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A.R.Latagliata
 
La situazione attuale della dottrina finalistica dell'azione
 
(In ricordo di Dario Santamaria)

(Salerno 1989  -   pubblicato in Rivista Penale dell'Economia 1991)

 
   Eccellenze, Magnifico rettore, Preside illustre, Autorità accademiche, cari colleghi e studenti, gentili signore e signori.
  
    Questa nostra giornata di studio, dedicata al concetto recenti, finalistico di azione, che si svolge sotto la presidenza autorevole dell'amico prof. Renato Dell'Andro, costituisce per noi un'occasione
di significato particolare perché ci consente di rinnovare, con affetto e commozione, il ricordo di
un amico fraterno e finissimo giurista, Dario Santamaria, improvvisamente scomparso nel gennaio
di sette anni fa, ancora nella pienezza della sua esistenza operosa, ricca di proficuo lavoro di elevate meditazioni e di interessi culturali vivissimi e, nel contempo, offre uno spunto concreto per una rinnovata riflessione più avanzata e consapevole sul tema, sempre centrale ed affascinante, dei ruolo dommatico da assegnare al concetto di condotta nel pensiero penalistico contemporaneo.
 
    Quando, agli inizi dello scorso mese, mi pervenne da parte di Nino Dalia l'invito cordiale a partecipare a questo incontro salernitano, io non tardai a scorgervi - lo confesso - quasi il segno
di quella forza misteriosa e suprema che presiede alle nostre misere vicende e conferisce loro una collocazione meno frammentaria ed episodica ed un senso più definito nel disegno complessivo dell'umana esistenza.
 
    Tutti i presenti, o quanto meno la maggior parte di essi, hanno certo ancora vivo il ricordo della profondità e ricchezza del legame spirituale che univa a Dario Santamaria le persone che ebbero il singolare privilegio di conoscerlo ed essergli vicine, soprattutto nello studio e nella ricerca, e di ritrovare in lui - in ogni occasione - un fratello premuroso, un consigliere attento e sollecito, una guida rassicuratrice ed affidabile per affrontare le grandi e piccole scelte della vita, universitaria e no,
e le stesse innumerevoli difficoltà della quotidiana esistenza.
 
     Per me, questa cerimonia commemorativa acquista un valore ulteriore e più intimo, perché si inserisce in un filone unitario di riflessioni che, con significativa insistenza, si è andato sviluppando in me da qualche tempo intorno al concetto di azione e sul quale sono solito soffermarmi sovente anche nel corso delle lezioni che tengo agli iscritti della nostra Scuola di specializzazione in diritto penale e criminologia, (di cui vedo qualcuno tra noi) che oramai da parecchi anni ho l'incarico di dirigere.
 
    Già qualche tempo fa dei resto, l'antico Prof. Scordamaglia mi chiese di tenere una lezione ai suoi (ed ai miei vecchi) allievi dell'Università degli Abruzzi e, in tempi più il collega Leonardo Mazza mi pregò di accompagnarmi a Siena al Prof. Jakobs per una dotta conferenza universitaria sul concetto di colpevolezza e sugli sviluppi della dottrina dell'azione nel pensiero penalistico contemporaneo.
 
    Questa reiterata riflessione si è andata incontrando essenzialmente sulla individuazione delle strutture ontologiche della condotta umana, quella che giustamente i giuristi sogliono porre all'origine della loro meditazione sul problema del fondamento della responsabilità penale negli attuali ordinamenti giuridici. Si tratta, possiamo ben dire, di una vera e propria scelta di campo che risale direttamente alla lezione
di Dario Santamaria, il quale, in uno dei suoi alla questione esegetica della applicabilità dell'amnistia al reato continuato, aveva già avuto modo di insegnare, con la chiarezza di concetti e la precisione argomentativa che gli erano congeniali, come oltre al lavoro di interpretazione delle disposizione normative e di indicazione in sede de iure condendo delle ineluttabili esigenze di riforma, si ponesse al giurista più consapevole anche il compito di studiare e descrivere sul piano dommatico-concettuale la struttura ontologica della realtà umana già ricca di significato per le norme dell'ordinamento positivo.
 
