Voltaire Dizionario filosofico

Voltaire

Dizionario filosofico

 

R

RELIGIONE

Questione prima

Il vescovo di Gloucester, Warburton, autore di una delle più dotte opere che siano state mai scritte, si esprime così, a pagina 8 del tomo I:

“Una religione, una società che non sia fondata sulla credenza in una vita futura, dev’essere sostenuta da una Provvidenza straordinaria. Il giudaismo non è fondato sulla credenza in un’altra vita: dunque il giudaismo fu sostenuto da una straordinaria Provvidenza.”

Parecchi teologi si levarono contro di lui e, dato che non ci sono argomenti che non si possan ritorcere, ritorsero contro di lui il suo, dicendogli:

“Ogni religione che non sia fondata sul dogma dell’immortalità dell’anima e delle pene e ricompense eterne è necessariamente falsa; ora, il giudaismo non riconobbe quei dogmi; e dunque il giudaismo, lungi dall’essere sostenuto dalla Provvidenza, era, secondo i vostri stessi principi, una religione falsa e barbara che negava la Provvidenza.”

Quel vescovo ebbe altri avversari, i quali sostenevano che l’immortalità dell’anima era conosciuta dagli ebrei, sin dai tempi di Mosè, ma egli provò loro nel modo più evidente che né il Decalogo, né il Levitico, né il Deuteronomio avevano detto una sola parola su tale credenza, e che è ridicolo voler distorcere e falsare qualche passo degli altri libri (biblici) per tirarne fuori una verità non annunciata nel libro della Legge.

Monsignor vescovo, avendo scritto quattro volumi per dimostrare che la legge giudaica non proponeva né pene né ricompense dopo la morte, non seppe mai rispondere ai suoi avversari in modo soddisfacente. Essi gli dicevano: “O Mosè conosceva questo dogma, e allora ha ingannato gli ebrei, non rendendolo manifesto; o lo ignorava, e in tal caso non ne sapeva abbastanza per fondare una buona religione. E davvero, se quella religione fosse stata buona, perché poi sarebbe stata abolita? Una religione vera deve valere per tutti i tempi e per tutti i luoghi; dev’essere come la luce del sole, che illumina tutti i popoli e tutte le generazioni.”

Il prelato, per quanto fosse ispirato, faticò parecchio a districarsi da tutte queste difficoltà; ma quale sistema ne va esente?

Questione seconda

Un altro dotto, molto più filosofo, uno dei più profondi metafisici dei giorni nostri, avanza forti ragioni per provare che il politeismo fu la prima religione degli uomini e che si cominciò col credere a parecchi dei prima che la ragione fosse illuminata abbastanza da riconoscere un solo Essere supremo.

Io oso credere, invece, che dapprima si sia cominciato col riconoscere un solo Dio e che in seguito la debolezza umana ne abbia concepiti molti altri; ed ecco come immagino la cosa.

È indubbio che ci furono villaggi, prima che si costruissero grandi città e che tutti gli uomini vissero divisi in piccole repubbliche, prima di riunirsi in grandi imperi. È naturale che un villaggio, terrorizzato dal tuono, afflitto per la perdita delle sue messi, osteggiato dal villaggio vicino, rendendosi conto ogni giorno della propria debolezza, immaginando dappertutto un potere invisibile, si sia ben presto detto: “C’è qualche essere sopra di noi che ci fa del bene e del male.”

Mi pare impossibile che abbia potuto dire: “Ci sono due poteri.” Perché ammetterne più d’uno? In ogni genere di cose si comincia dal semplice, poi si passa al complesso e spesso si ritorna al semplice, in virtù d’illuminazioni superiori. Procede così lo spirito umano.

Quale essere si sarà per primo invocato? Il sole? La luna? Non credo. Esaminiamo quel che accade nei bambini, che sono pressappoco quel che sono gli uomini ignoranti. Essi non sono colpiti né dalla bellezza né dall’utilità dell’astro che vivifica la natura, né dai soccorsi che ci presta la luna, né dalle variazioni regolari del suo corso; non ci pensano, ci son troppo abituati. Non si adora, non si invoca, non si vuol placare che quel che si teme; tutti i bambini guardano il cielo con indifferenza; ma se scoppia un tuono, tremano e vanno a nascondersi. I primi uomini hanno agito senza dubbio nello stesso modo. Soltanto delle menti filosofiche possono aver osservato il corso degli astri, e averli fatti ammirare e adorare; ma dei contadini semplici e rozzi non ne potevano sapere abbastanza per abbracciare un così nobile errore.

Un villaggio si sarà dunque limitato a dire: “C’è una potenza che tuona, che grandina su di noi, che fa morire i nostri bambini: plachiamola; ma in che modo placarla? Noi siamo riusciti a calmare con piccoli doni la collera di persone adirate; facciamo dunque piccoli doni a questa potenza. Bisogna anche darle un nome” Il primo nome che viene in mente è quello di capo, di padrone, di signore: e dunque questa potenza vien chiamata “mio Signore”. Questa è probabilmente la ragione per cui i primi egiziani chiamarono il loro dio Knef; i siriaci, Adonai; i popoli vicini, Baal o Belus o Melek o Moloch; gli sciti, Papee: tutte parole che significano “signore”, “padrone”.

Quando fu scoperta l’America, la si trovò divisa in una moltitudine di piccole popolazioni, che avevano tutte il loro dio protettore. Gli stessi messicani e peruviani, che pur erano grandi popoli, adoravano un solo dio: gli uni, Manco Capac, gli altri il dio della guerra. I messicani davano al loro dio guerriero il nome di Huitzilopochtli, come gli ebrei avevan chiamato il loro signore Sabaoth.

Non fu affatto per ragioni superiori e di cultura che tutti i popoli cominciarono a riconoscere una sola divinità. Se fossero stati filosofi, avrebbero adorato il dio di tutta la natura e non quello di un villaggio; avrebbero preso in esame quei rapporti infiniti di tutti gli esseri, che provano l’esistenza di un essere creatore e conservatore. Ma essi non esaminarono niente: essi sentirono. Qui sta il progresso del nostro debole intelletto. Ogni villaggio sentì la sua debolezza e il bisogno d’un potente protettore. Immaginò quest’essere tutelare e terribile, residente nella foresta vicina, o sulla montagna, o in una nuvola. Ne immaginò uno solo, perché il villaggio aveva un solo capo in guerra. Se lo immaginò corporeo, perché era impossibile rappresentarselo altrimenti. E non poteva credere che il villaggio vicino non avesse anch’esso il suo dio. Ecco perché Jefte dice agli abitanti di Moab: “Voi possedete legittimamente ciò che il vostro dio Chámosh vi ha fatto conquistare; ora dovete lasciarci godere ciò che il nostro dio ci ha dato con le sue vittorie.”

Questo discorso, tenuto da uno straniero ad altri stranieri, è davvero singolare. Gli ebrei e i moabiti avevano spodestato i nativi del paese; gli uni e gli altri non avevano altro diritto che quello della forza, e l’uno dice all’altro: “Il tuo dio ti ha protetto nella tua usurpazione; sopporta che il mio dio mi protegga nella mia.”

Geremia e Amos domandano, l’uno all’altro: “Quale ragione ebbe il dio Malcom d’impossessarsi del paese di Gad?” Appare evidente, da questi passi, che gli antichi attribuivano a ogni paese un dio protettore. In Omero, si trovano ancora tracce di questa teologia.

È assai naturale che, quando l’immaginazione degli uomini s’accese e la loro mente acquistò cognizioni sia pur confuse, essi abbiano ben presto moltiplicato i loro dei, e attribuito protettori agli elementi, ai mari, alle foreste, alle fontane, alle campagne. E più avranno esaminato gli astri, più saranno stati presi d’ammirazione: come non adorare il sole, quando si adora la divinità di un ruscello? Così, fatto il primo passo, la terra è ben presto coperta di dei, e si scende, alla fine, dagli astri ai gatti e alle cipolle.

Tuttavia, la ragione è naturale che si sviluppi: il tempo fa sorgere finalmente dei filosofi, i quali capiscono che né le cipolle, né i gatti e nemmeno gli astri hanno ideato l’ordine della natura. Tutti questi filosofi babilonesi, persiani, egiziani, sciti, greci e romani ammettono un Dio supremo remuneratore e vendicatore.

Essi dapprima non lo dicono ai popoli: perché chiunque avesse denigrato gatti e cipolle davanti alle vecchiette e ai preti sarebbe stato lapidato; chiunque avesse rimproverato a certi egiziani di mangiare i loro dei sarebbe stato mangiato lui stesso (come infatti Giovenale racconta di un egiziano, che fu ammazzato e mangiato crudo nel bel mezzo di una disputa).

E cosa fecero allora? Orfeo ed altri istituiscono dei misteri che gli iniziati giurano, con esecrabili giuramenti, di non rivelare mai: e il principale di essi è l’adorazione di un solo Dio. Questa grande verità si propaga in metà della terra: il numero degli iniziati diventa immenso. È vero che l’antica religione sussiste sempre; ma, dato che non è contraria al dogma dell’unità di Dio, la si lascia sussistere. E perché abolirla? I romani riconoscono il Deus optimus maximus; i greci hanno il loro Zeus, loro Dio supremo. Tutte le altre divinità non sono che esseri intermedi: si innalzano eroi e imperatori alla dignità di dei, cioè di beati, ma è sicuro che Claudio, Ottaviano, Tiberio e Caligola non furono considerati i creatori del cielo e della terra.

Insomma, sembra provato che, ai tempi di Augusto, tutti coloro che avevano una religione, riconoscevano un Dio superiore, eterno, e molti ordini di dei secondari, il cui culto fu in seguito chiamato “idolatria”.

Gli ebrei non erano mai stati idolatri; perché, sebbene ammettessero dei malakhim, degli angeli, esseri celesti d’ordine inferiore, la loro legge non imponeva che queste divinità secondarie avessero presso di loro un culto. Essi adoravano gli angeli, è vero: e si prosternavano, quando li vedevano; ma, siccome questo non capitava spesso, non c’erano né un cerimoniale né un culto legale stabilito per loro. I cherubini dell’arca non ricevevano omaggi. È certo che gli ebrei adoravano apertamente un solo Dio, come la folla innumerevole di iniziati lo adoravano in segreto nei loro misteri.

Questione terza

Fu quando il culto di un Dio supremo era ormai universalmente accolto da tutti i saggi, in Asia, in Europa e in Africa, che nacque la religione cristiana.

Il platonismo diede un grande contributo all’intelligenza dei suoi dogmi. Il Logos, che in Platone significava la saggezza, la ragione dell’Essere supremo, divenne, per noi cristiani, il Verbo, e la seconda persona di Dio. Una metafisica, profonda e superiore all’intelletto umano, costituì un santuario inaccessibile, in cui la religione fu inviluppata.

Non ripeteremo qui come Maria venne in seguito dichiarata madre di Dio, come si stabilì la consustanzialità del Padre e del Verbo, e la processione del Pneuma, organo divino del divino Logos; due nature e due volontà risultanti dall’ipòstasi; e, infine, la manducazione superiore: l’anima nutrita, come il corpo, delle membra e del sangue dell’Uomo- Dio, adorato e mangiato sotto le specie del pane, presente agli occhi, sensibile al gusto e tuttavia annientato. Tutti i misteri furono sublimi.

Fin dal II secolo si cominciò a cacciare i demoni in nome di Gesù. Prima li si cacciava in nome di Jehovah, o Jhaho: san Matteo narra che, avendo detto i nemici di Gesù ch’egli cacciava i demoni in nome del principe dei demoni, egli rispose: “Se è per mezzo di Belzebù che io caccio i demoni, per mezzo di chi li cacciano i vostri figli?”

Non si sa in qual tempo gli ebrei abbiano riconosciuto come principe dei demoni Belzebù, che era un dio straniero; ma sappiamo (ed è Giuseppe Flavio che lo riferisce) che a Gerusalemme c’erano degli esorcisti incaricati di cacciare i demoni dal corpo degli ossessi, ossia di uomini colpiti da malattie singolari, attribuite allora, in gran parte della terra, a geni malefici. Si cacciavano dunque, questi demoni, mediante la vera pronuncia del nome di Jehovah, oggi perduta, e con altre cerimonie oggi dimenticate.

Tale esorcismo in nome di Jehovah o degli altri nomi di Dio era ancora in uso nei primi secoli della Chiesa. Origene, disputando contro Celso, gli dice (n. 262): “Se, invocando Dio, o giurando per lui, lo si chiama il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, si adempiranno certe cose con quei nomi, la cui natura e forza sono tali che i demoni si sottomettono a chi li pronunzia; ma, se lo si chiama con un altro nome, come ad esempio Dio del mare fragoroso, questi nomi saranno senza virtù. Il nome di Israele, tradotto in greco, niente potrà operare; ma pronunciatelo in ebraico, con le altre parole richieste, e operate lo scongiuro.”

Lo stesso Origene, al n. 19, dice queste interessanti parole: “Ci sono nomi che hanno naturalmente una loro virtù, come quelli di cui si servono i saggi fra gli egiziani, i maghi in Persia, i brahmani in India. Quel che si chiama magia non è un’arte vana e chimerica, come pretendono gli stoici e gli epicurei; né il nome di Sabaoth, né quello di Adonai furono fatti per esseri creati; ma essi appartengono a una teologia misteriosa che si riferisce al Creatore; di qui deriva la virtù di tali nomi, quando li si combina e pronunzia secondo le regole ecc.”

Origene, scrivendo così, non esprime il suo parere; non fa che riferire l’opinione universale. Tutte le religioni allora conosciute ammettevano più o meno la magia; e si distinguevano la magia celeste e la magia infernale, la necromanzia e la teurgia: tutto era prodigio, divinazione, oracolo. I persi non negavano i miracoli degli egiziani, né questi i miracoli dei persi; Dio permetteva che i primi cristiani fossero persuasi degli oracoli attribuiti alle Sibille, e perdonava loro anche alcuni errori niente affatto importanti, che non corrompevano la sostanza della religione.

Un altro fatto degno di nota è che i cristiani dei primi due secoli avevano in orrore i templi, gli altari e i simulacri. Lo afferma Origene (n. 374). Tutto poi cambiò con la disciplina, quando la Chiesa ebbe un ordinamento stabile.

Questione quarta

Una volta che una religione sia legalmente stabilita in uno Stato, i tribunali si preoccupano subito d’impedire che si rinnovino la maggior parte delle cose che si praticavano in tale religione, prima che fosse pubblicamente accettata. I fondatori si riunivano in segreto, a dispetto dei magistrati: ora non si pemettono che le pubbliche assemblee sotto gli occhi della legge, e tutte le associazioni che si sottraggono alla legge vengono proibite. La massima antica era che è meglio obbedire a Dio che agli uomini; ora vige la massima opposta: ossia che obbedire alle leggi dello Stato è obbedire a Dio. Prima non si sentiva parlare che di ossessioni e possessioni, il diavolo era allora scatenato sulla terra: oggi il diavolo non esce più dall’inferno. I prodigi, le predizioni erano allora necessari: ora non sono più presi in considerazione. Un uomo che predicesse nelle pubbliche piazze delle calamità sarebbe portato al manicomio. I fondatori ricevevano segretamente il denaro dei fedeli: oggi, un uomo che raccogliesse denaro per disporne senza essere autorizzato dalla legge, finirebbe in tribunale. Così non ci si serve più di nessuna delle impalcature che son servite ad innalzare l’edificio.

