprese evitar le dubbiezze ed i rischi corsi dagli altri, che camminavan sopra sentieri non tentati mai in pria; ma intorno alle carceri la riformazione morale seguir deve e non precedere quella dell'edifizio. Or con la presente condizion delle carceri provveder si può alla migliore vigilanza e salubrità, ma egli è cosa assai difficoltosa, che attender si possa ad un deciso miglioramento, perocché vogliono esser costrutte all'uopo di far, che si mettan nell'animo ai detenuti le preziose abitudini del lavoro. Or la più parte essendo logore antiche torri, è assai gran fatto quello, che in esse non venga insultato alla umanità. Erano qua e là basse ed umide volte incavate nella rupe, siccome nel circondario di Gibellina, o senza spiro di luce, come in Mazara; era di sotterranei, ove rinchiuso venisse, siccome in Castellammare, chi si macchiasse di qualche grave misfatto. potevan essi rispondere alla pura e santa intenzione di carceri non instituite a sol fine di punire, ma sì principalmente di emendare? Or quelle orride latomie scomparvero del tutto, vietato essendone l'uso; le altre sono, ove più ove meno, vicine a trasmutarsi in prigioni, ove i delinquenti possano rimaner non quali belve; e da ciò un gran benefizio ne viene all'umanità. Di che deve tributarsi una lode bellissima all'Intendente, che con tanta cura, tanta solerzia ed amore si travagliò a mandare ad effetto questo proposito, che sempre ebbi in cuore, di ottenere carceri degne dei nostri tempi e delle nostre leggi. E lo stesso molto ardor che muovemi a far, che i detenuti migliorino pose in me il desiderio, onde egli provvedesse, che da tutti i luoghi della provincia lor si fornisse l'utile lavoro de' tessuti di paglia. Ove poi le prigioni centrali siano compiute del tutto, la miglior parte delle camere di esperimento, potranno, secondo io penso, esser volte ad uso e saggio di sistema cellulare; ché altrimenti non si potrebbero accomodare coi bisogni della giustizia.
Intorno alla vigilanza da portarsi nelle prigioni egli è certo che nè risse, nè tumulti, nè reati di alcuna sorta in esse avvengono. E scarso, anzi impercettibile è il numero degl'infermi, somma essendo la cura nel far, che i detenuti sian di cibi sani provveduti, di vesti decenti coperti. Era però uno stringente bisogno quello di assicurarne la custodia; perocché non vi ebbe certo accorta vigilanza per molti anni, quando le fughe violenti ne schiudevan le porte anche ai meno arrischiati. Nè udrete senza stupore, o Signori, che in un decennio, dal 1829 al 1838, le evasioni con violenza non furono meno di 239, quelle tentate semplicemente di 194; dando un totale di 433 imputati. E fuggivano in una sol volta e da un sol luogo di detenzione 22 nel 1831, 10, e quindi 9 nel 1833, 12 e quindi 16 nel 1834! Colpava la natura dei luoghi, la negligenza, la complicità de' custodi o tutte queste cose insieme, che allargavan così ai detenuti la via a novelle e più gravi nequizie? Ben questo dirò: che durava tuttavia la frequenza delle evasioni sino al varcar del 1838. Da quel tempo in poi non potendo sfuggir alle potestà un sì grave disordine, che aver dovea profonde antiche radici, si accorse con subiti e forti provvedimenti. E scorsi son due anni senza, che alcun altro esempio mai di fuga violenta abbia intristita una contrada, che già si fa lieta di una invidiabile tranquillità.
XIII. Nè disconfessar si può il debito onore verso di voi, che posta l'avete nella condizione in cui la veggiamo. A sì nobile ed alto fine mirando, o Signori, l'estremo farete delle vostre forze per difenderne ora la buona condizione; e poiché dopo crudeli vicissitudini alla pace è ritornata, onorata eredità ne lasceremo il riposo a chi verrà dopo di noi. Io non dirò già lodi, che troppo vincano la misura, ma egli è certo che voi poneste con le vostre fatiche in ciò nobilissimo esempio e chiariste come debito sia di ogni ben nato ingegno, che l'alto uffizio tiene del magistrato, di consagrar tutte le sue vigilie alla gravità e solennità di tali giudizi, che pieni sian di senno e valgano a porre le leggi stesse in armonia di un'inoltrata civiltà. E questo debito a voi tramandavano larga schiera di alti intelletti dall'Ardizzone al Perremuto, al Cugino, insino al Cupane, del quale calde tuttora son le ceneri e che lasciava bella ricordanza di fermezza e di virtù cittadine. E se temer dobbiamo, che invidia ne impedisca nella onorata via, che quelli corsero, pure fallir non potremo a cotanta e lodevole vita, solo che miriamo nell'esempio di quei sommi. Seguiamo pur loro, che uomini di tal grido ei furono da onorar ogni età: cari tanto fra noi, quanto il De Gennaro, l'Argento, il Cito oltre il Faro. I quali sollecitavan con forti stimoli di emulazione scrittori e magistrati, per amore ardentissimo del pubblico bene. Uomini gravissimi, che in tempi in cui non era più a noi permesso di cercar fra le armi l'onor dei pericoli, lode accrescevano e dignità alla nostra terra comune in quegli studi ed in quella gloria, che nè dal ferro pendeva, nè dalla fortuna. Seguiamo pur loro, imitiamo il loro senno, ed oh! non rinneghiamo, noi popoli retti ad un sol freno, non rinneghiamo questa reciproca, immaculata gloria, che come luce riflessa dall'una all'altra Sicilia si raddoppia, di sommi magistrati e d'illustri scrittori: non rinneghiam questo sublime retaggio, che, come la limpidezza di questo cielo, nè invidia nè malignità ci può torre; e superbiamo, oh! superbiamo delle lodi comuni, se comuni per secoli sortimmo le sventure.