    (Da qui poi la stessa formulazione del titolo di una sua successiva opera in tema di dolo «Interpretazione e dommatica nella dottrina del dolo, dove il lavoro esegetico viene opportunamente tenuto distinto da quello della ricerca concettuale della struttura dell'istituto).
 
    Il profilo della ricostruzione dommatica della condotta costitutiva del reato, fissata nelle sue «sachlogische Strukturen» rappresenta dunque sin dall'inizio nel pensiero di Santamaria un imprescindibile momento di fondamentale importanza nel delicato lavoro del giurista, così come Giuliano Vassalli, comune maestro di tutti noi, ha limpidamente ricordato in una vibrante, elevata commemorazione dell'amico scomparso, da lui tenuta nella gloriosa Aula De Sanctis dell'Ateneo
napoletano.
 
    Senza alcun dubbio, l'opera di Santamaria ha segnato un momento di reale e decisiva importanza nell'evoluzione della nostra dottrina, comparabile (sia pure su un piano concettualmente diverso) al valore del contributo portato prima al concetto belinghiano di Tatbestand dall'opera di Giacomo Delitala, e questo perché con lui si realizza per la prima volta nella nostra dottrina un netto passaggio dalle vecchie concezioni tradizionali di prevalente matrice causale alle formulazioni contemporanee
del concetto di azione ed anche perché è dalla lezione di Santamaria che ha tratto concreto impulso
ed ispirazione un ricco filone di studi e di analisi penalistiche che va dagli scritti di Michele Massa a quelli di Fiore, Stile, Elio Palombi e dei molti altri della nostra scuola napoletana, gli stessi che con la consueta amabilità e precisione il Prof. Vassalli ha ricordato nel suo discorso napoletano di alcuni
anni fa.
 
    Questo ruolo di svolta nella elaborazione penalistica viene peraltro riconosciuto dalla nostra
dottrina quasi costantemente, anche se con accentuazioni diverse, alla produzione di Dario
Santamaria ma soprattutto al suo primo lavoro monografico («Prospettive del concetto finalistico
di azione») che, a giudizio di un maestro, è stata «forse l'opera sua più bella ed in un certo senso
più completa».
 
    Ma proprio qui si ripresenta il problema - che costituisce poi il tema centrale di questa nostra giornata di riflessione - se cioè la concezione finalistica dell'azione continui ad avere ancor oggi
una sua reale ragion d'essere nella nostra dottrina oppure se - una volta completamente assimilato nell'opinione dominante il ruolo essenziale da riconoscere all'elemento psicologico nella determinazione della tipicità del fatto inc@to (si che - come è stato di recente notato da un interessante studioso,
Elio Morselli - basta scorrere rapidamente i nostri più recenti manuali di diritto penale ( ... ) per accorgersi come (... ) sempre più numerose siano le impostazioni, le soluzioni e le implicazioni
di matrice finalistica che, in buona sostanza, finiscono per essere accolte») - la tensione culturale
che si era espressa nell'elaborazione del concetto finalistico di azione, abbia comunque esaurito
la sua carica vitale e non abbia quindi più titolo di autentica legittimazione nell'attuale dibattito dottrinale.
 
    Ancora di recente, nel corso di una amichevole conversazione, questo stesso quesito mi è stato prospettato anche da un caro collega brasiliano, il Prof. Paulo Da Costa, che ha riproposto nella sostanza le medesime considerazioni critiche svolte già a suo tempo da autori quali il Bockelmann
ed il Mezger, secondo cui la contrapposizione tra la concezione finalistica dell'azione e quella tradizionale si risolverebbe tutta in una questione puramente terminologica o, peggio ancora, in una «battaglia contro i mulini a vento», dato che oramai nessuno più dubita del fatto che la condotta penalmente rilevante non è costituita solo dal movimento fisico perché è insieme movimento fisico
e volontario, vale a dire movimento diretto e guidato dalla volontà.
 