Questione quinta

Dopo la nostra santa religione, che è indubbiamente la sola buona, quale sarebbe la meno cattiva?

Non sarebbe forse la più semplice? Non sarebbe quella che insegnasse molta morale e pochissimi dogmi? che tendesse a rendere giusti gli uomini, senza renderli assurdi? che non ordinasse di credere a cose impossibili, contraddittorie, ingiuriose per la Divinità e dannose al genere umano, e non osa minacciare pene eterne a chi si attenesse al senso comune? Non sarebbe quella che non imponesse di credere in Dio per mezzo di carnefici e non inondasse la terra di sangue per dei sofismi incomprensibili? quella in cui un equivoco, un gioco di parole o due o tre documenti falsificati non facessero un sovrano e un dio di un prete spesso incestuoso, omicida e avvelenatore? quella che non sottomettesse i re a questo prete? e insegnasse solo l’adorazione di un Dio, la giustizia, la tolleranza e l’umanità?

Questione sesta

Si è detto che la religione dei gentili era in molti punti assurda, contraddittoria e dannosa; ma non le è stato imputato più male di quanto ne compì e più sciocchezze di quante ne predicò?

Perché vedere Giove toro

Serpente, cigno o altro,

Non lo trovo affatto bello,

E non mi stupisco che qualche volta se ne dubiti.

(Molière. Prologo di Amphitryon)

Indubbiamente, si tratta di invenzioni spudorate. Eppure mi si mostri, in tutta l’antichità, un tempio dedicato a Leda che si accoppia con un cigno o con un toro. In Atene o a Roma non si predicò mai nessun sermone per incoraggiare le fanciulle a far figli con i cigni del loro cortile. Le favole raccolte e abbellite da Ovidio eran forse religione? Non assomigliano piuttosto alla nostra Leggenda aurea, al nostro Fiore dei santi? Se qualche brahmano o derviscio venisse a criticarci ricordandoci la storia di santa Maria Egiziaca la quale, non avendo denaro per pagare i marinai che l’avevano condotta in Egitto, concesse, a ciascuno di loro, invece di moneta, quel che chiamiamo i suoi “favori”, noi diremmo al brahmano: “Reverendo Padre, voi vi sbagliate, la nostra religione non è la Leggenda aurea.”

Noi rimproveriamo agli antichi i loro oracoli, i loro prodigi; ma, se essi ritornassero al mondo, e potessimo enumerare i miracoli della Madonna di Loreto e quelli della Madonna di Efeso, in favore di chi penderebbe la bilancia?

I sacrifici umani furono ammessi da quasi tutti i popoli, ma molto raramente praticati. Fra gli ebrei, solo la figlia di Jefte e il re Agag furono immolati: a Isacco e a Gionata venne risparmiata la vita. La storia del sacrificio di Ifigenia non è stata mai bene accertata. Fra gli antichi romani, i sacrifici umani sono rarissimi. In breve, la religione pagana fece versare pochissimo sangue: la nostra ne ha inondato la terra. La nostra è senza dubbio la sola buona, la sola vera; ma per mezzo suo abbiamo compiuto tanto di quel male che, quando parliamo delle altre, dobbiamo farlo con molta modestia.

Questione settima

Se un uomo vuole convertire alla sua religione degli stranieri o dei compatrioti, non deve forse convincerli con la più insinuante dolcezza e la più allettante moderazione? Se comincia col dire che ciò che annuncia è chiaramente dimostrato, troverà una folla di increduli; se osa dire che essi respingono la sua dottrina solo perché condanna le loro passioni, e perché il loro cuore ha corrotto la loro mente e perciò hanno una ragione falsa e orgogliosa, li muove a ribellione, li anima contro di sé e così abbatte egli stesso quel che vuol costruire.

Se la religione che annuncia è vera, il furore e l’insolenza la renderanno forse più vera? V’incollerite quando insegnate che bisogna essere miti, pazienti, benefici, giusti e adempiere tutti i doveri verso il prossimo? No, perché tutti sono del vostro parere. Perché allora coprite d’insulti il vostro fratello quando gli predicate una metafisica misteriosa? Perché il suo buon senso irrita il vostro amor proprio. Voi avete l’orgogliosa smania d’esigere che il vostro fratello sottometta la sua intelligenza alla vostra; l’orgoglio umiliato provoca la collera, la quale non ha altra origine. Un uomo che in guerra viene colpito da venti colpi di fucile, non va in collera. Ma un teologo ferito dal rifiuto di un assenso, diventa furioso e implacabile.

Questione ottava

Non bisogna forse distinguere con gran cura la religione dello Stato dalla religione teologica? Quella dello Stato esige che gli iman tengano i registri dei circoncisi, e i parroci o i pastori quelli dei battezzati; che vi siano moschee, chiese, templi, giorni consacrati all’adorazione e al riposo, riti stabiliti dalla legge; che i ministri di questi riti godano di considerazione, senza però avere nessun potere; che insegnino al popolo i buoni costumi, e che i ministri della legge veglino sui costumi dei ministri dei templi. Tale religione dello Stato non potrà mai provocare nessun disordine.

Non è così nella religione teologica; essa è la fonte di tutte le sciocchezze e di tutti i torbidi immaginabili; è la madre del fanatismo e della discordia civile; è la nemica del genere umano. Un bonzo pretende che Fo sia un dio; che sia stato predetto da certi fachiri; che sia nato da un elefante bianco; che ogni bonzo possa fare un Fo con qualche smorfia. Un talapoino dice che Fo era un sant’uomo, di cui i bonzi hanno corrotto la dottrina, e che il vero dio è Sammonocodom. Dopo cento argomentazioni e cento smentite, le due fazioni si accordano di rimettersi al Dalai Lama, che abita a trecento leghe di distanza, che è immortale e anche infallibile. Le due fazioni gli inviano una solenne delegazione. Il Dalai Lama comincia, secondo il suo divino costume, col distribuire loro la cacca che è nella sua seggetta.

Le due sette rivali la ricevono dapprima con uguale rispetto la fanno seccare al sole, e la incastonano in piccoli grani di rosario che baciano con devozione; ma, non appena il Dalai Lama e il suo consiglio si dichiarano in favore di Fo, ecco che il partito condannato getta in faccia al vice-dio i rosari, e gli vuol affibbiare cento staffilate. L’altro partito difende il suo Lama, dal quale ha ricevuto delle buone terre. Tutti e due si combattono a lungo, e quando finalmente sono stanchi di sterminarsi, d’assassinarsi, di avvelenarsi a vicenda, continuano a lanciarsi grosse ingiurie; e il Dalai Lama, il buon papà, se la ride e continua a distribuire la cacca che è nella sua seggetta a chiunque devotamente aspiri a riceverla.

RESURREZIONE

I

Si racconta che gli egiziani abbiano costruito le loro piramidi solo per farne delle tombe, e che i loro corpi, imbalsamati dentro e fuori, aspettassero che le loro anime venissero a rianimarli in capo a mille anni. Ma, se i loro corpi dovevano risuscitare, perché la prima operazione degli imbalsamatori era quella di perforarne il cranio con un trivello per trarne fuori il cervello? L’idea di risuscitare senza cervello fa sospettare (se si può usare questo verbo) che gli egiziani, da vivi, non ne avessero molto; bisogna tuttavia considerare che la maggior parte degli antichi credevano che l’anima risiedesse nel petto. E perché l’anima deve risiedere nel petto piuttosto che altrove? Perché, in effetti, quando ci sentiamo agitati da sentimenti un po’ violenti, proviamo verso la regione del cuore una dilatazione o come una stretta, e questo fece pensare che stesse lì la sede dell’anima. Quest’anima fu immaginata come qualcosa di aereo: una lieve figura che andava a spasso dove poteva, finché non avesse ritrovato il proprio corpo.

La credenza nella resurrezione è molto più antica dei tempi storici. Atalide, figlia di Mercurio, poteva morire e risuscitare a suo piacimento; Esculapio restituì la vita a Ippolito; Ercole ad Alcesti; Pelope, tagliato a pezzi dal padre, fu fatto risorgere dagli dei. Platone racconta che Er risuscitò soltanto per quindici giorni.

Presso gli ebrei, i farisei accolsero il dogma della resurrezione solo parecchio tempo dopo Platone. Negli Atti degli Apostoli si legge un episodio assai singolare e degno di nota. San Giacomo e molti dei suoi compagni consigliano a san Paolo di entrare nel tempio di Gerusalemme a compiervi, benché cristiano, tutte le cerimonie dell’antica legge, “affinché tutti sappiano che ciò che si dice di te è falso e che continui ad osservare la legge di Mosè”. Il che era come dire: “Va’ a mentire, a spergiurare, a rinnegare pubblicamente la religione che insegni.”

San Paolo andò dunque per sette giorni nel tempio, ma il settimo fu riconosciuto. Lo si accusò d’esserci andato con degli stranieri e di averlo profanato. Ecco come si cavò d’impiccio:

“Ora, Paolo, sapendo che una parte di coloro che erano lì erano sadducei e l’altra farisei, esclamò nell’assemblea: “Fratelli, io sono fariseo e figlio di farisei; e mi si vuole condannare perché spero in un’altra vita e nella resurrezione dei morti.””

In tutta questa faccenda non si era fatto cenno alcuno sulla questione della resurrezione dei morti. Paolo lo disse soltanto per aizzare i farisei e i sadducei gli uni contro gli altri.

V. 7 “E come Paolo ebbe detto questo, nacque contesa tra i farisei e i sadducei; e l’assemblea fu divisa.”

V. 8 “Poiché i sadducei affermano che non c’è resurrezione, né angelo, né spirito; mentre i farisei hanno fede nell’una e nell’altra cosa.”

Si è preteso che il vecchissimo Giobbe conoscesse il dogma della resurrezione. Si citano queste sue parole: “Io so che il mio redentore è vivente e che un giorno la sua redenzione si eleverà su di me (o: che mi solleverò dalla polvere); che la mia pelle si riformerà, e che vedrò ancora Dio nella mia carne.”

Ma molti commentatori sostengono che con queste parole Giobbe sperava di guarire presto dalla sua infermità, di non restare fino alla morte disteso in terra, come lo era stato finora. E il seguito del passo prova a sufficienza che questa spiegazione è quella vera, perché subito dopo Giobbe grida ai suoi falsi e duri amici: “Perché dunque dite “Perseguitiamolo”?” (o: “Perché voi direte: “Perché l’abbiamo perseguitato?””). Questo, evidentemente, significa: “Voi vi pentirete d’avermi offeso, quando mi rivedrete nella mia prima condizione di salute e di opulenza.” Un malato che dice: “Io mi alzerò,” non dice: “Io risusciterò” Voler forzare il significato di testi chiari è il modo più sicuro per non capirsi mai o, piuttosto, per essere considerati come gente in mala fede dagli onest’uomini.

San Girolamo colloca la nascita della setta dei farisei pochissimo tempo prima della nascita di Gesù Cristo. Il rabbino Hillêl sarebbe stato il fondatore della setta farisaica, e questo Hillêl era contemporaneo di Gamaliele, il maestro di san Paolo.

Molti di questi farisei credevano che soltanto gli ebrei sarebbero risorti: quanto al resto degli uomini, non valeva la pena che risorgesse. Altri sostenevano che si sarebbe risorti soltanto in Palestina e che i corpi di quanti fossero stati seppelliti altrove sarebbero stati trasportati di nascosto presso Gerusalemme, per raggiungervi le loro anime. Ma san Paolo, scrivendo agli abitanti di Tessalonica, dice loro che “il secondo avvento di Gesù Cristo sarà per loro e per lui, che ne saranno testimoni”.

V. 16 “Perché, appena sarà stato dato il segnale dall’arcangelo e dal suono della tromba di Dio, lo stesso Signore scenderà dal cielo, e i morti in Gesù Cristo risusciteranno per primi.”

V. 17 “Poi, noi viventi, quelli che saremo rimasti sino allora, verremo con loro portati via sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria; e così vivremo per sempre col Signore.”

Questo passo importante non prova con evidenza che i primi cristiani erano sicuri di vedere la fine del mondo, come in effetti è predetta in san Luca, fine che sarebbe venuta mentre lui era ancora vivo? Se essi non videro la fine del mondo, se nessuno risuscitò per allora, quel che viene differito non viene però perduto.

Sant’Agostino crede che i bambini, anche quelli nati morti, risusciteranno una volta raggiunta l’età di uomini maturi. Origene, Girolamo, Atanasio, Basilio non credevano che le donne, risuscitando, dovessero mantenere il loro sesso.

Insomma, si è sempre disputato su quel che siamo stati, su quel che siamo, e su quel che saremo.

II

Il padre Malebranche prova la verità della resurrezione con l’esempio dei bruchi che diventano farfalle. Questa prova, come si vede, è altrettanto fragile delle ali degli insetti con cui la mette in relazione. Certi pensatori, addestrati ai calcoli, avanzano obiezioni aritmetiche contro questa verità così ben dimostrata. Essi affermano che gli uomini e gli altri animali sono in realtà nutriti e crescono con la sostanza dei loro predecessori. Il corpo di un uomo ridotto in polvere, sparso nell’aria e ricaduto poi sulla superficie della terra, si trasforma in vegetali o frumento. Così Caino mangiò una parte di Adamo; Henoc si nutrì di Caino, Irad di Henoc, Mehuïael di Irad, Matusalemme di Mehuiael; e troviamo che non c’è nessuno di noi che non abbia mangiato una piccola porzione del nostro primo progenitore. È per questo che si è detto che siamo tutti antropofagi. Niente è più evidente dopo una battaglia: non solo ammazziamo i nostri fratelli, ma in capo a due o tre anni, li abbiamo tutti mangiati, quando si raccolgono le messi sul campo di battaglia; e anche noi saremo certo mangiati, a nostra volta. Ora, quando dovremo risuscitare, come faremo a rendere ad ognuno il corpo che gli apparteneva, senza perderne un po’ del nostro?

Ecco quel che dicono coloro che dubitano della resurrezione; ma coloro che ci credono hanno risposto loro con gran competenza.

Un rabbino di nome Samai dimostra la verità della resurrezione con questo passo dell’Esodo: “Io sono apparso ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe e ho promesso loro con giuramento di dar loro la terra di Canaan.” “Ora Dio, nonostante quel giuramento,” dice questo gran rabbino, “non dette loro quella terra: dunque essi, per goderne, dovranno risuscitare, affinché il giuramento sia adempiuto.”

Il profondo filosofo don Calmet trova nei vampiri una prova ben più precisa. Egli aveva visto dei vampiri che uscivano dai cimiteri per andare a succhiare il sangue della gente addormentata; ora, è chiaro che essi non potrebbero succhiare il sangue dei vivi, se ancora fossero morti: dunque, erano risuscitati: questo ragionamento è davvero convincente.

Una cosa altrettanto sicura è che tutti i morti, il giorno del giudizio, marceranno sotto terra come le talpe (a quanto dice il Talmud) per sbucare nella valle di Josafat, situata tra la città di Gerusalemme e il monte degli Olivi. Si starà assai pigiati, in questa valle; ma basterà ridurre i corpi proporzionalmente, come i diavoli di Milton nella sala del Pandemonio.