    A questo punto ci accorgiamo però dell'equivoco in cui è facile incorrere, pur rimanendo su un piano di ampia informazione culturale, ed anche per questo possiamo apprezzare ancora di più l'opportunità della deliberazione che è stata presa dall'Istituto di diritto penale dell'Università che ci ospita, quando si è deciso di abbinare la commemorazione del Prof. Santamaria al tema dottrinale
della teoria finalistica dell'azione che a quel giurista risale almeno in Italia nella sua più genuina espressione.
 
    Per uscire da possibili fraintendimene e ribadire l'attualità di questa concezione nel contesto della dottrina penalistica contemporanea, la quale in genere non nega affatto l'importanza della volontà
nella determinazione dei tipi di fatti incriminati, mi sarà necessario riproporre, almeno in parte, argomenti già trattati in mie precedenti ricerche, ad esempio in tema di desistenza volontaria, e di queste inevitabili ripetizioni devo sin da ora chiedere venia all'informato uditorio.
 
    Nel suo libro sul concetto finalistico di azione, Dario Santamaria ha esplicitamente avvertito come «con lo studio della condotta umana restano ancora molte cose da dire» in quanto compito di ogni riflessione sul tema dell'azione è «di cogliere gli elementi fondamentali che ne fanno un avvenimento di specie diversa dal semplice fenomeno fisico e, nello stesso tempo, ne modellano la figura». Ma, per poter comprendere nella sua portata reale il significato di questa diversità di essenza dell'azione umana rispetto agli altri fenomeni della vita, è indispensabile - a mio sommesso avviso accennare sia pur brevemente alle tappe percorse dalla cultura del nostro tempo nell'individuazione, già sul piano meramente biologico, della peculiarità della condizione dell'uomo rispetto alla posizione degli altri esseri viventi - perché è precisamente da questa premessa culturale che risulta condizionata l'elaborazione anche in sede dommatica della dottrina finalistica del reato.
 
    Mentre gli animali sono tutti condizionati nei loro movimenti e nelle loro reazioni dalla forza degli stimoli naturali che - nell'ambito di una provvidenziale fatalità - li sollecitano in un senso o nell'altro, l'uomo non è determinato ma è, al contrario, capace di auto-determinarsi nel momento stesso in cui pone, anzi deve porre a se medesimo concrete rappresentazioni degli scopi che egli intende perseguire. In questa prospettiva come è stato finemente avvertito da Max Scheler, in una magistrale indagine sulla posizione dell'uomo nel mondo, l'uomo sin dalla nascita si presenta in una situazione essenzialmente antinomica in
quanto è l'unico essere spirituale «aperto al mondo» (weltoffen) ma nello stesso tempo questa sua libertà dagli impulsi e dall'ambiente costituisce una imprescindibile necessità della sua vita organica. Sul piano della mera esistenza biologica l'uomo si presenta insomma come un essere particolarmente debole e difettoso, per l'insufficiente capacità di specializzazione dei suoi organi, per la carenza di adeguati mezzi naturali di protezione e di difesa, per la mancanza di un sicuro istinto biologico nella ricerca del cibo o nella equilibrata regolamentazione dei cicli riproduttivi, sì che, per sopravvivere, egli deve necessariamente supplire alla mancanza del provvidenziale equilibrio biologico proprio degli animali con una attività consapevole finalisticamente orientata al conseguimento di scopi pre-determinati.
 
    Questa condizione peculiare dell'uomo, di essere il più indifeso ed esposto tra le creature viventi ma insieme - per singolare paradosso dell'esistenza - l'unico capace di una propria vita spirituale autonoma e responsabile, era stata del resto colta con estrema precisione già da Tommaso d'Aquino nella sua Summa Theologica, allorché l'Aquinate aveva osservato come, al posto di tutto ciò di cui risulta gravemente carente sotto il profilo biologico, «homo habet naturaliter rationem».
 
    Tra la vita dell'uomo e la cieca provvidenziale fatalità dell'istinto degli altri esseri viventi non si configura dunque una differenza graduale o solamente quantitativa, secondo l'assunto delle concezioni evoluzionistiche, perché al contrario si evidenze una chiara diversità di essenza sì che appaiono ancora una volta illuminanti le parole con cui Max Scheler notava che il principio che distingue l'uomo dalle altre creature viventi va individuato «al di fuori di tutto quello che noi possiamo chiamare 'vita' nel senso più ampio: quello che esclusivamente fa uomo l'uomo non è un diverso grado della vita ( ... ), ma un principio contrapposto a tutta e ad ogni vita in genere, anche alla vita nell'uomo, un nuovo peculiare dato essenziale che, come tale, non può affatto venir ricondotto alla evoluzione della vita naturale».
 
    In altre parole, la condotta dell'uomo si differenzia dalla reazione, essenzialmente passiva e riflessa, delle altre creature viventi, in quanto - come sottolineava Nicolai Hartmann - mentre il comportamento istintivo delle bestie si risolve tutto in semplici reazioni, corrispondenti alle esigenze biologiche della specie, l'uomo non si limita solo a rispondere alle circostanze che gli sono date, ma si prefigge autonomamente degli scopi che egli stesso sceglie - anzi deve scegliere - e che vanno ben oltre le circostanze che gli sono date, ragione per la quale, mentre nel mondo animale è possibile scorgere talvolta comportamenti che appaiono conformi allo scopo, idonei cioè alle esigenze del nutrimento, della costruzione di un adeguato rifugio, di una congrua difesa dalle avversità del clima o dalle aggressioni di altre bestie, manca tuttavia a tali comportamenti la consapevole predisposizione di un fine, vale a dire un'intelligenza vera e propria, si che per essi è certamente adeguato parlare (con ricorso all'espressione di Kant) di una «conformità allo scopo senza scopo».
 
    In contrapposizione a questa passività che contrassegna l'esistenza degli animali, si delinea invece l'essenza caratteristica dell'uomo, la struttura specifica della sua azione. Per cui, con le parole di Nicolai Hartmann, «è di centrale importanza che sia capace dell'attività finalistica, perché nella sua condotta l'uomo manifesta una natura essenzialmente antinomica, che  il pensiero filosofico contemporaneo ha reiteratamente illustrato, il suo essere partecipe del mondo dello spirito ma insieme
anche di quello dell'animalità, per cui il suo rapporto con il mondo merita di essere definito una «vermittelte Unmittelbarkeit», dove il momento della libertà - cioè dello spirito - risulta sempre collegato a quello della mancanza di libertà, al punto che la stessa capacità dell'uomo di assegnarsi dei compiti non sarebbe neppure concepibile se non la si ponesse.in riferimento ad un mondo causalmente determinato. «Noi non siamo liberi 'se' voler decidere ed agire o meno, noi dobbiamo decidere e sempre decidiamo in un modo o nell'altro: nell'ambito della nostra libertà resta soltanto 'come' decidiamo»:  in altre parole, siamo costretti ad una libera decisione nel senso che per noi la situazione ci costringe alla libertà».
 
    Queste medesime riflessioni sono alla base dell'attuale dibattito penalistico, nel quale Santamaria si è inserito con piena consapevolezza e autorità per sottolineare, quale dato essenziale dell'azione penalmente rilevante, la specifica capacità dell'uomo di anticipare mentalmente «le possibili conseguenze del suo intervento causale, di anticipare e perciò guidare, dirigere, regolare il suo intervento nel mondo».
 