La resurrezione si compirà al suono della tromba, a quel che dice san Paolo. Sarà bene che ci siano parecchie trombe, perché il tuono stesso non si ode a più di tre o quattro leghe intorno. Potremmo chiederci quante trombe ci saranno; i teologi non hanno ancora fatto questo calcolo, ma lo faranno.

Gli ebrei raccontano che la regina Cleopatra, la quale credeva senza dubbio nella resurrezione, come tutte le dame di quei tempi, domandò a un fariseo se si sarebbe risuscitati nudi. Quel dottore le rispose che, al contario, saremo vestiti benissimo, per la semplice ragione che il grano che si semina, morto sotto la terra, risuscita poi in spighe con un abito a frange. Quel rabbino era un eccellente teologo: ragionava come don Calmet.

S

SALOMONE

In Oriente il nome di Salomone fu sempre riverito. Le opere che si credevano scritte da lui, gli annali degli ebrei, le favole degli arabi, diffusero la sua fama fino alle Indie. Il suo regno fu l’età aurea degli ebrei.

Egli fu il terzo re della Palestina. Il primo libro dei Re dice che sua madre Betsabea ottenne da David che facesse incoronare Salomone al posto del suo primogenito Adonia. Non ci sorprende che una donna, complice dell’assassinio del suo primo marito, sia stata così abile da far sì che l’eredità passasse al frutto del proprio adulterio, così diseredando il figlio legittimo, che per giunta era il primogenito.

Un fatto assai degno di nota è che il profeta Natan, il quale aveva rimproverato David per il suo adulterio, per l’uccisione di Uria e per il matrimonio che seguì quell’assassinio, fu lo stesso uomo che più tardi secondò Betsabea nel mettere sul trono Salomone, nato da quel matrimonio sanguinario e infame. Tale condotta, a ragionare soltanto “secondo la carne”, proverebbe che il profeta Natan usava, secondo i tempi, due pesi e due misure. Lo stesso libro biblico non dice che Natan avesse ricevuto da Dio una missione particolare per far diseredare Adonia. Se ne ebbe una, dobbiamo rispettarla; ma noi possiamo ammettere solo quel che troviamo scritto.

Adonia, escluso dal trono da Salomone, gli chiese come unica grazia il permesso di sposare Abisag, la giovinetta che era stata data a David per riscaldarlo nella sua vecchiaia.

La Scrittura non dice se Salomone abbia disputato ad Adonia la concubina del padre; ma dice che Salomone, per questa sola richiesta, lo fece assassinare. A quel che sembra, Dio, che diede a Salomone lo spirito di saggezza, gli rifiutò quello della giustizia e dell’umanità, come gli rifiutò più tardi il dono della continenza.

Nello stesso Libro dei Re è detto che Salomone era padrone di un gran regno, che si estendeva dall’Eufrate al mar Rosso e al Mediterraneo; ma, sventuratamente, è anche detto che il re d’Egitto aveva conquistato il paese di Gezer, nella terra di Canaan, e che diede in dote la città di Gezer a sua figlia, che pare sia andata sposa a Salomone; è detto che c’era un re a Damasco, e che fiorivano i regni di Sidone e di Tiro; circondato da stati potenti, Salomone manifestò la propria saggezza restando in pace con tutti. L’estrema abbondanza che arricchì il suo paese non poteva essere che il frutto di quella profonda saggezza, perché, al tempo di Saul, non c’era un operaio che sapesse lavorare il ferro, in tutto il paese e, quando Saul dichiarò guerra ai filistei, cui gli ebrei erano soggetti, si trovarono soltanto due spade.

Dunque, Saul, che sulle prime non possedeva in tutti i suoi Stati che due sole spade, ebbe ben presto un esercito di trecentotrentamila uomini. Neppure il sultano dei turchi ebbe mai armate così numerose; c’era di che conquistare il mondo. Simili contraddizioni sembrano escludere qualsiasi ragionamento; ma coloro che vogliono ragionare trovano assai difficile che David, il quale successe a Saul, vinto dai filistei, abbia potuto, durante il suo regno, fondare un vasto impero.

Ancora più incredibili sono le ricchezze da lui lasciate a Salomone; gli diede in contanti centotremila talenti d’oro e un milione e tredicimila talenti d’argento. Il talento d’oro degli ebrei vale circa seimila sterline, e quello d’argento circa cinquecento sterline. La somma totale dei lasciti in denaro contante, senza contare i preziosi e gli altri beni, e senza il reddito corrente, senza dubbio proporzionato a tale tesoro, ammontava a un miliardo, centodiciannove milioni di scudi tedeschi, o venticinque miliardi e seicentoquarantotto milioni di scudi francesi. A quei tempi non c’era davvero tanto denaro circolante, in tutto il mondo.

Dopo di che, non si capisce proprio perché Salomone si affannasse tanto a mandare le sue flotte nel paese di Ofir per riportarne oro. E ancora meno perché questo potente monarca non avesse nei suoi vasti Stati un solo uomo che sapesse tagliar legna nella foresta del Libano. Fu costretto a pregare Hiram, re di Tiro, di prestargli dei taglialegna e degli operai per mettere in opera il legname. Bisogna confessare che queste contraddizioni mettono a dura prova l’intelligenza dei commentatori.

Ogni giorno si servivano, per il pranzo e la cena della casa di Salomone, cinquanta buoi e cento montoni, e pollame e cacciagione in proporzione: il che può corrispondere a sessantamila libbre di carne al giorno. Un bel treno di casa.

Si aggiunge poi che egli possedeva quarantamila scuderie, e altrettante rimesse per i carri da guerra, ma soltanto dodicimila scuderie per la sua cavalleria. Ecco un bel numero di carri per un paese fra le montagne; ed era un bell’apparato militare per un re, il cui predecessore non aveva avuto, alla sua incoronazione, che una mula, e per un territorio che allevava soltanto asini.

Non si è voluto che un principe che possedeva tanti carri si limitasse a un piccolo numero di mogli; gliene si attribuiscono settecento, che portavano il nome di “regine”; e quel che è strano è che egli avesse solo trecento concubine, contro il costume dei re, i quali hanno di solito più amanti che mogli. Se poi queste storie sono state dettate dallo Spirito Santo, bisogna ammettere che predilige il meraviglioso.

Salomone manteneva quattrocentododicimila cavalli, senza dubbio per andare a spasso con le sue donne lungo il lago di Gennesaret o verso quello di Sodoma, o verso il torrente Cedron, che sarebbe uno dei luoghi più deliziosi del mondo, se quel torrente non fosse asciutto nove mesi l’anno, e se il terreno attorno non fosse un po’pietroso.

Quanto al tempio che egli fece costruire, e che gli ebrei credettero la più bella opera dell’universo, se i Bramante, i e i Palladio l’avessero veduto, non lo avrebbero certo ammirato. Era una specie di piccola fortezza quadrata, che racchiudeva un cortile e in questo cortile c’era un edificio lungo quaranta cubiti e un altro venti; ed è detto che questo Michelangelo secondo edificio, che era propriamente il tempio, l’oracolo, il Santo dei Santi, aveva venti cubiti di larghezza, venti di lunghezza, e venti di altezza. Non c’è oggi in Europa architetto che non considererebbe tale edificio un monumento di barbari.

I libri attribuiti a Salomone son durati più del suo tempio. È questa, forse, una delle più evidenti prove della forza dei pregiudizi e della debolezza del cervello umano.

Solo il nome dell’autore ha reso rispettabili quei libri: sono stati reputati buoni perché creduti scritti da un re, e quel re era considerato il più saggio degli uomini.

La prima opera che gli si attribuisce è quella dei Proverbi: una raccolta di massime triviali, basse, incoerenti, senza gusto, senza scelta e senza disegno. Possiamo davvero credere che un re illuminato abbia composto una raccolta di sentenze delle quali non se ne trova una che accenni al modo di governare, alla politica, ai costumi dei cortigiani e agli usi della corte? Vi si trovano interi capitoli in cui si parla soltanto di quelle prostitute che invitano i passanti ad andare a letto con loro.

Prendiamo a caso uno di questi proverbi:

“Ci sono tre cose che non si saziano mai, e una quarta che mai dice: Basta!: il sepolcro, l’utero, la terra che mai si sazia d’acqua, e il fuoco che mai dice: Basta!”

“Ci sono tre cose per me indecifrabili, e una quarta che ignoro del tutto: la via dell’aquila nell’aria, la via del serpente sulla roccia, la via di una nave in mezzo al mare, la via dell’uomo in una donzella.”

“Ci sono quattro animali, i più piccoli della terra e più saggi dei saggi: le formiche, piccolo popolo che si prepara il nutrimento per l’inverno durante l’estate; le lepri, popolo debole, che vive sulle rocce; le locuste che, non avendo re, avanzano divise per schiere; e la lucertola, che fa tutto con le sue zampe, e dimora nei palazzi dei re.”

E si osa imputare a un grande re, al più saggio dei mortali stupidaggini così terra terra e assurde? Quelli che lo vogliono autore di tali piatte puerilità, e credono di ammirarle, non sono certo i più saggi degli uomini.

I Proverbi furono attribuiti a Isaia, a Elcia, a Sobna a Eliacim, a Ioacaz e a molti altri; ma chiunque sia stato il compilatore di questa raccolta di sentenze orientali, non è affatto probabile che sia stato un re a darsene la pena. Avrebbe detto: “l’ira del re è come il ruggito del leone”? Così parla solo un suddito o uno schiavo, che trema per la collera del suo signore. E Salomone avrebbe tanto parlato della donna impudica? Avrebbe detto: “Non guardare il vino quando sembra chiaro e il suo colore scintilla nel bicchiere”?

Dubito assai che, ai tempi di Salomone, ci fossero bicchieri di vetro: si tratta di un’invenzione molto recente; tutti gli antichi bevevano in tazze di legno o di metallo; e il passo in questione indica che quest’opera venne composta ad Alessandria, come tanti altri libri giudaici.

L’Ecclesiaste, attribuito pure a Salomone, è di un genere e di un gusto del tutto diversi. Chi parla, in quest’opera, è un uomo disingannato dalle illusioni di grandezza, stanco dei piaceri e disgustato della scienza. È un filosofo epicureo, che ripete ad ogni pagina che il giusto e l’empio sono soggetti agli stessi accidenti; che l’uomo non ha niente in più della bestia; che sarebbe meglio non esser nati, che non c’è un’altra vita, e che non c’è niente di buono né di ragionevole se non il godere in pace il frutto delle proprie fatiche assieme alla donna amata.

L’intera opera è di un materialista a un tempo sensuale e disgustato. Sembra soltanto che all’ultimo versetto sia stata aggiunta una frase edificante su Dio, per diminuire lo scandalo che un tal libro doveva provocare.

I critici stenteranno a persuadersi che quest’opera sia di Salomone. Non è naturale che abbia detto: “Sventura al paese che ha un re bambino!” Gli ebrei non avevano ancora avuto re simili.

Non è affatto naturale che egli abbia detto: “Io osservo il viso del re” È assai più verosimile che l’autore abbia voluto far parlare Salomone ma che, per quella mancanza di coerenza di cui son piene tutte le opere degli ebrei, abbia dimenticato spesso, nel corso del libro, che stava facendo parlare un re.

Quel che sbalordisce è che quest’opera empia sia stata consacrata fra i libri canonici. Se si dovesse stabilire oggi il canone della Bibbia, non ci si includerebbe certo l’Ecclesiaste; ma esso vi fu inserito in un tempo in cui i libri erano molto rari, ed erano più ammirati che letti. Tutto quel che si può fare oggi è mascherare il più possibile l’epicureismo che prevale in quest’opera. Si è fatto per l’Ecclesiaste come per tante altre cose ben più rivoltanti; esse furono accettate in tempi d’ignoranza; e si è costretti, ad onta della ragione, a difenderle in tempi illuminati, e a mascherare l’assurdità o l’errore con allegorie.

Il Cantico dei Cantici è attribuito anch’esso a Salomone, perché il nome del re vi si trova in due o tre passi, perché si fa dire all’amante che essa è bella “come le pelli di Salomone”; e poiché essa afferma di essere “nera”, si è creduto che Salomone indicasse così la sua moglie egiziana.

Queste tre ragioni sono ugualmente ridicole:

1) Quando la donna, parlando all’amante, dice: “Il re mi ha condotta nelle sue dispense”, essa allude evidentemente a una persona diversa dal suo amante; dunque il re non è il suo amante: è il re del convito, il paraninfo, il padrone di casa che essa intende; e questa ebrea è così improbabile che sia l’amante di un re, che, in tutto il corso dell’opera, ci appare come una pastorella, una ragazza di campagna, che va a cercare il suo amante per i campi e per le vie della città, e viene arrestata alle porte di questa dalle guardie, che le rubano il vestito.

2) Io sono bella come le pelli di Salomone è l’espressione d’una campagnola, che in altro modo direbbe: “Io sono bella come gli arazzi del re”; e proprio perché in quest’opera si trova il nome di Salomone, essa non può essere sua. Quale re farebbe un paragone così ridicolo? “Guardate,” dice la donna nel terzo capitolo, “guardate il re Salomone con il diadema con cui lo ha incoronato la madre il giorno del suo matrimonio.” Chi non riconosce in queste espressioni i comuni paragoni delle ragazze del popolo quando parlano dei loro amanti? Esse dicono appunto: “È bello come un principe, ha l’aria di un re ecc.”

3) È vero che la pastora che vien fatta parlare in questo cantico amoroso dice d’essere abbronzata dal sole, che è “bruna”. Ma se fosse stata la figlia del re d’Egitto, non sarebbe stata tanto scura di carnagione. Le fanciulle di elevata condizione, in Egitto, erano bianche. Cleopatra lo era; insomma, costei non poteva essere a un tempo campagnola e regina.

Può darsi che un re, che possedeva mille donne, abbia detto ad una di esse: “Baciami con un bacio della tua bocca, perché le tue mammelle sono migliori del vino.” Un re e un pastore, quando si tratta di baci sulla bocca, possono esprimersi allo stesso modo. È vero che è abbastanza strano che si sia sostenuto che era la donna a parlare, in quel passo; che fosse lei a far l’elogio delle mammelle del suo amante.

Non negherò nemmeno che un re galante abbia potuto far dire alla sua amante: “Il mio amato è come un mazzolino di mirra, esso giacerà tra le mie mammelle.” Io non capisco bene che cosa sia un mazzolino di mirra; ma se una donna dice al suo amante di posarle la mano sinistra sul collo e di abbracciarla con la destra, lo capisco benissimo.

Si potrebbe chiedere qualche spiegazione all’autore del Cantico, quando dice: “Il tuo ombelico è come una coppa in cui c’è sempre qualcosa da bere; il tuo ventre è come un moggio di frumento; le tue mammelle sono come due cerbiatti e il tuo naso è come la torre del monte Libano.”

È certo che le Egloghe di Virgilio sono scritte in ben altro stile; ma ciascuno ha il suo, e un ebreo non è obbligato a scrivere come Virgilio.