    Recependo criticamente la lezione del suo maestro Hans Welzel, egli ha ricordato come, accanto all'accadimento causale, si ponga una forma diversa di determinazione del reale che soggiace non alla legge della causalità ma a quella dell'intenzionalità significativa, denominata in linguaggio giuridico finalità, nella quale un soggetto-persona determina il suo stesso divenire causale in aderenza al contenuto di significato dei possibili oggetti intesi.
 
    In questo tentativo di ricostruzione della struttura della condotta dell'uomo, come espressione tipica della sua esperienza pratica, non si può peraltro non ribadire che neppure questa diversa forma di determinazione del reale prescinde dal nesso di causalità perché anzi presuppone tale causalità e si inserisce in essa ai punto da doversi affermare che «la struttura finalistica riposa sulla causalità» dal momento che consiste appunto nel formare dall'alto, nel dominare, nel dirigere e dare impulso e significato ai fattori causali.
 
    Questo punto mi pare veramente di centrale importanza nella esposizione della dottrina finalistica, perché, quando si afferma che l'individuo realizza nel mondo esterno l'azione che ha progettato, non ci si riferisce ad una autonoma forza di impulso causale del suo volere, dal momento che egli non pone con la sua volontà una causa ulteriore che si unisca sul piano naturalistico ad altre cause già esistenti, non immette cioè un nuovo fattore eziologico per modificare, in conformità alla sua intenzione, l'equilibrio delle forze causali, ma opera esclusivamente su elementi naturali che già preesistono nella realtà indipendentemente da lui.
 
    La volontà dell'uomo non produce essa stessa dei movimenti ma agisce - come osserva Ludwig Klages - per un movimento di impulso al quale è stata tolta la sua meta naturale, come agirebbe un timoniere nel regolare il movimento dell'imbarcazione in conformità alla direzione da lui scelta.
 
    Le concezioni legate al pensiero positivistico ravvisano nella volontà un fattore causale da cui deriva il movimento fisico.
 
    La cultura contemporanea viceversa nega che alla volontà possa essere attribuito valore di vera causa dei movimento fisico, sia pure di natura particolare, e pone in rilievo come la volontà inerisca,
in ogni azione e persino nello stesso atto del pensiero, ad una realtà naturale già data, che essa serve solo a dirigere e guidare in conformità alle concrete rappresentazioni di scopo ma che, in nessun
caso, crea come forza autonoma di impulso.
 
    Un profondo pensatore dei nostro tempo ha precisato efficacemente in quale senso si debba intendere l'espressione «forza di volontà» ed ha avvertito che l'origine di ogni condotta dell'uomo
è costituita unicamente «dalle energie fisiche disponibili e da quelle degli impulsi», per cui, quando
si parla di forza della volontà ci si deve riferire di necessità «alla maggiore o minore capacità di organizzare quelle energie in direzione di uno scopo».
 
    Il fenomeno, spiegava Lersch, è rappresentabile con la similitudine di una lente che permetta di convergere verso un punto i raggi della luce solare. «Neppure la lente è una forza, ma un apparato formalmente efficace attraverso cui le forze sono organizzate: soltanto con riferimento a tale immagine ha senso parlare di una forza della volontà».
 
    Questo significa che il volere dell'uomo non costituisce mai la causa delle sue azioni. In quanto
che, se mai, si pone come capacità di scelta e di inibizione degli impulsi, ed appunto in questo specifico senso Welzel precisava che «la volontà non muove ma controlla, organizza, regola e dirige gli impulsi e prende uno di essi a spese degli altri».
 
    La cosi detta forza della volontà non è dunque una spinta verso qualcosa ma si dirige contro la resistenza del mondo e, sotto tale profilo, va considerata una forza interamente negatrice (durch und dureb verneinende Macbt).
 
    Quando un artista estrae una statua dal blocco di marmo non è certo la sua volontà ad ispirargli i lineamenti della figura, ma la sua naturale capacità creativa per cui - osservava Klages - «l'azione volontaria dello scolpire sta in rapporto con questa proprio come lo scalpello, che null'altro può se non rompere la pietra!».
 