È apparentemente un bel tratto di eloquenza orientale dire: “Nostra sorella è ancora bambina, non ha ancora le mammelle. Che faremo di nostra sorella? Se è un muro, costruiamoci sopra; se è una porta, chiudiamola.”

Può pur darsi che Salomone, il più saggio degli uomini, parlasse così quand’era brillo, ma molti rabbini hanno sostenuto non solo che questa piccola egloga voluttuosa non fu scritta da lui, ma che essa non era autentica. Teodoro di Mopsuestia era di tale opinione; e il celebre Grozio chiama il Cantico dei Cantici uno scritto libertino, flagitiosus. Eppure, è un libro consacrato, considerato un’allegoria perpetua del matrimonio di Gesù Cristo con la sua Chiesa. Bisogna riconoscere che l’allegoria è un po’ pesante, e che non si capisce cosa potrebbe intendere la Chiesa quando l’autore dice che sua sorellina non ha ancora le mammelle.

Ad ogni modo, questo Cantico è un monumento prezioso dell’antichità: è il solo libro d’amore che ci sia restato degli ebrei. È vero che è una rapsodia insensata, ma c’è molta voluttà. Non vi si parla che di baci sulla bocca, di mammelle che sono più inebrianti del vino, di gote che sono del colore delle tortore. Vi si parla spesso di godimento. È un’egloga ebraica. Lo stile è come quello di tutte le opere d’eloquenza degli ebrei, sconnesso, senza coerenza, pieno di ripetizioni, confuso, ridicolmente metaforico; ma vi sono passi che esprimono assai bene l’ingenuità e l’amore.

Il Libro della Saggezza ha un tono più serio; ma non è di Salomone più del Cantico dei Cantici. Viene comunemente attribuito a un Gesù, figlio di Sirac; e da altri a Filone di Biblo; ma, qualunque ne sia l’autore, si direbbe che ai suoi tempi non fosse ancora stato scritto il Pentateuco, perché esso dice, al capitolo X, che Abramo volle immolare Isacco al tempo del diluvio; e, in un altro passo, parla del patriarca Giuseppe come di un re d’Egitto.

Quanto all’Ecclesiaste, di cui abbiamo già parlato, Grozio afferma che fu scritto ai tempi di Zorobabele. Abbiamo già visto con quale libertà l’autore dell’Ecclesiaste si sia espresso; sappiamo come egli abbia detto che gli uomini non sono superiori alle bestie; che è meglio non essere nati che esistere; che non c’è un’altra vita; che non c’è niente di buono, se non il godere delle proprie fatiche assieme alla donna che si ama.

Potrebbe darsi che Salomone avesse tenuto simili discorsi con qualcuna delle sue donne; si pretende invece che si tratti di obiezioni che egli fa a se stesso; ma tali massime, che hanno un tono un po’libertino, non somigliano affatto a obiezioni; e far dire a un autore il contrario di quel che dice significa burlarsi dei lettori.

Del resto, molti Padri della Chiesa sostennero che Salomone fece poi penitenza; così lo si può perdonare.

È assai probabile che Salomone fosse ricco e sapiente per il suo tempo ed il suo popolo. L’esagerazione, compagna inseparabile della rozzezza, gli attribuì ricchezze che non avrebbe potuto possedere e libri che non avrebbe potuto scrivere. Il rispetto per l’antichità consacrò poi questi errori.

Ma il fatto che questi libri siano stati scritti da un ebreo, che c’importa? La nostra religione cristiana è fondata su quella ebraica, ma non su tutti i libri scritti dai giudei.

Perché il Cantico dei Cantici dovrebbe essere per noi più sacro delle favole del Talmud? Perché – si dice – noi l’abbiamo incluso nel canone dei libri ebraici. E che cos’è questo canone? Una raccolta di opere autentiche. E con ciò? Un’opera, perché è autentica, è anche divina? Una storia dei regoli di Giuda e di Sichem, per esempio, è forse qualcos’altro che una storia? Ecco uno strano pregiudizio. Noi abbiamo in orrore gli ebrei, eppure pretendiamo che tutto quanto fu scritto da loro e raccolto da noi rechi l’impronta di Dio. Non ci fu mai più grande contraddizione.

SENSAZIONE

Le ostriche hanno, si dice, due soli sensi; le talpe, quattro; gli altri animali, come gli uomini, cinque. Certuni ne ammettono un sesto, ma è evidente che la sensazione voluttuosa, di cui vogliono parlare, si riduce al senso del tatto, e che questi cinque sensi dunque sono quanto ci occorre. Ci è impossibile immaginarne e desiderarne di più.

Può darsi che in altri mondi altri esseri siano dotati di sensi di cui noi non abbiamo idea; può darsi che il numero dei sensi aumenti di globo in globo, e che l’essere dotato di sensi innumerevoli e perfetti sia il termine perfetto di tutti gli esseri.

Ma noi, con i nostri soli cinque organi di senso, che potere abbiamo? Noi sentiamo sempre nostro malgrado, e mai perché lo vogliamo; quando un oggetto ci colpisce, ci è impossibile non provare la sensazione destinataci dalla natura. La sensazione è in noi, ma non dipende da noi: noi la riceviamo; e come la riceviamo? È abbastanza noto che non c’è alcun rapporto fra l’aria che vibra e certe parole che sento cantare e l’impressione che esse suscitano nel mio cervello.

Noi restiamo stupiti dinanzi al fenomeno del pensiero; ma il sentire è altrettanto meraviglioso. Nella sensazione dell’ultimo degli insetti, come nel cervello di Newton, si manifesta un potere divino. Tuttavia, se mille animali muoiono sotto i vostri occhi, voi non vi inquietate affatto di sapere che fine farà la loro facoltà di sentire, sebbene tale facoltà sia opera dell’Essere degli esseri: voi considerate quegli animali come macchine della natura, nate per morire e far posto ad altre.

Perché e come il loro sentire potrebbe sussistere, quand’essi non esistono più? Che bisogno avrebbe l’autore di tutto quanto esiste di conservare proprietà di cui è distrutto il soggetto? Tanto varrebbe dire che la facoltà della pianta detta “sensitiva”, di ritirare le foglie verso i suoi rami, sussiste ancora quando la pianta è morta. Mi domanderete come mai, se la sensazione dell’animale muore con lui, il pensiero dell’uomo non morrà. Io non posso rispondere a questo problema, non ne so abbastanza per risolverlo. Solo l’autore eterno della sensazione del pensiero sa in qual modo ci dà l’una e l’altro e in qual modo li conserva.

Tutta l’antichità sostenne che niente è nel nostro intelletto che non sia stato prima nei sensi. Descartes, nei suoi romanzi, pretese che noi possedessimo idee metafisiche prima ancora di conoscere le mammelle della nostra nutrice; una facoltà di teologia proscrisse questa tesi, non perché fosse un errore, ma perché era una novità; in seguito, adottò quest’errore per il fatto che era stato demolito da Locke, filosofo inglese, e bisognava pure che un inglese avesse torto. Finalmente, dopo avere tanto spesso cambiato parere, essa tornò a proscrivere quell’antica verità, che i sensi sono le porte dell’intelletto. Fece come i governi oberati di debiti, che ora danno corso a certi biglietti, ora li svalutano: ma già da un pezzo nessuno vuole più biglietti del genere.

Tutte le università del mondo non impediranno mai ai filosofi di credere che noi cominciamo col sentire e che la nostra memoria non è altro che una sensazione continuata. Un uomo che nascesse privo dei suoi cinque sensi sarebbe privo di qualsiasi idea, se potesse vivere. Le nozioni metafisiche ci arrivano solo dai sensi: come potremmo misurare un cerchio o un triangolo, se non avessimo mai visto e toccato cerchi e triangoli? Come farsi un’idea imperfetta dell’infinito, se non allontanando ogni limite? E come togliere dei limiti, senza averne mai visti o sentiti?

La sensazione avvolge tutte le nostre facoltà, disse un gran filosofo.

Che concludere da tutto questo? Concludete voi, che leggete e pensate.

I greci avevano inventato la facoltà $øõ÷Þ$ per la sensazione, e la facoltà $íï(tm)ò$ per il pensiero. Disgraziatamente noi ignoriamo cosa siano queste due facoltà: le possediamo, ma la loro origine è sconosciuta a noi quanto alle ostriche, alle alghe,ai polipi, ai vermi e alle piante. Per quale misterioso meccanismo il sentire ci invade tutto il corpo, e il pensiero soltanto la testa? Se vi tagliano la testa, non è probabile che possiate risolvere un problema di geometria: eppure, la vostra ghiandola pineale, il vostro corpo calloso, nel quale alloggiate l’anima, continuano a sussistere a lungo senza alterazioni; e la vostra testa tagliata è talmente piena di spiriti vitali, che spesso si muove pur dopo essere stata separata dal tronco: sembra anzi che essa abbia in quel momento idee molto chiare, e che somigli alla testa d’Orfeo che, quando la gettarono nelle acque dell’Ebro, emanava ancora musica, cantando di Euridice.

Se voi non pensate più, appena vi han tagliato la testa, come mai il vostro cuore continua a pulsare, se vi viene strappato via?

Voi – dite – sentite, perché tutti i nervi hanno la loro origine nel cervello; eppure, se vi hanno trapanato il cranio e bruciato il cervello, non sentite più niente. Chi conosce le ragioni di tutto ciò è bravo davvero.

SENSO COMUNE

Si trova, qualche volta, in certi detti popolari, un’immagine che riflette quel che avviene in fondo al cuore di tutti gli uomini. Presso i romani, sensus communis significava non solo senso comune, ma umanità, sensibilità. Poiché noi valiamo meno dei romani, questa locuzione significa per noi solo la metà di quel che significava per loro: per noi significa buonsenso, ragione grossolana, ragione incipiente, prima nozione delle cose ordinarie, stato intermedio fra la stupidità e l’intelligenza. “Quell’uomo non ha senso comune”, è una grossa ingiuria. “Quell’uomo ha senso comune” è ugualmente un’ingiuria: perché significa che non è del tutto stupido, ma nemmeno dotato di ciò che chiamiamo ingegno. Ma da dove deriva l’espressione “senso comune” se non dai sensi? Quando la inventarono, gli uomini credevano che nulla penetrasse nell’anima se non attraverso i sensi; altrimenti, avrebbero usato la parola “senso” per indicare il modo comune di ragionare?

Si dice talvolta: “Il senso comune è molto raro.” Che significa questa frase? Che in molti uomini la ragione incipiente viene impedita a svilupparsi da qualche pregiudizio; che il tal uomo, che giudica del tutto rettamente in una materia, s’ingannerà sempre grossolanamente in un’altra. Quell’arabo, che pur sarà un ottimo calcolatore, un dotto chimico, un astronomo esatto, crederà tuttavia che Maometto abbia infilato mezza luna nella sua manica.

Perché costui, che ha superato il senso comune nelle tre scienze di cui parlo, resta invece al di sotto di esso quando si tratta di quella mezza luna? Perché nei primi casi egli ha veduto con i propri occhi e ha perfezionato la propria intelligenza; e nel secondo ha veduto con gli occhi altrui, ha chiuso i propri, e pervertito il senso comune che è in lui.

Come può avvenire questo singolare pervertimento del giudizio? E come mai le idee, che procedono con passo tanto fermo e regolare nel suo cervello su un gran numero d’argomenti, possono zoppicare così miseramente a proposito di un altro argomento mille volte più tangibile e facile da comprendere? Quell’uomo ha sempre in sé i medesimi principi d’intelligenza: bisogna dunque che ci sia in lui qualche organo viziato, come accade talvolta che il ghiottone più raffinato abbia un gusto depravato per qualche specie particolare di cibo.

E in qual modo s’è viziato l’organo di quell’arabo, che vede metà della luna nella manica di Maometto? Per paura. Gli han detto che se non credeva a quella manica, la sua anima, immediatamente dopo la morte, passando sul ponte aguzzo, sarebbe caduta per sempre nell’abisso. E gli hanno detto, anche di peggio: “Se mai tu dubitassi di quella manica, un derviscio ti tratterà da empio; un altro ti dimostrerà che sei un insensato, perché avendo tutti i motivi possibili per credere, non hai voluto sottomettere la tua superba ragione all’evidenza; un terzo ti deferirà al piccolo Divano di una piccola provincia, e sarai legalmente impalato.”

Tutto questo ispira un terrore panico al buon arabo, a sua moglie, a sua sorella, a tutta la sua famigliola. Per il resto sono dotati di buon senso; ma su questo punto la loro immaginazione è malata, come quella di Pascal, che vedeva sempre un precipizio accanto alla sua poltrona. Ma il nostro arabo crede veramente alla manica di Maometto? No: ma si sforza di credere, e dice: “È una cosa impossibile, ma è vera; io credo a quel che non credo.” E così si ficca in testa, a proposito di quella manica, un caos di idee che non osa sbrogliare: e questo, in verità, significa non avere senso comune.

SETTA

Ogni setta, di qualunque genere sia, è l’insieme del dubbio e dell’errore. Scotisti, tomisti, realisti, nominalisti, papisti, calvinisti, molinisti, giansenisti, non sono che nomi di guerra.

Non ci sono sette in geometria: non si dice “un euclidiano”, o “un archimediano”.

Quando la verità è evidente, è impossibile che sorgano partiti e fazioni. Mai s’è disputato se a mezzogiorno sia giorno o notte.

Essendo ormai conosciuta la parte dell’astronomia che si riferisce al corso degli astri e al ritorno delle eclissi, non ci sono più dispute fra gli astronomi.

In Inghilterra, non si dice mai: “Io sono newtoniano, io sono lockiano, io sono halleyano”. Perché? Perché chiunque li abbia studiati, non può rifiutare il suo consenso alle verità insegnate da questi tre grandi uomini. Più vien riverito Newton, e meno ci si dice newtoniani: parola, questa, che potrebbe far supporre che ci sono in Inghilterra degli antinewtoniani. Noi, in Francia, abbiamo forse ancora alcuni cartesiani, ma unicamente perché il sistema di Descartes è un tessuto di fantasie erronee.

Lo stesso accade per quel piccolo numero di verità di fatto che sono ben assodate. Poiché gli atti della Torre di Londra furono scrupolosamente raccolti da Rymer, non esistono rymeriani, perché nessuno pensa a dubitare dell’autenticità di quella raccolta. Non vi si trovano né contraddizioni, né assurdità, né prodigi: niente che offenda la ragione; niente, quindi, che dei settari possano sforzarsi di sostenere o di confutare con ragionamenti assurdi. Tutti sono d’accordo, dunque, che gli Atti di Rymer sono degni di fede.

Voi siete musulmano; dunque c’è gente che non lo è; dunque, potreste aver torto.

Quale sarebbe la vera religione, se non esistesse il cristianesimo? Quella in cui non ci fossero sette e in cui tutti gli animi fossero necessariamente d’accordo.

Ora, in quale dogma gli animi si son tutti accordati? Nell’adorazione di un Dio e nella probità. Tutti i filosofi del mondo che han creduto in una religione dissero, in tutti i tempi: “C’è un Dio, e bisogna essere giusti.” Ecco, dunque, stabilita la religione universale da sempre e per sempre e per tutti gli uomini.

Il punto nel quale tutti si accordano è dunque vero; e i sistemi in cui differiscono sono falsi.

“La mia setta è la migliore di tutte,” mi dice un bramino. Ma, amico mio, se la tua setta è buona, è necessaria; perché, se non fosse assolutamente necessaria, convieni con me che sarebbe inutile; se è assolutamente necessaria, è tale per tutti gli uomini: come va, allora, che non tutti gli uomini hanno ciò che è loro assolutamente necessario? Perché il resto della terra non si cura di te e del tuo Brahma?

Quando Zoroastro, Ermes, Orfeo, Minosse e tutti i grandissimi uomini dicono: “Adoriamo Dio e siamo giusti,” nessuno ride; ma tutti prendono a fischi chi pretende che non si può piacere a Dio se non si muore tenendo in mano una coda di vacca, se non ci si fa tagliare l’estremità del prepuzio, se non si consacrano coccodrilli e cipolle, se non si fa dipendere la salvezza eterna da certi ossicini di morti che si portano sotto la camicia, oppure da un’indulgenza plenaria che si compera a Roma per due soldi e mezzo.

Donde viene questo universale concorso di fischi e di risate che esplodono da un capo all’altro del mondo? Bisogna pure che le cose di cui il mondo si burla non brillino per una loro verità evidente. Che ne diremmo di quel segretario di Seiano, che dedicò a Petronio uno scritto ampolloso, intitolato: “La verità degli oracoli sibillini provata dai fatti”?

Quel segretario vi mostra anzitutto che era necessario che Dio inviasse sulla terra parecchie Sibille, l’una dopo l’altra, perché non aveva altri mezzi per istruire gli uomini. È dimostrato che Dio parlava a queste sibille, perché la parola “sibilla” significa “consiglio di Dio”. Esse dovevano vivere a lungo, perché le persone cui Dio parla devono avere almeno tale privilegio. Furono in numero di dodici, perché questo numero è sacro. Avevano certamente predetto tutti gli eventi del mondo, perché Tarquinio il Superbo acquistò da una vecchietta, per cento scudi, tre dei loro libri. “Quale incredulo,” aggiunge il segretario, “oserà negare tutti questi fatti evidenti, accaduti al cospetto di tutti gli uomini? Chi potrà negare il compimento delle loro profezie? Lo stesso Virgilio non ne citò le predizioni? E se non possediamo più i primi esemplari dei libri sibillini, scritti in un tempo in cui non si sapeva né leggere, né scrivere, non ne abbiamo forse copie autentiche? L’empietà deve tacere, davanti a queste prove.” Così parlava Huttevillus a Seiano. Sperava così d’essere compensato con un posto di augure che gli fruttasse cinquantamila lire di rendita. Ma non ne ebbe nemmeno una lira.

“Quel che insegna la mia setta è oscuro, lo ammetto,” dice un fanatico. “Ma è proprio a causa di questa oscurità che bisogna credervi, perché essa stessa afferma di essere piena di oscurità. La mia setta è stravagante, dunque è divina: infatti, come mai quello che sembra così insensato sarebbe stato creduto da tanti popoli, se non contenesse in sé alcunché di divino? È proprio esattamente come il Corano, di cui i sunniti dicono che ha una faccia d’angelo e una di bestia; non scandalizzatevi del muso della bestia, e riverite la faccia dell’angelo.” Così parla questo insensato. Ma un fanatico di un’altra setta gli risponde: “Sei tu la bestia, e l’angelo sono io.”

Chi potrà giudicare un processo simile? Chi deciderà tra questi due energumeni? L’uomo ragionevole, imparziale, sapiente di una scienza che non sia puramente verbale; l’uomo libero da pregiudizi e amante della verità e della giustizia; l’uomo, insomma, che non è una bestia, e non crede di essere un angelo.

SOGNI

Somnia, quae ludunt animos volitantibus umbris,

Non delubra deum nec ab aethere numina mittunt,

Sed sua quisque facit.

Ma perché, quando tutti i vostri sensi sono spenti nel sonno, ce n’è uno interno che resta vivo? Perché, mentre i vostri occhi non vedono più e le vostre orecchie non odono niente, tuttavia nei vostri sogni vedete e udite? Il cane, in sogno, va a caccia: abbaia, insegue la sua preda, la divora. Il poeta crea versi dormendo, il matematico vede figure, il metafisico ragiona, bene o male: ne abbiamo esempi stupefacenti.

Sono forse i soli organi della macchina corporea che agiscono? È l’anima pura, che, sottratta all’imperio dei sensi, gode dei suoi diritti in piena libertà?

Se gli organi da soli producono i sogni della notte, perché non produrranno da soli le idee del giorno? Se l’anima pura, tranquilla per il riposo dei sensi, agendo da sé, è l’unica causa, l’unico soggetto di tutte le idee che vi vengono dormendo, perché tutte quelle idee sono quasi sempre irregolari, irrazionali, incoerenti? Come! proprio nei momenti in cui l’anima è meno turbata, c’è maggior turbamento in tutte le sue fantasie? Essa è in libertà, ed è pazza! Se fosse nata con idee metafisiche, come han confermato tanti scrittori che sognavano ad occhi aperti, le sue idee, pure e luminose, dell’essere, dell’infinito, di tutti i primi principi, dovrebbero ridestarsi in lei con la massima energia, quando il suo corpo giace addormentato; e mai si sarebbe tanto buoni filosofi come quando si sogna.

Qualunque sistema abbracciate, qualunque vano sforzo compiate per provare a voi stessi che la memoria sommuove il vostro cervello e che questo sommuove la vostra anima, dovete riconoscere che tutte le vostre idee vi vengono nel sonno senza il vostro consenso, anzi vostro malgrado; la vostra volontà non vi ha nessuna parte. È dunque certo che potete pensare per sette o otto ore senza avere la minima volontà di pensare: anzi, senza nemmeno esser sicuri di pensare. Riflettete su questo, e cercate d’indovinare quale sia la composizione dell’animale.

I sogni sono sempre stati un grande oggetto di superstizione: niente di più naturale. Un uomo, vivamente turbato per la malattia della sua amante, sogna di vederla moribonda; essa muore l’indomani: gli dei, dunque, gli han predetto la sua morte.

Un generale d’armata sogna di vincere una battaglia, e in effetti la vince: gli dei l’hanno avvertito che avrebbe vinto.

Si tiene conto solo dei sogni che si sono avverati; gli altri li dimentichiamo. I sogni hanno una grossa parte nella storia antica, così come gli oracoli.

La Vulgata traduce così la fine del versetto 26 del capitolo XIX del Levitico: “Non darete peso ai sogni.” Ma la parola “sogno” non è nel testo ebraico: e sarebbe strano che si condannasse l’osservazione dei sogni nel medesimo libro in cui si narra che Giuseppe diventò il benefattore dell’Egitto e della sua famiglia per avere spiegato tre sogni.

L’interpretazione dei sogni era cosa tanto comune che non ci si limitava ad essa: bisognava anche indovinare ciò che un altr’uomo aveva sognato. Nabucodonosor, avendo dimenticato un sogno che aveva fatto, ordinò ai suoi maghi d’indovinarlo, minacciandoli di morte se non ci fossero riusciti; ma l’ebreo Daniele, che era della scuola dei maghi, salvò loro la vita indovinando il sogno del re e interpretandolo. Questa storia e molte altre potrebbero servire a provare che la legge degli ebrei non vietava l’oniromanzia, che è la scienza dei sogni.

STATI, GOVERNI. QUAL’È IL MIGLIORE?

Fino ad oggi non ho conosciuto persona che non abbia governato qualche Stato. Non parlo dei signori ministri, che governano in effetto, chi per due o tre anni, chi per sei mesi e chi per sei settimane; parlo di tutti gli altri uomini che, a cena o nel loro gabinetto, espongono il loro sistema di governo, riformando gli eserciti, la Chiesa, la magistratura e le finanze.

L’abate di Bourzeis si mise a governare la Francia verso l’anno 1645, sotto il nome del cardinale di Richelieu e scrisse quel Testamento politico, nel quale vuole arruolare la nobiltà nella cavalleria per tre anni; far pagare la taglia alle camere dei conti e ai parlamenti, privare il re dei proventi della gabella; e afferma in particolare che, per entrare in guerra con cinquantamila uomini, bisogna, per economia, arruolarne centomila; dichiara che “la sola Provenza ha molti più porti di mare della Spagna e dell’Italia messe assieme”.

L’abate di Bourzeis non aveva viaggiato. Del resto la sua opera pullula di anacronismi e di errori: fa firmare il cardinale di Richelieu in una maniera che egli non usò mai, lo fa parlare come mai parlò. Per di più, impiega un intero capitolo per dire che “la ragione deve essere la regola di uno Stato” e sforzandosi di provare tale scoperta. Quest’opera delle tenebre, questo bastardo dell’abate di Bourzeis passò a lungo per il figlio legittimo del cardinale di Richelieu; e tutti gli accademici, nei loro discorsi di recezione, non mancavano di lodare a dismisura questo capolavoro di politica.

Messer Gatien de Courtilz, visto il successo del Testamento politico di Richelieu, fece stampare all’Aja il Testamento di Colbert, con una bella lettera del signor Colbert al re. È chiaro che se questo ministro avesse scritto un simile testamento, si sarebbe dovuto interdirlo; tuttavia, questo libro è stato citato da qualche autore. Un altro furfante, di cui si ignora il nome, non mancò di darci il Testamento di Louvois, ancora peggiore, se possibile, di quello di Colbert; e un abate di Chevremont fece testare anche Carlo, duca di Lorena. Abbiamo poi avuto i testamenti politici del cardinale Alberoni, del maresciallo di Belle-Isle, e infine quello di Mandrin.

Il signor de Boisguillebert, autore di Le Détail de la France, stampato nel 1695, sotto il nome del maresciallo di Vauban, presentò il suo ineseguibile progetto della decima regale.

Un pazzo, di nome La Jonchère, povero in canna, compose, nel 1720, un progetto finanziario in quattro volumi; e certi stupidi hanno citato questa produzione come un’opera di La Jonchère, tesoriere generale, sicuri che un tesoriere non potrà mai scrivere un cattivo libro di finanze.

Ma bisogna ammettere che uomini molto saggi, e forse molto degni di governare, scrissero sull’amministrazione degli Stati, sia in Francia, sia in Spagna, sia in Inghilterra. I loro libri fecero un gran bene: non che, quando quei libri uscirono, abbiano corretto i ministri in carica, perché un ministro non si corregge e non può correggersi: ormai sta in alto, niente più istruzioni né consigli; non ha tempo d’ascoltarli, la corrente degli affari lo travolge. Ma quei buoni libri formano i giovani destinati alle cariche; formano i principi, e la seconda generazione è istruita.

Il buono e il cattivo di tutti i governi sono stati esaminati profondamente in questi ultimi tempi. Ditemi dunque, voi che avete viaggiato, che avete letto e veduto, in quale Stato, sotto quale specie di governo vorreste essere nato? È chiaro che un gran signore terriero francese non sarebbe scontento d’essere nato in Germania: sarebbe sovrano, invece d’essere suddito; e che un pari di Francia sarebbe molto lieto di godere i privilegi della parìa inglese: sarebbe legislatore.

Il magistrato e il finanziere si troverebbero meglio in Francia che altrove.

Ma quale patria sceglierebbe un uomo saggio, libero, dotato di non larghi mezzi, e senza pregiudizi?

Un membro del consiglio di Pondichéry, abbastanza colto, ritornava in Europa per via di terra con un bramino, più istruito dei comuni bramini. “Come trovate il Governo del Gran Mogol?” chiese il consigliere. “Abominevole,” rispose il bramino. “Come volete che uno Stato possa essere ben governato dai tartari? I nostri ragià, i nostri omra, i nostri nababbi ne sono molto contenti, ma i cittadini non lo sono affatto, e milioni di cittadini contano qualcosa.”

Il consigliere e il bramino attraversarono ragionando tutta l’Asia superiore. “Avete osservato?” disse il bramino. “In questa vasta parte del mondo non c’è neppure una repubblica.” “C’è stata una volta quella di Tiro,” disse il consigliere, “ma non è durata a lungo. Ce n’era anche un’altra verso l’Arabia Petrea, in un piccolo paese chiamato Palestina, se si può onorare col nome di repubblica un’orda di ladri e usurai, governata ora da giudici, ora da re, ora da sommi pontefici, divenuta schiava sette o otto volte e infine cacciata dal paese che aveva usurpato.”

“Capisco,” disse il bramino, “che sulla terra si trovino pochissime repubbliche. Gli uomini sono ben di rado degni di governarsi da soli. Questa fortuna non può toccare che a piccoli popoli che si nascondono in isole o tra le montagne, come dei conigli che stanno alla larga dagli animali carnivori; ma alla lunga vengono scoperti e divorati.”

Quando i due viaggiatori arrivarono nell’Asia Minore, il consigliere disse al bramino: “Credereste mai che ci fu una repubblica, fondata in un angolo dell’Italia, che durò più di cinquecento anni e che fu padrona di quest’Asia Minore, dell’Asia, dell’Africa, e ancora della Grecia, delle Gallie, della Spagna e di tutta l’Italia?” “Dunque ben presto si trasformò in monarchia?” disse il bramino. “Avete indovinato,” disse l’altro, “ma quella monarchia crollò, e noi facciamo tutti i giorni belle dissertazioni per scoprire le cause della sua decadenza e della sua caduta.” “Perdete tempo e basta,” disse l’indiano: “quell’impero è caduto perché esisteva. Bisogna pure che tutto cada; spero che capiti altrettanto all’impero del Gran Mogol.” “A proposito,” disse l’europeo, “credete anche voi che in uno Stato dispotico importi più l’onore e, in una repubblica, la virtù?” L’indiano, dopo essersi fatto spiegare dall’altro che cosa intendesse per onore, rispose che l’onore era più necessario in una repubblica, e che c’era maggior bisogno di virtù in uno Stato monarchico. “Perché,” disse, “un uomo che pretende d’essere eletto dal popolo, non lo sarà, se è disonorato; invece a corte potrà facilmente ottenere qualche carica, secondo la massima di un grande principe, che un cortigiano, per riuscire, non deve avere né onore né spirito. Quanto alla virtù, a corte occorre possederne a dismisura per osar dire la verità. L’uomo virtuoso vive molto più a suo agio in una repubblica: non deve adulare nessuno.”

“Credete” disse l’europeo, “che le leggi e le religioni debbano adattarsi ai vari climi, come a Mosca si portano pellicce e veli a Delhi?” “Sì, senza dubbio,” rispose il bramino; “tutte le leggi che concernono la fisica sono calcolate in rapporto al meridiano in cui si abita; a un tedesco basta una sola donna, e a un persiano ne occorrono tre o quattro. I riti religiosi sono della stessa natura: se fossi cristiano, come potrei dir messa al mio paese, dove non c’è né pane né vino? Per quel che riguarda i dogmi, è diverso: il clima non c’entra affatto. La vostra religione non è forse nata in Asia, da dove venne cacciata? Non si è propagata fin verso il mar Baltico, dove era ignota?” “In quale Stato, sotto quale governo vorreste vivere?” chiese il consigliere. “Dappertutto, fuorché nel mio paese,” rispose il suo compagno. “E ho trovato molti siamesi, tonchinesi, persiani e turchi, che dicevano la stessa cosa.” “Ma ancora una volta,” disse l’europeo, “quale Stato scegliereste?” “Quello nel quale si obbedisce solo alle leggi,” rispose il bramino. “È una vecchia risposta,” disse il consigliere. “Ma pur sempre giusta,” disse il bramino. “E dov’è mai questo paese?” chiese il consigliere. Il bramino rispose: “Bisogna cercarlo.”