    Nella pienezza della maturità del suo pensiero, Romano Gardini ha illustrato limpidamente questo fenomeno: «la causalità - egli dice - si attua in una duplice forma, in quella della necessità ed in quella della libertà.  La causalità è sempre presente; ciò che accade è sempre sufficientemente motivato, sempre alla domanda perché succede quel che accade è possibile trovare una risposta. Ma è differente il modo in cui la causa agisce. può essere il modo della necessità diretta, oppure quello che muove da un inizio interiore; anche quest'ultimo ha certo i suoi motivi, ma non è costretto da essi, né da essi può essere derivato, e deve piuttosto venire accettato».
 
    La causalità degli impulsi non esclude dunque l'autonomia del volere ma anzi la presuppone e la conferma.
 
    Gli impulsi sono le fonti di energia della volontà, ma proprio in quanto lo sono, la volontà deve essere vera guida ed utilizzazione di queste energie per cui l'atto di volontà, «suscitato, aumentato ed instradato dalle forze che gli stanno alla base, ed in tal modo dipendente da esse, è ugualmente vera decisione, in quanto in esso viene decisa proprio la forza di determinazione di questi impulsi».
 
    In conclusione, la volontà si ha allorché le forze causali che esistono prima ed indipendentemente da colui che agisce, vengono incanalate in una direzione pre-stabilita.
   
    La concezione della volontà come potere di guida e di direzione finalistica del divenire causale, e non come fattore causale essa stessa, rappresenta a mio parere un significativo superamento ed una opportuna chiarificazione nel contrasto che ancor oggi continua a dividere la dottrina penalistica.
 
    In fondo, anche le concezioni che potremmo definire tradizionali ravvisano nell'atto di volontà costitutivo di un reato un fenomeno inequivocabilmente finalistico, per l'impossibilità di concepire
una manifestazione di volontà senza la rappresentazione di uno scopo da raggiungere. Questa finalità viene però riportata sempre allo schema totalizzante, di una realtà causale, ritenuta l'unica forma di determinazione del reale, perché l'atto di volontà viene considerato anch'esso come un'autonoma forza di impulso che entra in rapporto con gli altri fattori causali e ne modifica l'originario equilibrio in
una direzione prestabilita nel senso cioè che con il suo atto di volontà il soggetto potrebbe volontariamente (ma si potrebbe dire anche: finalisticamente)   una nuova causa nell'equilibrio eziologico di produzione dell'elemento. Alla molteplicità dei singoli atti compiuti dal soggetto per realizzare la sua intenzione criminosa si fa corrispondere infatti sul piano della realtà naturale una pluralità di azioni, per cui al giurista si pone il problema ulteriore di ricondurre questa diversa molteplicità naturalistica di azioni al concetto di una loro «unità giuridica».

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    Questa posizione viceversa risulta rovesciata quando si riconosce che la volontà non costituisce essa stessa un'autonoma forza di impulso, e quindi uno dei tanti antecedenti causali che condizionano l'evento (naturalmente in senso giuridico, come ha insegnato Marceflo Gallo), attraverso la posizione di uno scopo consapevole da realizzare, opera come potere di controllo e di direzione delle forze
naturali (causali o «quasi causali», secondo l'espressione di Welzel) che sono già date indipendentemente dall'intervento finalistico del soggetto.
 
    L'azione non trova cioè la sua causa in senso naturalistico nella volontà del soggetto ma negli impulsi sui quali a sua volta la volontà esercita il suo peculiare potere di controllo: la funzione del volere sta nell'arrestare o nel lasciare svolgere una determinata serie causale, presa ad oggetto
dell'atto di consapevolezza attraverso la rappresentazione di uno scopo, non nel cagionare autonomamente modificazioni nella realtà esteriore. All'origine della condotta dell'uomo stanno
dunque - ripetiamo - forze di impulso che la volontà regola e guida con il suo potere di direzione
e di scelta ma che in nessun caso crea.
 
    Con la sua squisita sensibilità per gli aspetti più delicati dell'esperienza umana un pensatore
caro a noi tutti e particolarmente a Dario Santamaria, Giuseppe Capograssi, ha descritto in maniera impareggiabile questo fenomeno.  «La mia azione - egli scrive - è veramente il risultato di
tutte quelle cause che hanno portato alla formazione del mio organismo, della mia società, della
mia attuale situazione concreta, della mia concreta situazione momentanea; e queste cause sono
a loro volta l'effetto di cause più generali e così via   nella catena che è stata tante volte e per fini
diversi tentata di ricostruire. Intervenga o non intervenga un certo momento, in mezzo a questo
tessuto di maglie strettissime di determinismi della vita, la scintilla della libertà, la novità di un mio
atto libero, è certo che questo miracolo è esso stesso condizionato da questa infinita collaborazione
di forze in mezzo alle quali scatta, non è e non può che essere correlativo a questa immensa trama di
cause di influenze di determinazioni, che insomma compongono l'ambiente, la realtà stessa, l'esperienza stessa concreta nella quale e sulla quale agisco».
 
    La qualità specifica dell'azione non è data insomma dalla rilevanza causale della volontà ma da un decorso causale che si compie sotto il controllo della consapevolezza del soggetto, il quale non ne arresta lo sviluppo perché ha concepito la previsione e l'intenzione di realizzare il fine perseguito. Questo ruolo della volontà può essere colto con particolare evidenza nel comportamento omissivo, perché qui l'individuo si trova in una situazione concreta che lo impegna ad una libera decisione ed egli è tenuto giuridicamente ad intervenire sulla realtà naturale con un suo atto di volontà, ad operare cioè un «atto di arresto» onde impedire che le forze causali portino ciecamente ad un determinato evento.
 
    Nel lasciare andare le forze causali nella direzione da lui desiderata, colui che omette in effetti «agisce» perché esercita - sia pure in forma negativa - un potere di guida e controllo sullo sviluppo causale.
 
    Lo stesso deve dirsi però della condotta positiva o azione in senso stretto, perché anche qui il movimento fisico che determina l'evento non trova la sua causa nell'atto di volontà dell'autore ma piuttosto in forze di impulso naturali che non sono poste da lui ma soltanto guidate e regolate dalla volontà.
 
    Il momento della realizzazione dell'azione non dipende dunque dal valore causale della volontà,
ma consiste nell'attuazione concreta, perseguita dall'autore attraverso l'opera di forze naturali che la volontà dirige e guida ed è appunto in questo momento, quando cioè si compie l'azione, che il fare finalistico si adatta - secondo l'espressione di Hartmann al flusso dell'accadimento reale.
 
    Si manifesta così la vera essenza dell'agire dell'uomo, quello che si può ben dire il paradosso
della sua azione: sino a che l'individuo è ancora in condizione di esplicare il suo potere di intervento finalistico e quindi di orientare le forze della natura in conformità alle sue concrete rappresentazioni
di scopo, la sua non può ancora essere considerata azione vera e propria, in quanto che egli può sempre mutare proposito ed indirizzare diversamente i fattori causali.
 
    Un'azione in senso pieno si ha invero soltanto quando il soggetto perde volontariamente
o accidentalmente il controllo del divenire causale, quando cioè le forze d'impulso tornano al
flusso del loro naturale sviluppo, perché soltanto allora, per la prima volta, quella che era una
semplice intenzione soggettiva si trasforma in realtà oggettiva, proponendosi come dato autonomo
nel mondo dell'esperienza giuridica, come fatto a sé stante che non appartiene più alla soggettività dell'individuo perché è ormai svincolato dal controllo di un soggetto che lo possa indirizzare verso scopi predeterminati. Questo fenomeno, intimamente paradossale, è tipico di ogni condotta umana anche quando questa investe carattere di conformità ad un tipo di reato, tanto nelle ipotesi di commissione dolosa quanto in quelle di realizzazione colposa, quanto infine nelle forme di comportamento omissivo o di semplice tentativo.
 