STORIA DEI RE EBREI E PARALIPOMENI

Tutti i popoli scrissero la loro storia, non appena impararono a scrivere. Anche gli ebrei scrissero la loro. Prima che avessero dei re, vivevano sotto una teocrazia; presumevano d’essere governati da Dio stesso.

Quando gli ebrei vollero avere un re, come gli altri popoli vicini, il profeta Samuele dichiarò loro, da parte di Dio, che essi ripudiavano Dio stesso; così tra gli ebrei la teocrazia ebbe fine non appena ebbe inizio la monarchia.

Si potrebbe dunque dire senza bestemmiare che la storia dei re ebrei fu scritta come quella degli altri popoli e che Dio non si dette la pena di dettare lui stesso la storia di un popolo che non governava più.

Si sostiene questa teoria con estrema diffidenza. Ciò che potrebbe confermarla è il fatto che i Paralipomeni contraddicono spessissimo il Libro dei Re, nella cronologia e nei fatti, come talvolta si contraddicono i nostri storici profani. Inoltre, se Dio scrisse sempre la storia degli ebrei, bisogna credere che Egli continui a scriverla, dato che gli ebrei sono sempre il suo popolo eletto. Essi dovranno convertirsi un giorno, e sembra che allora avranno anche il diritto di considerare come sacra la storia della loro dispersione, così come oggi hanno il diritto di dire che Dio scrisse la storia dei loro re.

Si può fare anche un’altra riflessione: poiché Dio fu il loro solo re per tanto tempo, e fu in seguito il loro storico, noi dobbiamo avere per tutti gli ebrei il rispetto più profondo.

Non c’è rigattiere ebreo che non sia infinitamente superiore a Cesare e ad Alessandro. Come non prosternarsi davanti a un rigattiere il quale vi dimostra che la sua storia fu scritta da Dio stesso, mentre le storie dei greci e dei romani ci vennero trasmesse da poveri profani?

Se lo stile del Libro dei re e dei Paralipomeni è divino, può anche darsi che le azioni raccontate in quelle storie non siano divine: David assassina Uria; Isboset e Mifiboset muoiono assassinati; Assalonne assassina Amnone; Joab assassina Assalonne; Salomone assassina Adonia, suo fratello; Baasa assassina Nadab; Zimri assassina Ela; Omri assassina Zimri; Achab assassina Naboth; Jehv assassina Achab e Joram; gli abitanti di Gerusalemme assassinano Amasia, figlio di Joas; Sellum, figlio di Jabesh, assassina Zaccaria, figlio di Geroboamo; Menahem assassina Sellum, figlio di Jabesh; Facee, figlio di Romelia, assassina Faceia, figlio di Menahem; Osea, figlio di Ela, assassina Facee, figlio di Romelia. E passiamo sotto silenzio altri assassinii di minor conto. Bisogna riconoscere che, se fu lo Spirito Santo a scrivere questa storia, non scelse certo un argomento molto edificante.

SUPERSTIZIONE

I

Capitolo tratto da Cicerone, da Seneca e da Plutarco

Quasi tutto quello che va oltre l’adorazione di un Essere supremo e la sottomissione del cuore ai suoi ordini eterni è superstizione. Ce n’è una pericolosissima: il perdono dei crimini dovuto a certe cerimonie.

Et nigras mactant pecudes, et manibus divis

Inferias mittunt.

Oh! faciles nimium qui tristia crimina caedis

Fluminea tolli posse putatis aqua!

Voi pensate che Dio dimenticherà il vostro omicidio, se vi bagnate in un fiume, se immolate una pecora nera, e se vengono pronunziate su voi certe parole. Un secondo omicidio ci sarà dunque perdonato per lo stesso prezzo, e anche un terzo; e cento assassinii non vi costeranno che cento pecore nere e cento abluzioni! Fate qualcosa di meglio, miserabili mortali: niente assassinii e niente pecore nere!

Che idea infame immaginare che un sacerdote di Iside e di Cibele, suonando cembali e nacchere, vi riconcilierà con la Divinità! E chi è mai dunque questo sacerdote di Cibele, questo eunuco vagabondo che vive delle vostre debolezze, per pretendere di essere il mediatore fra il cielo e voi? Quali patenti ha ricevuto da Dio? Egli riceve del denaro da voi per borbottare certe parole, e voi pensate che l’Essere degli esseri ratifichi le parole di quel ciarlatano?

Ci sono superstizioni innocenti: voi danzate, nei giorni di festa, in onore di Diana o di Pomona o di qualcuno di quegl’iddii secondari di cui è pieno il vostro calendario: niente di male. La danza è assai dilettevole, fa bene al corpo, rallegra l’animo, non fa male a nessuno; ma non crediate che Pomona e Vertumno vi siano molto grati per aver fatto quattro salti in onor loro, o che vi puniscano se non li avete fatti. Non c’è altra Pomona o altro Vertumno che la vanga o la zappa dell’ortolano. Non siate tanto stupidi da credere che il vostro orto sarà colpito dalla grandine se non avrete danzato la pirrica o il cordace.

C’è forse una superstizione scusabile e che può anzi incoraggiare la virtù: quella di porre fra gli dei i grandi uomini che furono i benefattori del genere umano. Senza dubbio, sarebbe meglio limitarsi a considerarli semplicemente come uomini venerabili, e, soprattutto, cercare di imitarli. Venerate senza culto alcuno un Solone, un Talete, un Pitagora; ma non adorate un Ercole perché pulì le stalle di Augia o perché possedette in una sola notte cinquanta ragazze.

Guardatevi soprattutto dallo stabilire un culto per degli esaltati, che non ebbero altro merito che l’ignoranza, l’entusiasmo e la sozzura; che si fecero un vanto e un dovere dell’ozio e della mendicità; coloro che furono per lo meno inutili, durante la loro vita, meritano l’apoteosi dopo la morte?

Non dimenticate che le età più superstiziose furono sempre quelle in cui si compirono i più mostruosi delitti.

II

Il superstizioso sta alla canaglia come lo schiavo al tiranno. C’è di più: il superstizioso è governato dal fanatico, e diventa tale anche lui. La superstizione, nata nel paganesimo, accolta dal giudaismo, infettò la Chiesa cristiana sin dai suoi primi tempi. Tutti i Padri della Chiesa, senza eccezione, credettero al potere della magia. La Chiesa condannò sempre la magia, ma vi credette sempre: non scomunicò gli stregoni come pazzi piombati nell’errore, ma come uomini che avevano realmente commercio con i demoni.

Oggi, metà dell’Europa crede che l’altra metà sia stata e sia ancora superstiziosa. I protestanti considerano le reliquie, le indulgenze, le macerazioni, le preghiere per i defunti, l’acqua benedetta e quasi tutti i riti della Chiesa romana una superstiziosa follia. La superstizione, secondo loro, consiste nel considerare necessarie certe pratiche inutili. Tra i cattolici romani, ce ne sono alcuni più illuminati dei loro avi, che hanno rinunciato a molte di queste usanze un tempo sacre, e si scusano delle altre, che conservano, dicendo: “Sono cose indifferenti, e quel che è solo indifferente non può essere un male.”

È difficile segnare i limiti della superstizione. Un francese che viaggi in Italia trova quasi ovunque dei superstiziosi, e forse non ha torto. L’arcivescovo di Canterbury reputa superstizioso l’arcivescovo di Parigi; i presbiteriani muovono lo stesso rimprovero all’arcivescovo di Canterbury, e sono a loro volta trattati da superstiziosi dai quaccheri, che, a giudizio degli altri cristiani, sono i più superstiziosi di tutti.

Nessuno è d’accordo, dunque, nelle comunità cristiane, su quel che sia la superstizione. La setta che sembra meno colpita da questa malattia dello spirito è quella che ha meno riti. Ma se, pur con poche cerimonie, è fortemente legata a una credenza assurda, questa credenza equivale, essa sola, a tutte le pratiche superstiziose osservate da Simone Mago fino al parroco Gauffridi.

Risulta perciò evidente che è l’essenziale della religione di una setta a venir considerato come superstizione da un’altra setta.

I musulmani accusano di superstizione tutte le comunità cristiane, e ne sono a loro volta accusati. Chi giudicherà questo gran processo? La ragione? Ma ogni setta pretende di avere la ragione dalla propria parte. Sarà dunque la forza a decidere, nell’attesa che la ragione penetri in un numero abbastanza grande di teste da poter disarmare la forza.

Per esempio, ci fu un tempo in cui, nell’Europa cristiana, non era permesso ai novelli sposi di godere dei diritti del matrimonio, senza aver prima acquistato tale diritto dal vescovo o dal curato.

Chiunque, nel suo testamento, non avesse lasciato parte dei suoi beni alla Chiesa, veniva scomunicato e privato della sepoltura. Questo si chiamava “morire non confesso”, ossia senza confessare la religione cristiana. E quando un cristiano moriva intestato, la Chiesa liberava il defunto da tale scomunica, facendo testamento per lui, stipulando e facendosi pagare i pii lasciti che il defunto avrebbe dovuto fare. Fu per questo che papa Gregorio IX e san Luigi ordinarono, dopo il concilio di Narbona del 1235, che ogni testamento per il quale non si fosse chiamato un prete, sarebbe stato nullo; e il papa stabilì che il testatore ed il notaio sarebbero stati scomunicati.

La tassa sui peccati fu ancora, se è possibile, più scandalosa. Era la forza che dava validità a tutte queste leggi cui si sottometteva la superstizione dei popoli; e solo col tempo la ragione riuscì ad abolire queste vergognose vessazioni, pur lasciandone sussistere parecchie altre.

Fino a qual punto la politica permette che si distrugga la superstizione? È, questa, una questione assai spinosa, come chiedere fino a che punto si può toglier acqua a un idropico, che potrebbe morire durante l’operazione. Dipende dalla prudenza del medico.

Può esistere un popolo libero da qualunque pregiudizio superstizioso? È come chiedere: “Può esistere un popolo di filosofi?” Si dice che la magistratura della Cina non sia affatto superstiziosa. È verosimile che non lo resteranno le magistrature di alcune città d’Europa.

Allora quei magistrati impediranno che la superstizione del popolo sia pericolosa. Il loro esempio non servirà a illuminare la plebaglia, ma i più aperti fra i borghesi la terranno a freno. Non ci fu, un tempo, un solo tumulto, un solo attentato religioso in cui i borghesi non abbiano preso parte, perché anch’essi erano allora plebaglia; ma la ragione e i tempi finirono col cambiarli. E i loro costumi, addolciti, addolciranno quelli della massa più vile e feroce; ne abbiamo esempi sorprendenti in più d’un paese. In breve, meno superstizioni, meno fanatismo; e meno fanatismo, meno sofferenze.

T

TEISTA

Il teista è un uomo fermamente convinto dell’esistenza di un Essere supremo tanto buono che potente, che ha formato tutti gli esseri estesi, vegetanti, senzienti e pensanti; che perpetua la loro specie, punisce senza crudeltà le colpe e ricompensa con bontà le azioni virtuose.

Il teista non sa come Dio punisca, ricompensi e perdoni; poiché non è tanto temerario da lusingarsi di conoscere come Dio agisce; ma sa che Dio agisce ed è giusto. Le difficoltà contro la Provvidenza non scuotono affatto la sua fede, perché sono soltanto grandi difficoltà, non prove; è sottomesso a questa Provvidenza, sebbene ne scorga solo alcuni effetti e alcune apparenze; e, giudicando le cose che non vede da quelle che vede, pensa che essa si estenda a tutti i luoghi e a tutti i tempi.

Concorde in questo principio con il resto dell’universo, il teista non abbraccia alcuna setta, sapendo che tutte si contraddicono. La sua religione è la più antica e la più diffusa di tutte, perché la semplice adorazione di un Dio precedette tutti i sistemi del mondo. Egli parla una lingua che tutti i popoli intendono, mentre essi non si intendono affatto tra loro. Ha fratelli da Pechino alla Caienna, e considera fratelli suoi tutti gli uomini saggi. Egli crede che la religione non consista né nelle opinioni d’una metafisica inintelligibile, né in vani apparati, ma nell’adorazione e nella giustizia. Fare il bene, questo il suo culto; essere sottomesso a Dio, questa la sua dottrina. Il maomettano gli grida: “Guai a te se non farai il pellegrinaggio alla Mecca!”; e un recolletto gli dice: “Sventura a te se non vai a Loreto a pregare la Madonna!” Egli ride di Loreto e della Mecca, ma soccorre il povero e difende l’oppresso.

TEOLOGO

Ho conosciuto un vero teologo; parlava perfettamente le lingue dell’Oriente ed era istruito sugli antichi riti delle nazioni quant’è possibile esserlo. i brahmani, i caldei, gli ignicoli, i sabei, i siriani, gli egiziani gli erano altrettanto noti che gli ebrei; le diverse lezioni della Bibbia gli erano familiari; per trent’anni aveva cercato di conciliare i Vangeli e di mettere d’accordo i Padri della Chiesa. Aveva cercato di precisare in quali anni fu composto il Simbolo attribuito agli apostoli, e quello che va sotto il nome di Atanasio; come furono istituiti uno dopo l’altro i sacramenti; qual era la differenza tra la sinassi e la messa; perché e in che modo la Chiesa cristiana si divise, dopo la sua nascita, in diversi partiti e come la comunità dominante trattò tutte le altre da eretiche. Aveva scandagliato gli abissi della politica che si immischiava sempre in quelle liti, e aveva distinto tra la politica e la saggezza, fra l’orgoglio che vuole soggiogare gli animi, e il desiderio di illuminare se stessi, tra lo zelo e il fanatismo.

La difficoltà di mettere ordine nel proprio cervello in tante cose la cui natura invece è quella d’essere confuse, e di gettare un po’ di luce su tanto buio, lo disgustò più di una volta; ma poiché quelle ricerche costituivano il dovere del suo stato, egli vi si impegnò totalmente, nonostante il disgusto. E raggiunse, infine, conoscenze ignorate dalla maggior parte dei suoi confratelli. E più crebbe la sua sapienza e più diffidò di tutto quel che sapeva. Finché visse, fu indulgente; e alla sua morte confessò di avere consumato inutilmente la sua vita.

TIRANNIA

Si chiama “tiranno” quel sovrano che non conosce altre leggi che il suo capriccio, che ruba gli averi dei suoi sudditi e poi li arruola per andare a rubare quelli dei suoi vicini. Di tali tiranni, in Europa, non ce ne sono.

Si distingue la tirannia di uno solo e quella di molti. Questa tirannia di molti sarebbe quella di un corpo che usurpasse i diritti degli altri corpi, e che esercitasse il dispotismo per mezzo delle leggi da lui corrotte. Non esistono nemmeno queste specie di tiranni in Europa.