    E' dunque sempre importante fissare con precisione l'effettiva direzione della volontà del
soggetto nel compimento dell'ultimo atto della sua condotta perché è proprio dall'atteggiamento psicologico dell'agente in questa fase terminale del suo operare che dipende la qualità essenziale
della sua azione, là dove tutti gli atti precedenti hanno una rilevanza soltanto propedeutica in riferimento alla finalità particolare in vista della quale sono stati compiuti. In questo ordine di idee, come abbiamo già avuto occasione di sottolineare alcuni anni fa, perché l'intenzione del soggetto diventi sua azione,
è necessario che il fatto esterno in cui essa si realizza si trasformi, volontariamente o accidentalmente, in una realtà oggettiva che non appartiene più neppure all'individuo che la ha originata con intenzione malvagia o mera imprudenza ed a cui egli stesso resta anzi definitivamente legato. E questo, ripeto,
vale tanto per le azioni intenzionali quanto per i comportamenti colposi, tanto per le azioni c.d. positive quanto per le emissioni, tanto per i delitti portati a compimento quanto per quelli che si arrestano
allo stadio del tentativo.
 
    Emerge così  la possibilità di concepire una nozione unitaria di condotta nel diritto penale
secondo il postulato della dottrina finalistica, tema sul quale con tanta cultura dommatica ed
acutezza critica si è applicata la più autorevole e consapevole dottrina contemporanea da
Marcello Gallo a Giorgio Marinucci e tanti altri. Naturalmente questa constatazione, risale pur
sempre - non dimentichiamolo - agli studi di Dario Santamaria ed alle sue investigazioni sulla
struttura dell'azione e sull'oggetto del dolo, e vale soprattutto come indicazione di una prospettiva futura per coloro che, interessati oltre che ai profili della disciplina normativa ed ai problemi della riforma legislativa, rivolgono la loro attenzione di studiosi anche all'altro campo - già indicato dal nostro amico scomparso -, quello cioè della ricostruzione della realtà ontologica, ricca di intrinseco valore, che il sistema legislativo ha appunto il compito di disciplinare. Il tema della condotta colposa
è ad esempio tra i più affascinanti e mi fa piacere sapere che tra gli amici che mi seguono c'è un giovane collaboratore del mio istituto, il dott. Ugo Pioletti, che ha appunto deciso di orientare in
questa direzione i suoi interessi di studioso. Non bisogna dimenticare comunque che, come ha
ribadito di recente Carlo Fiore, «anche fa teoria dell'illecito colposo è debitrice di taluni chiarimenti essenziali alla dottrina finalistica dell'azione».
 
    Prima di chiudere questa mia relazione, della cui lunghezza non posso che chiedere venia a voi
tutti, sento la necessità di rivolgere un saluto particolare a coloro che nel corso della mia lunga frequentazione con l'amico Dario, mi sono stati maggiormente vicini ed ai quali sento perciò
di dover rinnovare il mio ricordo affettuoso. Mi riferisco in particolare al prof. Pecoraro Albani,
col quale ho diviso tanti anni di stimolante collaborazione con il comune grande maestro, Biagio Petrocelli, a Nicola Carulli, a Vittorio Mele ed a tanti altri che vedo tra voi e che non so elencare
compiutamente, ma soprattutto ai fratelli del carissimo Dario, la dott.a Rita e il prof. Leonida Santamaria, ai quali mi lega il vincolo fraterno di una loro calda ospitalità già durante il mio corso
di studi universitari ed anche dopo, ed all'avv. Walter Antonini, generoso e modesto compagno
di Dario e suo rasserenante sostegno nelle prove più impegnative.
    Un grazie infine a voi tutti per l'immeritata amabile attenzione che avete voluto dedicare a questa
mia modesta relazione.
                                                                Fisciano (Salerno), 24 giugno 1989
 
 
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