Sotto quale tirannia preferireste vivere? Sotto nessuna; ma, se bisognasse scegliere, detesterei meno la tirannia di uno solo che quella di molti. Un despota ha sempre qualche momento di buonumore; un’assemblea di despoti non ne ha mai. Se un tiranno mi fa un’ingiustizia, potrò disarmarlo per mezzo della sua amante, del suo confessore o del suo paggio; ma una compagnia di cupi tiranni è inaccessibile ad ogni seduzione. Quando non è ingiusta, è per lo meno dura; e mai concede grazie.

Se vivo sotto un solo despota, me la cavo scansandomi contro un muro, appena lo vedo passare, o prosternandomi o battendo la fronte in terra, secondo i costumi dei vari paesi; ma se al governo c’è una compagnia di cento despoti, sono costretto a ripetere la cerimonia cento volte al giorno, il che alla lunga è assai noioso, quando non si abbiano le giunture pieghevoli. Se poi ho un podere vicino a quello di uno di questi signori, sarò schiacciato; se ho un processo contro un parente dei suoi parenti, sarò rovinato. Come fare? Ho paura che in questo mondo si sia ridotti ad essere incudine o martello: beato chi sfugge a questa alternativa!

TOLLERANZA

I

Che cos’è la tolleranza? È la prerogativa dell’umanità. Siamo tutti impastati di debolezze e di errori: perdoniamoci reciprocamente i nostri torti, è la prima legge di natura.

Alla Borsa di Amsterdam, di Londra, di Surat, o di Bassora, il ghebro, il baniano, l’ebreo, il musulmano, il deicola cinese, il bramino, il cristiano greco, il cristiano romano, il cristiano protestante, il cristiano quacchero trafficano insieme; nessuno di loro leverà il pugnale contro un altro per guadagnare anime alla propria religione. Perché, allora, ci siamo scannati a vicenda quasi senza interruzione, dal primo concilio di Nicea in poi?

Costantino cominciò col promulgare un editto che permetteva tutte le religioni, e finì col perseguitarle. Prima di lui si era combattuto contro i cristiani solo perché cominciavano a costituire un partito nello Stato. I romani permettevano tutti i culti, perfino quelli degli ebrei e degli egiziani, per i quali provavano tanto disprezzo. Perché Roma li tollerava? Perché né gli egiziani, né gli stessi giudei, cercavano di distruggere l’antica religione dell’Impero; non correvano per le terre e per i mari a far proseliti: pensavano solo a far quattrini. Mentre è incontestabile che i cristiani volevano che la loro fosse la religione dominante. Gli ebrei non volevano che la statua di Giove stesse a Gerusalemme; ma i cristiani non volevano ch’essa stesse in Campidoglio. San Tommaso ha il coraggio di confessare che, se i cristiani non detronizzarono gli imperatori, fu solo perché non ci riuscirono. Convinti che tutta la terra dovesse essere cristiana, erano, dunque, necessariamente nemici di tutta la terra, finché questa non fosse convertita.

Erano inoltre nemici gli uni degli altri su tutti i punti controversi della loro religione. Bisogna, anzitutto, considerare Gesù Cristo come Dio? Coloro che lo negano vengono anatemizzati sotto il nome di ebioniti, i quali a loro volta anatemizzano gli adoratori di Gesù.

Alcuni vogliono che tutti i beni siano in comune, come si sostiene che lo fossero al tempo degli apostoli? I loro avversari li chiamano “nicolaiti”, e li accusano dei più infami delitti. Altri tendono a una devozione mistica? Vengono chiamati “gnostici” e ci si scaglia contro di loro con furore. Marcione disputa sulla Trinità? Lo si tratta da idolatra.

Tertulliano, Prassea, Origene, Novato, Novaziano, Sabellio, Donato, sono tutti perseguitati dai loro fratelli, prima di Costantino; e appena questi ha fatto trionfare la religione cristiana, gli atanasiani e gli stessi eusebiani si massacrano a vicenda; e, da allora sino ad oggi, la Chiesa cristiana s’è inondata di sangue.

Il popolo ebreo era, lo ammetto, un popolo assai barbaro. Scannava senza pietà tutti gli abitanti di uno sventurato piccolo paese, sul quale non aveva più diritti di quanti ne abbia oggi su Parigi e su Londra. Tuttavia, quando Naaman guarì dalla lebbra per essersi immerso sette volte nel Giordano; quando, per testimoniare la sua gratitudine a Eliseo, che gli aveva insegnato quel segreto, gli disse che avrebbe adorato per riconoscenza il Dio degli ebrei, riservandosi però la libertà di adorare anche il Dio del suo re e ne chiese il permesso a Eliseo, il profeta non esitò a concederglielo. Gli ebrei adoravano il loro Dio, ma non si meravigliavano del fatto che ogni popolo adorasse il proprio. Trovavano giusto che Chemosh avesse concesso un certo distretto ai moabiti, purché Dio ne concedesse uno anche a loro. Giacobbe non esitò a sposare le figlie di un idolatra. Labano aveva il suo Dio, come Giacobbe aveva il suo. Ecco degli esempi di tolleranza presso il popolo più intollerante e crudele dell’antichità: noi lo abbiamo imitato nei suoi assurdi furori, e non nella sua indulgenza.

È chiaro che chiunque perseguiti un uomo, suo fratello, perché questi non è della sua opinione, è un mostro. Questo è indiscutibile. Ma il governo, i magistrati, i principi, come si comporteranno con coloro che professano un culto diverso dal loro? Se sono stranieri potenti, è certo che un principe farà alleanza con loro. Il cristianissimo Francesco I, si alleerà con i musulmani contro Carlo V re cristianissimo. Francesco I darà denaro ai luterani di Germania per sostenerli nella loro rivolta contro l’imperatore, ma comincerà, secondo l’uso, col far bruciare i luterani che sono nel suo regno: li finanzia in Sassonia per ragioni politiche; li brucia, per le stesse ragioni, a Parigi. E cosa succederà? Le persecuzioni fanno proseliti; e ben presto la Francia sarà piena di nuovi protestanti. Dapprima, essi si lasceranno impiccare; poi impiccheranno a loro volta. Ci saranno guerre civili, poi verrà la notte di san Bartolomeo; e questo angolo del mondo sarà peggio di tutto quanto gli antichi e i moderni dissero dell’inferno.

Insensati, che non avete mai saputo adorare con purezza di cuore il Dio che vi creò! Sciagurati, che non avete imparato niente dall’esempio dei noachidi, dei cinesi, dei parsi e di tutti i saggi. Mostri, che avete bisogno di superstizioni, come il becco dei corvi ha bisogno di carogne! Vi è già stato detto, e non c’è altro da dirvi: se nella vostra patria ci sono due religioni, gli uomini si scanneranno a vicenda; se ce ne sono trenta, vivranno in pace. Guardate il Gran Turco: egli governa dei ghebri, dei baniani, dei cristiani greci, dei nestoriani e dei romani. Il primo che tenta di provocare un tumulto viene impalato, e tutti vivono tranquilli.

II

Di tutte le religioni, la cristiana è senza dubbio quella che dovrebbe ispirare maggiore tolleranza, sebbene, sino ad oggi, i cristiani si sian mostrati i più intolleranti degli uomini.

Gesù, che si degnò di nascere nella povertà e nell’umiltà, come i suoi fratelli, non si degnò mai di praticare l’arte dello scrivere. Gli ebrei avevano una legge scritta fin nei minimi dettagli, e noi non possediamo una sola riga di mano di Gesù. Gli apostoli si divisero su parecchi punti: san Pietro e san Barnaba mangiavano carni proibite con i neocristiani stranieri e se ne astenevano con i cristiani ebrei; san Paolo rimproverò loro tale condotta; questo stesso Paolo, fariseo (discepolo del fariseo Gamaliele che aveva perseguitato con furore i cristiani), rompendo poi con Gamaliele, si fece a sua volta cristiano, e, più tardi, al tempo del suo apostolato, si recò a sacrificare nel tempio di Gerusalemme. Osservò pubblicamente per otto giorni tutte le cerimonie della legge giudaica, cui aveva rinunziato; vi aggiunse, anzi, devozioni e purificazioni: insomma “giudaizzò” in tutto e per tutto. Il più grande apostolo cristiano compì per otto giorni le stesse cose per cui oggi gran parte dei popoli cristiani condannano gli uomini al rogo.

Teuda, Giuda si eran detti “Messia”, prima della venuta di Gesù. Dositeo, Simone, Menandro si dissero tali dopo Gesù. Sin dal primo secolo della Chiesa, prima ancora che fosse conosciuto il nome di “cristiano”, c’erano già una ventina di sette in Giudea.

Gli gnostici contemplativi, i dositeani, i cerinzi esistevano già prima che i discepoli di Gesù avessero preso il nome di “cristiani”. Ci furono ben presto trenta Vangeli, ognuno dei quali apparteneva a una diversa comunità; e sin dalla fine del I secolo si possono contare trenta sette di cristiani in Asia Minore, in Siria, in Alessandria ed anche in Roma.

Tutte queste sette, disprezzate dal governo romano e nascoste nell’oscurità, si perseguitavano tuttavia le une contro le altre nei sotteranei in cui strisciavano, scagliandosi ingiurie; era tutto quello che potevano fare, nella loro abiezione: erano quasi tutte composte dalla feccia del popolo.

Quando, infine, alcuni cristiani ebbero accolto i dogmi di Platone e mescolato un po’ di filosofia alla loro religione, che separarono da quella ebraica, diventarono a poco a poco più rispettabili, ma sempre divisi in tante sette, senza che arrivasse mai un solo momento in cui la Chiesa cristiana fosse unita. Essa ebbe origine in mezzo alle divisioni degli ebrei, dei samaritani, dei farisei, dei sadducei, degli esseni, dei giudaiti, dei discepoli di Giovanni, dei terapeuti. Fu divisa fin dalla culla, lo fu perfino durante le persecuzioni che ebbe a patire talvolta sotto i primi imperatori. Spesso il martire era considerato un apostata dai suoi confratelli, e il cristiano carpocraziano moriva sotto la scure del boia romano, scomunicato dal cristiano ebionita, il quale era a sua volta anatemizzato dal sabelliano.

Questa orribile discordia, che dura da tanti secoli, è una grande lezione che dovrebbe spingere a perdonarci l’un l’altro i nostri errori: la discordia è la piaga mortale del genere umano, e la tolleranza ne è il solo rimedio.

Non c’è nessuno che non convenga su questa verità, sia che mediti a sangue freddo nel suo studio, sia che esamini pacatamente la questione con i suoi amici. Perché allora quegli stessi uomini che, in privato, ammettono l’indulgenza, la benevolenza, la giustizia, insorgono in pubblico con tanto furore contro queste virtù? Perché? Perché l’interesse è il loro dio e così sacrificano tutto a questo mostro che adorano.

“Io posseggo una dignità e una potenza, attribuitemi dall’ignoranza e dalla credulità: cammino sulle teste degli uomini prosternati ai miei piedi: se essi si sollevano da terra e mi guardano in faccia, sono perduto; bisogna dunque che li tenga giù con catene di ferro.”

Così han ragionato uomini resi potentissimi da secoli di fanatismo. Essi hanno sotto di loro altri potenti, e costoro ne hanno altri ancora, e tutti si arricchiscono con le spoglie del povero, si ingrassano col suo sangue, e ridono della sua imbecillità. Essi detestano tutti la tolleranza, come i faziosi arricchitisi a spese della collettività hanno paura di rendere i conti e, come i tiranni, temono la parola “libertà”. E per colmo, assoldano dei fanatici che urlano: “Rispettate le assurdità del mio padrone, tremate pagate e tacete!”

Fu così che ci si comportò per lungo tempo in gran parte del mondo. Ma oggi, che tante sette si bilanciano con i loro poteri, quale partito prendere nei loro confronti? Ogni setta, come si sa, è sinonimo di errore: non ci sono sette di geometri, di algebrici, di matematici, perché tutte le proposizioni della geometria, dell’algebra e dell’aritmetica sono vere. In tutte le altre scienze si può sbagliare. Ma quale teologo tomista o scotista oserebbe affermare seriamente di essere sicuro del fatto suo?

Se c’è una setta che ricordi i tempi dei primi cristiani, essa è senza dubbio quella dei quaccheri. Nessun’altra somiglia di più alla comunità degli apostoli. Gli apostoli ricevevano lo Spirito, e i quaccheri anche. Gli apostoli e i loro discepoli parlavano a tre o quattro per volta nelle loro assemblee, che si tenevano al terzo piano, e i quaccheri fanno lo stesso a pianterreno. Alle donne era permesso, secondo san Paolo, di predicare, e, sempre secondo lo stesso santo, era loro proibito; le quacchere predicano in virtù della prima concessione.

Gli apostoli e i loro discepoli giuravano con un “sì” o con un “no”; e i quaccheri giurano allo stesso modo.

Nessun segno di distinzione addosso, nessun modo di vestire diverso fra i discepoli e gli apostoli; e i quaccheri hanno maniche senza bottoni e son tutti vestiti alla stessa maniera.

Gesù Cristo non battezzò nessuno dei suoi apostoli; i quaccheri non sono battezzati.

Sarebbe facile spingere più lontano questo parallelo; e ancora più facile mostrare quanto la religione cristiana dei nostri giorni differisca dalla religione che Gesù praticò. Gesù era ebreo, e noi non siamo ebrei; Gesù si asteneva dalla carne di maiale, animale immondo, e dalla carne di coniglio, perché esso rumina e non ha l’unghia fessa; noi mangiamo sfacciatamente il maiale perché per noi non è immondo, e mangiamo il coniglio, che ha l’unghia fessa e non rumina. Gesù era circonciso, e noi conserviamo intatto il nostro prepuzio. Gesù mangiava l’agnello pasquale con la lattuga, celebrava la festa dei tabernacoli, e noi non lo facciamo. Osservava il sabato, e noi lo abbiamo cambiato; sacrificava, e noi non sacrifichiamo più.

Gesù nascose sempre il mistero della sua incarnazione e della sua dignità: non disse mai di essere uguale a Dio, e san Paolo dice apertamente nella sua Epistola agli Ebrei che Dio creò Gesù inferiore agli angeli; ma, nonostante tutte le affermazioni di san Paolo, Gesù fu riconosciuto Dio al concilio di Nicea.

Gesù non regalò al papa né la marca di Ancona, né il ducato di Spoleto; e tuttavia il papa li possiede per diritto divino.

Gesù non fece un sacramento né del matrimonio né del diaconato; eppure, per noi, il diaconato e il matrimonio sono sacramenti.

Se l’esaminiamo a fondo, la religione cattolica, apostolica e romana è, in tutte le sue cerimonie e in tutti i suoi dogmi, l’opposto di quella di Gesù.

E con questo? Dovremmo forse tutti giudaizzare, perché Gesù giudaizzò per tutta la vita?

Se, in fatto di religione, fosse permesso di ragionare in modo coerente, è chiaro che dovremmo farci tutti ebrei, perché Gesù Cristo, nostro salvatore, nacque ebreo, visse ebreo, morì ebreo e disse chiaramente di essere venuto per compiere e adempiere la religione ebraica. Ma è più chiaro ancora che noi dobbiamo tollerarci a vicenda, perché siamo tutti deboli, incoerenti, soggetti all’incostanza e all’errore. Un giunco piegato dal vento nel fango dirà forse al giunco vicino, piegato in senso contrario: “Striscia come me, miserabile, o presenterò un’istanza perché ti si strappi dalla terra e ti si bruci”?

TORTURA

Benché vi siano poche voci che trattino di giurisprudenza in queste mie oneste riflessioni alfabetiche, bisogna pur dire una parola sulla tortura, altrimenti detta “interrogatorio”. È un ben strano modo d’interrogare gli uomini. Eppure non furono dei semplici curiosi a inventarla: tutto fa credere che questa parte della nostra legislazione debba la sua prima origine a qualche ladrone di strada. La maggior parte di questi gentiluomini usano ancora i metodi di schiacciare i pollici, di bruciare le piante dei piedi e d’interrogare con altri tormenti chi si rifiuta di dir loro dove ha nascosto il suo denaro.

I conquistatori, succeduti a questi ladroni, trovarono tale invenzione molto utile per i loro interessi; la misero in uso quando sospettarono qualcuno di nutrire contro di loro qualche sinistro disegno, quello per esempio di voler essere libero: delitto, questo, di lesa maestà divina e umana. Bisognava inoltre conoscerne i complici; e, per riuscirci, si facevano soffrire mille morti a coloro che erano sospettati perché, secondo la giurisprudenza di questi primi eroi, chiunque fosse sospettato di aver avuto nei loro confronti qualche pensiero poco rispettoso, era degno di morte.

E quando uno s’è meritata così la morte, poco importa che vi si aggiungano supplizi spaventosi, per alcuni giorni o anche per alcune settimane: anzi, il tutto ha qualcosa di divino. Anche la Provvidenza ci mette talvolta alla tortura, adoperando il mal della pietra, la renella, la gotta, lo scorbuto, la lebbra, il vaiolo, la sifilide, il torcibudello, le convulsioni nervose e altrettanti strumenti delle sue vendette.

Ora, siccome i primi despoti furono, a giudizio di tutti i loro cortigiani, immagini della Divinità, essi la imitarono quanto poterono.

Assai singolare è il fatto che, nei libri ebraici, non si sia mai parlato di torture. È davvero un peccato che un popolo così mite, onesto, caritatevole, non abbia usato questo metodo per conoscere la verità. La ragione è, a mio avviso, che non ne aveva bisogno: Dio gliela faceva conoscere sempre, come si conviene al suo popolo prediletto. Ora si giocava la verità ai dadi, e il colpevole sospettato perdeva sempre. Ora si andava dal gran sacerdote, che consultava immediatamente Dio per mezzo dell’urim e del thummim; ora ci si rivolgeva a un veggente, a un profeta: e potete star sicuri che il veggente e il profeta scoprivano in quattro e quattr’otto le cose più segrete, altrettanto bene dell’urim e del thummim del gran sacerdote. Il popolo di Dio non era uso, come noi, a interrogare, a congetturare; così la tortura da loro non era praticata. Fu la sola cosa che mancò ai costumi di quel popolo santo. I romani inflissero la tortura solo agli schiavi, ma questi non erano considerati uomini. D’altronde, non è certo probabile che un consigliere della Tournelle consideri suo simile un uomo che gli venga portato davanti, smunto, pallido, sfatto, gli occhi spenti, la barba lunga e sporca, coperto dei parassiti da cui è stato rosicchiato nella sua cella. E così si concede il piacere di sottoporlo alla grande e alla piccola tortura, in presenza di un chirurgo che gli tasta il polso, finché la vittima non sia in pericolo di morte; dopo di che si ricomincia; e come dice benissimo la commedia dei Plaideurs: “ciò serve sempre ad ammazzare il tempo per un’ora o due”.

Il grave magistrato, che ha comperato con un po’ di denaro il diritto di fare questi esperimenti sul suo prossimo, racconta poi alla moglie, a pranzo, il lavoro compiuto nella mattinata. La prima volta la signora ne resta disgustata; la seconda ci prende gusto perché, dopo tutto, le donne son curiose; e, infine, la prima cosa che chiede, quando lui rincasa in toga, è: “Cuoricino mio, oggi non hai messo alla tortura nessuno?”

I francesi, che sono considerati, non so proprio perché, un popolo tanto umano, si meravigliano che gli inglesi, che hanno avuto la cattiveria di toglierci tutto il Canada, abbiano rinunciato al piacere di usare la tortura.

Quando il cavalier de La Barre, nipote di un luogotenente generale dell’esercito, un giovane di vivo ingegno e di grandi speranze, ma preda della sventatezza di una gioventù sfrenata, fu accusato di aver cantato canzoni empie, e persino di essere passato davanti a una processione di cappuccini senza togliersi il cappello, i giudici di Abbeville, gente paragonabile ai senatori romani, ordinarono non solo che gli si strappasse la lingua, gli si mozzasse la mano e lo si bruciasse a fuoco lento, ma lo misero anche alla tortura per sapere con precisione quante canzoni aveva cantato e quante processioni aveva visto passare tenendo il cappello in testa. E quest’avventura non è accaduta nel XII o XIV secolo, ma nel XVIII. I popoli stranieri giudicano la Francia dai suoi spettacoli, dai suoi romanzi, dalle sue leggiadre poesie, dalle ragazze dell’Opera, che han modi così teneri, dai ballerini, così graziosi, dalla signorina Clairon, che declama i versi in modo divino. Non sanno che, in fondo, non c’è nazione più feroce di quella francese.

I russi passavano per barbari nel 1700: adesso siamo soltanto nel 1769, e un’imperatrice ha appena dato a quell’immenso Stato leggi che avrebbero fatto onore a Minosse, a Numa e a Solone, se avessero avuto abbastanza intelligenza per inventarle. La più importante è la tolleranza universale; la seconda è l’abolizione della tortura. La giustizia e l’umanità hanno guidato la sua penna, essa ha riformato tutto. Sventura alla nazione che, da gran tempo civilizzata, è ancora governata da così atroci usanze antiche. “Perché dovremmo cambiare la nostra giurisprudenza?” dicono i francesi. “L’Europa si serve dei nostri cuochi, dei nostri sarti, dei nostri parrucchieri: dunque, le nostre leggi sono buone.”

TRANSUSTANZIAZIONE

I protestanti, e soprattutto i filosofi protestanti, considerano la transustanziazione come il grado più basso dell’impudenza dei monaci e dell’imbecillità dei laici.

Perdono ogni misura quando parlano di questa credenza, che chiamano “mostruosa”. Sono convinti che non ci sia un solo uomo di buon senso che, dopo avervi riflettuto, possa credervi seriamente. “È così assurda,” dicono, “così contraria a tutte le leggi della fisica, così contraddittoria, che Dio stesso non potrebbe compiere quest’operazione, perché, in effetti è annientare Dio supporre che faccia cose contraddittorie. Non solo un dio in un pane, ma un dio al posto del pane; centomila briciole di pane diventate in un istante altrettanti iddii: la folla innumerevole di questi iddii non sarebbe che un solo dio; bianchezza senza alcun corpo bianco, rotondità senza alcun corpo rotondo; vino mutato in sangue e che mantiene il sapore del vino; pane mutato in carne e fibre, ma che mantiene il sapore del pane.” Tutto ciò ispira tanto orrore e disprezzo ai nemici della religione cattolica apostolica e romana, che l’eccesso di tali sentimenti è qualche volta esploso in furore.

L’orrore aumenta quando si riferisce loro che tutti i giorni, nei paesi cattolici, si vedono preti e monaci che, uscendo da un letto incestuoso, senza neppur essersi lavate le mani sozze di impurità, vanno a produrre iddii a centinaia; a mangiare e bere il loro dio, a cacarlo e a pisciarlo. Ma quando poi riflettono che questa superstizione, cento volte più assurda e sacrilega di tutte quelle degli egiziani, ha reso a un prete italiano da quindici a venti milioni di rendita e il dominio di un paese di cento miglia di estensione in lungo e in largo, vorrebbero andare tutti, armi in pugno, a cacciare quel prete che si è impadronito del palazzo dei Cesari. Non so se prenderò parte al viaggio, perché amo la pace; ma quando costoro si saranno stabiliti a Roma, andrò sicuramente a far loro visita.

(Del signor Guillaime, ministro protestante)

V

VANGELO

È un grosso problema il riuscir a sapere quali siano stati i primi Vangeli. È una verità assoluta, checché ne dica Abbadie, che nessuno dei primi Padri della Chiesa, fino ad Ireneo incluso, cita mai qualche passo dei Vangeli che noi conosciamo. Per contro, gli àlogi e i teodosiani rifiutarono sempre il Vangelo di san Giovanni, e ne parlavano sempre con disprezzo, come dichiara sant’Epifanio nella sua trentesimaquarta omelia. I nostri nemici osservano ancora che non soltanto i più antichi Padri della Chiesa non citano mai niente dei nostri Vangeli, ma riportano molti passi che si trovano solo nei Vangeli apocrifi, non accettati dal canone.

San Clemente, per esempio, riferisce che Nostro Signore, essendo stato interrogato sul tempo in cui sarebbe venuto il suo regno, rispose: “Sarà quando due non faranno che uno, quando l’esterno somiglierà all’interno, e quando non ci sarà più né maschio né femmina.” Ora, bisogna riconoscere che questo passo non si trova in nessuno dei nostri Vangeli. Ci sono cento esempi che provano questa verità; li si possono raccogliere nell’Examen critique del signor Fréret, segretario perpetuo dell’Accademia di belle lettere a Parigi.

Il dotto Fabricius s’è presa la briga di riunire tutti gli antichi Vangeli che il tempo ha conservato; quello di Giacomo sembra che sia il primo. È certo che gode ancora di grande autorità in alcune chiese d’Oriente. È chiamato primo Vangelo. Ci resta la passione e la resurrezione, che si pretende siano stati scritti da Nicodemo. Questo Vangelo di Nicodemo è citato da san Giustino e da Tertulliano; è qui che si trovano i nomi degli accusatori del nostro Salvatore: Anna, Caifa, Summa, Datam, Gamaliele, Giuda, Levi, Neftali; la cura con cui sono riferiti questi nomi dà una apparenza di autenticità all’opera. I nostri avversari hanno concluso che, come si scrissero tanti falsi Vangeli, riconosciuti in un primo tempo come veri, così potrebbero essere falsi anche quelli che sono oggi oggetto della nostra fede. Ci furono – aggiungono – dei falsari, dei seduttori e dei sedotti, che morirono per l’errore; quindi, non è una prova della verità della nostra religione, il fatto che dei martiri siano morti per essa.

Aggiungono inoltre che mai nessuno chiese ai martiri: “Credete nel Vangelo di Giovanni o nel Vangelo di Giacomo?” I pagani non potevano fondarsi nei loro interrogatori su dei libri che non conoscevano: i magistrati punirono alcuni cristiani come perturbatori della quiete pubblica, ma non li interrogarono mai sui nostri quattro Vangeli. Questi libri cominciarono ad essere un po’ conosciuti dai romani solo al tempo di Traiano, e non arrivarono nelle mani del pubblico che negli ultimi anni di Diocleziano. Così i rigidi sociniani considerano i nostri quattro Vangeli come opere clandestine, composte circa un secolo dopo Gesù Cristo, e tenute accuratamente nascoste ai gentili per un altro secolo; opere – dicono – scritte rozzamente da uomini rozzi, i quali si rivolsero per lungo tempo solo alla plebaglia. Non vogliamo ripetere qui le altre loro bestemmie. Questa setta, benché assai diffusa, se ne sta oggi altrettanto nascosta quanto lo furono i primi Vangeli. È altrettanto difficile convertirli in quanto non credono che alla propria ragione. Gli altri cristiani non li combattono che con la santa voce della Scrittura; così è impossibile che gli uni e gli altri, essendo da sempre nemici, possano mai incontrarsi.

(Dell’abate de Tilladet)

VIRTÙ

Che cos’è la virtù? Fare del bene al prossimo. Che cosa posso chiamare virtù, se non ciò che mi fa del bene? Sono indigente, tu sei liberale; sono in pericolo, tu mi vieni in soccorso; m’ingannano, tu mi dici la verità; mi trascurano, tu mi consoli; sono ignorante, tu m’istruisci: ti chiamerò senza difficoltà virtuoso. Ma che dovremo dire delle virtù cardinali e teologali? Che qualcuna di loro resterà nelle scuole.

Che m’importa che tu sia temperante? Osservi un precetto di salute; starai meglio, mi congratulo con te. Hai la fede e la speranza, mi congratulo ancora di più: ti procureranno la vita eterna. Le tue virtù teologali sono doni celesti; le tue virtù cardinali sono ottime qualità che ti servono ad agire rettamente; ma non sono virtù in relazione al tuo prossimo. Il prudente fa del bene a se stesso, il virtuoso ne fa agli uomini. San Paolo ha avuto ragione di dirti che la carità sovrasta la fede e la speranza.

Ma come! non si ammetteranno altre virtù se non quelle che sono utili al prossimo? E come posso ammetterne altre? Viviamo in società: e dunque per noi non c’è nulla di veramente buono tranne ciò che fa il bene della società. Un solitario sarà sobrio, pio; porterà il cilicio: ebbene, sarà santo; ma io lo chiamerò virtuoso solo quando avrà compiuto qualche atto di virtù da cui abbiano tratto giovamento altri uomini. Finché è solo, non è né benefico né malefico; non è niente per noi. Se san Bruno ha portato la pace nelle famiglie, se ha soccorso l’indigenza, è stato virtuoso; se ha digiunato, pregato in solitudine, è stato un santo. La virtù tra gli uomini è un commercio di buone azioni; chi non ha parte in questo commercio non deve esser preso in considerazione. Se quel santo fosse nel mondo, senza dubbio vi farebbe del bene; ma finché non vi sarà, il mondo avrà ragione di non dargli il nome di virtuoso: sarà buono per sé e non per noi.

Ma, mi direte, se un solitario è goloso, ubriacone, se si dà da solo a segrete dissolutezze, è vizioso: e dunque è virtuoso se possiede le qualità contrarie. Non posso essere d’accordo: è un uomo sudicio, se ha i difetti che dite; ma non è vizioso, cattivo, punibile di fronte alla società, cui la sua depravazione non fa alcun male. Bisogna presumere che, se rientra nella società, vi farà del male, che commetterà molti crimini; è anzi molto più probabile che sarà un malvagio, di quanto non sia certo che quell’altro solitario temperante e casto sarà un uomo dabbene: perché, nella società, i difetti aumentano e le buone qualità diminuiscono.

C’è chi fa un’obiezione molto più solida: Nerone, papa Alessandro VI e altri mostri della stessa specie beneficarono pure qualcuno. Rispondo arditamente che quel giorno furono virtuosi.

Certi teologi dicono che il divino imperatore Antonino non era virtuoso; che era uno stoico testardo, il quale, non contento di comandare agli uomini, voleva anche essere stimato da loro; che attribuiva a se stesso il bene che faceva al genere umano; che in tutta la sua vita fu giusto, laborioso, benefico per vanità, e che non fece nient’altro che ingannare gli uomini con le sue virtù; e a questo punto esclamo: “Mio Dio, mandaci spesso di queste canaglie!”